


M'era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com'è, piena fino all'inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
E pensate cosa può essere, colma di tango fino all'orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s'allungano per tutte le notti e i giorni, s'incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell'albergo, sulla piattaforma del lido.
Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell'ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l'asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
Io mi preparavo da un anno. M'era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l'acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
Il tango s'è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l'arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d'un suo intimo vals.
Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s'apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c'erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d'altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:
gli incontri.
I mondi, vicini e lontani, s'incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c'erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l'elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d'allegria condivisa, come un'anguria, come un cornetto algida, come un tango.
Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m'ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.
gli abbracci.
Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l'esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
L'abbraccio di quest'anno è senz'altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell'abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell'uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l'altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l'omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
(ci ho provato anch'io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l'altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell'asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).
la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s'affrontò la questione. Ma qui s'impone.
Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s'è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l'attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d'invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c'ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
Allora, Veron. Io m'aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l'abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n'è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l'arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c'è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
E Veron resta un mistero. C'entra, col tango? Forse sì. Forse.
i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell'italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell'uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c'è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
E quell'abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d'artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell'amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.
le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L'organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.
le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.
le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.
i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m'avessero fatto l'antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.
le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una scarpa in più.
Pugliese. Chi l'havisto?
la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s'è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?
Insomma, l'anno prossimo ci torniamo tutti.

La città ha una parrucca rossa, un vestito scollato e diamanti falsi incastonati nelle ciglia. Al posto del cuore ha un bandoneón, da cui sgorgano torrenti di sangue con ritmica pulsazione.
Fuori, dentro, fuori, dentro.
Dentro i migranti pugliesi, calabresi, siciliani e campani, col loro culto del basilico e dei santi. Fuori i comignoli, le ciminiere, i fumi tossici delle manifatture che mangiano operai, divorano operai con denti di lamiera, con giunture di telaio, con fame d’altoforno.
Dentro i neri, col loro culto del tamburo e del diavolo, il borgo vecchio del candombe prima d’essere asciugato dalla febbre gialla, un giro di pelvi che ruota come l’equatore.
Fuori gli alberi malati da secoli, tisici della tisi della città, inclinati sulle case, spioventi sui conventillos da cui esce un suono come di chitarra, come di pena.
Dentro la gente della pampa, che porta speroni, duello, payade d’endecasillabi con un accento duro.
Fuori la gente del porto, spagnola italiana tedesca russa e senza origine, nata nel ventre delle navi, nel movimento furioso che scambia di posto i continenti, quasi al principio del Novecento, il secolo che comincia almeno vent’anni prima, perché ha febbre di nascere, come la città.
L’anima si porta dentro e fuori, nella città.
Fuori nei tacchi, nella camminata compadrita, nel lazo, nelle bolas gauche che scintillano d’argento falso. Dentro nelle carceri di salnitro, dove bolle a fuoco lento il lunfardo, la lingua della città castillana latina francese napoletana, molto napoletana.
Fuori verso l’Europa, orizzonte vicino e lontano, così prossima da poterla toccare, da pronunciarla con un accento diverso, da indossarla come un orologio da taschino, un foulard, da rapinarla in un vicolo. Così distante da sognarla e sputarla fuori, rinnegarla, dimenticarla.
Dentro verso il cuore d’America che arde come una lampada nascosta, un faro smeraldino che è facile scambiare per il fango ipnotico e luccicante delle paludi infette.
Tutto questo è Maria de Buenos Aires, angelica puttana, niña decrepita, angelo di tutti i demoni. Maria che nasce, s’immerge nell’ombra, muore, ritorna o nemmeno va via, perché la morte è un incresparsi della superficie, un cambiamento di qualità dell’ombra, una scala armonica discendente che s’impenna. Maria che, di nuovo vergine, si autopartorisce, e da lei nasce un’altra Maria, un’altra bimba millenaria con la stessa memoria sterminata e la stessa capacità d’oblio. Buenos Aires, dunque.
Ho visto Maria, raccontata dall’unica voce possibile: il tango. Un tango ascoltato come un’opera sacra, non ballato perché tanto di passi era già tutto pieno. I passi formicolavano nel teatro ingioiellato e impellicciato, in mezzo alle domande di fuoco e grano che il testo di Horacio Ferrer, volando sulla musica di Astor Piazzolla, disseminava come granate nella sala grande. Piovevano Marie, Malene, dissonanze.
Il bandoneonista biondo stava come un cristo nel centro della scena, la luce batteva sull’avorio, sui tasti, sul mantice che soffiava e alitava e respirava ciminiere, coltelli, fiori e ombre. Il Duende, spirito della notte porteña – il duende è oltre l’angelo e la musa: non ha la luce del primo e i marmi endecasillabi della seconda, non ha finezze e nemmeno pietà riconoscibili: è sangue vivo, dispetto, rumore e nervo – portava i suoi capelli bianchi, il suo vestito intriso di porpore. Maria – una delle possibili Marie, visto che Maria era per intero la pancia del teatro, la nave ancorata al porto cittadino nella notte smisurata e australe – aveva lunghi guanti d’un rosa inverosimile, protesi, memorie ingannevoli, seduzioni appiccicate con la colla delle ciglia finte. Il cantor portava soprattutto dubbi, domande nei riccioli della barba e nella machitudine apparentemente mansueta, pericolosa.
Non so bene cosa sia accaduto: nello spazio d’un solo tango, di solito, accade ogni cosa. Peccato, pentimento, morte, risurrezione, nuova morte. Le eternità sono frequenti, e le dissoluzioni.
Da Gardel a Piazzolla e ritorno, visto che gli estremi si saldano ed è tutto un ritorno, un adios nonino e un volver al Sur. Erano d’accordo violino, pianoforte, contrabbasso, xilofono, chitarra. C’erano tutti, col loro duende nascosto nelle fibre del legno, nelle corde di budello intrecciato.
E quando il Duende ha sfidato a duello il bandoneón, l’ha minacciato di morte, di tagliarlo in due, da parte a parte, per mettere fine al suo potere segreto e arbitrario, alla sua voce di diavolo incantatore, col potere di trasformare le luci in ombre, il bandoneón ha riso di lui, con la sua risata disarmonica, interrotta, che volteggiava nell’aria mutando di forma, come gli ha insegnato Piazzolla a cui l’aveva insegnato il tango, la plica nascosta del tango che lui, con lavoro, con sacrificio, con dolore e ribellione aveva cercato, con dita caparbie sulle doppie tastiere, e tirato fuori, come un parto.
E’ finita senza finire, come non finisce Maria, come non finisce Buenos Aires, come non finisce nessun tango.
Ho visto lo spettacolo, ne ho dovuto pure scrivere secondo le regole del Lato B , chiaro e comprensibile perché gli abbonati e le abbonatesse del teatro municipale e umbertino capissero d’aver capito qualcosa, non si sa mai, di quel guazzabuglio di poesia una 'nticchia blasfema e tutto quel tango senza nessuno che lo ballasse (ma io e Farolit muovevamo i piedi e le punte del cuore tanto da agitare tutta la fila di poltrone almeno fino al sismografo di Erice). Ma tant’è.
Il giorno dopo ho portato alla regista, Laura Escalada Piazzolla, la vedova di Astor, un bouquet di aglio, peperoncino e ranuncoli, opera d’un artista nascosto dal nome profetico (si chiama Antonello Giglio, e mi pare assolutamente appropriato), l’ho accompagnata in giro per il pomeriggio di sabato e l’ho vista disegnare mappe dell’America Latina, chiamare “amore mio” commesse mesciate algidissime che si scioglievano come burro di cacao, e raccontarmi di quando Astor – intento a scrivere qualcosa di immortale – le diceva senza voltarsi, sentendo il profumo del sugo che bolliva: più aglio, Laura, più peperoncino.
E non ditemi che non è tango, anche quello.

...visto da brioche...
Non credo ai compleanni, non credo alle rinunce, non credo ai venerdì.
Credo ai desideri, credo agli incantesimi, credo all’inspiegabile.
Non credo alle tempeste, anzi ci credo.
Per esempio, venerdì.
Ok, non era ancora, tecnicamente, il mio compleanno, che da sempre è oggi, sei agosto, giorno della bomba atomica su Hiroshima e della morte di Marilyn in cinemascope (mia madre diceva che in ospedale non parlavano d’altro, nemmeno del suo travaglio di diciannove ore, del suo corpo a corpo col dolore al quale non voleva concedere niente: mai stata una che si rilassava, una che “il dolore è un’onda, lascia che ti attraversi”. Da lei ho preso le mie sofferenze di granito, la mia incapacità di lasciar correre, d’assecondare le cose, il mio non essere assolutamente zen). Ma io volevo festeggiarlo alla milonga, io volevo la mia ronda. Da una vita aspettavo la ronda.
La ronda è una forma di tributo d’onore: sei tu il protagonista, e tutti gli altri devono ballare con te. Tutti gli uomini, se sei una donna. E non solo. Devono proprio contenderti, devono strappare via i concorrenti per avere l’onore di ballare con te. Un sogno poligamo e narcisistico? Un sogno predatorio, scandaloso, politicamente ed emotivamente scorretto? Esattamente.
Ora, io avevo deciso: venerdì (che pure, nella cabala dei giorni, è sempre alquanto ostile e traverso: io sono una donna da giovedì, o al massimo da sabato mattina) volevo la festa, volevo la ronda. M’ero pure comprata un vestito nuovo. Ammetto: lo cercavo nero e indiscutibile. L’ho trovato bianco e sognante. Cercavo pure uno smalto per le unghie: lo volevo scuro, opaco e sanguigno. L’ho trovato chiaro, squillante e pieno d’estate. Ma era un giorno di contraddizioni, si vedeva dalle nuvole che si radunavano, dubbiose, a occidente, mentre un sole esagerato batteva impietoso il suo martello incandescente sulle strade.
Alle quattro di pomeriggio, quando ho provato il mio abitino, un po’ Marilyn un po’ Cenerentola, è scoppiata la guerra. Piovevano macigni dalle regioni alte dei cieli, grossi macigni che rotolavano ed esplodevano attraverso le nuvole, così fitte e scure che i lampioni si sono accesi di spavento. Dal balconcino di farolit, un balcone della vecchia Messina affacciato sulle magnolie, avevamo la certezza: ci stanno sparando.
Ci sparavano mentre sceglievamo i brillocchi, provavamo le scarpe e i passi, ci pettinavamo con l’olio profumato. Sparavano sulla nostra certezza che bastino gli affetti e i desideri, a chetare le tempeste e muovere gli eventi. Sparavano sui nostri controincantesimi, un po’ Macbeth un po’nonna Carmosina, un po’ Circe un po’ Mary Poppins.
E noi, niente. Soavemente convinte che bastassero le nostre intenzioni, la nostra saggezza divergente, i nostri vestimenti leggieri, ci siamo addentrate nella notte nera disegnata dai lampi – rami di fuoco distribuiti tra il cielo e lo Stretto, che era d’un color ferrigno scuro, col bianco delle navi che spiccava contro la tempesta. Gli dei si sono scatenati: Poseidone col tridente smuoveva il fondo dei mari, Eolo spazzava il litorale, le cui conchiglie arrivavano a volo radente fino al fianco dei colli, Zeus rimescolava le nuvole nere con le saette di bronzo, che facevano un tumulto di guerra.
Nel lido della milonga la devastazione regnava sovrana: i cannizzi zuppi, le sedie rotolate via, l’assito fradicio di temporale, i cavi morti nell’acqua alta. Ma si lavorava febbrilmente, e quando siamo entrate io e farolit le prime due note d’un tango si sono levate, chiare e inequivocabili, nell’aria gocciolante. R., la nostra maestra, era lì, rocciosa: “Ma certo che si balla, nessun problema”. Gli dei hanno accusato il colpo.
La milonga è stata magnifica: fitta fitta, un cerchio magico come al solito, ma più pieno del solito, così minacciato a vista dalle potenze telluriche radunate tutto attorno. C’erano tutti, e anche di più. Persino Artemide ha osato affacciarsi, con un viso d’oro pallido, da uno squarcio delle nubi. Dalle Calabrie lontanissime – ché la tempesta raddoppia il mare e allontana le terre – sono arrivati altri indomiti, tra cui M., l’uomo della musica, pieno di risorse e vals per esorcizzare gli spiriti avversi. Da Palermo è giunto compadre Felipelcid, fulvo e tenace, col suo passo di maratoneta.
E a un certo punto l'uomo della musica ha fatto sgombrare la pista e ha chiamato al centro la Broscia festeggiata: attorno, il cerchio degli uomini, e, più indietro e più largo, il cerchio delle donne. Avevo scelto "Recuerdo" di Pugliese: io sono di tango, non di milonga o vals (e nei miei sogni c’è un tango come quello di Copes nel film di Saura: con un uomo che mi sceglie tra la folla, vuole proprio me, e ha la faccia come una mappa dove posso leggere i passi, e la vita stessa).
Ed è stata quella la colonna sonora del mio sogno poligamo e dionisiaco. Ha cominciato G., il mio maestro, milonguero sopraffino, e poi tutti gli altri, che si strappavano via l’uno con l’altro, s’avvincendavano nell’abbraccio, mimavano la contesa e la lotta che corre sottile nel tango, il suo filo rosso di contrasto e desiderio, il suo potere predatorio.
Non mi sono preoccupata di sbagliare i passi, non m’importava niente di ballare: volevo solo sentirmi il centro di quel cerchio d’energie, tre minuti d’archetipo femminile assoluto, tre minuti da ape regina, solo apparentemente seguidora.
Lo so, è orribilmente presuntuoso e risarcitorio, come tutte le fantasie, ma era la mia festa, e poi il Dio del Tango aveva avuto i suoi sacrifici: come tutti gli dei, compresi quelle della tempesta che stavano anche loro lì attorno, nella milonga spalancata ed elettrica dei cieli, gradisce sangue sudore e lacrime, gradisce desideri inconfessabili, riti e incantesimi in suo nome, gradisce fedeltà senza discussioni. L’abbiamo saziato.
E le energie dovevano davvero disegnarsi nel cielo, come fulmini alla rovescia che il cerchio della milonga inghiottiva, nel suo centro più centro che era l’abbraccio della ronda di continuo spezzato e rinnovato, nutrito di lotta, festa e desiderio.
L’ultimo caballero fu… la mia maestra R., che sa ballare da maschio con una determinazione elegante che tutte le invidiamo: l’ultimo frammento d’abbraccio, gli ultimi passi sono stati con lei, a richiudere quel cerchio pericoloso, ricomporre la milonga e i cieli, consegnare al mio recuerdo quei tre minuti.
Subito dopo, le nuvole si sono ritirate, e nel cielo sgombro già dondolavano luci di barche e di stelle.
...visto da farolit ...
Io, invece, credo alle lotte tra le Briosce tremule e le tempeste spavalde.
Credo al tango che aggiusta le cose. Lui sa, sa sempre la cosa più giusta da fare.
E così , quando ieri sera su di noi si aprì la tregenda e vennero giù i cieli e tutta la comprensibile invidia degli dei., io non vacillai: mi colse stupore sì, ma non paura. Mi parve quasi normale quel tonare potente del destino tipo attacco della 5° di Bethoveen come a dire “ma dove credete di andare, miseri omunculi?”
“A ballare il tango! A vivere.“ rispondevo in cuor mio senza esitare, perché conosco gli dei che architettano il destino e so benissimo che in quel momento pretendevano un sacrificio. L’avrebbero avuto. Per questo la Broscia glamour fu vestita di bianco, perché gli dei sapessero che era la vittima predestinata.
Infatti sull’agnella del tango e sulla ronda premeditata del compleanno si riversò tutta l’ansia del precipizio dei cieli. Infierivano, perché la paura è fondamentale al sacrificio. Ed è fondamentale affrontarla, non superarla, ma non sfuggirle, starci davanti, schiena dritta, cuore incerto. Così io e la Broscia, schiena dritta, cuore incerto, scavalcammo il crescente tam-tam di telefonate sempre più ansiose da parte di tangueri timorosi. La maga R. ferma, come se fuori ci fosse già l’arcobaleno, ci aveva rassicurate dicendo “La milonga si fa”. Ci avviammo dunque, coi nostri brillocchi, quattro chili di pasticcini e sei bottiglie di mionetto, nella pioggia e nel vento ululante, tra i fulmini e le catarratte verso il castello di Frankstein Junior… alias Lido la Plaia del sol: lo trovammo spietatamente rivoltato da una specie di minitornado d’accoglienza, tavoli ed ombrelloni divelti, pista allagata, tendone grondante. Roba da farsi ammosciare la messa in piega.
Uno scenario d’apocalittica rinuncia. La tempesta si placò, momentaneamente e subdolamente.
R. ed S. serie e quiete come se fosse solo un piccolo inconveniente ci davano di straccio, accendevano lumini, asciugavano lo stereo. E in effetti dopo un’ora c’era già la milonga e cominciavano già ad arrivare i tangueri stupiti della loro stessa presenza, e di non trovarsi soli, ma di trovare altre anime smarrite dalla tempesta, richiamate all’assurdo appello del tango nella tempesta. Si cominciò così, abbracciati, stretti gli uni agli altri
E la Tempesta riprese forza, decisamente provocata dall’arroganza del bandoneon…ruggiva fulmini sullo stretto, tuoni terribili sulle nostre teste e sulle anime tremebonde.
Così forti da coprire la musica.
Eppure, proprio per questo, si rimaneva in pista, assurdamente, tutti ancora abbracciati come se la tempesta non fosse proprio e davvero sopra attorno a noi, anzi proprio come se non ci fosse. Semplicemente la si ignorava ognuno protetto dall’ombrello del suo abbraccio, mentre l’acqua scrosciava forte, minacciosa, selvaggia, continua, sull’instabile telone di plastica e sulle nostre anime, filtrando da ogni punto cedevole ai bordi e al centro della pista, iniziando a scorrere costante a nutrire l’incertezza e la resistenza in pista. E c’era qualcuno che asciugava quell’acqua ai bordi del bailongo e nel corazon. Era una scena felliniana, bellissima, tutti uniti il quella febbre di vita, mentre il titanic sembra affondare e ribadisce la precarietà che è in ogni momento e che in ogni momento va combattuta accettata e respinta. Farolit, sirena pescatrice di simboli, pinneggiava nel bailongo esaltata dall’elettricità dell’aria, quasi con le lacrime agli occhi per tutte queste allegorie. Si sarebbe messa sotto la pioggia a cantare “vieni Dio vieni a ballare con noi” e pretese dal musicalizator evocatore di tutti gli spiriti del tango, un po’ di giungla per sé ed il compadre Felipe giunto fin lì sfidando gli elementi, e Tango Negro fu.
Davanti a tanta diffusa ostinazione la tempesta allentò il suo morso e fu a questo punto che lo sciamano del Tango chiamò la Brioscia sacrificale al centro della milonga e lei (da brava vittima) desta ci si fece trovare, lì, nella calma al centro del ciclone. Il rito cominciò, perché quella notte a questo eravamo chiamati tutti senza saperlo.
La Brioscia biancovestita al centro di un cerchio di uomini, più di una trentina di scapitanti watussi milongueri (Felipe compreso), attorno al cerchio di uomini, come a proteggerlo, c’era un cerchio più grande fatto solo di donne, unite a tener fuori la tempesta a proiettare (con ammirazione o invidia) su Brioscia il proprio arcaico desiderio milonguero: essere invitata e contesa da tutti gli uomini della milonga, essere “la” tanguera. Le note di "Recuerdo" al posto dei tamburi, scandivano quella inesauribile ressa di abbracci , nessuna tanguera mai vide ne visse una simile Ronda. Mai vittima fu più felice, mai officianti più contenti e numerosi.
Scioltosi il cerchio il cielo era terso, la Calabria scintillante, il mare placido, la silenziosa medialuna sorrideva ribadendo… “piacer figlio d’affano”. Il mondo tornò meglio che pria, rinato quasi senza peccato. Quella notte, ce ne tornammo tutti a casa con una palpitante certezza nel cuore: bisogna volere volerle le cose, aldilà di ogni evidenza contraria, aldilà di ogni circostanza contraddittoria. Perché spesso ciò che sembra solo contrastare invece suggerisce. Ci volevano “Brioscia e la ronda nella tempesta” per saperlo.

Le tessere del mosaico in fondo alla piscina, le pietruzze allineate nella rosa dei venti del lastrico, i gelsi neri adagiati sulle foglie, le stelle appese a grappolo, come i gelsomini e le bouganvillee. E poi il tango: allo stesso modo, particelle una accanto all’altra, che componevano passi leggeri sull’impiantito, gesti nell’aria – circolari, perché il tango è rotondo e contiene, rettilinei, perché il tango è diritto e cammina.
La serata perfetta non voleva nemmeno un’unghia di luna: brillava di luce propria, delle luci dello Stretto, dei lustrini e degli occhi, del verdeacqua chiaro della piscina, dei calici dove le bollicine – anche loro – si disponevano pazienti, circolari e rettilinee, in fili minuti. Le fiaccole al limone e citronella ardevano piano ai bordi della pista, e altri fuochi ardevano dentro la pista, sommessi. Tutto attorno, la notte dei gelsi e delle parole – che, si sa, si fermano sempre fuori dal cerchio, perché dentro il cerchio, e dentro l’abbraccio, non servono.
A., l’ospite squisita ch’aveva apparecchiato offerte di fragole, crema gialla e gelsi neri, si muoveva tra noi morbida, con un disegno di piccole luci, una accanto all’altra, sull’abito nero.
E. era al centro d’una piccola guerra: i suoi passi rossi ed eleganti, uno accanto all’altro, erano contesi da R. e da V., che si combattevano di traspiè, guardandosi in cagnesco.
Farolit aveva una cornice di volants rossi attorno allo sguardo, uno sguardo sapiente e ambrato che veniva da lontano, come la luce d’un faro: solo guardandola, i ballerini potevano orientarsi, e cercare altre rotte.
T., invece, che veniva dal Nuovo Mondo, era curioso d’altre luci, portava ovunque i suoi occhi di mandorla e i suoi passi curiosi, che cercavano i tanghi fin al centro delle Rose dei Venti disegnate a mosaico sull’impiantito di cotto.
Cenerentola si sentiva felice, e non avrebbe saputo dire se era per la notte, i gelsi, l’aria di limone, l’acqua che mormorava appena, i passi che le riuscivano quasi tutti, allineati sul pavimento: il tango è una marea, certe volte, e per ragioni misteriose si ritira o copre tutta la spiaggia, trascina via ogni cosa oppure te ne restituisce mille di colpo. Era una notte che risanava, restituiva con ricchezza: perle di fondale, pietre a forma di stella, passi antichi che si disegnavano nuovi – l’ocho cortado era davvero una storia interrotta e un pentimento che riscoprivamo lì e ora, il “Pepito Avellaneda” disegnava una sequenza di domande, una di fronte all’altra, nei pivot che ci contrapponevano, ci univano, lo “specchio con vuelo” specchiava fino alle radici la notte, le stelle, lo Stretto, gli occhi fitti di spillo dei gelsi neri.
Juan contava i passi disseminati sulle piastrelle di cotto: il suo istinto di capitano gli suggeriva percorsi, rotte, ritorni. La sua anima era canyengue, ieri notte, che pure era una notte lenta, in cui persino le milonghe prendevano una cadenza trasognata, lunghe file di bollicine, circolari e diritte, che affioravano in superficie.
C. aveva orecchini di piccolissimi brillanti che scomponevano le altre luci e le addizionavano: come la musica, come la notte, come i tanghi che scivolavano sui bordi di pietra, si fermavano sulle poltrone di midollino, sotto le siepi di pitosforo, negli orli dei voleos che ardevano brevi e fiammanti.
Il tango greco, a una certa ora, si sostituì alla luna, con la sua luce di miele selvatico: ballammo tutti certi passi dorati e lenti che brillavano prima di spegnersi, certi passi dal succo nero, aspro e dolce, come i gelsi che ci aspettavano sulle foglie.
Certe notti il tango è semplice. Di più: è necessario.

Sì, sono stata alle isole, addormentate da un autunno fuori stagione.
Lo racconto qui, e ancora prima qui (perché i cerchi si chiudono sempre).
Giugno ha una veste fiammeggiante nella quale ama raccogliersi a dormire. E io faccio come lui.
Ci sono alfabeti notturni che si possono soltanto ballare.
Di solito non ne resta traccia: il pavimento li assorbe in lenti cerchi concentrici, facendoli inabissare piano verso i fondali dove giacciono tutte le milonghe che abbiamo ballato. Sono come i galeoni sommersi, pieni di tesori, monete ossidate, gioielli incrostati di sale, stelle marine appiccicate alle pareti, scheletri d’annegati con lunghi capelli d’alghe fluttuanti.
Qualcuno dice che, là sotto, giacciono anche le milonghe che non abbiamo ballato: quelle che abbiamo perduto o quelle che ci hanno persi per strada. Le pause che non abbiamo fatto, il passo che abbiamo lasciato nelle scarpe, l’adorno che è rimasto a galleggiare nell’aria, l’intenzione che non ci è mai arrivata, l’abbraccio che s’è sciolto. Sono tutti assieme, in quelle profondità agitate da vortici di sale e correnti marine.
Scavando sotto i pavimenti – che sono piste di legno, camminamenti di parquet, lastricati di pietra, fogli di linoleum, mosaici di terracotta – si trovano giacimenti di passi, ricordi, scorie notturne. Acuti di violini, soffi di bandoneón, voci e pianoforti, pentagrammi ormai asciutti, precipitati in polvere sottile, nera come le note. Si trovano tutte le parole che il tango scrive coi corpi, e che nessuno mai raccoglie, e si depositano lì, in quel luogo di confine, ai margini della coscienza e della notte.
Abbiamo voluto raccoglierle, per una volta.
Cercatori di parole, rabdomanti, archeologi e trovarobe, abbiamo costruito un foro, un piccolo passaggio tra i mondi, aperto a fatica, e per due notti soltanto – che i ponti tra universi differenti sono instabili per loro natura, come i cerchi sull’acqua, come i rimpianti, come i ricordi (che sono cerchi sul cuore).
Abbiamo cercato quelle parole mai pronunciate, disegnate soltanto col corpo. Quelle scritture deboli e tremolanti come luci lontane, di notte. Noi non le vediamo, certe volte, ma riempiono tutto lo spazio concavo della milonga, e brillano.
Abbiamo preparato carta porosa, perché non le facesse sfuggire. Inchiostro denso, che catturasse la polvere, il tempo, il gesto. Abbiamo disposto, a cornice, altre parole, quelle del tango quando ci chiama, perché le parole attirassero le parole, come esche squisite.
Le abbiamo raccolte con cura, perché non ci appassissero tra le mani.
Nessuna milonga si perde davvero. Restano tutte lì, sotto i pavimenti della memoria, nell’intrico di gesti che è la geometria trasparente della vita. Tutti gli abbracci, gli odori, le scritture interminabili del corpo – che qualcuno si ostina a chiamare anima – sono lì.
Ma stavolta ne è rimasto qualcosa anche fuori, e possiamo leggerlo, come quando si raccontano i sogni.
Sono finite ieri le "Scritture di milonga" (la foto è di Antonella, che ha catturato anche lei frammenti delle due "Milonghe dei Naviganti" dedicate alla scrittura): pensieri dentro e appena fuori dal tango, dialoghi colti al margine, pensieri pensati - per una volta - in parole e non in gesti e abbracci, scritti e lasciati cadere in quello spazio ignoto, tra noi e gli altri, tra noi e noi, che io e farolit abbiamo tentato di catturare. Abbiamo adesso due quaderni fitti fitti, una boccia di vetro e un sacco di tela pieni di "pizzini", altre parole le abbiamo lasciate cadere per strada, e saranno di certo germogli di parole a venire.

Ci sono milonghe appoggiate sul bagnasciuga, mosse in qua e in là dalla risacca, di sbieco sulla sera o sulla notte di primavera, che per sua natura è notte d'echi, tentativi, ondeggiamenti, sussurri. A volte la milonga, che è ancorata malamente alla spiaggia, s'allontana, e galleggia per alcuni metri. Poi le onde la spingono indietro, e la restituiscono ai ciottoli e alla sabbia.
Perché il tango è come il mare: quello che prende, poi restituisce.
Ti prende tempo, gesti, attenzione, esercizio, esaltazione, sudore, frustrazione, accanimento, pelle, piacere, dolore, e poi - a un certo punto - te li restituisce.
Così, quella milonga rossa stava tra spiaggia e mare, un po' dentro e un po' fuori.
Sul tavolo del buffet c'erano torte incoronate di fragoline, ma soprattutto c'erano tulipani di satin e paillettes rosse che luccicavano nei vestiti delle donne, e la blusa di Cenerentola, quella sera, era chiusa da un solo, piccolissimo bottone di seta vermiglia.
Sulla pista, che era un cerchio imperfetto, la temperatura era già altissima - che la primavera delle milonghe è africana e infuocata - gli uomini sbuffavano e i passi lasciavano lente tracce liquide.
Qualcuno aveva scelto tandas di lunghi tanghi intimisti, che rimescolavano una quantità imprecisata di ricordi porpora e magenta. Lo spazio era poco, il parquet denso e umido, ed era necessario fermarsi a lungo, dialogare in giri e figure, i tacchi che si sollevavano e s'abbassavano, tali e quali alla risacca. I punti rossi - il bottone, le fragole, i tulipani, le paillettes una per una d'un vestito da sirena, le iridi rosse di certi uomini venuti dal passato, i cinturini delle scarpe - s'accendevano sparsi nel buio già alto della sala, come un percorso di guerra.
Improvvisamente, dal bagnasciuga si levò una figura incerta. C. lo riconobbe subito: era un suo errore di gioventù.
L'aveva incoraggiato in ogni modo. L'aveva convinto che poteva farcela anche lui, che il tango è una democrazia e basta avere disciplina e fiducia nel meccanismo elettorale. Così lui, che - dopo anni - continuava a sbagliare tutti i nomi e tutti i passi, era diventato una rossa mina vagante.
Partì dal sud della pista, che era affacciata direttamente sul languore della sera, e sterminò ogni cosa davanti a sé. La sua milonga contundente urtava tutte le coppie, e lui si faceva scudo e arma della donna per aprirsi varchi nel mezzo della sala.
Gli avevano detto, dopotutto, che l'uomo conduce e la donna risplende, così lui portava di peso la donna, strattonandola in quattro quarti, e le faceva splendere lividi vermigli sulle caviglie.
Assorte, sul bagnasciuga, C. e le altre guardavano quel mostruoso risarcimento che si muoveva con la grazia d'un tumulto nella piazza, d'una guerra civile, d'un broglio elettorale.
Il tango prende e il tango dà, pensavano.
M. intanto sperimentava croci e delizie del controtempo - aveva da poco imparato a piazzare picas leggerissimi, di punta o di tacco, tutto attorno al passo, e se li coltivava come fiori di serra, sapendo che sarebbe bastato pochissimo per farli sfiorire, trasformarli in un caos d'inciampi nello scorrere impietoso del ritmo - in quella pista da fermi dove solo la corrente spingeva un poco le coppie, che talvolta si lambivano, sfiorate l'un l'altra da un adorno, da un boleo particolarmente alato, da una patadita rapida come un battito di ciglia.
F. le aveva offerto un'educata milonga non priva di gaiezza, solo leggermente trasversale, che lei aveva apprezzato particolarmente, dove i suoi golpecitos avevano potuto brillare come perle di fiume.
Perché a volte la milonga risana le ferite (all'ego e alle caviglie) che il tango ha aperto.
Per esempio S.
Era il decano dei milongueri, quello che aveva portato gli otto passi tra tutti loro, e ballava - senza sforzo apparente - passi mai visti prima. Cambiava persino di forma, mentre ballava, o forse erano gli occhi ammirati della ballerina - che si trovava coinvolta in una cadena dritta e rovescia che era un ricamo sonoro e visivo in mezzo alla sala, e tutti lasciavano spazio, perché non appartenevano, in quei tre minuti, al loro stesso mondo o alla loro stessa pista - o forse era solo il potere allucinogeno del tango.
S. aveva versato tributi di pomeriggi e gioventù, e ora il tango gli restituiva tutto, nella moneta sonante del parquet.
P. guardava il marito, solitamente sommesso e nascosto dietro le sue gonne, ché le Coppie Principianti ci mettono due o tre ere geologiche a sciogliersi un poco, moltiplicano per due i problemi dei corpi, si rallentano a vicenda per proteggersi, per ritardare al massimo il momento di volare da soli. Quel giorno di risacca, il marito di P. s'era tuffato, e ora - aveva urlato C. annunciandolo al mondo - nuotava senza braccioli!
P. lo guardava ballare e nuotare nell'acqua bassa della pista - un tango moderato, ragionevole, riflessivo, come sono sempre i tanghi dei Principianti Appena Avanzati - e lei era compiaciuta e segretamente sollevata - che, si sa, spesso per le donne il problema non è solo stare in equilibrio da sole sul proprio baricentro, ma far stare lui in equilibrio sulla sua autostima.
Il tango prende per due, ma ridà a ciascuno.
Cenerentola, intanto, sobillata dal suo bottone rosso e dalla pista stretta dove s'accendevano fuochi, aveva accettato il tango scomposto di M., che sacrificava ogni oncia di postura all'acrobazia dei passi (e questa è una cosa che di solito incanta i Principianti e fa storcere la bocca agli Anziani), e poi, per contrappasso, quello mentale e filologico di F., che ogni volta interpretava un pezzo della storia del tango, trascinandola in abbracci chiusi e poi aperti, in vortici da fermo, persino in un tentativo di planeo che lei considerò con scandalo e segretissimo godimento.
Percorse tante volte la pista da non accorgersi che il bottone, quell'unico bottone di seta rossa, era caduto, rotolato e spinto via dalle punte e dai tacchi, perduto in mezzo ai sentieri dei passi, che quella sera erano particolarmente stretti.
A un certo punto, fu il centro esatto della milonga. Perché ci sono milonghe senza centro, ed altre che ne hanno uno preciso, attorno al quale girano per tutta la serata e l'orbita.
Quella sera fu "A Evaristo Carriego".
La musica cominciò a spandersi a piccole onde – col suo andamento di nostalgia retroversa e i morsi di bandoneon - e tutti si misero in fila sul bagnasciuga, col cuore stretto, a gettare qualcosa dentro il tango: uomini, ricordi, speranze, bottoni, gesti, figure, storie.
C. buttò due Principianti Assatanati, B. il suo rovello di postura, C. il sogno segreto di ballare con Gavito, D. il sogno segreto di ballare come Gavito, V. la sua aria da principessa, N. tutti gli ochos atras che riuscì a ricordare - il passo che si fa beffe del baricentro, ti smaschera nella tua incapacità di sostenerti da sola e regalare uno squisito fiore d’equilibrio in forma di pivot all’uomo - , F. persino un ocho cortado che gli era rimasto impigliato nelle scarpe – così bello e drammatico, una tragedia in tre battute e lieto fine - , L. tutti i traspiè che avrebbe voluto: sognava una vita in apnea e controtempo, in cui sorprendere tutti di punta e di tacco.
Il tango inghiottiva, vorace come il mare.
Lentamente, la marea si ritirò, la milonga girò ancora un poco sul proprio asse e lentamente finì, e sul pavimento - tra le alghe, i fossili, i passi - tutti ritrovarono qualcosa che avevano lanciato in mare, chissà quando.
C. ritrovò un ricordo antichissimo, chiuso in una scheggia di sguardo bianca.
Il marito di P. trovò i suoi braccioli, sgonfi.
P. trovò il marito coi braccioli sgonfi.
S. trovò una collana di pomeriggi, seminuova.
N. trovò il modo di piegare impercettibilmente un ginocchio per sostenersi: i suoi ochos crebbero a vista d’occhio.
L. trovò un pique sul secondo passo.
Cerenentola trovò il suo bottone.
Il tango prende, ma poi restituisce, le disse l'uomo alla cassa. Lei annuì, e uscì stringendo il suo bottone di seta, rosso.
dedicato a Gavito, che ho visto qui ballare "A Evaristo Carriego" e mi è rimasto come una spina nell'anima. Mia nonna lo avrebbe definito "un cristianuni".
e a farolit, che ha scritto qui di Gavito.

Ci sono venuti proprio tutti.
Alla Milonga di primavera, dico. L'equinozio aveva cominciato a girare sui cardini, la notte cigolava in quattro quarti, e il popolo della milonga s'è adattato spontaneamente a quel ritmo, facendolo risuonare sulle doghe di legno dell'impiantito, dove i passi battevano, non diversamente dai colpi secchi della linfa che rimetteva in moto l'ascesa e la rinascita, dopo l'inverno, nelle magnolie e nei ficus della piazza.
E chi poteva resistere, d'altronde.
Così ci sono venuti tutti. Per ballare, per parlare, per guardarsi reciprocamente, dai divanetti e dai bordi della pista. Per conversare, ammirarsi, voltarsi le spalle. Per mostrarsi, soprattutto.
Dico loro, gli accessori.
Scarpe, collane, cappelli, calze, foulard.
Bolerini, lustrini, fermagli.
Anelli, cinture, bottoni.
Il cappello di R. era di lamè d'argento. Una cloche di petali, una forma volata diritta dagli anni Venti, sulle ali d'un vals criollo. Così, gli occhi splendenti e assorti in un altrove, R. ballò tutta la notte dentro la luce d'acquario degli anni Venti: i suoi ochos scavalcavano anni e guerre, si formavano come anelli di fumo, anelli di perle, e si annodavano stretti piovendo nel tempo chiuso della sala. Persino un Principiante Assoluto si trovò a scavalcare quegli ochos, sentendo l'eco di orchestre perdute ("Ma non avete sentito anche voi?" andava chiedendo dopo ai Principianti Pulcini che affollavano la milonga, rosa tenero e giallo limone e azzurro cielo, mentre sul parquet la notte vibrava nera e rosso rubino. "No, non abbiamo sentito" pigolavano quelli, mentre il cappello di R. appariva e spariva, in lontananza, sulle note remote).
Anche le scarpe di C. venivano da lontano. Velluto nero e otto centimetri di pura volontà tanguera. La supremazia alla rovescia della donna passa per le punte e i tacchi, per l'aristocrazia del piede, lo smalto cremisi sulle unghie, lo splendore della pelle. Passa per l'arroganza delle strisce di camoscio e velluto che non cingono ma mettono in mostra, fingono di contenere e invece espongono. Passa per la sfida implicita nel piede quasi nudo, esposto: non temo alcun male, se sei tu a condurmi.
Ogni tango è fondato su questa breve professione di fede, su questa fiducia eterna di tre minuti e mezzo. Cieca e all'indietro, come le donne sono abituate a risalire i corsi fluviali della vita.
Ma C. camminava regale sui suoi otto centimetri di perfezione, che davano una docilità di pantera nera al suo abbraccio, ai suoi passi, ai suoi semicerchi sul legno. Ballerina temibile, una lama nascosta nelle pieghe felpate d'un tango intimista, racchiuso, ornato d'impercettibile, C. sgominava i maschi, ma col volto dell'innocenza. "Io? Io non c'entro... sono state loro" diceva, indicando le scarpe. Il suo tango, intanto, continuava a muoversi da solo, in pista, come un solco di velluto, nero nella notte nera.
B. aveva un fermacravatta nuovo: sperava gli suggerisse nell'orecchio il momento migliore per fermare una donna in preda a ochos atras, andando di mordida. Il fermacravatte taceva insistentemente.
N. aveva pure un dopobarba verde come una milonga. Il suo corpo sprofondava nelle volute della musica portando un sentore di vaniglie, legni dolci, frutti di pane, spiaggia. Affidarsi a lui era come acconsentire alla brezza, passeggiare senza sforzo apparente sui ciottoli lisci, seguire le linee d'acqua e sale mosse dalla milonga in tutta la sala. Nessuna musica lo spaventava, nessuna donna era un carico troppo gravoso: N. era un prezioso punto di leggerezza dove la notte s'assottigliava, si diluiva, diventava facile come una canzone. Il suo tango era marino, lieve, intento, persuasivo.
P. avrebbe voluto avere le sue scarpe da trekking, mentre si sforzava di decifrare i semicerchi tracciati sul pavimento dalle coppie a testa bassa, immerse in un tango buio e pieno di spilli. Le sue scarpe da trekking pensavano a lui, nel buio dell'armadio.
E. misurava la notte ad abbracci, e li mostrava - così differenti e sciorinati per la sala - a Cenerentola, che per l'occasione aveva aggiunto alle scarpette di cristallo un corpetto nero di stoffa leggera, con spacchi triangolari sulle maniche e lunghi lacci. Distanza e contatto s'alternavano nella tessitura della stoffa e del dialogo, secondo una trama che a lei a tratti sfuggiva, dove lei non poteva che infilare punti d'ordito, di tanto in tanto, entrando nello spazio che lui le preparava, anticipava attorno a lei, sgomberava per lei.
Gli spacchi e gli spazi si aprivano, i lacci volavano, come i capelli. E tutto era passo.
T. aveva una gonna traspiè su calze a rete fitta.
A. era bellissima, con pantaloni aperti sulle caviglie a mostrare una costellazione di pois in rilievo sulle calze nere. E' il segreto delle donne e del tango: tu camminerai all'indietro, e ti svelerai velandoti, ignota a te stessa.
Così lei avanzava nella notte all'indietro delle donne, e le caviglie e i pois brillavano di lampi brevissimi nella sala.
F. a un certo punto aveva dovuto sostituire la camicia bianca, zuppa di milonga ed entusiasmo, con una maglia nera. E aveva ballato una notte mezza bianca e mezza nera, mezza tango e mezza milonga. Una notte perfettamente separata, come l'unità divisa e contrapposta della danza.
A. aveva scarpette d'argento e una stella di cristallo al collo. La sua natura gaia ne veniva moltiplicata, e le sue rapide baldose erano guizzi di piccoli pesci fuori dall'acqua scura.
S. s'era infilata lunghe maniche ricamate che disegnavano fregi sulla pelle candida. Come certi tanghi in controluce e intaglio, dove non sai da dove venga e come si componga la figura che vedi, contro lo sfondo. E ti chiedi se sia la logica conseguenza dei passi, o l'avvicendarsi nella trama del dialogo, o il gioco di pesi, e non è nessuna di queste cose, ma solo la musica che emerge attraverso i corpi, segnandoli come un ricamo.
Gli accessori discutevano fitto tra loro, e ballavano, e bevevano Merlot. Ogni tanto guardavano la gente in pista, distrattamente.
Questo per la mia seconda milonga, imprevedibile e sfrenata. Era una notte di primavera e cecità diffusa, visto che ho ballato moltissimo, intere milonghe di strepito e persino cumparsite tre a tre, e ho trovato una diecina di maestri, rubando pezzi di verità e interi passi. Si ringraziano in particolare farolit (lei sa perché), N. ed E.

C’è, c’è sempre, ammettiamolo.
L’abbiamo sentito un sacco di volte. Magari non sapevamo come si chiamasse, oppure volevamo ignorarlo, ma c’era.
Quella microscopica contraddizione. Quel bastiancontrario d’un istante. Quel dubbio nel cuore della certezza. Quel fiocco di neve in mezzo al fuoco, quel cristallo di sale nello zucchero. Quella sillaba. Quella piega del labbro. Quello sguardo, di spalle. Quel gesto della mano, sfuggito a tutti.
Quel passettino in controtempo, nel bel mezzo di.
Ora sappiamo come si chiama: traspiè.
Ce l’ha detto, con la sua melodiosa parlata argentina, Javier. Non ha battuto ciglio (ma forse anche i cigli battono il traspiè, ed è un tremito dello sguardo così istantaneo che solo gli angeli possono percepirlo, ma anche se non lo vediamo ci disorienta, come ogni traspiè), e ci ha detto: sì, certo, un passetto in controtempo, un traspiè. E l’ha fatto. Era un passo due, e improvvisamente è stato qualcosa d’altro. Spezzato nel mezzo della fronte da un colpetto piccolissimo, così veloce che nessuno l’ha visto.
Di fronte al nostro stupore, Javier l’ha rifatto, quasi senza muoversi. Il passo nasceva da solo, armonioso, e da solo scambiava i pesi per un istante, con un colpo sull’impiantito che risuonava nella nostra immaginazione e per le strade del quartiere, battute dallo scirocco e dal levante.
Era una serata tropicale, con lunghe liane che spuntavano dal soffitto, coccodrilli ormeggiati al marciapiede e il parquet appiccicoso di tristezze e caglio lunare. Avevano pure sparso borotalco, e tutti andavamo a battere le suole, imbiancare la pelle di bufalo ben tesa sotto le scarpe. Sudavamo copiosamente, tutti tranne Javier che portava una giacca d’oceano e continuava ad essere fresco e abbagliante, mentre gli uccelli della foresta invadevano la sala e il parquet sobbolliva lentamente sotto una milonga assolata.
Sudavamo, e ancora non sapevamo bene cosa aspettarci. Il traspiè, come certe formiche tangarana, aveva cominciato a corrodere da dentro, con piccoli colpetti ancora inavvertiti, la nostra certezza principiante d’aver capito qualcosa della milonga e della vita.
Javier c’ha fatti schierare, faccia allo specchio, dove soltanto lui appariva bello. Poi c’ha comandato certi passi in croce, in tre tempi anzi due e mezzo, e il mezzo in contrappeso e controtempo. In due minuti, eravamo tutti a battere e guardare, terrorizzando gli aironi azzurri e le scimmie tropicali portati fino a lì dallo scirocco. Javier passava in mezzo a noi, che sudavamo per il caldo e il terrore di non farcela, e cedevamo uno a uno, sconfitti. Il ritmo trafitto però sopravviveva ai nostri tentativi, creava un codice morse, una sequenza che si trasmetteva alle fondamenta, al selciato, ai fili della luce, agli alberi stenti, alle ringhiere, e tutto il quartiere batteva traspiè, fino all’orlo chiuso delle nuvole.
Il traspiè cade nel mezzo, ruba il tempo, ruba il peso. E’ un passo beffardo, sacro a Hermes (che non a caso aveva le ali ai piedi, come Javier), dio dei furti, della velocità e dei controtempi. Un passo impossibile, per noi principianti disegnati da Botero, con addosso duecentocinquanta chili di dubbio, impaccio e timidezza.
Così, quando Javier ci ha detto: in coppia per tutta la sala (e accompagnava sempre questa frase a un gesto con la mano, come se tirasse un capo dall’abito del nulla e lo portasse a sé, come il riassunto in tre dita d’un abbraccio trasparente che collega magicamente le cose, le persone), ci siamo avviati con la faccia dei gladiatori. Morituri te salutant.
Javier ha comandato una milonga, e lì è stata la strage.
Il ritmo saliva gaio, e pure gli alligatori del fiume tropicale lungo la strada muovevano le code a tempo. Era una milonga effervescente e piena d’ossigeno, ma noi boccheggiavamo, sotto il livello del parquet. I nostri passi s’invischiavano, ci facevano sprofondare nella cera molle, nel pantano, nella colla. Tentavamo traspiè che ci si rivolgevano contro, ci sbilanciavano da un lato, ci facevano precipitare. L’abbraccio diventava una guerra civile, e in meno di due minuti stavamo litigando tutti.
La milonga era una sabbia mobile che ci inghiottiva, e facevamo movimenti frenetici per evitarlo, senza riuscirci, scivolando più in basso, nella morsa del fango, dello scirocco e dell’umiliazione.
Una metamorfosi era in atto: eravamo tutti Principianti Feriti a Morte, Principianti Litigiosi, Principianti sull’Orlo di una Crisi di Passi. Ci ostinavamo a battere quel dannato traspiè, che invece si girava e ci mordeva gli stinchi, e ci faceva urlare di rabbia. Le baldose dilaniate giacevano in pezzi per tutto il pavimento, e il rumore di cocci copriva le ultime note della milonga e la voce di Javier che s’aggirava per il campo di battaglia dicendo inutilmente: Chicos, chicos, tranquilli… non è facile, lo so.
Per P. era una questione personale: aveva preso il traspiè per il collo, e lo teneva stretto, cercando di domarlo. Il traspiè si scuoteva, e in due minuti l’aveva già disarcionato.
M. stava cercando d’addomesticare le sue scarpe, ch’erano possedute dal traspiè e non si fermavano più: M. girava attorno alla colonna, usciva in strada, tornava nell’atrio, e il traspiè la riportava fuori.
B. aveva pensato di prenderlo con le buone: senza che il traspiè lo vedesse, gli era arrivato alle spalle. Il traspiè s’era girato di scatto, e l’aveva messo ko.
S. aveva deciso di non guardare in faccia la milonga, e di fare il traspiè lentissimamente, per non dargli il vantaggio della sorpresa e della velocità. S’era bloccato in mezzo al movimento, il traspiè di traverso nella gola e sul parquet, senza riuscire ad andare né avanti né indietro.
F. lo inseguiva per tutta la sala, e il traspiè si girava e gli faceva le boccacce, andando ancora più veloce.
N. aveva preso la mira, e aveva lanciato un sasso proprio in mezzo alla fronte del traspiè, per inchiodarlo. Il sasso, miracolosamente schivato, era tornato indietro e gli aveva frantumato tutto il passo tre, che era caduto al suolo con un rumore di cristalli.
G., nascosto dietro il tramezzo, lanciava frecce piumate al traspiè, e quello velocissimo si spostava, e le frecce colpivano a caso le caviglie dei principianti.
L. aveva teso una trappola: un quadrato di sei passi, e al centro un’esca bella grassa. Il traspiè s’era avvicinato (i traspiè sono golosi, lo sappiamo tutti: mangiano istanti e ritmo, mangiano caviglie e malleoli, mangiano spazio e tempo), aveva annusato e aveva fatto per chinarsi. L. aveva chiuso il quadrato ma era troppo tardi: il traspiè era fuggito, con la bocca piena. I sei passi giacevano scomposti sul pavimento.
Un gruppo di principianti aveva organizzato una rudimentale resistenza: continuavano a fare otto passi, ignorando milonga e traspiè, che sporgevano dalla fessura della porta le canne di fucili a piombini, e sventagliavano a ogni passo cinque.
Chicos – la voce di Javier risuonò alta alla fine della musica, in quel panorama di rovine.
In fila, disse cupo come lo scirocco.
I feriti si alzarono a fatica, trascinando i piedi in mezzo alle alghe e alle macerie, e tornarono in fila, faccia allo specchio. Un-due-due e mezzo. Tempo, controtempo, tempo. Nero, bianco, nero. Il no che c’è dentro ogni sì, l’aceto che c’è dentro ogni miele, l’inverno che c’è dentro ogni estate, il silenzio che vibra in mezzo alle parole.
Javier passava tra noi, la testa bassa, mentre i traspiè scorrazzavano per la sala, velocissimi che non si poteva dire nemmeno che colore avessero.
Color dubbio. Color assenza. Sì, sarà quello, il colore.

Non si ballano figure o passi, si balla la musica
Cenerentola camminava di notte, diretta verso il cerchio d’un lampiocino bianco, un cancello e l’incerta promessa d’una rivelazione. Cenerentola camminava e intanto i vestiti le fluttuavano addosso, e mutavano di forma e intenzione: al posto del maglioncino penitenziale e stretto al collo appariva un blusa fluida e scollata dalle maniche trasparenti, al posto dei bottoni appariva un nastro da annodare, al posto della gonna grigia da istitutrice appariva un taglio di seta sbieco attorno alle ginocchia, al posto delle calze spesse appariva un velo nero e sottile.
L’ultima trasformazione avvenne subito dopo il cancello, nel viottolo che conduceva alla sala: al posto degli anfibi da guerra apparvero un paio di scarpe di cristallo col tacco, lacci incrociati e una piccola fibbia d’argento.
Col suo primo passo al di là della porta, Cenerentola entrò nel cuore della milonga. Era una milonga d’arrivederci, spessa e piena d’un rosso che per qualcuno era una sciarpa di seta, per qualcuno geroglifici su un abito di raso, per qualcuno vodka alla fragola, per qualcuno scarpe di velluto annodate alla caviglia, per qualcuno succo di cuore.
Cenerentola non conosceva quasi nessuno di quelli che ballavano, ma parecchi di quelli che non ballavano: seduti tutto attorno, guardavano affascinati i piedi dei ballerini, che in quel momento erano impegnati in appassionati dialoghi intrecciati sopra e sotto un tango acuminato, con lunghe punte di freccia infilate a caso dentro la notte.
Quelli che non ballavano guardavano come avrebbero guardato il primo fuoco acceso in qualche prateria preistorica, la prima ruota costruita con un tronco, la prima selce scheggiata. Guardavano i mondi che cominciavano e finivano in ben più o ben meno che otto passi. Poi si guardavano tra loro, e si chiedevano – senza dirselo – ma dove sono gli otto passi? Cosa stanno facendo? Cosa stiamo facendo noi, qui?
Cenerentola si guardava le punte delle scarpe di cristallo, che riflettevano la luce nera della sala, e si diceva che non aveva importanza: loro, le scarpe, conoscevano i passi che lei non sapeva, e avrebbero ballato loro, le scarpe, col principe.
Intanto, principi e principesse andavano in senso antiorario, e lentamente si delineava la geografia emotiva della serata, rimescolata dalla musica che Javier comandava con un solo tocco: agitava la mano nell’aria, e subito la stanza girava a milonga, R. partiva a cavallo comandando uno squadrone di ussari che conquistavano cinquanta territori e una dama dalla sciarpa rossa, N. attraversava le Americhe ondeggiando e scopriva l’Europa (che è anche l’andirivieni del tango, tra pezzi d’Europa e pezzi d’America che si cercano, come i ballerini cercano l’uno la schiena dell’altro senza trovarla mai), L. faceva spumeggiare le balze della gonna viola cupo, con brevi contraddizioni e volteggi che facevano oscillare il baricentro della sala. La milonga strepitava sul parquet, battuto da decine di punte e tacchi, e Cenerentola si sentiva felice solo di questo.
Poi Javier cambiava d’umore, faceva un gesto secco col polso e partiva un tango inquieto, dipanato su un solo filo luccicante che attraversava tutta la notte. Le coppie s’avvicinavano, e ciascuna appendeva qualcosa a quel filo: parole sussurrate e lentissime, otto disegnati e ridisegnati l’uno attorno all’altra, scarpe bianche e nere, incroci, ganci, il dorso del piede che strofinava sulla stoffa, comunicava la sua carezza impossibile, rivestita di sfida e duello.
Ogni coppia cesellava qualcosa sul parquet, e i cerchi restavano a brillare debolmente, fino a che tutto il pavimento risplendeva di passi perduti, ingoiati dalla notte e dal divenire impietoso e straziante della musica.
Cenerentola osservava quelle scritture, ma non sapeva decifrarle. I suoi compagni di sedia – i Principianti Iniziati, i Principianti Vergini, i Principianti Timidi, i Principianti Arditi – provavano pure a leggerle, voltando la testa da un lato e dall’altro, come a cercarne il verso. Un sospiro zitto si alzava da tutti loro, inavvertibile.
Poi, accadde.
Qualcuno si presentò a Cenerentola e le prese la mano.
“Guarda che io non so ballare” disse Cenerentola col capo cosparso di cenere, ma le scarpette di cristallo che scintillavano.
“Sai gli otto passi?”s’informò lui, cortese.
“Quelli sì” .
“Allora possiamo andare ovunque” concluse lui, e lei lo amò per almeno otto passi.
Lui la tirò a sé – si chiamava Principe F. e, da qualunque parte del mondo venisse, veniva da Buenos Aires apposta per lei e per quel momento - e anche lei entrò nel cerchio. Spaventata dal suo stesso ardire, portata dagli otto passi, dalle scarpe e dal ballerino, senza nemmeno sapere come, attraversò tutta la stanza e buona parte della notte.
Nessuno sa cosa ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice un tango greco, straziante e con gli angoli avvolti nel ferro filato, nelle spezie e nel miele, qualcuno dice un tango negro pieno di tamburi, qualcuno dice altre musiche ancora, tracciate col compasso d’argento nella carta spessa della notte.
Nessuno sa con chi ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice con un Principe Porteño travestito da brigante siciliano, gli occhi a carboncino e salidas vellutate ed incendiarie, qualcuno dice con uno dei Principianti Terrorizzati, di quelli seduti, gli occhi fissi sulle caviglie dei ballerini a contare, senza che nessuno dei multipli di otto apparisse e chiarisse cosa stava succedendo – visto che sulla pista avvenivano duelli, lutti, dichiarazioni, pentimenti, tradimenti ed eroismi che non si potevano assolutamente misurare col metronomo degli otto passi, quello che a lezione funzionava così bene - , qualcuno dice con uno dei Principianti Volenterosi, come V. il Biondo, la cui cadenza dolce s’apprezza in quel che dice e soprattutto in quel che tace. Qualcuno dice pure che ballò l'ultima milonga della milonga con Juan il Capitano in persona, e ogni passo sapeva di risacca e ritorno.
Nemmeno Cenerentola potrebbe dirlo.
Solo che, tornando a casa, scoprì che aveva ancora una delle scarpette. Cristallo nero, lacci incrociati e una fibbia d'argento. Cenerentola sorrise e disegnò un piccolo otto: sulla punta della scarpa si riflesse, per un attimo, la luna.
In memoria della mia prima, terribile milonga: ringrazio Farolit la sirena per avermi portata lì, e avermi dimostrato che persino le sirene ballano il tango, i miei amici Principianti per aver diviso con me seggioline, stupori e bicchieri di prosecco con un lieve perlage d'ansia, tutti quelli che - incredibilmente - m'hanno fatta ballare quasi davvero, Javier che era dentro tutti i passi e tutta la musica.
...uno sente il decoro tremendo di essere tango...
Mario Benedetti
Che ormai dovremmo saperlo: il problema non sono i passi, ma la comunicazione. Il problema non sono le intenzioni, ma il dialogo. Il problema non sono le figure, ma i pesi. Il problema non sono i movimenti, ma le pause. Ecco.
Così alla lezione di ieri Javier – che andrà via tra una settimana e già comincia a trascolorare nella distanza e nella partenza, diventa color Buenos Aires, che è un blu oceano e sala da ballo molto molto scuro, si fa scattare foto ricordo e colleziona sciarpe, fratelli e ricordi – ce lo ha fatto fare.
Sì, l’abbiamo fatto.
L’abbiamo fatto tutti, in coppia come all’inizio del mondo, un Adamo e un'Eva senza parole da dirsi, senza risorse, dentro un Eden ostile e irresistibile in 32 battute e bandoneon.
Javier c’ha detto: Chicos, è il corpo che parla, voi dovete tacere.
S’è fermato, in silenzio, e il brusio poco convinto di tutti quei corpi riempiva la stanza.
Chicos, zitti. I corpi hanno taciuto.
E allora ce lo ha fatto fare, uno davanti all’altra.
Abbiamo ballato tenendoci solo per una mano, l’altra ben nascosta dietro la schiena. La mano destra della donna nella sinistra dell’uomo. L’uomo deve porgere alla donna uno specchio per rimirarse, ci aveva detto Javier la prima volta, spiegandoci l’abbraccio. E aveva mostrato la sua mano sinistra alla ballerina, che s’era specchiata e s’era vista, vestita di tango e di quella trepida ammirazione, quel rispetto, quella correttezza d’otto passi che il maschio deve tributarti, che fa da contrappeso alla tua devozione di femmina, alla tua ferma decisione di farti portare, ovunque.
Ci siamo specchiate tutte, e onestamente eravamo molto belle, persino in quegli specchi incerti e scuri, non ancora lucidi come l’argento dello specchio di Javier, dove, a sporgersi e guardare, si vedono mondi interi, e persino il futuro e il passato, e tracce di tanghi vecchissimi che ancora qualcuno sta ballando, da qualche parte, e i tanghi che risuonano dentro ciascuno di noi, vestiti di passato o di speranza.
Specchio contro specchio, abbiamo ballato. Ma Javier non era ancora contento, e ce lo ha fatto rifare, stavolta la sinistra della donna sulla spalla dell’uomo, la destra dell’uomo sulla schiena della donna: l’altra metà dell’abbraccio, dove non ci sono giustificazioni o mediazioni di quella grande mediatrice e traduttrice e ambasciatrice e ruffiana che è la mano, il succedaneo - o antecedente - fisico della parola, la mano che indica, stringe e decifra.
No, l’altra metà dell’abbraccio è già tutta dentro il linguaggio oscuro del corpo, i suoi passi che sono sì, le sue pause che sono no, le sue torsioni che sono forse.
Il torso, chicos, sa tutto, dice Javier. E interpreta un intero dialogo solo con impercettibili mosse, le figure si disegnano nell’aria e noi capiamo chiaramente. Il torso sa tutto, come il corpo. Ma noi no.
Eppure balliamo, dimezzati, anfibi, centauri tangueri. Balliamo, e parole silenziose e incandescenti cadono tra noi come gocce di sudore, o perle che rotolano sull’impiantito. Ci arrovelliamo in ochos, indietreggiamo e sbarriamo il passo, danziamo la sottomissione e la protervia. Adesso, infatti, alcuni di noi hanno già la Faccia da Tango.
Non viene subito, la Faccia da tango, ma dopo un po’ sì.
E’ una faccia intenta e rivelatrice. La faccia che fa il corpo quando nessuno lo guarda, quando tocca a lui.
Ho ballato col Principiante Furbo, che ora è diventato Principiante Appassionato, con una faccia da torero e la testa bassa che mi piacciono moltissimo.
Il Principiante Galante ha invece la sua Faccia da Vals, foderata di velluto, toccata di magnolia, e mi piace allo stesso modo.
La Principiante Indissolubile – ce ne sono sempre un paio, di Principianti Indissolubili, maschi e femmine - ha tentato una Faccia Ispirata, e il partner l’ha severamente punita con un ocho atras moltiplicato all’infinito. Lei ha ripreso subito la sua Faccia Ansiosa in cui lui ama specchiarsi. Non durerà per molto, però.
Alcuni hanno ancora la Faccia Rassegnata, la Faccia Mio Malgrado, ma la perderanno presto.
Balliamo, e i corpi miracolosamente ci precedono e ci fanno strada, pur dimezzati come siamo. L'altra metà dell'abbraccio funziona, fragile e miracolosa: balliamo come se fossimo sul filo, balliamo sul precipizio, attenti a non far precipitare quel contatto, quel tocco misterioso di corpi e anime. Ma Javier non ha ancora finito, con noi.
Ora – ci dice serissimo, con quel viso di bambino centenario – ballerete senza. Senza cosa? Senza parole balliamo già. Senza discorso, balliamo già. Senza finzioni, teoria, note a margine, leinonsachisonoio, titoli di studio, libri letti, formule matematiche, liste della spesa, errori di grammatica, solitudini, ricordi, balliamo già. Senza cosa?
Senza abbraccio, è ovvio.
Per un attimo è il panico. Senza abbraccio? E come faremo a parlarci, a dircelo, a condurci, a procedere assieme?
Ci sentiamo risprofondati nella vita, dove non c’è abbraccio, ed è tutta una guerra quotidiana a spiarsi le intenzioni, a tradursi, a esaminare vocabolari e testi a fronte (ma lui ha detto, ma cosa avrà voluto dire, ma non ti sembra che, ma…).
Senza abbraccio? E cosa sarà a legarci? Come nella vita, saranno lo sguardo, le intenzioni, i movimenti minimi che si propagano nell’aria come vibrazioni? Come nel tango, saranno il rumore dei passi sull’impiantito, il viso che si volge, il pentimento che batte un colpo secco, l’otto che si fa infinito sotto i tacchi, e poi di nuovo?
In piedi, uno di fronte all’altra, un Adamo e un'Eva cinque minuti dopo la creazione, senza nemmeno una parola tra loro, e solo la foglia di fico della musica, gli occhi negli occhi – e finalmente, che i principianti si vergognano di tanta prossimità, e ballano guardandosi il collo, gli zigomi, il lobo dell’orecchio o le pareti in fondo – abbiamo ballato.
Gli occhi dentro gli occhi, i corpi paralleli che si sforzavano di sentire ogni cosa, protesi fino allo spasimo, dentro e fuori di sé. Abbiamo ballato intuendoci fino quasi a toccarci, sfiorandoci con le dita invisibili delle intenzioni, delle figure che ballavano tutto attorno a noi, disegnate a cerchi nell’aria, sul parquet, negli occhi indecifrabili di Javier che camminava tra noi, pastore di gesti.
Abbiamo ballato con le bocche cucite, bendati. Abbiamo ballato così zitti da essere assordanti, mentre i corpi si urlavano comandi da distanze inimmaginabili, Adamo sull’orlo d’un burrone, Eva su un altro, e la neve e la musica che vorticavano in mezzo. Abbiamo ballato per telepatia.
La felicità, se c'è, è un luogo senza parole.

"Il mio polso batte al ritmo del tango. Me lo dicono i medici, non è una fantasia..."
Astor El Gato Piazzolla
In fila alla Posta, quando è toccato a me, ho fatto un passo avanti, strofinando la punta della scarpa sul parquet: era un Passo Uno.
Sul bordo del marciapiede, indietreggiando alla fermata, ho incrociato: Passo Cinque. Il passo in cui la donna s’inchioda e s’incrocia, e lui decide cosa vuole che sia, la loro relazione, per i prossimi tre o otto passi, o un tango intero o una serata o una vita.
Dal fioraio, incerta tra un tulipano corto e un casablanca, ho fatto un intero ocho adelante, passo sinuoso della titubanza, moltilplicazione della pausa, passo frattale in cui – dice Javier con la sua voce morbida, perché la voce è corpo - ciascuno cerca la schiena dell’altro senza trovarla mai, mai. Passo della scelta sospesa, come la vita per otto passi (e lo sapete che l’otto rovesciato è il simbolo dell’infinito? Ogni otto che le punte disegnano sul pavimento è un tentativo d’infinito, come ogni tango e forse ogni vita).
Andando verso la macchinetta del parcheggio l’ho supplicata con un ocho cortado, dramma in due passi e centoventi gradi di pentimento.
L’altra sera, nella stanza del direttore, nessuno lo sa, ma io ho fatto il Passo Sei e Sette, e un lievissimo battito nel Passo Otto ha detto chiaramente che noi del sindacato non eravamo d’accordo, e non stavamo uscendo ma chiudendo la trattativa.
Perché – riflettevo – non è solo quel che della vita porti nel tango, ma quello che cominci a portare del tango nella vita. Una rivoluzione di pesi, un ascolto da dentro che non avresti mai sospettato. E il corpo che si presta, ti regala la sua prodigiosa memoria di movimento, ti traduce i gesti nel linguaggio a otto passi e trentadue battute che sta imparando da solo, oltre e malgrado te.
La verità è che non si riesce del tutto a uscire da quella sala di legno e specchi. Ieri mattina – che era un giorno di mutamenti rapidi, capriole nel cielo e scirocchi – stavo ballando, sul corso Cavour, col Principiante Asceta, che è l’evoluzione rapida e naturale del Principiante Responsabile: lui si sente investito in pieno della responsabilità maschile di condurre, e dice di continuo “è colpa mia, è colpa mia”. Il che è un sollievo, visto che alle prime cinque lezioni è pieno di Principianti Colpevolizzanti che non fanno che dirti, presi dal panico, “è colpa tua, è colpa tua”.
Era un giorno di scirocco e milonga, di cieli rapidi e ritmo, e l’ho anticipato solo un paio di volte, nella baldosa davanti alla biglietteria e al Palazzo dei Telefoni. Quando mi sono fermata all’edicola, sul passo sei, gli ho sussurrato: perdonami, sono stata io a correre. Ma non era vero: era un otto con le parole, un movimento che non va da nessuna parte, un dialogo per curve, pivot e impossibile.
Al ritorno, mi sono accorta di ballare col Principiante Furbo, quello che m'ha proposto, quando occhi negli occhi provavamo a pesarci, a capirci di baricentro: “Ma perché non ci mettiamo d’accordo sui passi?”. Sono scoppiata a ridere e gli ho detto che era un tango, non una briscola. E’ tornato serissimo, e ho percepito una linea di mortificazione nei suoi passi due e sette, lunghi fino al trentanovesimo parallelo.
Ho ballato senza dirgli nulla - con lui e almeno una decina di altri ignari passanti - fino all’ingresso dell’Orto botanico, e tutto sommato credo che l’avemmo vinta, quella briscola.
Sono rientrata a casa disegnando un numero imprecisato di otto sull’impiantito, al portone, davanti alla guardiola del portiere, all’ingresso della palazzina B, davanti alle cassette postali. Al secondo piano l’ascensore s’è fermato, a tempo.

“Il tango è gringo, la milonga è creola”
Luigi ha lasciato il corpo a casa, ed è venuto a lezione.
La rinuncia gliela si legge nelle spalle appese, nella bocca serrata, nelle scarpe inverosimili, coi catarifrangenti spessi ed arancioni .
Javier, invece, non ha l’anima: l’ha sciolta tutta nel corpo, chissà quando.
Ha un corpo sensitivo che avverte ogni cosa, modifica lo spazio, entra per conto suo nel tempo. Per questo domina il ritmo solo con un movimento del polso, riflette su di sé – come uno specchio cavo - la musica, ricevendo addosso l’intera tessitura delle pause, delle figure, delle intenzioni della melodia, e infine disegna passi avvolgenti che – è perfettamente chiaro a tutti – fanno girare tutta la stanza, l’isola e forse pure la Terra.
La lezione si svolge fra Luigi e Javier, e noi in mezzo.
Oggi è milonga, la cugina allegra del tango. “La milonga è cadentiada” dice Javier con la sua bella bocca: ha una bellezza tutta voltata in dentro, bruna e chiusa. Ha una bellezza con un lato interamente nascosto, di profondità non misurabile. Affiorano le fossette sulle guance – nell’allegria leggera che non disperde mai quel velo opaco sull’acqua – taluni sorrisi a mezza bocca, un modo di portare il cappello su un lato. Nessun abito lo mortifica, e pure sono grisaglie, grigi minutissimi dalla trama sottile, rivestimenti di sabbia, abili nascondigli per il suo corpo liquido che scivola in ogni piega.
“Uno-due, uno-due: non perdere il tempo, è tutto qui” dice Javier, alzando appena le spalle (come accade con certi battiti d’ali, nello stesso momento forse un monsone si solleva nei mari dell’India). Sulle 56 battute - ché il tango quando decide d'essere milonga s'accelera da dentro, s'assottiglia e si moltiplica, fa crescere le sue 30 battute in una vertigine - muove sei passi che sono seicentosei, fanno il giro del mondo, e dopo ottanta giorni siamo ancora lì a guardarlo. Noi, e Luigi.
Luigi te lo dice subito: “Io non sento la musica, è inutile”. E sta lì, fermo sulle sue scarpe cingolate. Aggiunge cavalleresco – ma è la rinuncia che parla, ventriloqua: “Sei capitata male, con me”. E la Principiante Entusiasta s’allena una volta di più nell’arte femminile del dominio voltato in sottomissione: avrebbe voglia di salirgli sui piedi di cemento coi tacchi, e invece sorride e si ricompone.
“E’ inutile, io non la sento” fa ancora Luigi, fermo su dieci pilastri.
Javier, lì intorno, disegna geroglifici solo con le punte, dialoga a livelli che a noi sfuggono con certe voci profonde della musica, o anche solo la cadenza remota dei bassi, quella che tutti noi avvertiamo nel diaframma, in qualche punto buio dell’immaginazione. Tutti tranne Luigi, si capisce.
La Principiante Entusiasta allora decide di prendere in mano la situazione: “Vedi – dice a Luigi con voce soave – è facile: uno-due, uno-due, uno-due” e – contro ogni legge del tango, della cadenza, della giustizia ritmica e biologica - se lo porta via, per strade di milonga alla rovescia. Guida lei, continuando a dirgli “uno-due, uno-due” tra i denti sempre più stretti. Luigi è persino docile, e trascina gli scarponi con disciplina. La musica si fa d’una gaiezza travolgente, e la Principiante spinge Luigi con un ardore cattivo che fa odore di bruciato. O forse sono le sue intenzioni, o i suoi tacchi sul parquet, o la sua delusione di femmina.
Alla fine – ed è una di quelle milonghe con due facce che si fermano di botto, e rallentano in tre passi fino allo sfinimento ed al silenzio – siamo tutti fermi, inchiodati sul passo tre o cinque, tranne Javier che ha appena chiuso a tempo trascinando una corrida sull’impiantito, una carezza che pure le fondamenta del palazzo hanno sentito.
Javier va da Luigi, che adesso è solo perché la Principiante Entusiasta è corsa lontano a ricucirsi l’amorproprio e la sottomissione tanguera.
Javier è proprio davanti a Luigi, e sono fermi tutti e due, ma non si somigliano per nulla.
Quella di Javier è un’attesa piena, senziente, un movimento potenziale che colma tutto lo spazio d’acquario della stanza.
Luigi è semplicemente aggrappato al suo no.
“Luigi – dice la voce morbida di Javier – non senti?”.
Tendiamo tutti l’orecchio, perché la musica è finita e il ritmo s’è spento da tempo contro gli specchi, dentro il parquet, nei muri, fino alle fibre dei tramezzi.
Javier solleva appena una mano e allora sì, lo sentiamo tutti, quel cavo d’acciaio e argento che è dentro il tempo e il corpo e la musica, anche nel silenzio. Vibra come una radiazione di fondo, una nota bassa costante. I nostri corpi annuiscono. Non quello di Luigi.
“Non importa – dice Javier – lo sentirai anche tu. Insisti”. Sorride come se ogni cosa sia possibile, Javier, e lui – che ha ventitré anni qualche volta, più spesso centotré – le ha già ballate tutte. Anche questo, indubbiamente, è tango.

“la vita non è sempre una milonga; il ricordo è sempre un tango”
Insomma, qui funziona così: a ogni lezione dimentichi qualcosa. E il fatto che dimentichi è segno che stai imparando.
Ieri abbiamo dimenticato il primo passo, quello che l’uomo fa indietro e la donna avanti. Il passo contraddittorio, ingannevole, bugiardo, perché la donna è per destino seguidora.
“Lui ti porta sull’orlo del precipizio? E tu lo segui, lo assecondi”.
Nessuna novità, in effetti. Anzi, con gli anni hai imparato a gettare un’occhiata di sbieco al precipizio, sapere quanto è fondo, quanto è scosceso, quanto ti ci vorrà per arrivare in fondo, quanto per risalire. Ci sono uomini da burrone, uomini da forra, uomini da timpa, uomini d’abisso (rari).
Uomini che cadi solo tu, e lui ti guarda da sopra e stringe le spalle: non lo sapevo, non ho potuto evitarlo. Uomini che cadete assieme ma lui si salva, con la giacchetta agganciata a un ramo pietoso e materno. Uomini che nella caduta spariscono, e nemmeno sei sicura che c’erano, prima. Un’invenzione per cadere.
Uomini che mentre cadete ti dicono: è colpa tua.
E il tango ce li ha tutti, i vizi degli uomini e delle donne.
Ora abbiamo una nuova cosa da imparare e dimenticare, consegnare al corpo e alle sue grammatiche di gesti, pesi, direzioni.
“Io arrivo qui e mi pento, torno indietro”. Il maestro esegue un passo di pentimento, così esatto e lucido sull’impiantito che mi sembra di riconoscerlo, d'averlo già letto. Che scema, ho già letto tutto: pentimenti, direzioni sbagliate, precipizi, passi indietro. Questo è solo un riassunto a uso del corpo, una traduzione con pochissimo testo a fronte, un bignamino in otto passi.
“Mi pento” continua a ripetere il maestro, che nella vita – nella vita fuori, sbiadita e immersa nel caos delle parole – è comandante di navi traghetto, comandante di andirivieni e pentimenti in un braccio di mare cortissimo e insidioso, dove il tempo è fermo quasi come in un tango, fermo e pieno di accelerazioni e correnti e vortici e soprattutto ritorni.
Lui si pente, si tira indietro, si volta da un’altra parte, lei lo insegue, gli si piazza davanti (“guardami, guardami, portami ancora”), che il tango è obliquo ma frontale, sbieco ma diritto, opposto ma coincidente: lei gli si ripiazza davanti, poi deve espiare – la memoria ancestrale le dice che sì, va bene così, è giusto così, ed è fuori da ogni discorso - torna indietro, incrocia i tacchi, si sottomette di nuovo. Si chiama ocho cortado o milonguero, l’otto tagliato che si disegna di continuo tra loro, l’infinito pieno di sponde che ritornano, come uno Stretto da navigare avanti e indietro, come un nastro di Penrose, come un pentimento, come un tango.
Perché, accidenti, è pure magnifico, questo breve percorso di pentimento, questo dramma in otto passi tagliati che interrompe la salida, cambia le direzioni e poi le ricomincia, perché le ferite si chiudono ogni otto passi, e il mondo ricomincia.
Io lo sapevo che il pentimento mi veniva bene, e ho tentato una cosa: l’ho ballato a occhi chiusi, come sempre nella vita. Sentivo solo la musica e il peso, e i comandi del corpo dell’altro, che mi spiegava senza dirmelo che si stava pentendo, e preferiva tornare indietro, e cambiare direzione, andare dall’altra parte dello Stretto – dove ieri c’era ancora la neve, una neve salata che si dissolveva nell’acqua, una neve calcarea e sabbiosa, una neve ostinata a occhi chiusi – e io potevo solo seguirlo, supplicare per tutti i suoi 120 gradi di pentimento, incrociare indietro i miei passi, mostrargli la solita, feroce mansuetudine.
M’ha persuasa, così cieca com’ero, così affacciata sugli otto che disegnavano di neve lo Stretto, il parquet, le intenzioni. Così caparbia, così salata.
Sono uscita felice – la neve s’era sciolta ma aveva lasciato intenzioni gelide nell’aria - e quando m’hanno chiesto: “Cos’hai fatto?” io ho risposto senza esitare: “Non mi sono pentita”.

Che una ci va con la testa piena di cose false: “il tango è un pensiero triste che si balla”, “Piazzolla odia i ballerini perché ha un difetto a un piede”, “il tango è maschilista”, “attenti al tango, perché divide le coppie e ne riunisce di altre”.
Che una poi arriva alla palestra, che è una palestra con odore di palestra – gomma, sudore, spugna, caucciù – e rumori di palestra, ma non si sente precisamente in una palestra (anche perché in nessun luogo vai senza portarti dietro quello che hai letto e immaginato, e andiamo in giro carichi come muli di tavolini, sale di specchi, orchestre a plettro, vasi di gardenie, scorci di Buenos Aires. Anche nelle palestre seminterrate sulle colline dello scirocco).
Che una poi entra titubante, e si domanda cosa la stia portando lì, anche se lo sa benissimo, perché c’è scritto, nero su bianco, lì nel bigliettino “cose da fare per la vecchiaia”: “tango argentino, tagliatelle, greco antico, rose”, e dunque meglio pensarci per tempo.
Che una pensa proprio le cose che pensa nella vita, la vita là fuori, fuori dalla palestra: non ho un partner, forse non ho le scarpe adatte, forse inciamperò davanti a tutti, non avevo niente da mettermi, non so le parole, forse ci farò un post.
E poi, invece.
E poi invece il maestro sembra quasi argentino, anche se è di Faro Superiore, e ha le scarpe più luccicanti che io abbia mai visto, e in quegli otto passi – sono otto passi base, “imparateli bene, che poi li dovete dimenticare” – ti fa balenare un intero alfabeto delle passioni: cortes y quebradas, salidas, mordida, ocho adelante, medialuna…
L’hai sempre saputo, che si vive di pause, trasalimenti, comandi impercettibili, impartiti con gesti che nessuno vede, parole mai pronunciate. Lo sapevi già, ma qui ne hai la prova. Di più: qui lo sanno tutti.
Otto passi, e c’è tutto: lui ti guida, e tu lo capisci soprattutto dalle pause; lui invade il tuo spazio, ti costringe a fare passi, o ti ferma; lui ti fa indietreggiare. Lui si frappone, prende decisioni, ti spinge lungo la salida senza che tu possa oppore altro che la tua assoluta, elastica arrendevolezza, i tuoi incroci obbligati per libera scelta.
La principiante assoluta non riesce a non guardarsi le scarpe, non riesce a non guardarsi in tutti gli specchi, perché si sente storta, trasportata e sbilenca, e lui – che è un principiante assoluto però è maschio, e, si capisce, anche lui porta lì dentro il fatto che si sente stupido e impedito, e più responsabile del solito, perché quello è tango, mica vita, che uno si può nascondere dietro mamme, gonnelle e presunzioni – lui si fa la sua salida tutto sudato, e ti dà pure la colpa: sei tu che mi anticipi, fai i passi corti, mi confondi.
Intanto gli altri ci urtano, persi ciascuno nella propria traiettoria, e gli otto passi – “imparateli, mi raccomando, che poi devono sparire” (ma è possibile? dovrò dimenticarli o solo esserli, e dunque perderne memoria?) – si mescolano, e sono diciotto, ottantaquattro o milleotto.
La salida è lunga chilometri, usciamo tutti dalla palestra, arriviamo al porto, passiamo lo Stretto e ancora continuiamo ad arrampicarci, di otto passi in otto passi, e forse faremo il giro della Terra e arriveremo a Buenos Aires, e l’otto sarà chiuso.
Il principiante assoluto ha caviglie di legno massello, responsabilità che non riesce a governare: hai sbagliato tu, dice a lei col fiato corto, questa volta hai sbagliato tu. La principiante assoluta sorride, ma lo vorrebbe picchiare, e allora fa i passi lunghissimi, così lui s’arrangia, con quelle gambette storte. Tanto, lui è ancora principiante, non sa vendicarsi con una pausa lunga un passo, tre battute o anche una vita intera.
Chi vi guarda non immagina nemmeno la feroce lotta di contrappesi che c’è tra voi, le intenzioni che strusciano sul parquet, lungo le punte, risalgono le caviglie – “accostate ogni volta, quello che si apre si chiude”.
Allora tu ripassi tutto quello che sai della vita e, cavolo, funziona. L’unico problema è che non puoi dirlo. Devi imparare a camminarlo.
Sì, ho preso le mie prime lezioni di tango (per l'etimologia di tango passare da ecolaliste). E la colpa è di quella tanguera di farolit , sappiatelo.