







Che io oggi vorrei proprio scrivere un consuntivo di quest’estate, coi suoi uccellacci neri e le sue mariecristine, e invece no. L’estate, appollaiata sul balcone, mi fa “no” col ditino.
Non sono ancora finita, che credi?
Ma prima o poi dovrai finire: stanno cominciando le scuole, fra poco porteranno i panettoni al supermercato. E ci sono già i vestiti invernali, nelle vetrine. A proposito, quest’anno si usa il viola.
Bella forza, sono anni di penitenza.
E tu che ne sai, di penitenza? Le dico schermandomi gli occhi, perché oggi è una giornata di luce ostile e diffusa, con lo scirocco che sfuma i contorni di tutte le cose e infila microscopici specchi nelle bolle d’aria, e tutti riflettono il cielo nebbioso di chiarià insopportabile.
Lei non risponde, fa un gesto neghittoso dei suoi e vola sul balcone vicino, come un angelo pavone dalle piume azzuroviola (ah, ecco).
Comunque. Principio l’inventario irragionato dell’estate fin qui trascorsa (lei si volta con quella faccia di gorgone bella, mentre scrivo: le faccio un cenno, essì, ho capito ho capito).
PROFEZIE, UCCELLACCI E UCCELLINI
L’estate di Cassandra è cominciata con l’autotrasloco, il trasloco endogeno: dalla stanza del caos al resto della casa. Una guerra civile. Un naufragio. Come se la casa fosse esplosa e continuasse ad eruttare vite, dispense, perline, appunti non decifrabili, monete, tagliaunghie, sottocoppe, graffette.
E io che, ogni giorno, con una pazienza minerale che non so da dove mi viene (dall’Aspromonte, suppongo), mi metto a dividere il grano dal loglio, e poi a riconsiderare il loglio e rimetterlo nel mucchio del grano, trovandomi esattamente al punto di partenza. Il fatto è che non riesco fisicamente a staccarmi dalle cose: la casa è fatta di cose appiccicose, non tutte visibili, che ti restano addosso. Moriremo come tartarughe ciclopiche, con case e case incollate addosso.
Insomma, a un certo punto arrivo – facendomi strada tra mucchi di fotografie, golfini, matite e custodie vuote di cd – a una borsa preziosa. Ci sono le mie foto più amate: quelle di mia madre da ragazza, quelle in bianco e nero del mio periodo grigio, quelle di mio figlio piccolo, quelle inclassificabili piene di morti e vivi. C’è molto di più, in effetti. Bollette, cedole di stipendi del ’93, bottoni enigmatici, gessetti spezzati.
Alcune foto le metto da parte: le mie zie al completo, coi canini che scintillano. Io piccolissima e loro vestite a lutto. Mio padre giovane davanti a una pupa di ghiaccio (erano gli anni Cinquanta e le donne erano pure ipotesi di fantasia). Mio padre, mia madre e in mezzo il Cinese.
Il Cinese è un mezzo parente, non molto caro anzi quasi per niente. La cosa più significativa che si può dire di lui è che ha gli occhi a mandorla e ama dirigere il valzer di Strauss con la forchetta, mentre è a tavola. Immagino sia tutto.
E io, chissà perché, resto a fissarlo, lì stretto tra i miei genitori, che sono neri e brillanti, e mi dico: ma guarda il Cinese.
Intanto, mentre frugo nella borsa, che è profonda anni e anni, comincio a sentire un odore sempre più forte. Dolciastro, sgradevole. Insopportabile. Mi guardo attorno, guardo la miciazza che, accanto a me, s’è ridestata dal suo sonno di gatto diurno, e ha le vibrisse tese. Dentro quella borsa c’è qualcosa.
L’odore è sempre più forte e mellifluo. Ha qualcosa di irrimediabile.
E no, non viene da fuori. E poi la miciazza è inequivocabile: gira attorno alla borsa, coi suoi cerchi da barracuda peloso. Miagola storto e profondo.
Insomma, credo di capire.
Un cadavere, certamente. Sogguardo, e vedo qualcosa di molto grosso, e nero. Forse non proprio un mammifero, ma.
Non ho il coraggio di andare fino in fondo – anche se ho visto un sacco di telefilm e adoro Tempe Brennan - e aspetto rinforzi.
Quando – sono le due ed è appena finito il telegiornale - arriva il mio ex marito, col suo completo da becchino, mi sembra il più adatto. Lo lascio solo con la miciazza e la borsa.
Resto fuori dalla porta dieci minuti, a torcermi le mani e pensare alla sepoltura.
Quando esce, persino lui è sconcertato:
Ma sai cosa c’era lì dentro?
Non sono nemmeno sicura di volerlo sapere.
No, lo devi sapere, mi fa lui positivista.
Dai, dillo, sospiro io.
Fa una faccia strana, deglutisce: C’è un... uccellino.
Morto? dico io che mi aspetto sempre di tutto.
Certo.
Ah.
In effetti non è un uccellino, è più una gazza robusta, nera con qualche penna bianca, ma non lo saprò mai con certezza perché non partecipo alla rimozione del cadavere: se la vedono lui, la miciazza e il bambino, positivista e necrofilo come spontaneamente i bambini.
Alle tre è finita, e io singhiozzando porto nel bidone tutte le mie foto più care.
Alle cinque mi chiama zia Mariella: Hai saputo?
No zia, cosa.
E’ morto il Cinese. Improvvisamente, alle tre.
1- continua

Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s'agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D'altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell'oceano, delle coste sbriciolate che tornavano sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
“Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.
La verità è che ho avuto anche io paura, come tutti. Non che creda agli scienziati. Appunto. A nessuno scienziato. Ma è stata un'estate strana, piena di sogni premonitori e uccelli morti, segni nelle acque e nei cieli e cose di natura epocale che succedevano ogni giorno, come un'apocalisse domestica. E oggi sono lì a farsi venire i buchi neri: il pianeta non se lo merita, ma forse noi sì.

Che noi in realtà lo sapevamo: il Mediterraneo parla un sacco di dialetti, ma una lingua sola. Un sardo-siculo-fenicio-castillano-enotrio-catalano-greco-normanno-arabo-ligure, con qualche inflessione locale. Una lingua originaria, spuntata dal mare – che è sempre lezione di coscienza e linguaggio – col suo armamentario di reti, desinenze, nasse, suffissi e vele bianche e nere.
Noi non sapevamo di parlare così bene il catalano, ma ieri lo abbiamo saputo. Quando Franca Masu, un donna piccola alta quattro metri, una donna esile come un albero maestro, fragile come il ferro battuto, bella come una tempesta marina, è salita – scalza e nera – sul palco. Ha alzato una mano – una mano bella che comanda i venti e le ombre – e lo Stretto è stato subito ai suoi piedi. Navi, costellazioni e fari e tutto il resto. Perché ha riconosciuto l’altro mare, e la donna che lo portava nei gesti, nelle pieghe della gonna e dello scialle, nell’anello rotondo di turchese, nei capelli lucidi pettinati a crocchia. Nella voce.
Franca Masu viene dalla Sardegna profonda, dove si parla la nostra stessa lingua: sale, dolore, astri che rigano le notti, soli rossi, una nostalgia cupa e acquatica, spiagge, vele, ritorni, sere intrise, sabbie, sassi dell’inizio del mondo, legno, argento vecchio. Le stesse sillabe, che lo Stretto ha riconosciuto, partecipando al sortilegio con le sue terre che cambiavano di posto, le sue stelle piantate sul lungomare, i suoi fanali appesi in cielo, le sue navi zitte, le sue sirene in ascolto.
Franca Masu ha cantato di Alghero, che nessuno di noi ha mai visto ma non ha importanza: abbiamo visto Chianalea, Ortigia, Faro, Scilla, Cefalù. Favazzina, Mortelle, Capo Peloro e Capo Spartivento, e questo può bastare, per un alfabeto.
Così, Franca ha cantato a beneficio dei venti e delle sabbie, con una voce che passava in un istante da dentro la pancia alla punta della luna, dal fondo celeste del mare alla cima inquieta delle palme o delle dita. Ha inventato alberi, flotte, nasse che salivano cariche di aragoste, coralli, diamanti, alghe, dimenticanze. Ha cantato in catalano, in sardo, in castillano, in italiano. In jazz, in blues, in tango, in flamenco, in bolero, in tristezza e in trionfo, in pace e in agonia.
Accanto a lei un chitarrista dalle mani sensibili, un contrabassista, un percussionista scalzo che sapeva fare ogni cosa: i versi dei coralli, delle pietre, della risacca. L’acciottolato dei vicoli, il filo del coltello, la madrepora. Il tintinnìo che fanno certe tristezze, di sera, davanti al mare. Il rombo basso, tellurico, del ricordo. La verità quando fa rumore di tela strappata.
In quella foresta di suoni Franca era un albero vivo, da cui sgorgavano racconti in una lingua che sapevamo. Piano piano, era diventata altissima, più alta del pilone, vasta quanto la notte che a volte è così grande che lo Stretto non ce la fa a contenerla tutta, e si riversa fuori impetuosamente, rimescolandosi nel Mediterraneo, che non è solo un mare ma un cosmo e contiene mondi e notti e foreste.
Quando ha raccontato la storia di Alfonsina il mare è uscito dagli argini e ci ha sommersi: nuotavamo trafitti dal dolore come pesci, mentre Franca liberava dalle mani cavallucci marini, anemoni e stelle. Cantava in sillabe d’acqua che noi potevamo respirare, come i pesci, e adornarci, se volevamo, con stelle marine di dolore, scaglie d’argento di dolore e collane di coralli d’un dolore rosso e vivido che brillava nel buio, e i naviganti potevano seguirlo senza perdersi, come una stella polare sommersa.
Infine, Franca ha richiamato la notte e il mare con un gesto, li ha riposti nel segreto del suo petto e se n’è andata, come una cometa marina.
Insomma, ci vuole fegato a fare un festivallo cinematografico & co. in riva allo Stretto, alla fine di luglio, parlando di legge 180, violenza sulle donne, cinematografia araba e altre lepidezze (no, il dibattito noooooo). Ma qualche volta si viene ricompensati, della fiducia e della curiosità, e ieri notte era una di quelle volte. Anche la notte prima, in verità. Un poeta (per fortuna) non laureato, Lello Voce, capitanando una flottiglia di farfalle da combattimento, davanti a una trama elettronica, ha parlato di follia: quella che si vede e quella che non si vede. E siccome la Voce di un poeta fonda un mondo, eravamo un bel mondo di folli che se ne rotolava per la spiaggia di Capo Peloro, tra le navi che ci attraversavano, le luci che cambiavano di posto e i fari che s'immergevano per nuotare di notte. Gli ho chiesto mezza poesia (sette anni prima lo avevo incontrato, e lui aveva spezzato una poesia come un pane, mezza per me e mezza per la mia amica Ughetta), me ne ha data una quasi intera, togliendogliene solo un pezzettino, come una mezzaluna.

Oggi faceva prove d’oceano, lo Stretto. E’ d’umore incostante e mutevole, per adesso, e bisogna capirlo. D’altronde, è sempre stato un mare inquieto e sperimentale, continuamente alle prese con prodigi, divinità fino all’orlo e popolazioni rissose e piene di pretese.
In questi giorni le prova tutte: abbiamo avuto quattro mari dei caraibi, due mari normanni, un lago salato, un mare del nord (bellissimo: ha pure messo su un magnifico temporale sulle alture calabre, e tirava fulmini bassi che rimbalzavano e facevano eco fino a qui) e, oggi, un imprecisato tentativo d’oceano dalle onde lunghe piene di alghe e falsi serpenti che s’arrotolavano alle caviglie. Qualcuno ha pure visto una medusa blu, un barracuda screziato e sirene sconosciute che parlavano altre lingue.
L’altro giorno mi pare fosse d’un turchese imparziale e caraibico, ma bastava immergerti per capire che no, era solo un trucco, un inganno fenicio imparato chissà quando: le correnti erano a strisce calde e fredde per tutto il litorale, come una tessitura incomprensibile ma non irrazionale (è pur sempre un mare greco e umanista). Potevi solo percorrerlo chiedendoti, come al solito, con indulgenza, cosa si sarebbe inventato ancora (ché qui mica si viene a fare il bagno, si viene a prendere battesimi e lezioni di stupefacenza e d’impossibile).
“E’ incazzato” m’ha detto a mezza voce la nonna di P., una donna rocciosa che incontro tutti gli anni, di vedetta sul bagnasciuga perché i tritoni non gli rubino il nipotino. Ha quella vecchiaia serena ma non rassegnata che tutte ci augureremmo, con certi tipi di quiete raggiunta, attorno agli occhi e alle labbra, che non escludono i piaceri, le inquietudini e i ricordi, almeno non tutti.
M’ha indicato l’ombra che da qualche tempo grava nera sul litorale, e noi tutti ci sforziamo d’ignorare, come certe disgrazie annunciate, la crisi economica o il disamore. Sotto il suo sguardo giustamente severo non potevo fingere che non ci fosse, e così mi sono voltata. Il ponte di bugie, nero temporale, stava lì, a due campate, come un arcobaleno di sventura. Proiettava un’ombra lunga, storta, attraverso la quale non volavano nemmeno i gabbiani, che pure, saggi e spazzini come sono, non gli fa schifo niente e non temono niente. I canadair gialli passavano di sotto e di sopra, nei loro voli generosi dentro e fuori del mare, con scie d’acqua e pesci che spengono gl’incendi.
“Diventa ogni giorno più nero” m’ha detto quella donna implacabile con gli occhi di civetta sacra. A ogni bugia, a ogni legge assurda, a ogni decreto romano-barbarico quel ponte s’ispessisce, diventa più grande e opaco, e nessuna luce ci passa.
Non so fino a quando potremo fingere che non c’è, ma lo Stretto no. Lui vuole già scappare, e prova ogni giorno le sue correnti, i suoi vortici, i suoi dissapori salini e i suoi venti alati. Qualche giorno non lo troveremo più, se ne sarà andato via, navi traghetto e mostri e sassi di fondale e garofali e capitani estinti e tutto, e a noi resterà solo quell’ombra gigantesca, come una beffa.
E' che sono francamente spaventata. Mai m'è sembrato si sia raggiunta una tale follia perfettamente istituzionalizzata e legalizzata. Quello si fa le leggi su misura, come le cravatte di seta o i rialzi delle scarpe, mentre il Paese è sempre più straccione, disperato e gonzo. Ogni giorno faccio il bagno qui, proprio dove dovrebbe sorgere il ponte, con la concentrazione d'un teorema, come se dovessi rendere una testimonianza giurata. Sì, giuro che io c'ero, quando tutta questa bellezza se ne stava qui, circondata di sfacelo ma intatta, sacra a suo modo. Giuro che io m'indignavo, quando le bugie diventavano perfettamente legali. Giuro che non sapevo come fare, se non dolermene ad alta e bassa voce, e scriverne in un blog, e sperare che cose così enormi diventassero finalmente visibili, nei cieli di tutti.

M'era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com'è, piena fino all'inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
E pensate cosa può essere, colma di tango fino all'orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s'allungano per tutte le notti e i giorni, s'incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell'albergo, sulla piattaforma del lido.
Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell'ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l'asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
Io mi preparavo da un anno. M'era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l'acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
Il tango s'è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l'arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d'un suo intimo vals.
Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s'apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c'erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d'altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:
gli incontri.
I mondi, vicini e lontani, s'incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c'erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l'elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d'allegria condivisa, come un'anguria, come un cornetto algida, come un tango.
Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m'ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.
gli abbracci.
Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l'esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
L'abbraccio di quest'anno è senz'altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell'abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell'uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l'altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l'omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
(ci ho provato anch'io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l'altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell'asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).
la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s'affrontò la questione. Ma qui s'impone.
Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s'è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l'attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d'invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c'ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
Allora, Veron. Io m'aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l'abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n'è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l'arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c'è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
E Veron resta un mistero. C'entra, col tango? Forse sì. Forse.
i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell'italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell'uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c'è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
E quell'abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d'artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell'amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.
le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L'organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.
le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.
le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.
i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m'avessero fatto l'antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.
le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una scarpa in più.
Pugliese. Chi l'havisto?
la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s'è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?
Insomma, l'anno prossimo ci torniamo tutti.

Appena ha saputo che stavamo arrivando, la libreria è rispuntata dal fianco della roccia. Ha messo fuori un’insegna, ha allargato due vetrine, una soglia di pietra, ha aperto con cura cigolante un cancelletto di ferro battuto, quasi fosse un frontespizio. Quando siamo arrivati sul corso di Lipari, la Libreria delle Necessità era ancora lì, come se ci fosse stata da sempre. Solo l’insegna era cambiata: adesso diceva, con le stesse lettere composte, “Libreria del Desiderio”.
Siamo entrati con timore, reverenza e un solletico appena alla punta del cuore: cosa avremmo trovato, stavolta? Di solito usciamo da lì ubriachi, con le braccia cariche di libri che non sapevamo, ma c’aspettavano, o che non lo sapevano loro, ma noi li stavamo aspettando, o che lo sapevamo tutti e due, ed era solo questione di tempo. La libreria passa giorni e mesi a scriverseli, quei libri. Ce li prende da dentro, dalle riserve nascoste di sogni, idee, ricordi nemmeno tutti nostri.
Sono quasi certa che il libro su Coppi e Bartali era destinato a mio padre, ma lui non è riuscito a venire a prenderselo, in questa vita. Lo prenderò io, la prossima volta.
La libreria, raccolta in se stessa, mascherata da edicola-cartoleria, leviga le sue pagine con la polvere di pomice, e scrive con certe lunghe piume d’oca di cui s’avverte appena lo scricchiolìo, ma solo in nottate di calma assoluta. E’ praticamente impossibile sentirla: il suo rumore si confonde col borbottìo delle motonavi, coi cori d’angelo sintetico delle autoclavi, persino col fruscìo segreto delle lucertole, che sono le regine vere delle isole ma non lo sa nessuno, secondo il patto segreto dei rettili.
Insomma, appena entro, leccandomi le labbra, lo trovo aperto su un leggìo: “Lawrence Alma Tadema e la nostalgia dell’antico”. Il catalogo. Il catalogo della mostra a cui non sono riuscita ad andare, fermata dai muri di monnezza fra Napoli e il resto del mondo.
Non so se conoscete Alma Tadema. Dietro quel nome ingannevole, da fattucchiera turca, c’è un baronetto vittoriano col gusto malato per le antichità e le decadenze. Dipingeva preferibilmente scene di vita in qualche Pompei prima della catastrofe, piene d’una luce ferma e soffusa, con un languore che chiunque riconosce subito come suo. Ha un modo, Sir Alma Tadema, baronetto kitsch col nome di fattucchiera, d’uncinare la nostalgia pescando nel cuore, e di tirarla piano piano in superficie facendoti gemere un poco.
La stessa cosa della libreria.
Così ha gettato la lenza e ha agganciato e poi tirato, la libreria, e come al solito s’è portata in superficie il mio cuore d’argento, con squame e coda e voce di donna.
Lei lo sapeva che volevo vedere quella mostra. Che ogni volta, davanti ai quadri impossibili di Alma Tadema io - lo confesso - mi fermo e comincio a sognare così pervicacemente che qualcuno deve venire a scuotermi, a mormorare controincantesimi e qualche volta a pizzicarmi forte.
Ho preso subito il catalogo e tenendolo stretto perché non mi sfuggisse (non so se la libreria cambia idea d’improvviso, ma potrebbe) ho continuato a girare: D., intanto, s’era perso per suo conto nei corridoi che la libreria aveva deciso d’aprire per lui.
Non so quanto ci siamo stati. Due, tre ore, tre giorni. Non lo so mai con esattezza. So solo che quando usciamo dobbiamo bere qualcosa, e l’isola fa una fatica del diavolo a recuperarci per intero, odori sapori ombre e tutto, lontani come siamo.
D. è riemerso con varie cose, tra cui “Treno di notte per Lisbona”, che parla di una libreria e di libri elusivi, forse inesistenti.
Ma parliamoci chiaro, esistono i libri inesistenti?
Se riesci a immaginarlo, un libro esiste. E se lo immagini abbastanza forte e chiaro (ma anche abbastanza forte e oscuro), la libreria te lo fabbrica e te lo consegna. Se lo scrive mentre tu fai i tuffi, mangi la bruschetta di cappero e sgusci le vongole. Mentre tu guardi un punto incollocabile nel mezzo d’un tramonto, mentre pensi a certe assenze che ti camminano così vicino, sulla pietra lavica, che puoi sentirne i passi.
Lei sa, lei scrive, lei ti fa trovare sotto una copertina e un titolo esattamente quello che volevi trovare.
“Elogio della menzogna", “Un difetto impercettibile”, “Il vero giardiniere non si arrende”, “La lampada resterà accesa”. Ogni titolo mi diceva qualcosa, mi indicava qualcosa di mio. Magari un desiderio messo un po’ storto, che non sapevo riconoscere, visto così.
Abbiamo speso una cifra non calcolabile, nella Libreria del Desiderio, a Lipari. E siamo usciti, come sempre, ubriachi ed enormemente più ricchi.
Sono stata tre giorni tre a Lipari, la mia isola madre preferita. Giugno quest’anno è caduto d’ottobre, si sa, e quindi ha pure piovuto, e le sere erano così fresche che bisognava coprirsi, o le nostalgie – che già scorrazzano libere e si abbeverano in riva al mare – ti mordevano il petto e ti lasciavano i segni.
Ma ho bevuto la mia malvasia, mangiato un gelato di cannella che mi ha provocato le lacrime, visto due partite, maledetto Donadoni in calabrese, fatto due bagni e un giro nel cimitero (che mi aspettavo pieno di vascelli spezzati e canti di marinai e ho trovato colmo di virtù ottocentesche e morbi napoletani), e come sempre mi sono lasciata attrarre dal tremendo potere della Libreria. Ho anche fatto qualche domanda, e so il nome del proprietario, M. B., e so pure che dice d’essere una persona disordinata. Il suo disordine mi ricorda quello del giardiniere, del cuoco, del sarto. Quello dei semi che cadono nella terra. Quello degli dèi che mischiano pelle, petali e schiuma e creano animali, storie, uomini. Libri.

Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada).
Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo.
“Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo”. E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili. Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.
Da allora è stato un assalto.
Arrivano con coltelli, mannaie, temperini. Ognuno se ne taglia un pezzo: “E perché dovremmo lasciarglielo a loro?” si dicono l’un l’altro, annuendo con forza. Intendono i signori degli espropri e dello sbancamento che faranno il Ponte, il ponte delle Due Mafie, con piedi di cemento visibili dal satellite, e profondi fino alla bocca di Cariddi. Enorme come certe bugie grandi quanto dirigibili, paesi o isole intere. Ma le bugie cominciano sempre da qualche parte, e se guardi all’inizio, nel gambo delle bugie, c’è sempre qualcosa di rotto, di sbreccato, di rovinato.
E qui siamo abituati a non lasciare niente. Siamo cavallette sfortunate, formiche rosse piene di fame, affamati per storia, indole e genetica.
Così, c’abbiamo dato dentro di coltello, mannaia, temperino. Pure forbici, e persino forcine: pezzetti minuscoli di Stretto che brillavano come stelle marine, e si potevano mettere fra i capelli. Lavoravamo tutti con impegno, staccando questo e quello. Le finestre di Villa Sam Giovanni, che in certi giorni le puoi aprire da qui, o sbirciare nelle case. Gl'incendi sulla dorsale, le ginocchia azzurre della Calabria immerse nell’acqua. Il muro abbagliante d’un complesso penitenziario, sopra Catona, che però si chiama “Conca d’oro”. L’antenna solitaria del pilone, che gratta i cieli e sbriciola le stelle da sotto. Ognuno si staccava quello che voleva. Io ero incerta tra un garofalo che s’era aperto proprio lì davanti - un fiore di mare con petali d’insidia, quando le correnti di Ionio e Tirreno (che hanno un sale diverso e vecchi rancori) si scontrano - e un giro di gabbiani attorno all’albero d’una nave, coi loro stridi preistorici.
Non c’è voluto molto: dopo un paio d’ore sono arrivati i picciotti con trinciatoi e motoseghe, zappe e picconi, e i camion dei clan ch’erano già pronti per il movimento terra. Hanno cominciato le demolizioni da Capo Peloro, lavorando con metodo, nemmeno fossero le imprese dello Stato.
Alle nove di stasera non ce ne sarà rimasto per nessuno.
E sai quanto ti costerà, un pezzettino di Stretto, al mercato nero?
Non sto scherzando. La città immersa nella spazzatura (storie di stipendi non pagati, precariati vendicativi e incapacità amministrative) guarda lo Stretto e lacrima, ma forse è la diossina. Sono tutti rassegnati all'idea che, fra qualche anno, avremo qui davanti, dove ora si stende questo mare chiuso e ribollente, questo mare trasversale e antico, solo un enorme spazio nero e quadrato, come un recinto o un cortile di cemento armato. La rassegnazione fa odore di cassonetto, pesce marcio, pannolini, bucce d'anguria. Non si sente altro odore, per ora e forse per sempre.

Oggi sono stata dalle megere. Loro non vendono frutta e verdura, loro sono frutta e verdura. Hanno rami, foglie e certi sorrisi nodosi pieni di semi. Vivono nella capanna in mezzo al bosco, da dove escono, vestite di scialli e gonne di lana morticina, cariche di panieri. Attraversano qualche sentiero fra i mondi, tra funghi velenosi, libellule con occhi di fata, impronte di demoni e strade ferrate, e sbucano in via Tommaso Cannizzaro, al loro negozio senza saracinesca, senza scaffali, senza insegna. Un giro di lampadine d'un Natale del '56 è l'unica luce del negozio, che apre a un'ora imprecisata del mattino, tra l'alba e il primo semaforo, e chiude, invariabilmente, alle due e mezzo.
Lì cominciano ad allineare zucchine rotonde coltivate a miele, carciofi con le unghie e i denti, pomodori diavolicchi, peperoncini contro la malasorte, teste d'aglio, sorbe, broccoli vivi, basilico dalle foglie larghe come palme. Cavolfiori carnivori, melanzane che profumano di violaciocca. Mele di Biancaneve.
Quella vecchia a volte resta a casa, a rimestare nel pentolone, o a incantare gli animali, o a seppellire i principi di passaggio, non so. Quella giovane è sempre presa di scirocco, coi capelli arruffati che ospitano nidi di rondine, stracci, fili di rame del vecchio impianto elettrico. Ha occhi d'un azzurro marroncino, d'un azzurro ruggine dove puoi vedere pensieri spostarsi come uccelli, pesci volanti o foglie. Qualche volta brilla oro, o acqua, persino quando si lamenta delle tasse e del freddo e agita le mani piene di bitorzoli rossi, mani di barbabietola, mani di cipolla di Tropea che fanno un tenue profumo di soffritto.
Quella vecchia litiga col registratore di cassa, ricomincia il conto cento volte, e sbaglia sempre, perché le cose non saranno mai numeri, soprattutto le cose vive. Così i suoi 6 e 9 diventano bisce, e scivolano per il marciapiede fino al tombino. I 5 diventano polvere d’oro. Gli zeri si moltiplicano, sono ceci, uva, meloni bianchi, angurie. Il registratore di cassa non può farcela: si apre con un suono di metallo risentito e rifiuta di continuare. La vecchia pronuncia imprecazioni terribili con una voce di comando che zittisce persino i gelsi. Poi strappa tutto e ricomincia a contare: una zucca, un mondo, un tesoro, un delitto, un segreto…
Stamattina la vecchia ha raccolto un gatto. Un micio di strada, piccolo e cieco. “Ne ho altri cinque, malanova” m'ha detto con una voce dolcissima, terribile, la faccia di megera tutta illuminata, bella come un noce di cinquecento anni. Allora ho capito: sono allevatrici, loro due. Allevano creature. Che siano gatti, rape rosse, anime, rosmarino, registratori di cassa. O anche clienti come me, che vanno alla bottega delle megere per sentirsi rassicurate, per sapere che qualcuno c’è sempre, a prendersi cura del mondo, a far crescere le cose, i mici ciechi, le albicocche, la fiducia. C’è qualcuno, c'è.
Ehi, a proposito di anime, crescite e vite, c'è ancora vita, qui nella blogsfera? Boh. Sembra lo Stretto bianco in un giorno di scirocco. Però io ho scritto un sacco di post mentali, orali, telefonici, postali. Anche onirici, al limite. Però non valgono. E v'assicuro che mi spaventa, la prospettiva che tutto questo finisca per sparire, inaridirsi e sgocciolare come certe fiumare di qui, diventate di cemento. Io preferisco i sassi e l'acqua.
Infine, per quelli di voi che abitano a Roma e dintorni: in questi giorni c'è lì, al Teatro India, fino a domenica, un amico mio che fa uno spettacolo bel-lis-si-mo. Lui si chiama Saverio La Ruina, e il suo spettacolo è Dissonorata. Io ne ho scritto qui , un milione d'anni fa. Se potete, andatelo a vedere. E poi, col cuore perciato (perché si percia sicuro), andate da Saverio e mangiatevelo di baci per me.

L'apocalisse è cominciata tra le sei e le sei e trentacinque. Dalle fessure scendeva cotone idrofilo, che s'è disteso, uniforme, sullo Stretto. Il cielo era così basso che bisognava scostarlo con le mani, per uscire di casa o aprire lo sportello della macchina: continuavo a sbatterci la fronte, e lui niente, s'appendeva ai fili, strisciava sul cruscotto, s'acciambellava tra i pedali.
Il mare era bianco come il latte, e la Calabria s'era avvicinata tanto che c'aveva sorpassati, e viaggiava per suo conto. In certi brevi strappi del cotone potevamo vederne le radici penzolare quasi fino a terra, mentre scorreva col suo corpo d'altipiano dalle ossa forti sopra di noi. Cantinati, scale a chiocciola, radici di ficus o di lampioni: vedevamo la Calabria da sotto, come di solito devono vederla i mostri marini o gli abitatori della lava, o al limite quelli che stanno dall'altra parte del pianeta, a testa in giù, coi capelli verso la Croce del Sud e l'acqua dei lavandini che gira al contrario nello scarico.
Noi, intanto, eravamo scesi di cinque o sei piedi sotto il livello del mare, senza che questo alterasse poi tanto la città sonnambula e sottomarina. Le macchine si sfioravano appena, incolonnate nell'ingorgo delle nove, delle undici, delle dodici e dell'una e mezza: una brina salata faceva salire la temperatura anche a venticinque, ventisei o trentotto gradi. I cantieri erano conche dove nuotavano pesci gatto, barracuda, anche marmitte divelte dai grandi camion del movimento terra, quelli che stanno aspettando l'affare del Ponte Sullo Stretto, i camion di penelope che porteranno la sabbia, il cotone, i frammenti di palazzina avanti e indietro, avanti e indietro per centinaia d'anni.
Gli odori, che hanno cominciato la stagione per conto loro, e già fanno prove squisite quando meno te lo aspetti, si mescolavano e tendevano verso il basso, schiacciando i suoni proprio a terra: una città odorosa, suo malgrado, atterrava la città rumorosa e la teneva giù.
Sono passata sull'argine, annusando una traccia inequivocabile di zagare misteriose, di mandorli, di magnolie preistoriche di quelle che protendono liane nella piazza, e ogni tanto risucchiano dentro la loro cupola carnivora un passante, di solito un crocerista coi sandali sui calzini o un visitatore che voleva comprare un chilo di pignolata. A noi no, non ci toccano: se pigliano uno di noi, per sbaglio, lo sputano fuori subito.
Attorno alla fontana ci sono quasi certamente varianti cittadine di peschi e mandorli, che ci rallegrano di soprassalto quando usciamo dalla curva, e persino oggi foravano il cotone idrofilo, col loro rosa porpora e i rami di cristalli di legno. Sono oscuramente amici, anche se temibili e pericolosi a loro volta.
Tanto, il tracciato delle strade sta cambiando: l'asfalto s'è consumato da almeno due legislature e cominciano ad apparire le massicciate, i pietrischi, le forre, i canali della città vecchia, che caparbiamente resiste ai cambiamenti, e si ostina a restare, strisciando sotto i basamenti delle palazzine nuove, sotto le traversine del tram surreale che porta da nessuna parte a nessun'altra, quando non si allagano gli argini e i coccodrilli cominciano a strisciare fuori, guardando con occhi assopiti i palmizi.
Davanti all'orto botanico, i cui alberi escono solo in certe notti particolarmente afose, scavalcando la casa del custode e il muro di cinta, s'è aperta una fossa in cui le automobili precipitano tutti i giorni: stendendosi a terra e guardando giù dal buco si vedono chiaramente assi rotte, polene di navi perdute, depositi chiusi a chiave e dimenticati, falde di acqua salata o dolce, o anche di olio vegetale, idrocarburi aromatici, vino colore del mare, nafta delle navi, acque bianche dei colli.
Oggi ne sono cadute venti o trenta: non abbiamo sentito nulla, perché lo scirocco avvolge suono per suono, ma le abbiamo viste sprofondare, davanti alla pompa di benzina. Domani saranno sugli alberi di qualche città di sotto, appese come frutti di latta.
E' che oggi è stato un giorno d'apocalisse, di quelli d'uno scirocco argentato, soprannaturale. Il sole era una luna, il mare un cielo lattiginoso, il cielo era posato sui colli e sui davanzali, le navi attraversavano gli incroci e le auto precipitavano nei mondi di sotto e accanto. Anche il sangue si fa pesante, in questi giorni (specie se, come il mio, ha poco ferro e non sa volare), e i pensieri strisciano dappertutto, che bisogna mettersi le galosce. I pesci, in compenso, nuotano liberi nell'aria, almeno loro, per una volta.

La primavera eccita i baronti.
Penso che sia perché è una stagione furiosa e infiammata, e loro queste cose le sentono. E’ scirocco da una settimana, e la polvere di polline e sale che copre tutte le cose in fermento arriva fino ai loro nidi, nelle stanze del caos. Come i gerani di vedetta sui terrazzi, come le bouganville attente e carnivore, come le piante tropicali dal tronco spinoso che s’affacciano oltre il recinto dell’Orto botanico, anche i baronti – che pure hanno un corpo d’ombre, di stracci, di ricordi tenuti assieme malamente – fioriscono in qualche loro strana maniera.
Almeno, smettono tutte le loro abitudini invernali: le lotte serali con la gatta - che di solito impazzisce e salta sui letti, fa a balzi il corridoio, si lancia dai tavoli per afferrarli – le conversazioni perfettamente silenziose in cucina, quando io rimino la salsa e penso ai morti, il disordine che aggiungono ai nostri disordini, per quanto questi siano metodici e sorvegliati. In primavera amano gli agguati, negli angoli degli specchi, nello sgabuzzino delle scope, in mezzo alla collezione di sassi del salotto.
I baronti si scoprono burloni e un poco assassini, a primavera. Smettono pure quei loro tramestìi da soffitta, il loro strascicare da cantinato: amano di più la vista, in primavera, che pure è una stagione aromatica con un ricco corpo di spezie calabro-africane e certe cose che proust sarebbe morto stecchito nel suo lettino foderato di sughero: agavi, felci primordiali, limoni rasposi, tigli che cominciano a rimescolarsi anche se da fuori sembrano sempre grigi urbani e impenetrabili. Le fresie no, che sono d’allevamento. Ma pure loro gettano lanci da sirena odorosa, quando gli vai vicino.
I baronti sono sensibili agli odori, certo, anzi c’è chi dice che sia il loro senso principale. Ma io so che il loro senso principale è la fame, la smania. Nemmeno fossero vivi.
E comunque dev’essere per questo che dormono quasi tutta l’estate, perché il caldo li dissecca e l’aria è talmente nutriente che comunque non hanno bisogno nemmeno d'andarsene in giro, per mangiare. Ma a primavera no. Cavalcano le onde d’aria selvagge, i cavalloni di rinascita e ormoni che si gonfiano. Si eccitano al pigolìo delle gemme che aspettano di rompere, nei punti designati, il guscio dei rami, dei fusti, delle cortecce. Bevono di nascosto dalla ciotola della micia e dalle piante. Catturano i calabroni confondendoli con falsi segnali animali.
Sanno che la primavera è violenta, come sarebbero loro se solo avessero più corpo, se solo la gente ci credesse appena un poco di più (noi no, noi ci crediamo talmente che viviamo con loro da innumerevoli generazioni, e ancora non sappiamo se ci piacciono o ci disturbano, come i veri parenti).
Così la micia è attonita e non gioca più di notte, gli specchi sono popolatissimi, la stanza del caos cambia ogni giorno e basta attardare un passo per sentire il corridoio riempirsi di fruscìi.
I baronti sono persino felici, a primavera. Forse perché, in fondo, ormai non devono difendersi più.
Parlavamo di primavere, con un caro amico, l'altro giorno. E riflettevo su tutte queste tempeste che non lasciano in pace nessuno. Chi lo dice che è una stagione quieta e contemplativa? E' rissosa, la primavera. Si piglia le questioni. Fa a botte con ogni impossibilità: di nascere, di fiorire, di spaccare il guscio, il legno, il cemento. Mi sento una specie di Dafne, a primavera. E Dafne, si sa, era una creatura assolutamente tragica. Che dite, saranno gli ormoni?

La casa mi scoppia addosso come una pelle stretta.
Forse è l’effetto di gennaio, che ovviamente è soave e primaverile, e fa fondere i gelsomini e disorienta le cocciniglie. Persino le piante grasse fioriscono, quei loro fiori misteriosi e carnali, che di notte emettono voci riconoscibili.
La casa è troppo piccola, non tiene più la confusione di desideri e rimorsi che ogni primavera rimescola: sul tappeto del salotto s’ammucchiano nastri, disillusioni, biglie di vetro. Con uno sforzo immenso, la casa sta cercando di cambiare forma: le ho comprato uno specchio, per tenerla buona. E’ rettangolare, lungo e stretto, audace. L’ho appeso accanto alla portafinestra del balcone sullo Stretto, come fosse un gemello che, come l’altro, guarda dentro e ci riflette.
La casa s’è chetata per qualche giorno, ma ora la sento che mi chiama, e soffre di claustrofobie e tormenti, e da qualche parte sta covando un cambiamento, un’esplosione di dolori meravigliosi, come un ciliegio dalle parti di giugno.
Probabilmente è più giugno di quanto vogliamo ammettere.
C’è una diffusa giovinezza, nell’aria, un riverbero continuo.
La casa cresce di notte quando non possiamo vederla, e al mattino c’accorgiamo delle stanze che ha progettato, trasparenti nell’aria semiliquida: un soggiorno foderato di libri, con una ballerina di latta sulle punte e stelle marine vive posate sui mobili. Una collezione di cuori di vetro sulla scrivania. Un nido di gatto pieno di piume. Un corridoio di venti chilometri e penombre, con mensole e scarpiere piene di pantofoline di cristallo.
La casa ha ancora fame di specchi, e non posso darle torto. Ha immaginato un armadio intero foderato di specchio, e sento che sta per produrlo, per farcelo trovare, appena nato, una di queste mattine d’estate invernale inoltrata.
Forse dovremmo dipingere tutti i soffitti, che hanno una precisa intenzione di stelle: in camera da letto, dove abbiamo il letto volante e il comò dei cassetti segreti e un faro con un lumino dentro per quando non riusciamo a tornare da un sogno o da molti, ho appiccicato una per una centosette stelle fosforescenti, e di notte le guardo prima di dormire e qualche volta anche mentre dormo. Ma non bastano: ci vuole un soffitto d’un nero blu, e costellazioni e comete a intervalli regolari. La casa mi suggerisce di comprare colori acrilici, mi fa sentire il sapore dei vasetti, le confetture di colori. Pane burro e blu cobalto. Pane burro e verde oltremare. La casa vuole mangiare.
Sento un bisogno di tappeti, di balconi, di lampade, di vimini.
Un giorno mi alzerò e cambierò tutta la disposizione delle stanze, rivolterò la casa come un guanto, coi polpastrelli sensibili in fuori, verso lo Stretto, e dentro i suoi segreti di piuma d’oca, pelo di gatto, miele di limoni, argento fotografico, carta, fosforo e cioccolata fondente.
Perdonatemi le assenze, ma è (ormai era, quasi) gennaio, che è uno strano capolinea del corpo. A gennaio sto sempre male, ho oscure collezioni di sintomi che s'allargano alla casa e alla micia. Dopo tanti anni forse credo di capire: io somatizzo l'anno nuovo. Il solstizio, il cambio di data, il capofitto della luce sono una specie d'affezione, di sindrome che devo riparare coi soliti mezzi psicosomatici e con l'attesa. Domani è febbraio, infatti.

A casa mia non è mai notte.
Non nel senso che non ci viene, la notte, a casa mia. No, è notte un sacco di volte al giorno e va benissimo così. Piuttosto, non andiamo mai a dormire, non spegniamo le luci e non chiudiamo le imposte, non smettiamo di fare quello che stavamo facendo, anzi cominciamo a fare qualcosa di nuovo e che duri (chessò, i carciofi ripieni, la riforma dello sgabuzzino, un post, una partita a Risiko, una causa di divorzio). La miciazza salta in giro, litiga con gli spiriti e partecipa alle nostre attività. Ma lei parte avvantaggiata, perché è già notturna e nittalope, beata lei.
Noi finché ce la facciamo e il fisico ci regge neghiamo la notte, invece, le indichiamo diversivi. Non che non l’ammiriamo. L’amiamo tanto da costellarne il giorno: ci sono riserve di notte in un sacco di posti, noti a noi tutti, miciazza compresa.
Mia madre teneva la notte nei mortai, in alcune agende, in certi angoli del corridoio che ancora sono bui e la notte non viene via nemmeno a grattare con la lisciva, e la nuova inquilina ha speso una fortuna in solventi ed esorcismi, niente da fare, la notte macchia, come il sugo di ciliegie, il caffè, l’inchiostro, il dolore.
Io tengo la notte per lo più sulla carta, nella stanza del caos, in un taschino sul cuore, in barattoli di vetro (dove poi dimentico di scrivere la data di scadenza), in alcuni pensieri che non riferirò. Tra i libri, poi, c'è un sacco di notte, come sanno tutti quelli che hanno una libreria, anche piccola. Certe volte cola fuori, e bisogna cambiare disposizione dei volumi, chessò, mettere quelli più chiari, o quelli con più porte e finestre, o quelli coi petali che seguono il sole, vicino al bordo. Ma sono cose molto personali, le librerie. Figuriamoci.
La miciazza ha le sue provviste personali di notte, la sua notte felina a noi ignota dove striscia e sprofonda nel sonno definitivo dei gatti (il gatto è l’animale che dorme di più: la sua saggezza superiore si rivela anche in questo, suppongo).
E comunque non è il sonno. E’ il salto, quello che ci spaventa.
Ci spaventa decidere che il giorno è finito, chiuderlo, tagliarlo via con gesti che pure si facevano e si fanno: mio padre chiudeva cerimoniosamente la serratura della porta di casa, facendo schioccare i colpi blindati, in modo che si sapesse; mia madre ritirava il bucato prima che prendesse la brina di sirino, che lo ricamava con piccoli fori di ghiaccio. Ma io mi ritiravo nel cerchio magico della lampada, e schieravo matite e pennini e musica, soprattutto musica, e mio padre si chiudeva nel suo studio, circondato da schemi, scacchi, diagrammi fitti di numeri con un lieve rumore di macina. E le luci erano tutte accese, nel corridoio e nelle camere, e svariate tivvù si parlavano tra loro, e la cucina sbuffava di vapore come una locomotiva.
Ora è esattamente lo stesso.
Perché ogni giorno che passa lascia un’ombra, anche piccolissima, e perché la notte ha una bocca enorme e vuota, e potrebbe non lasciare nulla di noi. Perché la notte preme da ogni lato sulle pareti della casa, e non è la notte ingannevole e ingioiellata distesa sullo Stretto, intenta a far navigare le terre attraverso i pescherecci: è sempre la stessa notte originaria del paese di mia madre, una notte di castagni invisibili, di vallate completamente cieche, di richiami spaventosi, di lupi, di futuro.
Così noi resistiamo finché possiamo, e quando non possiamo più ci addormentiamo di colpo, come per una fucilata, e dormiamo tutta la notte con un’ingordigia che la consuma per intero.
La mattina dopo, infatti, il mondo è nuovo e la notte – se solo siamo bravi, se solo riusciamo a resistere, stasera – potrebbe anche non tornare mai più.

alla poesia non c’è rimedio
chi ce l'ha
se la gratta come rogna
La poesia distese il suo corpo per traverso nello Stretto, e si lasciò salire addosso passi e navi per tutto il giorno. Noi la vedevamo di sgrincio, ci veniva di spalle nella sala del convegno, ma in qualche modo ci stavamo anche seduti sopra, coi piedi delle sedie affondati nella sua pelle piena d'escara e croste. Quando cambiavamo posizione, il suo immenso corpo bianco traballava, si sommoveva e produceva tremolizi e anche rumori qualche volta osceni, che stavamo ad ascoltare attentamente.
Dopotutto, lo scopo del convegno era quello: capire, affondare il bisturi, misurare la pressione e l'atmosfera, valutare il livello dei fluidi, far domande indiscrete sui parenti e gli amici.
La cosa curiosa era che - a differenza di tante altre volte in cui la poesia è già cadavere, e tutti in sala stanno con guanti di lattice e mascherina antisettica, e parlando lasciano uscire sbuffi di ghiaccio secco e formalina, e qualcuno a volte taglia pure sottilissime fettine di poesia stecchita con un'affettatrice professionale - questa volta la poesia era viva.
La poesia era quella di Jolanda Insana, fattucchiera e mavara, pupara e prestigiatora, che sedeva lei per prima su quel corpo vasto che solo in alcuni punti poteva rassomigliarle, a stare ben attenti. Nel doppiofondo della voce, per esempio, che in basso si sgranava in un catarro spesso di fumatrice, in una parte interamente porosa e oscura che sfuggiva a tutti. Forse qualcosa nel viso, un bel viso di Gorgone che muove eventi solo con gli occhi. Forse qualcosa nell'attitudine assassina del braccio, che sembrava fatto per particolari fendenti, determinate coltellate di bellezza.
La poesia si stendeva dal '37 a qui, da Roma ai sobborghi piano piano inurbati di Messina, dal porto di navi bananiere e di emigranti alla carta sottile d'un'opera omnia, un libro spesso che, ad agitarlo, suona di sciare, sciarre, sonagli, barbagli, alchimie, angherie. La poesia si stendeva da un balcone dove si caliavano le cotognate al tavolo ovale attorno al quale erano seduti un tot di critici letterari e professori, però strani anche loro.
Perché la poesia della mia concittadina Jolanda Insana (e se non è un nome profetico questo, non so quale possa esserlo), per sua natura, essendo così estranea a fanfare, bignami e pannicelli caldi, soffre d'incompatibilità assoluta coi tromboni accademici, colle madonnine infilzate e i pii languori.
Perché per togliere le croste a questa poesia, per sopportare il suo carico di pessimo umori, per farsi battezzare col sale grosso e la rema morta, per seguire gli alterchi di vita e morte che si sciarrìano tirandosi tozzi di pane, meraviglie, aggettivi greci, grano saraceno, monete di bronzo, pescespada disamorato, boccali di follia, ci vuole stomaco, ci vuole fegato. E ci vuole anche occhio.
Sicché tutti si drizzavano come potevano, sul corpo della poesia, e ci camminavano coi tacchi e i bastoni, e lei, Jolanda, diceva "fate, fate pure", e loro lì a tirar fuori dalle ferite sorbe, malebolge, puntesecche, madri universali, archetipi, pescestocco, poeti arabi, tenebrìe, colate laviche, voragini prime e seconde, rose fresche aulentissime, cacca, martòri, onomatopee. E lei, Jolanda, a dire: sì, quel frammento di sonetto ce lo avevo messo, ma il prezzemolo no. Sì, quella è un parola greca, si legge vogliadesìo, oppure amaroscuro, lo sapevo, ma quella no, quella è cresciuta da sola, e indicava un sostantivo a forma di agave, spinoso, di colore arraggiato, dolcissimo a mangiarlo, a masticarlo come si fa con la poesia, che alla fine è sempre un "prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpus".
Io stavo seduta in platea, accanto a una sacerdotessa cogli occhi bovini, a commuovermi per la millesima volta su un poemetto dedicato alla madre: “non ci sarà non ci sarà e ci sarà finché c’è la parola che la dice”. Più ci frusta più ci rende lagrimosi, la maledetta poesia, fottiverso e picchiacuore e gabbalessemi e scannaparole com'è.
Sono piovute sillabe sulla città per due giorni interi, e noi camminavamo senza ombrello, e lei, la poetessa - che quando le ha finite appende le poesie, una per una, con le mollette, ai fili, perché prendano aria e s'asciughino, perché la circondino col loro respiro e lei possa sentirne ogni dissonanza, dal suono di foglie che fanno - la poetessa mavara e pupara stava sotto la sua stessa pioggia, seduta sulla sua stessa poesia, con un'aria di miracolo e tenerezza che, di solito, nasconde molto bene sotto la polvere da sparo.
Io ho letto tutte le poesie di Jolanda (gerundio del verbo jolandare) Insana (presente indicativo del verbo insanire, o del verbo insanare, o più probabilmente tutti e due), e non mi sazio. M'ha passato – la passa sempre a chi la legge - la sua forza più bella. La fame.
Questo per raccontarvi che ho conosciuto una poetessa formidabile, una mavara vera, che aveva scritto nella lingua che qui parliamo senza saperlo, la koinè dello Stretto, e io infatti non lo sapevo ma ho rimediato. Una poetessa che scrive foramalòcchio, mìzzica, intrasàtto. Criatùra, lisciabùsso, ruzzolasèrpi. Che scrive cose che ubriacano come vino nero. Ci sono stati due giorni di convegno accademico, un recital, una paginatrè (questa). Ma soprattutto una frattura, una frattura che quel corpo smisurato ha aperto qui, in riva ai due mari.

La mia casa è un'ellisse con due centri. Oddio, ho visto ellissi più ellittiche di lei, che è abbondante di verande e ha gli armadi così gonfi che sporgono fuori. Non ha pavimenti diritti, spigoli, angoli vuoti: è una casa sovrabbondante e affaticata, dove ogni cosa è poggiata sopra altre cose, e non si sa mai bene cosa contenga e cosa sia contenuto, in una confusione di rami e radici che piglia noi per primi. I libri si arrampicano sulle pareti, figliano incontrollati nel cesto della biancheria, mettono foglie nuove nelle stagioni più impensate, e io mi sbaglio e li annaffio, pensando che siano ficus, amarante o spatifilli lanceolati dal cuore orientale (no le kentie no, non ci sono mai piaciute: mia madre diceva che erano piante rassegnate e si sentivano oggetti, e non le poteva vedere. Aveva ragione).
Insomma, i due centri sono i fuochi della cucina e il letto grande. Io ho provato a ridisporla, a spostare i confini, a fabbricare un nuovo centro in mezzo ai divani, che mi sembravano un luogo ideale, così capsule e davanzale come sono. Con tutti quei cuscini, i tappeti che gli scondinzolano davanti, le finestre che spalancano ogni bendiddio (lune, soli, navi bianche, nuvole catafratte, allodole, fantasmi, velieri, cisterne, impalcature, piogge che avanzano, o indietreggiano, dal Continente, stormi, scialuppe, triremi, rondoni di mare, navi da crociera grandi quanto interi isolati). Con tutti i libri, quelli degli scaffali e quelli girovaghi, che non si scambiano tra loro una sola parola. Con la lampada disegnata a mongolfiere.
L'altro giorno ho stabilito un tinello per decreto: nella mia qualità di capofamiglia e capobranco, per sanmichele e sangiorgio, io ti nomino tinello. Avevo in mente certi mobili di legno vecchio, un tavolo rotondo, un divano d'un verde granuloso: la mia vecchissima casa era un sacco, e portava il cuore in fondo, in quel tinello rotondo che non affacciava su niente, su case basse coperte di incannucciato e catrame, su un cortile sbieco e desolato, su un miraggio di palazzi lontani che, come gemelli, si accendevano e si spegnevano alla stessa ora del nostro, copiavano ogni nostra mossa.
Però, niente. Il tinello non ha funzionato: la gatta lo diserta, a parte qualche grattata sdegnosa al divano. Noialtri pure, e nemmeno possiamo sfogarci grattando. Io sprimaccio i cuscini, medito un poco, in piedi, passo un dito sul tavolino (sì, c'è polvere), e poi me ne vado. A letto.
Il letto è il cuore della casa.
La gente verticale non sa cosa si perde: noi a letto mangiamo, dormiamo, dichiariamo amore e guerra. Parliamo al telefono, ci contempliamo l'ombelico, guardiamo alternativamente - e qualche volta pure contemporaneamente - la tivvù e lo Stretto, che sono sempre accesi e cambiano in continuazione. A volte sullo Stretto ci sono film drammatici, in bianco e nero: lei bacia lui tra corone di fulmini, il parapetto della nave oscilla, bianco come l'orlo del mondo. Il mare nero preme e ondeggia, e sta per inghiottirli. Jingle.
La tv, in compenso, trasmette voli di gabbiani senza peso,e qualche volta levita fino al soffitto.
Ma forse è un acquario, sì la camera da letto è un acquario dove nuotiamo in tutte le direzioni, specie di notte quando il sonno la riempie per intero, e i vestiti si agitano come alghe, e i sogni.
Il mare di fuori si riversa un poco dentro, le posidonie agitano il loro saluto carico d'ossigeno, le navi vengono a muggire dietro la porta, e noi ci parliamo come dentro una bolla, in cui siamo tutti uno dentro l'altro, dormendo e sognandoci, dormendo ed escludendoci vicendevolmente, paralleli nel letto, con la micia distesa sui piedi, al modo elastico dei gatti che diventano lunghi anche due o tre metri.
Il letto allora, qualche volta, si stacca dalla banchina e comincia a navigare molto piano per tutte le acque: film drammatici, telegiornali, scatole di cioccolatini, fogli a matita, nostalgie fitte come plaid scozzesi. Sul letto possiamo piangere, cucire, farci la ceretta, scrivere un diario, aggrapparci al parapetto per guardare la costa che sfila veloce e lenta, col telefilm del pomeriggio, gli spot meravigliosi, i cartoni animati (il mio preferito è "Gli amici immaginari di Casa Foster", quello di mio figlio "I fantagenitori", la gatta adora il Meteo sulla Sicilia: sospetto che senta un'affinità remota con la natura triangolare e magica dell'isola).
In questi giorni lo Stretto era guasto: trasmetteva solo uno sfarfallìo lattiginoso. Nessun canale. Manopole inservibili. Sigillato davanti e dietro, sopra e sotto: avevamo solo un presente piuttosto fastidioso, un monoscopio color nebbia dove non si vedeva nulla, nemmeno il futuro. Parlavamo, e dalla bocca ci usciva nebbia, caglio, manna. Non potevamo prendere appuntamenti e pure i ricordi ci venivano male, così lontani com'eravamo dal sole, dall'ombra e dalle stelle.
Ieri, qualcuno ha drizzato l'antenna: il cielo s'è sgomberato, lo schermo è diventato d'un azzurro diafano che lasciava trasparire ogni cosa, anche sottile, anche inesistente. Siamo tornati a letto, che ha steso le ali ed è ripartito subito.
sono stati giorni d'uno scirocco che fasciava la testa: andavamo davvero in giro come sonnambuli, sigillati in noi stessi. Io, poi, piena di mummie di Cappuccini stavo davvero diventando pazza. Forse era novembre che si stava covando come un uovo gigantesco, con le sue sorprese di marmo triste. Ma ieri, quando cominciavamo a non crederci più, il cielo è ricomparso al suo posto. Le nuvole, la Calabria, tutto. Anche io.
Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.
I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.
La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.
E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.
La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto - è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.
La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, - lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece - con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.
sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d'ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d'affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.
non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.
ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.
ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l'opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.

Certo che sì. Certo che ho votato per il Piddì.
Fuori dal seggio, la palazzina scrostata d’un patronato, c’era una scritta a spray, nuovissima: Poveri Deficienti. Eppure m’ha fatto piacere: nella città sonnambula e fascista non si vedevano scritte politiche dal millenovecentosettanta.
Ho fatto la fila nelle scale, in un forte odore di pipì di gatto e lite condominiale: l’autunno (che chiamiamo così solo per convenzione, visto che ogni giorno ha un paio d’ore d’autunno, cinque o sei d’estate, un accenno d’inverno e qualcosa di primaverile, e non dite mai più che non esistono le mezze stagioni perché la verità è che esistono tutte le stagioni, ma tutte assieme) entrava di sbieco dai finestroni, illuminando questo popolo controverso, estivo autunnale primaverile e parecchio invernale.
Ormai non ci sono più le mezze stagioni: non si trova un borghese a cercarlo con l’Istat, ma poveri ce n’è d’un sacco di tipi differenti. Contribuenti, pure. Ed evasori. Anche nella stessa persona. Precari, moltissimi. Fissi senza stipendio, anche. Pensionati senza aver lavorato, specializzati senza specialità, generici senza genere. Operai forestali in giacca e cravatta. Criminali comuni e associativi. Sindacalisti distaccati, anzi assenti. Assenteisti molto presenti.
Al mio turno, m’hanno consegnato centoquindici schede, con simboli di tutti i colori. Perché la democrazia è poter scegliere, che diamine.
Sono entrata nella cabina, che poi si fa per dire, cabina. Non ci sono più le mezze cabine. La mia era una scrivania in disuso, con le mandibole di metallo e i vetri fumè. Mi sono seduta, per guardare con calma le centoquindici schede. C’era di tutto. Ulivisti, riformisti, dadaisti. Esclusivisti, populisti, assolutisti. Socialisti, ecologisti. Arrivisti. Il nostro sindaco disarcionato (il nostro nostro, non il Wuòlter nazionale, sindaco di tutti e volemose bene), con lo sguardo mesto e democristiano, quello che ha ordinato la costruzione di tre anfiteatri per distribuire alle masse pescestocco e libertà di parola. Traversine del tram e gladiatori da notte bianca.
Non esistono più i mezzi partiti, signora mia. Ce n’è uno solo, un blob fumante con la faccia di Veltroni, di Fassino, di RosyBindi, di RosaLuxembourg, di Rossella O’ Hara, di Pantagruele Mastella, di tua sorella. Una balena bianca gigantesca, una Moby Prince Dick, un Titanic fiero all’ormeggio.
Ho letto e riletto le schede. Le ho contate sulle dita di una mano, le ho fatte passare per la cruna d’un ago (no, non ci passavano).
Non ci sono più le mezze democrazie. Qui si deve scegliere sul serio. Bianco o nero. Niente percentuali, partitini, coefficienti di carico, cuvée millesimati. Un solo lìder, meglio se maximo.
Allora ho scelto.
Ho preso una fetta di salame Sant’Angelo, un lampostil rosso. Ho scritto: “E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, poi, a maiuscole: “Vi siete mangiati tutto, mangiatevi anche questa”.
In un’elezione davvero democratica non può mancare il partito della fetta di salame.
Più leggera, sono uscita dal seggio.
M’ha accolto la primavera, con un sbotto di grandine sui rampicanti tropicali e il fumo degl’incendi sulle alture cittadine. Le caldarroste scricchiolavano accanto al carretto dei gelati.
Ah, le mezze stagioni.

C'è una lava sottile dentro le persone, qui. Talvolta è così profonda che non si vede mai: arde, nascosta, solo in fondo a qualche pensiero particolarmente nero. Qualche volta sale in superficie e spacca la terra, con le sue zolle di brace. A volte incendia tutte le cose vicine, quando soffiano venti d'odio particolarmente forti.
Noi portiamo gli incendi nelle vene. Un istinto di morte totale, definitiva, assoluta, come si può assaporare nel nero dei nostri lutti, nel nostro culto tenace dei defunti, nella caparbietà con cui c'imponiamo di credere alla sopravvivenza delle anime - mentre tutto ciò che sappiamo è la distruttibilità dei corpi.
Noi mettiamo in scena mille volte la morte, la decliniamo in tutti i nostri cristi dai piedi grandi, i cristi lunghi sulle pertiche di ferro, i cristi dal cuore trafitto, dalla fronte incisa dalle spine. Noi veneriamo agnelli morti rifatti nello zucchero, mangiamo dolci pallidi che si chiamano "morticini", o "ossa di morto", condividendo il desiderio inconfessabile di estinguerci a morsi, di dilaniarci, farci a pezzi e masticarci per amore estremo.
Noi coltiviamo il sacrificio come un fiore di sangue. Noi annaffiamo i sepolcri, tagliamo ciocche e ritagliamo foto per portarle con noi nei medaglioni che ci battono sul petto, come un altro cuore d'oro o d'ottone.
Non abbiamo nomi, per certe furie che ci prendono: bruciamo i boschi, continuiamo le faide, apprezziamo il sangue del maiale, riteniamo la vendetta un dovere, attribuiamo ai figli le colpe dei padri, chiamiamo i morti a testimoni. E' quella lava sotterranea. Chiudendo gli occhi, si può avvertire il suo rombo remoto, il suo scorrere lento e certo, a cui nessuno si sottrae.
E' una prontezza del sangue, certe volte, o una linea di collera tra le tempie. E' un senso capovolto della giustizia che non si può spiegare. E' qualcosa di feroce, antico, precedente alle parole, alle leggi, alla coscienza.
Quella lava hanno, per certo, le madri, che sono abituate a smuovere le montagne e ammazzare i lupi con le mani: loro spalano la realtà con grosse pale luccicanti, da sempre. Sanno cosa è giusto, perché la vita e la morte le attraversano.
E non c'è differenza, tra i loro corpi e il corpo vivo del bosco, che scende col suo passo di faggeto fino al limitare della strada. Non c'è differenza coi castagneti, con le rupi, cogli animali selvatici o domestici.
Noi bruciamo noi stessi: come bruciamo dentro, come bruciamo fuori.
E' stata un'estate rossa. Il fuoco s'è mangiato ogni notte una collina diversa: oltre lo Stretto si vedevano torri di fuoco, e paesi di fuoco su versanti di fuoco attraversati da strade di fuoco. Dall'altra sponda, guardavamo la Calabria come si guarda un destino inevitabile: alle nostre spalle, altri paesi di fuoco crescevano nella notte, arrampicandosi con dita di distruzione sulle colline, crepitandosi insulti in lingue sconosciute. I fuochi gemelli si guardavano, lo Stretto in mezzo proseguiva la sua caparbia navigazione: i popoli di lava continuavano a percorrerlo, avanti a indietro, inseguendo vendette, amori, legami, giuramenti. La lava li agitava, profonda, alimentando il loro peggio e il loro meglio, la loro indomabile energia, il loro gigantesco senso della morte di tutto, della vita di tutto, assieme, rossa.
Non è vero che lui m’ha aggredita: io fremevo dalla voglia di prenderlo a calci. Non so cosa mi prende a volte, se è il mio senso di giustizia tribale calabro, o una rabbia ancora più profonda e manichea.
Se è il mio vero, enorme, inconfessabile razzismo che di solito, a fatica, riesco a camuffare con gli abitini stretti della tolleranza e della democrazia illuminata: io, in realtà – lo confesso, lo ammetto qui, nel territorio libero, nella casa di ringhiera, nel focolare elettronico, nella piazzetta e sul muretto del blog - io odio i cretini.
Io non sopporto i padroni della Terra (e, in questo caso, del mare), non sopporto quelli che corrono in Suv (ma la Smart è uguale, e secondo me ancora peggio) e strombazzano: attenti, passo io. Non sopporto quelli che hanno fatto soldi e ritengono sia un loro preciso dovere farlo sapere agli altri. Non sopporto i piacioni, gli immotivati, i troppo motivati. I fanatici, quelli che parcheggiano in doppia fila, quelli che buttano le cicche sulla spiaggia. Quelli che mettono la musica al massimo, fanno squillare i telefonini al cinema, a teatro, in chiesa, al ristorante. Quelli con l’ego in bragoni e occhiali da sole. Quelli furbi, quelli scafati, quelli che ci riescono ad approfittarsi degli altri e se ne vantano. Quelli gradassi coi deboli e cortigiani coi forti. Quelli che arrivano e sbracano.
Insomma.
Io quello lì l’avevo puntato da molto tempo, da quando scendeva in spiaggia con lo zuccottino bianco all’uncinetto, i bermudoni firmati e l’olio di cocco (che qui quelli fighi, che soffrono di vocali aperte, chiamano “alia di cacca”): voleva fare il macho forte – invece è solo un trippone lampadato – e ha afferrato l’ombrellone (un ombrellone da lido vecchio, tutto di legno incastagnato, pesantissimo) con una mano sola. Ovviamente, siccome ha i muscoli d'una ricamatrice novantenne, l’ombrellone gli è caduto. Proprio in testa al figlio, nove anni e una preoccupante somiglianza col padre - perché la genetica non è un'opinione ma una iattura - specie nella fronte bassa e nello sguardo da bromo.
Io da allora provavo fastidio ogni volta che lo vedevo, invariabilmente impegnato a spandere il suo alia di cacca attorno, a dare pallonate e ombrellonate, sempre più scemo, griffato, gradasso.
Ecco, io dovrei vergognarmi di questa clamorosa smentita di ogni legge di rispetto, tolleranza e uguaglianza. Ma vedete, prima avevo solo il sospetto, ora ne ho la certezza: non siamo affatto tutti uguali, ringraziando gli dei. Ci sono quelli pessimi, e non sono nemmeno pochi. E io me ne sbatto dei loro diritti a esistere, spandere alia di cacca ed essere invariabilmente molesti – e talora anche dannosi, persino mortalmente dannosi – per gli altri.
Insomma, quando oggi m’ha preso con una pallonata – non ce l’aveva mica con me, era solo un cretino nell’esercizio delle sue funzioni – non ci ho visto più, ho desiderato colpirlo e gli ho urlato un “cretino” che è rimbalzato fino al Pilone calabrese, dall’altra parte dello Stretto. Dandogli pure del tu. Io, una personcina altrimenti ammodo, dignitosa, riservata fino all'autismo. Che invece oggi era un’Erinni in bikini, desiderosa solo di menare le mani, salvare la patria, ristabilire la giustizia su un frammento di pianeta, vendicare tutti i miti, i quieti, i rassegnati vittime di continuo degli sbraconi.
Lui si riprende il pallone e non dice niente, per cinque minuti buoni (il processore mentale, in tipi del genere, è molto lento, di solito). Poi torna e, dandomi del “lei” – ok, un punto per lui – mi chiede scusa per la pallonata, ma pretende le mie scuse per il “cretino”. Ennò. Io ti do del cretino perché non posso picchiarti. Altrimenti non ti darei del cretino, ti darei direttamente un pugno sul muso.
Io rispondo che è da cretini giocare in quel modo violento su una spiaggia così affollata, e lui insiste, anzi comincia col repertorio del macho siculo da due soldi: “con quale maschio sei?”, per passare repentinamente a un più generico, e unisex, “ma tu chi cazzo sei?” (meno dieci punti per lui).
Mi viene vicinissimo, a pochi centimetri – siamo tutti e due in acqua, due mezzobusti anfibi e incazzati mentre attorno si stabilisce una platea avida e giustamente desiderosa di colosseo, visto che latitanti non ne prendono più da un pezzo, da queste parti, le moto d'acqua non hanno ucciso nessuno, quest'anno, e gli intrattenimenti scarseggiano – e mi guarda brutto. Io non m’intimidisco, anzi sorrido della sua abbronzatura facciale da portatore insano di occhiali da sole da fascista. Lui mi fa: abbassa lo sguardo. Io mi faccio una risata e – sublime ispirazione - gli spruzzo l’acqua in faccia (più cento punti per me). Lui, trafitto nell’orgoglio, comincia a urlare “stronza” e a inseguirmi sollevando manate d’acqua. Ho praticamente la certezza che voglia picchiarmi, non ho paura - io sono la nipote di zia Mariella e di zia Rosalba, cosa credi, panzone, noi parliamo coi morti e mangiamo sanguinaccio, sbucciamo fichidindia a mani nude e facciamo vendetta pure nei sogni - e lo sfido: prova a toccarmi. Lui urla insulti, io gli grido: cafone (per il suo ego da Billionaire dei poveri), grasso(per il suo ego da lampadato col riporto), imbecille (perché sì). Lui minaccia d’annegarmi, io rido. Se ne va urlando, inseguito dal mio: cafone, cafone, cafone.
Ma non è vero che era lui in torto. Io lo so, io volevo davvero picchiarlo. Non l’ho fatto solo perché aveva venti centimetri e almeno cinquanta chili più di me.
E - sapete una cosa? - voglio picchiarlo ancora.
Alla faccia della diplomazia e della democrazia. E alla salute della zia.

Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d'acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl'incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde - torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti - ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

I feroci condomini sono di pattuglia sin dal mattino presto.
S'aggirano entro i vialetti, tra le siepi di gelsomino e pitosforo, lungo le cancellate di ferro battuto. Forse nemmeno dormono, contentandosi di cullare il fucile a canne mozze sul dondolo del terrazzo grande, appisolandosi per un istante o due in faccia al plenilunio spettacolare che non sta lasciando più i nostri cieli.
Dormono per alcuni secondi, fino a che il peso del sonno gli fa cadere di lato la testa, e allora drizzano il collo di scatto, e si guardano attorno, ostili. Poi s'assestano sul cuscino con le frange, e riprendono a fare la guardia. Il pitbull di nome Pasquale gli dorme sui piedi, un filo di bava che cola dal muso scontroso. Talvolta si sveglia anche lui, e abbaia a lungo contro il cielo, le stelle e il lago, che di notte è perfettamente immobile e marcisce lentissimo sotto la superficie salata, insaporendo le cozze.
Il mattino arriva salutato da salve d'uccelli e miracoli sullo Stretto: la luce sorge tutta assieme, da sotto in su, e le palazzine rosa del condominio sono fenicotteri di mattoni che scendono ad abbeverarsi, tra il supermercato che alza con fragore le sue trentotto saracinesche e la fila di cassonetti spalancati dove abitano le mosche luccicanti.
I condomini fanno la prima ronda entro le otto, otto e mezzo, controllando col decimetro tutti i palmi di proprietà, contando le bouganvillee e verificando la tenuta dei cancelli. Qualche volta li oliano, con lo stesso olio del fucile: il cancello scatta come un grilletto, avanti e indietro. Mitragliano tutti i vicini, poi passano ad attaccare quelli del condominio di fronte, che li beffano ogni anno, con qualche lavoro di trivella ad agosto, con apparecchiature misteriose che disturbano i segnali della parabola, con sacchi di spazzatura di misura irregolare. Quando hanno sparato a tutti, sono pronti a uscire.
Scendono nel parcheggio e lo percorrono tutto, fino al cortile delle autoclavi, dove i gelsomini stellati e tropicali tracimano, anticipando ogni anno la fioritura. Li guardano con gli occhi stretti, i condomini, perché sono cespugli anarchici che non tengono in alcun conto l'ordine e la proprietà. Meditano sempre di sradicarli, e sostituirli con una rete d'acciaio elettrificata, verde. Ma cazzo quanto costa.
Misurano i posti auto disposti per lungo, aiutandosi con le mani e con la memoria - non c'è mai giustizia nei metri quadri, accidenti - e poi passano alla zona a spina di pesce, verificano che gli specchietti siano correttamente allineati, e i copertoni non escano dalla striscia di biacca dipinta sul selciato, pronti a gridare: sconfinamento! Qualche volta beccano uno nuovo, o un visitatore, o un vero abusivo capitato per caso che ignora tutte le leggi della ripartizione dello spazio sociale, la geometria censuaria e decimale e bizantina che regola la dimensione delle vite. Allora i condomini erga omnes respirano pesante e scendono in guerra: sparano col mortaio regolamenti, strappano la sicura di circolari che scoppiano con grande fragore, muovendo le foglie della palma perenne. Qualche volta caricano la mitraglietta coi verbali delle assemblee condominiali. Non fanno prigionieri. Nelle case ombrose, sotto le pergole di legno attorno a cui s'attorciglia la vite americana, dietro le tende di tessuto, i vetri camera e gli infissi anodizzati, le mogli preparano le gocce per la pressione, in un bicchierino di carta. Sorridono il loro particolare sorriso silenzioso delle mogli.
I condomini intanto si sbracciano, disegnano con un dito sul muro mappe catastali di alta precisione, e un po' d'intonaco si sbreccia e cade, e questo è un segno molto chiaro. I condomini non smettono fino a che il cancello non s'è chiuso dietro l'estraneo, e la proprietà è salva. Allora tornano in casa, a spiare per l'ultima volta tra le fessure della tapparella, mentre un silenzio di calce secca riempie di nuovo il cortile che si prepara al mezzogiorno.
Le lucertole passano rapide, saettando tra le siepi, entro camminamenti nascosti tra la precisione dei confini e i punti millesimali del condominio che farebbero morire di disperazione i condomini, se solo potessero controllarli tutti. Buchi dei mattoni forati, passaggi celati nel cuore dell'oleandro (la pianta preferita dai condomini: rosa e velenosa, come un sorriso di buon vicinato), cancelletti dai denti larghi: tutto cospira contro le recinzioni con cui i condomini consacrano il loro inalienabile diritto alla proprietà, alla sicurezza, alla felicità.
Piazzano sui muri cocci aguzzi di bottiglia, filo spinato, lance appuntite che spartiscono l'azzurro implacabile del giorno. Sistemano negli angoli i fili senzienti dell'antifurto, le fibre occhiute che moltiplicano i loro sguardi, la loro vigilanza, il loro febbrile possesso, che - dicevano i romani - va dalla terra al cielo e forse pure oltre: qualche volta guardano dritto nella luna, che è così vasta e gialla, in queste sere, da poggiarsi in bilico sul pilone, con un rumore sgonfio di mongolfiera, e pensano a tutta quella proprietà indivisa, tutto quel terreno da recintare, tutti quei crateri sprecati. Allora sospirano e muovono il piede, e il pitbull grugnisce, nel sonno.
Sono ufficialmente in vacanza, in una casa del condominio ingannevolmente rosa che sorge a ridosso del lago (il lago sterile e salino che alimenta le cozze cittadine, e le zanzare universali). In soli due giorni, a parte la lavatrice esplosa, la caldaia terminale e i tafani che mi terrorizzano il gatto, ho avuto un quadro chiaro di tremila anni di diritto di proprietà ex iure Quiritium. Ma ho due alberi, due pini marittimi di rara bellezza che annuiscono sempre spargendo la loro remota fragranza mediterranea, e una terrazza dalla quale vedo molte cose. Magari, fra due mesi avrò pure capito dove parcheggiare.

Eccolo. Il soffio.
Il mondo non è morto, murato nella calce viva del caldo. Respira debolissimo, tenace.
Il soffio nasce da qualche piega inspiegabile dello Stretto, in certi territori marini profondamente nascosti, a capofitto nel blu ermetico del Tirreno, quello che sfuma nel viola acceso quando incontra le ossa nascoste dell'Aspromonte, sotto Scilla, Palmi o Bagnara, o i nomi greci che sono state. Il soffio passa sulla tolda ritta della nave, che spezza la calmeria interminabile con la brace dei motori, le stanze dei fuochisti che spalano carbone, circondati di fiamme e fumo dentro il ventre dell'acqua - che è uno dei miracoli degli elementi, o forse del luogo.
Il soffio si trasmette, impercettibile, alle barche immobili davanti alla Passeggiata a mare, fronte alle palme: zitte, le barche e le palme, faccia a faccia. I sedili di granito, la fontana ferma, sospeso persino il lavorìo delle formiche tra le commessure delle pietre. Eppure il soffio passa, remoto e antico come la sorte, dio o il caso.
Il soffio attraversa la piazza - il bianco della pietra riflette il bianco del cielo, la voragine del sole che inghiotte linee, forme, superfici. Il soffio passa la strada, l'esalazione di catrame dell'asfalto, le traversine del tram luccicanti come baionette. Le pensiline non fanno ombra: l'ombra se l'è inghiottita il mezzogiorno africano che promette d'essere eterno. La terra è verticale, esposta da tutti i lati, inchiodata e senza palpebre. Ha labbra di salgemma, vene piene di sabbia.
Ma il soffio muove pianissimo le magnolie, le loro foglie di verde duro a forma di lancia, oblique per opporsi al caldo, originarie per opporsi al tempo. Gli alberi sono solo disegnati, non c'è niente di reale nella piazza del municipio: né i lampioni di ghisa né le aiuole né i cestini di latta. Ma ora passa il soffio, sfiora i segni sul muro, l'angolo strappato del manifesto, il gazebo umbertino, la buccia rasposa dei limoni che non trasuda nemmeno l'odore d'agrume alcolico e tenace.
Il soffio rianima i glicini, le siepi di pitosforo, i davanzali uno per uno. Il soffio mulina, s'avvolge, s'allarga impercettibile. Carico di glicini, pietra, clorofilla, alluminio e scontento s'ingrossa, s'impenna. Si stende sul vivaio fossile, sulla pietra porosa dei monumenti funerari, sull'ossido delle cancellate; precipita nel cortile dell'ospedale, in mezzo ai fusti, alle cartacce, ai fiori morti.
Torna a gonfiarsi, vola sui muri di cinta, allarga braccia o ali o impalcature di vascello, vele o incannucciati di piume, foglie, rampicanti. Il soffio invade il cielo per intero, salutato da drappi, bandiere e panni stesi.
La città si rianima di colpo, riprincipia a respirare pesante, col suo catarro vecchio di palazzina, di disincanto. Il ronzìo dei condizionatori fa rumore di sciame, si mescola alla nota profonda dei cantieri, al muggito dello Stretto - dèi incatenati, mostri marini, trivelle petrolifere. Siamo tornati.

Uno è un vecchietto che gira su una bicicletta “Graziella” da bambino, dipinta d’un bianco sporco tutto scrostato. Ha i pantaloni col risvolto, e porta calzini a colori con le infradito di plastica, o qualche volta i sandali di cuoio. Dalla tasca sporgono carte consumate dal bordo irregolare.
Non dice una parola, non si ferma mai: pedala serio e regolare, nel centro esatto della strada, fisso su un suo preciso punto d’arrivo che sta al di là, o al di qua della città.
Ha occhiali spessi, occhi indecifrabili, una barba d’un bianco sporco tutto scrostato, il vestito grigio chiaro e una camicia col collo troppo aperto.
Conosce di certo le gioie contromano delle corsie preferenziali, conosce i varchi invisibili del traffico eterno e metallico, conosce una specie di silenzio sconosciuta a chiunque altro di noi.
Nessuno che l’abbia mai visto fermarsi, o scendere dalla bici. Nessuno che abbia mai osato dargli un nome. Nemmeno quando piove.
Qualche volta viene da pensare che non percorra esattamente i nostri stessi luoghi, visto che non condivide i nostri scopi e i nostri nomi. Forse segue un’altra topografia, a noi ignota. Vede le Quattro Fontane, marine e spagnole, che ancora si guardano occhi negli occhi, vede impiantiti di piastrelle, timpani, bifore. Attraversa lastrici, sottopassaggi di pietra forata, archi. Costeggia l’argine del fiume estinto, percorre la vecchia via degli argentieri, le botteghe una per una. Arriva alle porte del Ghetto. Raggiunge la Palazzata, gira attorno al Monte di Pietà, alla qualità impassibile dell’Immacolata di Marmo. Scansa le macerie del terremoto, ma qualcosa di quella notte di calce gli resta incollata addosso. Raccoglie le ultime vibrazioni d’oro del campanile, prima che la notte lo zittisca, e la dimenticanza degli uomini.
Bisognerebbe seguirlo, e tracciare una mappa dei suoi andirivieni: apparirebbe, forse, la sua città che non rassomiglia alla nostra.
essì, la città ha un suo catalogo che non facciamo mai in tempo ad esaurire. l'ho incontrato, il vecchietto, che procedeva caparbio e contromano, sereno come chi sa dove va. ma lui lo sa, a differenza di noi.

La Signora del Cioccolato è piccola, avvolta in se stessa in un modo che pochi possono sospettare. E’ composta di sottilissime sfoglie di cioccolati amari e dolci, tutti accumulati negli anni.
Chi non la conosce potrebbe pensare che attinga fuori di sé la sua capacità di confezionare i dolci che escono dal piccolissimo laboratorio in una strada parallela al lungomare, spalle allo Stretto, di fianco alla Villa Comunale da cui svettano gli eucalipti e le altre piante prigioniere. Possono pensare che le praline ripiene di mandorle, di castagne, di nocciole, di polpa di mandarino, le scorzette di limone e arancia coperte di fondente, le uova cosparse d’oro o intarsiate siano esclusivamente frutto d’ingegno artigiano, dita felici e gusto. E invece no.
Io so con certezza che la Signora del Cioccolato ogni volta racconta qualcosa, qualcosa che le appartiene intimamente.
Io so che quando scioglie il cioccolato nella ciotola di rame lei sussurra qualche cosa, ed è un bisbiglio distinto che si trasmette alle molecole di teobromina, alle fibre della bacca frantumate, alla pasta di burro. Io so che lei racconta di anni imprecisati, di persone scomparse, di dolori sciolti a fuoco lento nella ciotola di rame stagnato del suo cuore accogliente. Io so che nel suo fondente ci sono gocce di passato aromatizzato allo zenzero, al peperoncino, alla rosa canina. Io so che quando farcisce le mezzelune c’è dentro un pergolato di limoni d’una casa al mare, dalla parte ionica – quella lunga e sabbiosa che dispone alle dimenticanze – e quando compone, una per una, le collezioni di praline nelle scatole di cartoncino marrone fatte venire dalla svizzera in realtà sta allineando le piastrelle di maiolica d’una casa in montagna, un viale di foglie rosse, un numero imprecisato di partenze e ritorni. Io so che, a volte, ci sono anche gli scogli della parte tirrenica – quella drammatica e violetta tormentata dalla roccia e dalla memoria.
Mi pare di riconoscere, in quel modo esatto eppure appassionato di manipolare il cioccolato, di sposarlo, dividerlo, moltiplicarlo, dirigerlo, infonderlo, trattenerlo, lo spirito più antico della Signora, la sua capacità di tollerare il dolore e trasformarlo in bellezza.
Riconosco il suo distinto amore per la geometria, per la giustizia, nei grembiali bianchi delle lavoranti, nella disposizione esatta delle scorzette sui teli, negli spigoli vivi delle scatole, nella cadenza ortogonale dei fiocchi di stoffa rigida che avvolgono le confezioni.
Riconosco la sua felice anarchia negli spruzzi d’oro delle uova di Klimt della collezione di quest’anno (sono allineati sulle mensole, belli da non poterli mangiare, o da mangiarli due volte, ché gli occhi non sono mai sazi e poi lo sappiamo che il cioccolato è un cibo che nutre direttamente l’anima). Klimt ha deposto uova nel suo laboratorio, e anche Chagall, e Mirò. Forse pure Dalì le ha suggerito un uovo di tigre, di leone marino, di vascello. Nelle sorprese di cioccolato, avvolte in gusci di cioccolato che stanno dentro capsule di cioccolato che stanno dentro le uova di cioccolato, riconosco l'ironia della Signora del Cioccolato, la sua arguzia segreta, il suo convincimento che niente sia come appare ma che ci siano molte apparenze l’una dentro l’altra e la verità non sia che la loro somma eccedente o difettosa.
Nel gioco di pieni e vuoti, oro e nero, agro e dolce, frutta e fiore riconosco le ambivalenze che respiriamo in questa terra di confine, profumata di zagara e bitume, addolcita di limoni, sale, aceto, resa aspra dal miele, dalle acacie.
Reggio ieri sapeva di lontananze e gelsomino, mescolava i richiami tropicali della primavera ai brividi della stagione vecchia (che non era l’inverno, però), portava in giro i pollini per le strade ventose, prometteva il mare da tutti gli angoli, faceva sbocciare fiori spontanei attorno ai guard rail, lungo i muri, nelle immaginazioni. La Signora del Cioccolato, nel suo laboratorio segreto, scavava tra le primavere trascorse e presenti e future, sognando di tradurle in cioccolatini, barrette, pastine, ovetti e gusci.
Ieri sono stata nella mia città di prima, in questo gioco di andirivieni che è stare tra le sponde (ma forse è la vita intera, un gioco di andirivieni). La primavera batte furiosa, e cercavo di sfuggire al suo imperio, ma nella bottega della Signora del Cioccolato non c'era un rifugio invernale: anche il suo cioccolato fioriva e s'arrampicava per le dorsali dei monti, tra gelsomini e campanule, persuadendoci che tutto voglia ricominciare, anche noi. La Signora del Cioccolato è stata una grande amica dei miei genitori, in un passato imprecisato in cui - insegnante d'inglese, moglie e mamma - covava la sua arte, la raffinava a fuoco lento senza nemmeno saperlo. Stava preparando il cioccolato a venire, la sostanza duttile, fluida, infinitamente comprensiva capace di accogliere ogni cosa nel suo abbraccio scuro, consolatorio, pieno di promesse vicine, vicinissime, già qui.
Alla riunione del Senato dei vulcani i più giovani, come sempre, alzavano la cresta. “Ora basta – diceva quella testa calda di Stromboli – sono stufo di stare lì buono a farmi camminare sopra dai turisti. Sono stufo di esibirmi per le barche, di farmi offendere dai loro flash, io che ho il fuoco più antico del mondo. E quando gli rispondo, e getto in alto la mia materia rossa, e gliela lancio fin dove posso, lungo la Sciara del fuoco, e non li prendo mai, quei maledetti sui barconi dipinti, loro mi fanno l’applauso, loro”.
“Ma quattro anni fa mi pare che non è stato così…” disse con la sua lunga voce di bue il vulcano spento di San Venanzo, con un forte accento umbro e la calvizie da frate. Teneva le dita di basalto intrecciate sulla vasta pancia, e Stromboli lo odiava.
Un mormorìo corse fra tutti i vulcani, spenti e accesi, esplosivi ed effusivi, quiescenti e solfatarici. Uno spesso odore di cenere e d’ossido di ferro faceva l’aria soffocante, e i vulcani la gradivano: dai satelliti si vedevano nuvole basse e grigie, con una concentrazione di silicio e acido cloridrico preoccupante, se non fosse stata coperta dalle scorie chimiche e meccaniche degli umani.
“Essì, vaja, uno tsunami piccolo piccolo, insignificante, talè, nemmeno buono per bagnargli le mutande a Bertolaso…” rispose Stromboli in siculo stretto, i pugni digrignati, le ferite accese nelle carni di vulcano giovane. Dietro di lui, muto, Strombolicchio annuiva: fra poco non l’avrebbero più fatto entrare, ché ormai non era nemmeno un vulcano spento, era il ricordo d’un vulcano, rattrappito e senza fuochi: uno scoglio, murato nel limo, acquatico, con lunghi capelli d’alga che lo facevano sembrare pure femmina. Che disgrazia nascere prima, quand’era lui, Strombolicchio, il vulcano, “Iddu”, e vicino c’erano isole giovani e analfabete, e a parte le tartarughe marine e gli squali mastodonti solo Dio l’ammirava – nell’aria ardente d’ammoniaca e creazione - affacciandosi dalla finestra a ovest.
Che poi questa cosa dei vulcani maschi nemmeno era chiara: Stromboli lo chiamavano “Iddu”, Etna era “’a Muntagna”, per la sua finta indole accogliente, le sue gravidanze interminabili, il suo modo d’incubare giganti, titani e ciclopi, la sua estrema coltivabilità, la sua capacità di convivenza, i suoi ammonimenti materni. L’umore capriccioso e volitivo di Stromboli lo resero subito maschio, e sterile come la cenere nera che piove lungo la sciara. Ma nel suo cuore di magma nessun vulcano è davvero maschio, o femmina. Mai come i laghi vulcanici, però, il cui immenso occhio celeste si confonde con l’indistinto del cielo, dell’origine.
E Stromboli puntava i piedi, rivendicava i suoi duemila metri sottomarini, la sua temibilità. Con sé aveva il partito degli stromboliani, ovviamente: temperamenti ‘mpitusi come lui, dai fianchi stretti, i basalti ripidi, le fontane di lapilli sparati in aria così, per divertimento e minaccia. Pochi, pochissimi.
Aveva con sé pure quei carusi, i soffioni, i geyser, le solfatare e pure le fumarole. Ma erano lì come osservatori, e non avevano diritto di voto. Si limitavamo a fare la claque, agitando i loro vapori e sparando zolfo nelle camere, così, tanto per dare fastidio.
Che poi gli altri italiani non si capiva da che parte stessero: un po’ stratovulcani e un po’ no, un po’ svegli e un poco addormentati, un poco visibilmente pieni d’un temporale interiore che s’avvertiva micidiale, un poco assorti in pensieri vecchissimi, del tutto distratti dal presente. Il Vesuvio celeste e dimentico, l’Etna voltagabbana: vulcani democristiani, pensava in cuor suo il giovane Stromboli. O il vulcano dell'Isola Ferdinandea, che nemmeno si capisce se c'è, e come si chiama (che l'hanno chiamata anche Giulia, Nerita, Corrao, Hotham, Graham, Sciacca, e se la sono contesa fino a farla sparire di vergogna e di noia, sotto il pelo dell'acqua e dell'immaginazione, dove vanno ancora a sconcicarla, e ci piazzano col cemento le targhe: "...era e resta dei Siciliani", come se la pietra nera e il cuore di fuoco appartenessero a qualcuno oltre che a se stessi).
Assai meglio, allora, quelli del Pacifico, gli spiriti ardenti della “cintura di fuoco”, che mescolano la lava al mare, e poi ancora, e parlano la stessa lingua di folgore degli dei. Ma sono così diversi, così contenti dei loro circoletti, così accovacciati. E poi non si capisce niente, quando parlano in polinesiano, con tutte quelle sillabe di lava fluida e i coni larghi.
Il Vesuvio, in un angolo, conversava coi Decani, i Vulcani a Vita: il perfetto, nitido Fujiyama, che regna su una popolazione di 192 piccoli vulcani coi quali comunica con scosse misteriose e immensi silenzi nevosi, il Krakatoa fitto di rancori e pappagalli multicolori, capace di ire e apocalissi, il ruminante Popocatepetl. I giovani non osavano nemmeno camminargli vicino. Tranne Stromboli.
“Io non ho paura - li affrontò - sono pronto. Voi tutti – e qui li fissò uno per uno, cogli occhi stretti d’un rosso vivido – avete plasmato la vita. Avete fatto e disfatto civiltà, inabissato isole, creato mondi. Ora tocca a me”. Era quasi un urlo, la sua voce.
Lo misero ai voti.
Stanno ancora votando, che i vulcani sono, molti, assai antichi, e ci vuole tempo. Il quorum, m’hanno detto, è 160.

Wagner sonnecchiava nella penombra. Ho chiesto permesso, con una voce così sottile che s’è persa prima dello stipite, e la porta c’ha cigolato sopra, vecchia di cardini venerabili. Wagner non s’è svegliato, d’altronde: è restato sulla poltrona, avvolto nella giacca di velluto e passamanerie dorate, a dormire sopra qualche sogno di scale armoniche ascendenti, o di Nibelunghi. La primavera incontinente di Palermo, intanto, s’infiltrava sin nel centro della stanza: la profusione di turchese e verde che preparava il contrattacco al tramonto stillava impercettibile dalla commessura del soffitto, dai rosoni di gesso, dalla testa di fanciulla in marmo cristallino, dal pianoforte a coda dai nervi scoperti e il suono d’osso.
Ho tossicchiato, per svegliarlo, mentre giravo per la Sala Wagner, dentro l’albergo, il Grand Hotel et De Palmes, piantato nella storia di Palermo come una palma secolare, connesso misteriosamente ai suoi passaggi segreti (uno porta alla chiesa anglicana di fronte, angolare e puntuta, recintata fittamente, che alza le sue vette e offre i suoi miracoli di persuasione pure di notte). Wagner dormiva con un russare basso, piacevole, la barba bionda sul mento teutone, pensieri indecifrabili, e in qualche modo greci e latini, sulla sua fronte vasta.
Ho rubato una carpetta di fogli, sui quali non è apparso nulla: eppure credevo che la fuga di parole e suoni che s’avvertiva distintamente – quando le porte creavano correnti nei saloni – potesse in qualche modo imprimersi. Il vecchio piano scordato gemeva nell’angolo, ossuto e scortecciato ma ancora potente: l’abbiamo tentato, ma non accettava se non musiche antiche, musiche riconoscibili per lui e le sue giunture stanche. L’oro pallido del Reno si poggiava sulla foce dei fiumi siciliani mezzi asciutti, nel riverbero del tardo pomeriggio di sabato, prezioso come seta vecchia.
In fondo alla sala si faceva vento con un libretto d’opera il barone Di Stefano.
“Voscienza benedica” ho provato a dirgli col mio accento dello Stretto.
S’è subito alzato in piedi e ha accennato un baciamano tiepido, perfetto di cottura. Ho sorriso, e mi mancava un ventaglio.
“Comodo…” ho detto, un poco rossa in faccia: non so trattare coi nobili siciliani, così radicati e arcaici, così barocchi e bruschi di finezze.
Ha fatto un lieve inchino, ha mormorato: “Barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano ai suoi comandi”. Son stata tentata di chiedergli di svegliare Wagner, o almeno di portarmi a vedere una lezione di politica di Crispi – in un qualche salone d’intorno – o ad assaggiare una delle dodici portate servite, quella sera, a Vittorio Emanuele Orlando.
Il barone, ch’è vissuto cinquant’anni senza mai uscire dall’albergo, perché aveva paura che fuori l’ammazzassero – era come una chiesa, una chiesa laica, o forse no, sacra d’una religione più antica, con palme, corsi d’acqua, offerte di fumo e sangue, divinità brune acquattate nel basamento del palazzo, nella roccia sottostante – sapeva tutto, conosceva ogni cosa. Passava i saloni in rassegna, sera dopo sera, e riceveva gli amici: Guttuso che rubava un ricciolo liberty e lo disfaceva in ferro e fuoco, Maria Callas, la faccia di Persefone, che beveva succo d’arance amare e tenebre mediterranee. Ma se gli dicevano: “Barone, andiamo, andiamo fuori” diventava pallido, e diceva: “Ennò, che io sto bene qua”. Le stagioni gli giravano intorno, al barone e all’albergo e a Wagner addormentato nella sala, e poi di nuovo.
Ieri era primavera, la primavera selvatica di Palermo. La pietra rosa assorbiva la luce rosa e la restituiva, contrastando i turchesi e i verdi della spianata sul lungomare, dopo la foresta d’alberi maestri del porto, dopo il deposito delle locomotive, dopo la foce secca del fiume.
Avevo appuntamento con Leonardo e le sue macchine drizzate nel laboratorio: anche lui stava in un angolo, assorto in calcoli scritti col sangue su un codice. Nel mezzo della trigonometria fiorivano l’occhio della Gioconda, un giunto cardanico, una bicicletta, un deltaplano, una macchina del tempo. Le sue macchine ricostruite (dagli artigiani, in legno, corda, canapi, ferro) macinavano movimento, combattevano l’impossibile e lo vincevano. Il loro tramestìo era identico a quello d’uno sciame, d’un alveare, del sonno lieve di Wagner nella sala vuota, davanti al barone assorto nella sua propria, ronzante condanna.
Sono stata due giorni a Palermo, perché dovevo visitare questa mostra di queste macchine qui, e perché ne avevo bisogno, e ogni volta m’emoziona. Non finirà mai di dirmi cose, cose immense e incredibili alle quali credo sempre.
(ah, ho anche comprato due buccellati, farciti di luce rosa, primavere di grano, inverni canditi, lastrico, una casa di colombe, balconi liberty che sporgono nell’ombra, marmellata d’arance, acanti, terracotta).
I funerali sono durati cinque o sei giorni, o anche più.
Da quando le bare, coperte di fiori fuori stagione, hanno sfilato, lentissime e laiche, davanti alla banchina del porto, alle acque nere e al relitto sfondato. Dietro si muovevano sindaci, dolenti, arcivescovi, assessori comunali e provinciali, marittimi, studenti, un sottosegretario, alcune madri, alcune mogli. Davanti il mare stava immobile, oleoso, zitto come quel giorno (e quel silenzio vastissimo era un altro dei nascondigli sfacciati della morte).
Poi, dall’acqua di catrame è affiorata una tartaruga, una Caretta Caretta di quelle gigantesche, che ogni tanto finiscono nelle reti e i marinai si fanno il segno della croce e le liberano subito, ma qualcuno dice che sono squisite, a mangiarle (ma mangiare una tartaruga è come mangiare un tritone, una ninfa, un uccello del paradiso, un angelo). Era immensa, vecchia, verde di muschio di fondale, marrone di limo mediterraneo. Le mancava una zampa, troncata di netto.
La folla ha avuto un brivido, ha emesso un “oooohhh” profondo che è stato il segnale d’inizio.
Mentre i vigili portavano via la tartaruga ferita, verso un centro soccorso dove curano gli animali marini e mitologici, tartarughe delfini orche lupi acquatici draghi sirene, il funerale cominciava per davvero.
Lo scirocco, ch'aspettava al centro dello Stretto, ha cominciato a ribollire e gonfiarsi, verso l’una e l’altra sponda. I gonfaloni dei paesi di mare s’agitavano, i fazzoletti, i paramenti, gli stami dei fiori fuori tempo. L’arcivescovo sudava nel colletto stretto, mentre l’odore dell’incenso diventava più forte e stringeva alla gola: lo scirocco raddensa gli odori e dirada i suoni, rende le figure indistinte e gli incubi più netti, fa palpabile la luce e dà un corpo chiaro all’ombra.
Mentre il corteo proseguiva – ma ora le bare erano più pesanti, perché lo scirocco raddoppia i pesi e chiarisce bene la fine d'ogni speranza – il mare già scavalcava le banchine.
Le parole dell’arcivescovo si sono perse nell’aria fitta di sabbia e luce impastate, dense come un fango leggero che entrava negli occhi, in bocca, tra i capelli. La musica non l’ha sentita nessuno: l’organo a canne– 16.000, distribuite sui due lati del transetto – non arrivava da nessuna parte, i suoni cercavano un appiglio e ricadevano, pesantissimi, come certi pesci argentati che piovono sulle strade quando, raramente, ci sono i temporali del mare capovolto.
E le navi, le navi muggivano per tutto lo Stretto: in corteo, grandi chiatte bianche o zattere dai fianchi ampi, monocarena appuntiti, chiglie rotonde o ovali, metallo o legno calafato, riempivano di richiami di bovino triste tutto lo spazio, esiguo, lasciato tra terra e cielo dallo scirocco. La messa la recitavano loro, una messa marina mugghiante e amara.
Il mare è andato avanti così per quattro, cinque giorni. Il mare s’era fatto nuvole basse, grigie e gonfie, che si posavano direttamente sulle colline, sui terrazzi, sui muri di contenimento, sulle palpebre. Le sponde erano invisibili, avvolte di nebbie salate. Nessun clima riconoscibile: un inverno tropicale, una primavera artica, un'estate nevosa. La città era un acquario, dove ci muovevamo respirando acqua dalle branchie, silenziosi come pesci, mentre i pesci, nello Stretto tempestoso, cantavano con voce umana. C’era un freddo caldissimo, e camminavamo fradici fino alle ossa, nelle strade trasformate in affluenti mediterranei, mentre le navi, asciutte, saltavano di onda in onda. Avevamo mal di capo, e non riuscivamo a parlarci, e ciascuno se ne stava nella sua bolla di malumore, respirando cattivi pensieri, guardando le nuvole che sfioravano l’acqua.
Abbiamo aspettato, come se fossimo saggi – ma non era saggezza, era l’esercizio di pazienza che, senza saperlo, le genti di costa praticano da sempre.
Poi, il funerale è finito. L’inverno è tornato a sedersi, e si pettina la barba.
Uffa, volevo scrivere una serie di altre cose. Chessò, l’iguana di nome Mozart che dovrà essere operata, allo zoo di Anversa, perché è in costante erezione (una colonna in pagina esteri sul giornale di oggi, lo giuro); le nominèscions per gli Oscar, che non se ne può più di Clint Eastwood e mi piacerebbe che per una volta vincesse una tragedia greca, invece che un film americano (infatti, stavolta vorrei che vincesse “The departed”, di Scorsese, che è sobriamente eschileo); di come ho visto diversi uomini piangere guardando “Rocky Balboa”, e allora ho ragione io che non siamo della stessa specie, pure se, misteriosamente, siamo interfecondi (ma più spesso intersterili).
E volevo parlare dei luoghi, di come ci facciano a loro immagine e somiglianza. Ma forse di questo ho parlato, è vero.
Ci sono giorni che la morte gocciola piano, pallida, fin dal mattino, inavvertita.
Deposita uova e larve infinitesimali, qua e là, sotto le foglie dei ficus magnolidea della piazza, nel basamento di muraglia del Faro, attorno agli ombrelli seghettati delle palme, lungo le commessure dei pontili, aderente alla pietra nera, in mezzo alle alghe e alla broda degli attracchi, alle meduse e ai copertoni, nelle pozze di gasolio iridescenti che galleggiano nell’acqua grassa del porto. Secerne un filo bianco, certe volte, che abbaglia tale e quale alla luce di scirocco – io me la ricordo, quella luce: era mercoledì e mancava un giorno all’intervento chirurgico, e io non capivo perché continuavo a guardare la finestra che m’accecava, come se quel bianco nascondesse un messaggio d’inevitabile, e mi sentivo ripetere, con una voce stanchissima, già delusa: papà, se vuoi ce ne andiamo, papà ti porto via subito, non ti operi più.
E la morte stava già filando e tessendo, lenta come una bava di scirocco, come una corrente al largo, come una manovra di virata per entrare nella falce del porto.
La portacontainer, piatta e incastellata fino al cielo – il piccolo la chiama “la nave-città”, perché da lontano può leggerne i muri e le torri, mentre attraversa, lenta come un’isola, il braccio corto dello Stretto – la portacontainer viaggiava col suo passo di nafta, col suo profilo d’incudine, da un mondo all’altro: dalle Antille a Israele. Portava delfini, uova d’oceano, muffe, profilati d’alluminio, altro sale.
L’aliscafo portava uomini e donne, i migranti di tutti i giorni: impiegati, studenti, sporte, visite mediche, parenti e amici, cause e liti civili e penali, flirt, cartelle, fughe, ritorni, soprattutto ritorni. Portava marinai e un capitano, un capitano di quelli dello Stretto, capitani di cinque miglia e mezzo di mare, di andate e ritorni, soprattutto ritorni. Capitani di venticinque minuti di navigazione, e, quando succede, di mare lungo, o lupa, o corse sospese. Capitani avvezzi alle luci parpallianti dell’altra costa, alle sirene, ai fantasmi di navi antiche e moderne (greche, fenicie, romane, turche, spagnole, e poi americane, soprattutto americane), ai radar spenti, alle correnti eccentriche, ai garofali, alla fata morgana che raddoppia le terre, alla nebbia salata e calda che invece le cancella.
La morte se ne stava appollaiata sui rami alti, qualche volta i gabbiani, passando, s’impigliavano una zampa, e strillavano del loro strillo, gabbiani isterici e grigi di discarica marina.
Qualcuno deve averla vista, la morte. Qualcuno la vede sempre, ma la scambia per altro: mal di testa, scirocco, inquietudine, affanno, residui di sogni, gastrite, scontentezza. Soltanto dopo, molto dopo, ci pensi e ti dici: era lì, era quella, e io non l’ho riconosciuta, ho continuato ad andare avanti, ad andarle incontro.
Tutti sulla passerella, qualcuno pure col fiatone. Il comandante lassù sulla plancia, padrone dei mari, l’equipaggio giù a sforacchiare i biglietti, a ritirare le gomene, ad avviare le macchine. L’aliscafo appuntito, veloce, carico di ritorni. La nave lenta, pesante, smemorata. Lo Stretto piatto, appiccicato al cielo.
E la morte che tracciava la sua rotta, col compasso e il sestante.
Insomma, prima o poi doveva succedere: sullo Stretto passa di tutto, rotte longitudinali che incrociano ogni giorno le rotte trasversali da una sponda all'altra. Ora dicono che c'era un'altra nave, grande e grossa, nera come la notte e il mare nero, che ha accecato il capitano. Ma non era la nave, era la morte, che prende le forme di nave, gabbiano, gomena. Intanto qui continuano i pellegrinaggi al relitto, accostato alla riva: tutti vogliono vedere l'aliscafo sfondato dalla prua della morte, e tutti hanno lo stesso brivido, perché qui siamo tutti gente di sponde, e di ritorni.
Anima: qualche volta l’ho intravista. Nell’angolo dello specchio, riflessa su una vetrina, seminascosta sotto un bavero. Stava con certezza nel gatto, sveglio ma pure addormentato, nel tango quasi sempre, in alcune persone. In altre no, chissà perché.
Brillocco: l’ho scoperto quest’anno. Ora lo so: si può essere felici con un anello da tre euro. E c’è chi ne spende trentamila, pensate.
(ps: questo rientra nella categoria Anima, però: l’anima brilla, ma non solo perché è preziosa, piuttosto perché sa ridere).
Cristiana: non è un aggettivo, è una persona. Ma è una persona che è davvero un aggettivo. Certe volte penso che bisogna cercarne più che si può, aggettivi e avverbi. Magari gli avverbi da vecchi, però.
Dio: niente da fare, risponde sempre la segreteria telefonica.
Estate: quest’anno è durata sei o otto mesi, in una casa come un pozzo. Il giorno che me ne sono andata, il cielo è stato il più bello che ho mai visto: l’azzurro nero profondo che faceva male agli occhi, premeva su tutte le terminazioni nervose dell’anima, spremeva fuori i ricordi come il sangue dalle rape. Era un premio per me, lo so. Gliel’ho pure detto.
Faccia: ho scoperto che mia zia L. ora ha la faccia di mia madre. Mi sono seduta con lei sotto la vite, a sentirla raccontare, ma cercavo di vedere comporsi mia madre, attraverso lei. Poi ho ascoltato davvero.
Gatto: era ora.
Harry Potter: nel mio giornale sono diventata la massima autorità vivente in materia. Vale più del Medioriente, giuro, anche se meno di Prodi.
(Citazione dell’anno: “Occorrerà scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile”. Vero: il contrario di giusto non è ingiusto, è facile).
Isole: non posso farne a meno. Voglio una casa eoliana attraversata da venti, capperi, luce.
Libri: ieri ho visto uno sgabello fatto di libri di legno, bellissimo.
Mamma: è l’anno che mi sei mancata di più, e io lo sapevo che era così. Via via che mi trasformo in te mi manchi come solo si può mancare a se stessi, senza rimedio, senza quiete.
Noi: ho mandato una spedizione di ricerca per trovare i confini di questa parola, disegnare un minimo di mappa, definire una geografia. Non mi danno notizie da mesi, quei maledetti.
Obeso: dicono che il mio albero di Natale è obeso. Non è vero: è il mondo, che è anoressico.
Paura: ne resta sempre troppa. Una persona che ho perso per strada, quest’anno (no, non è morta, s’è solo allontanata, e duole comunque), m’aveva letto così chiaramente le linee della paura, sulle mani dell’anima, che quasi m’aveva consolata, quasi m’aveva fatta coraggiosa.
Qualunque: Cetto La Qualunque è un genio.
Rose: ho ricevuto le più belle rose della mia vita. Sono alte quanto me, tenaci, autenticamente vermiglie. Il loro splendore è così sfrenato e consapevole che incute rispetto.
Simpatia: “con stima e simpatia, affanculo” (vedi Qualunque)
Tu: tu lo sai.
Uova: ne compro sempre troppe. Compro sempre troppo di tutto. Ho la sindrome dello scoiattolo, del rifugio atomico, del becco vuoto. Avere un frigo pieno, una dispensa che trabocca mi rassicura. C’era un sottoscala, nella casa di mia nonna, dove si conservava tutto (angeli, chiavi, salami, peperoncino, amore, sale grosso, coltelli, idee, fazzoletti rossi, caffè, rancori, nocino, rimpianti, alloro), e le cose duravano anni. Alcune durano ancora adesso. Chissà se è ereditario, il sottoscala.
Vino: ho fondato il MOLINA, ovvero Movimento di Liberazione dal Nero d’Avola, quindi regolatevi.
Zie: ne vorrei molte di più, per proteggermi. Ma poi ce ne vorrebbero altre ancora, per proteggermi da loro.
Volevo anche scrivere zen (lo so, non vale, lo sto scrivendo lo stesso, ma questo è un blog calabrese e autoritario), che è la contromisura necessaria alle zie e alla loro benedetta, salvifica, distruttiva calaberritudine.
E' un catalogo ragionato e abbecedato di quello che è successo quest'anno: i nati, i morti, i matrimoni, i divorzi, le opere pubbliche, il dare e l'avere. Le imposte, le scale, i terrazzi. I parquet, le scarpe da tango (ne ho cinque paia, adesso)(no, non le ho messe alla voce "scarpe" perché questo è stato anche l'Anno dell'Affanculo, e la cosa andava registrata. Esistono, le priorità). I dolci, gli amaretti, i coltelli. I regali rotondi e quelli a punta. Gli amori (ce n'è uno col pelo bianco che sta facendo le fusa qui sulla sedia, mentre scrivo, e così scrivo in bilico, ma io scrivo sempre in bilico), le assenze. Mio padre, che aveva una mente contabile, diceva che i bilanci sono sempre in pari. Mia madre, che aveva una mente incontenibile, lo guardava senza dire niente. Avevano ragione, tutti e due. Buon anno a tutti.

Il cielo si svegliò futurista, quel giorno. Si grattò via il nero liquido che stava sotto l’azzurro, come fa di solito novembre con giugno, e s’appoggiò alla diagonale del vulcano, delle agavi, delle palme.
La luce si scompose in una serie illimitata di colori, tutti primari: i gialli fosforici, con una polvere d’arsenico e zafferano che si spargeva lungo la direttrice dello Stretto, in direzione est-ovest, seguendo i passi ampi e meridiani del giorno; gli azzurri di cobalto, con attitudine di freccia, che penetravano nelle commessure, negli assiti, tra i mattoni forati, i pancali, le carene; il ciano, galeazzo ciano, saldo alla carlinga dalla quale dipartivano profonde vibrazioni d’oro freddo, avvertibili nell’increspatura dell’aria al di sopra del corso delle navi; i rossi puramente acrilici, dalla superficie interamente piatta; il verde cinabro brillante, nascosto in qualche piega della terra gialla.
Erano gli arei che intrecciavano i loro voli nuziali e geometrici sopra i prismi in cui si scomponeva l’acqua dei due mari.
I soli apparivano e scomparivano, secondo l’inclinazione sull’orizzonte, e i gradi di calore che cuocevano da sotto le nuvole, da sopra le terre, tutto attorno il metallo delle macchine.

Le donne, sulla costa, a loro volta tendevano palloni solari giocando sulle spiagge, ondulate, metafisiche, aerodinamiche, gemelle degli aerei. Un movimento prendeva l'isola dalle radici, e il suo triangolo sacro si scomponeva in poliedri luminosi di tinte piatte, brillanti.
La Sicilia si svegliò, tutta sudata.
Non era più futurista, o forse ancora sì: la luce cadeva cubica, tagliata di netto dal corpo dell’ombra, come un frutto solido. Si disfece sul gradino, e la Sicilia, respirando rumorosamente, tornò a dormire, voltandosi dall’altro lato.
Va bene, lo so che divento monotona, ma le scoperte sono fatte per essere comunicate, e dunque ieri ho scoperto Giulio D'Anna e in generale i futuristi siciliani, che mi sono sembrati incredibili. Ed è stupido, che sembrino incredibili: sono così perfettamente connaturati al lato geometrico e metafisico dell’Isola, alla sua lucidità di specchio, ai suoi azzurri acuminati, alla sua nudità dove l’occhio non trova appiglio d’ombra, alla sua velocità statica che apre profondi meridiani di colore nel cielo (Marinetti, che era un iperbolico fanfarone col genio dello slogan, diceva che "la Sicilia è il colorificio del cielo").
Dunque, per ora spargo pezzi di Giulio D’Anna e Pippo Rizzo e Vittorio Corona qua e là, e loro brillano. Vi pare poco, in questi tempi oscuri?

Prendete una distanza (o un’assenza, o una mancanza).
Prendete molte, molte parole. Parole di prima, soprattutto.
Prendete un luogo fatto di nebbia e acqua, rimpianto e forse pianto.
Prendete un modo di leggere le cose tutte capovolte, rovesciate, esatte d’una geometria impossibile.
Prendete un modo di sentire le cose rovente e definitivo.
Prendete fichidindia, rocce laviche, zolfo, pani tagliati con una croce, treni col fumaiolo, arance, tombe fresche, santi vecchi, filo di ferro, maioliche, gramigna, armi da fuoco, sesamo, calce viva, uva, roncole, occhi sul piatto d’argento, pupe di zucchero, seni di ricotta, ossa di bianco d’uovo, ciliegie di marzapane, pecorelli di pasta reale.
Prendete Elio Vittorini, la Medusa, gli anni Sessanta che crescevano per la penisola alti come grano, o tralicci.
Prendete gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, che cadevano dall’albero come foglie secche, piene d’una dimenticanza d’oro: il viale era in breve ingombro, e a camminarci faceva rumore di pagine morte.
Prendete una mattina di maggio del 2001, a Castelfranco Veneto, paese di suoni soffici, eccetto il rosso del manto della Madonna nella Pala di Giorgione: qualcuno se n’andava in punta di piedi, le orme subito confuse dall’acqua, dalla dimenticanza, dalla nebbia.
Prendete sei libri dallo scaffale in alto. I manoscritti no, lasciateli lì, nel cassetto.
Mescolate, aggiungete un filo d'olio d'oliva - quello amaro - , una risata, uno stupore, peperoncino intero e un cucchiaio di miele segreto: ecco Antonio Russello .
Ho scoperto Antonio Russello per caso, grazie all’editore che lo sta ripubblicando - il veneto Santi Quaranta - perché è giusto così. A volte succedono, questi piccoli miracoli: qualcuno viene ripubblicato (o pubblicato, voglio sperare) perché è giusto. Io l’ho trovato giusto. Ne è venuta fuori una pagina di giornale, perché di certe cose – ovvero dei miracoli – si deve dare conto. La trascrivo qui sotto, perché non so dove metterla e chiuderla dentro un link. Ma non dice molto di più di quel che ho detto sopra. Il resto, e ciò che conta veramente, fatevelo dire da lui. Non è un consiglio, è un imperativo categorico.
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Riedita da Santi Quaranta la raccolta "Siciliani prepotenti" dello scrittore agrigentino, e poi veneto d'adozione, Antonio Russello
La parola che brilla, ritrovata
La parola siciliana. La parola siciliana che cresce, si solleva, s'inerpica, s'arrampica, si dilata, mette rami, foglie, frutti. Si fa nome, cosa, corpo.
La parola siciliana che arde, come l'isola fiammeggiante nel mezzo dei mari, illuminata e tormentata dai suoi stessi fuochi.
La parola siciliana è quella di un autore dimenticato e riscoperto – ché la Sicilia ha la memoria corta, pure se non è capace di oblio – la cui opera viene recuperata e ristampata da una benemerita casa editrice del Nord (e il Nord è il necessario polo negativo, in questa storia).
Antonio Russello, agrigentino d'agosto e di Favara, venne scoperto negli anni Sessanta da Elio Vittorini, che pubblicò nella celebre collana "Medusa degli italiani" il primo romanzo, "La luna si mangia i morti". Nulla in comune, eh, con altri autori agrigentini di cui sono pieni i supermercati, e le bocche, di false parole siciliane: quella è televisione spalmata di confettura ai fichidindia, parodia del dialetto e manualetto di conversazione per turisti della sicilitudine. Invece la lingua di Antonio Russello è una specie di miracolo. Un miracolo alla rovescia, s'intende: incoronato di spine, scomodo, perturbante. Come la Sicilia.
In comune, con altri siciliani e magari agrigentini, Russello ha la strada percorsa, semmai: il Nord, precisamente la Marca Trevigiana, le nebbie di Giorgione di terre molto diverse dalle sue (dove morì nel maggio 2001); un mestiere – insegnante di Lettere – che gli consentiva d'annusare di lontano ciò che aveva lasciato, e ritrovarlo – e predicarlo – sparso per gli esametri di Virgilio, per le rime di Cielo d'Alcamo o Jacopo da Lentini. Con le lettere siciliane che gli brillavano davanti agli occhi, nella memoria, tra le mani, Antonio Russello – immerso nelle nebbie e in un altro dialetto, tra altri alberi e altre radici che si facevano nomi diversi – s'è reinventato la Sicilia sua, se l'è cercata e ricostruita per intero. Capita sovente, ai meridionali. Forse è un percorso necessario, una successione obbligata di stadi alchemici dell'anima: le parole hanno bisogno di distanza e di un certo dolore, per fiorire vive e presenti, per incarnarsi.
Così, dalla Marca Trevigiana Russello ha scritto la sua Sicilia, che è fosca, mirabolante, densa, odorosa, irredimibile, santa, pagana, redentrice, spaventosa, magnifica, eccedente.
Ecco, l'eccesso – che è croce e virtù dello spirito meridionale, e più ancora nell'Isola, dove non perde mai il suo cerchio di ferro, il suo senso del limite e dell'impossibile – è la materia di Russello. La sua immaginazione è sempre eccedente: non esistono, non in Sicilia almeno, vicende minime.
Chi ama le scritture di bozzetto, e pensa la storia come i quadretti sulle fiancate d'un carretto siciliano, idilli campestri arrossati da tramonti, arance o sangue, resterà deluso. Chi s'aspetta la solita Sicilia di trazzere, lupare e colonne sonore da sceneggiato resterà deluso, dalla raccolta di racconti "Siciliani prepotenti" (edizioni Santi Quaranta, pp.158, 11,00 euro), la cui prima edizione fu del 1963, con Ronchitelli, e che l'editore Quaranta, benemerito, ha appena ripubblicato nell'ambito d'un recupero di tutta l'opera di Russello (sei romanzi, di cui uno finalista al Campiello, cinque testi teatrali; ma esiste tuttora un gran numero di manoscritti inediti).
Né bozzetti, né voci minime: i sei racconti del libro raccolgono solo storie vaste, enormi, bibliche. Tutte curiosamente capovolte: come quella di Gesù che viene per nascere in Sicilia, e rifà tutta la sua strada, raccoglie apostoli che gli insegnano molte verità (e uno gli muore e risorge, persino, e lui lo incontra e non ci crede.), muta il vino in acqua, moltiplica il pane ma s'accorge che il miracolo non l'ha fatto lui, bensì la dignità dei poveri zolfatari che quel pane gli avevano offerto, accarezza cogli occhi una collina di calvario, ma niente, non trova in alcun luogo un giuda capace di tradirlo e alla fine deve scapparsene in Palestina, con gli occhi pieni di lacrime e di rimpianto, persino lui.
Tutte storie sbilenche, che mutano forma mentre avanzano, come certi ulivi secolari, certe facce secolari, certe mosse dell'anima secolare. La storia di don Carluccio, angelo custode dei treni, la storia, la vera storia, dello sbarco americano, o della guerra che si combattè a Palermo, non tra americani e fascisti, men che meno tra americani e siciliani, ma tra taxi e carrozze per aggiudicarsi i clienti americani, quei conquistatori ridotti all'impotenza da un'Isola imprendibile come una schiuma, pure se densa come pietra lavica, impossibile da vincersi o da occuparsi davvero («Sullivan stava zitto e osservava come tutto era un crescere, un farsi, e tutta la loro stagione di vincitori, affermarsi sulla stagione dei vinti come per sussulti, per rimpiazzamenti, come d'un autunno che rimpiazza l'estate e gli costa di perdere i frutti»). Un'aria di guerra impasta l'Isola, di continuo: una guerra sorda, silenziosa, perenne. Ma non è la guerra che pensano gli altri.
Come la prepotenza dei siciliani non è quella che pensano gli altri, visto che è nutrita di dolore, di un'ironia profonda e nera, di un gusto dell'assurdo che sfuma nel sacro (il caos geometrico di Pirandello nasce nelle stesse terre, si nutre dello stesso sconcerto).
Russello non cerca giustificazioni nell'orgoglio, o scorciatoie nella miseria antica di sapersi oppressi, e nemmeno indulgenza, quell'indulgenza meridionale che è la malafiglia della sottigliezza e della pietà (vera, invece, questa, e profonda quanto le radici dell'Isola). Non è un atto di contrizione, né uno scatto d'orgoglio, la sua scrittura: è semplicemente vera quanto un ulivo, un muro che s'attacca alla montagna, un'alba di ferro sul mare. Quanto un pane («E scoprì che l'atto d'ingoiare quella mollica antica e profonda era quello dell'uomo che parla all'altro uomo e gli dice pane del pane e uomo dell'uomo. E non era quello del bianco che parla col negro col linguaggio del bianco. Ma era il miracolo d'un pane che parla da pane a un altro pane»). Non cerca condanna e nemmeno perdono, Russello.
Forse pre-potenti lo sono stati, i siciliani: potenti prima, in qualche età dell'oro remota, di cui resta traccia in una natura ardente e piena di doni, nell'attitudine imperiale di certi cieli, di certi pezzi di mare, dei frutti – i fichidindia di velluto, gli agrumi che, lo sappiamo tutti, sono il sole che si può mangiare a spicchi, i fichi, le mandorle. Lo sono stati, continuano a esserlo in un loro modo oscuro persino a se stessi.
Il giorno che invaderanno l'Italia – dice Russello nella paginetta d'introduzione che non è introduzione, ma una minaccia capovolta, un ironico avvertimento (visto che l'attitudine dei siciliani è conoscere la verità ma non dirla, quantomeno non dirla in modo che sia comprensibile ad altri, o pure a sé) – quel giorno la Storia correrà al rovescio, e porterà non distruzione ma "eredità di splendore". Il contrario della guerra, il contrario della miseria, il contrario dell'abbattimento, del degrado. Un contrario che la Sicilia coltiva in sé, oscuro, magnifico, succoso e incoronato di spine.
La verità sembra proprio un ficodindia, vista da qui.
Gazzetta del Sud, 12 novembre 2006
Si entra immediatamente, nell'anima di A.
Subito a destra c'è una parete circolare, piena di libri, uova di struzzo, tavole anatomiche dipinte a colori vivaci, litografie, angeli di cartapesta, dagherrotipi. Ma a sinistra, nella prua della casa - che è una casa-bastimento di Palermo, una casa-transatlantico che naviga al ritmo diseguale della città, con la pancia nel mare e le vele nel cielo, i fianchi nel passato e i remi nel prossimo futuro - c'è un sestante alto almeno due metri.
"E' una macchina di scena" dice A. L'ha trovata in un mercatino dell'impossibile, dove gli scarti di qualcuno sono i tesori di un altro.
Sugli angoli dorati del sestante A. ha attaccato altri angeli, angeli di presepe siciliano, così violenti e ascensionali.
"Anche a me piacciono gli angeli" gli dico, sorseggiando un aperitivo nei bicchieri che lui chiama "bisanzio" perché sono d'un vetro trattato a mosaico, dove il sapore del vino si scompone in frammenti di blu, rosso e verde soprannaturale. Beviamo sorsi d'impero d'oriente, come la luce obliqua e saracena del cielo d'ottobre ci consente. Un Guttuso sulla parete di fronte li corregge con lampi poderosi di colori primari.
L'anima di A. ha anche arredi scompagnati: poltroncine art-deco, divani neoclassici, specchiere barocche.
E' un'anima avida ed elegante, con preziosi tappeti indiani, vasi in pasta di vetro e una collezione d'orologi. Ticchettano mentre parliamo: "La senti? è la voce diseguale del tempo" mi dice. Mi concentro e non riesco a distinguere i battiti dei meccanismi dalla pulsazione d'isola che viene da fuori: è un sabato frenetico, dell'estate ottobrina che sparge miele arroventato, e il giorno non si rassegna facilmente alla notte. Lottano per ore nei cieli, che hanno un color ficodindia, dolce e granuloso, anche se nella stanza - l'anima di A. non ha anticamere - la porta di noce non lascia filtrare molto, e le finestre con doppi tendaggi appesi alle aste di bronzo.
Però il tempo trasuda lo stesso, dalle commessure del pavimento, dagli stipiti, dalle pagine dei libri che sono allineati, a centinaia, sugli scaffali. A. di mestiere disseziona corpi e parole, e poi li ricompone in un disegno che gli suggeriscono il sestante, i soggetti dei quadri impressionisti che sono appesi dappertutto, gli angeli drammatici dei presepi paesani, i bambinelli di cera distesi a due a due nei piatti di portata.
L'anima di A. ci circonda compiutamente mentre sgranocchiamo pistacchi di Bronte e pepato vecchio: "E' come mangiare chicchi di melagrana nell'Ade" gli dico sorridendo, e so che è vero. I grani di pepe grosso sono belli come perle nere, o proiettili. Li raccolgo nel cavo della mano. L'orologio batte un quarto, o un terzo, di qualcosa - un'ora di polvere di qualche arazzo disteso sulla parete accanto, un minuto di un secolo fa, due giorni del prossimo inverno, un'infanzia raccontata da qualcuno sotto una copertina rosso fiamma - e il tempo nella stanza cambia di posto, si riassesta impercettibile.
Mi sembra di cogliere un cambiamento, nell'acquaforte che ho davanti, sotto il tabernacolo restaurato, accanto al tavolino liberty: le linee incise si fanno più lievi, o più forti. Fuori, la morsura del tempo preme sull'isola, la corrode per farne brillare il metallo profondo, che di lontano si può scambiare per dolore, pericolo, morte. "E' tutte queste cose" ammette A. leggendo con chiarezza i miei pensieri.
Migliaia di chilometri sotto di noi, sotto nove piani di condominio, sotto il piano stradale, sotto il cantinato, sotto il basamento del palazzo, sotto gli strati di roccia e marna attraversati irregolarmente da vene nascoste, il mare si stende acido, avido, nero.
Siamo una lastra di rame, o ottone, o zinco, immersa in un buio liquido, mentre punteruoli giganteschi, aghi comandati dal polso degli dei, tracciano linee, ghirigori, disegni incomprensibili: “Lo chiamiamo destino – dice A. – e qui più che altrove”, sorride.
Intanto la casa di A., l'anima di A. - ché la casa è l’anima esterna a noi, e l'anima una casa interiore - fila attraverso la notte.
A. ogni tanto guarda fuori, si sporge e porta dentro qualcosa: una campana di vetro con un cristo giallo, una pecorella di pasta reale, un vassoio pieno di tappi di caraffe di cristallo, una torta setteveli, una cassata dipinta da un pittore naif ("ma è uguale a quella vera" gli dico, lievemente scandalizzata, e A. replica, calmo: "ci sono cose intraducibili, o già tradotte").
Per cena, nel tinello interamente circondato da libri, abbiamo pasta col cavolfiore pinoli uvette e acciughe, involtini nelle foglie di limone, melanzane fritte e mille anni di poesia siciliana: A. strappa lentamente le pagine, le condisce con olio e limone e le distribuisce nei piatti.
A me toccano Jacopo da Lentini, Ibn Hamdis e Vann'Antò. Le mangiamo lentamente, mentre A. fuma la pipa con aria grave e ci guarda.
L’anima è buona da mangiare, lo penso ma non lo dico.
Per mille anni, per mille anni, annuisce lui facendo un gesto col capo, come se brindasse.
Non rispondo, ho la bocca piena.
Sabato sera sono stata a cena da A. e S., la moglie bella. Fuori, e dentro, c'era Palermo.

Io mi spello, e il mondo diventa buccia.
Maria, che è spagnola atlantica, scrive in una lingua che non è la sua. O forse che è esattamente la sua.
Usa parole che non hanno complici, parole che trova sole e sfavillanti per strada, ci gira attorno per capirne la forma, le raccoglie e poi le compone come si compongono collane di pietre, giardini di sabbia, collezioni di oggetti dissimili.
Usa parole che devono sorprenderla come lampi improvvisi, strappi arancio in cieli cobalto, flash di magnesio, come a noi di madrelingua e matrignalingua non può capitare: le nostre parole sono piuttosto reti a strascico, ognuna se ne porta dietro altri milioni. Le nostre parole sono abiti, le sue sono semmai pelli appena conciate, o non conciate affatto, ancora calde di un altro corpo: vestita così, come una principessa preistorica, ora Maria, la sua lingua, se ne va in giro per l'Italia in un libretto grigio degli Untitled, i pescatori di perle nel mare dei blog.
Ci sta bene, sopra quei fuochi, quel grigio detitolato, e quella sola parola: "Sicilia".
Sì, perché Maria ha scritto un libro non sulla ma dalla Sicilia: più che l'isola stratificata che noi sappiamo - e in bocca ci dà subito sentori di mandorle amare, polvere da sparo, gelsomino, cenere e gelsi color sangue, e pure sa di camilleritudini guaste e sciascianesimi, di bufalinismi e consolismi che galleggi