...mangino brioches...

il cuore ha piu' stanze d'un casino
giovedì, 05 febbraio 2009

La vita, la morte

gemelle e predatrici

  La prima volta che stava per morire, mia madre era incazzata nera con la vita e con dio e pure con noi. La prima notte d'agonia, col suo cervello che continuava a spegnersi e accendersi, la sentivo imprecare con tutta la sua forza di albero, di torrente, di roccia quaternaria, di gramigna.
 La vita d'altronde s'era sempre manifestata in lei come una forza spaventosa, che distruggeva almeno quanto poteva creare: quando partorì la prima volta restò aggrappata per diciannove ore alle sbarre del letto, lottando contro la vita, contro il dolore della vita, e contro la paura della morte. Io sola so che non lottava per assecondare, ma per opporsi a quella vita che lei sentiva esattamente com'era: vasta, potente, distruttiva, spaventosa. La vita era quella tempesta che lei poteva leggere nei fulmini anche una notte prima. La vita era quell'enigma che lei, da medico, affrontava con gli strumenti degli sciamani, delle veggenti, delle guaritrici. 

  Quando partiva per le giogaie diseguali dell'Aspromonte, a dorso di mulo - era medico condotto con indennità di cavalacatura - recitava le sue personali formule, mentre il mulo dondolava e le boccette di vetro, nella borsa, facevano il loro scientifico tintinnìo.
Lei non ci credeva, nella scienza. La scienza la ripagava ignorandola. E lei guariva dove poteva, col tocco delle mani o delle parole, a volte solo aggiustando le uscite imperfette tra i mondi. A volte solo assistendo con le labbra strette a travagli, agonie, decorsi sui quali non c'era nulla d'umano che potesse interferire.
La donna che si uccise legandosi un filo di seta al neo maligno; la famiglia sterminata dai funghi sicuri; la donna con la coda; il bambino ammazzato dalla levatrice che gl'aveva reciso il velo palatale con l'unghio sudicio.
La sua medicina era favolosa, pericolosa. Le sue diagnosi erano romanzi, invettive, lettere a dio.
  Quando toccò a lei non fu diverso. La morte ci provò in un sacco di modi. L'epatite, poi la cirrosi: il fegato secco e duro come una prugna. La pressione che s'alzava e s'abbassava in onde, cavalloni che le riempivano il corpo di liquidi, di malinconie, di urgenze, di letargo.
Il tumore al colon, che chissà da quando aveva cominciato a crescere, come un serpente rosso, e che reagì esattamente con la forza della vita, quando i medici lo scavarono col bisturi: si costruì caverne, giungle, foreste di vita sbagliata, smodata. Era un'altra espressione di quella vita dilagante e distruttiva che lei portava con sè, che lei sapeva sentire dentro la terra e dentro l'acqua.
Noi non capimmo, nella prima notte d'agonia, che lei voleva vivere almeno quanto voleva morire. Che la vita e la morte si equivalevano attraverso di lei, ma col prezzo soprannumerario del dolore.

  Mettemmo quella firma, la condannammo ad altri due mesi di sofferenza. La vita si prese quello che era suo, la morte pure: stavano tutte e due accanto al letto, a schiaffeggiarsi e urlarsi insulti che percepivamo in forma di elettricità, correnti d'aria, cattivi pensieri, temporali di là dallo Stretto. E poi facevano pace e ricominciavano.
Anche l'ultima notte fu così: la vita e la morte erano talmente gemelle che non riuscimmo a distinguerle, quando si misero tra noi e lei, e non riuscimmo più a vederla. Mai più.

Mia madre mi disse che avevo fatto male a firmare per quell'intervento disperato, anche se dopo tre giorni di coma s'era svegliata e venivano a visitarla dall'altra ala dell'ospedale, perché dicevano che era un miracolo, e il chirurgo si guardava le mani e il primario diceva con la sua voce gentile che la speranza è il loro vero lavoro.
Le regalammo altri due mesi.
Io non so se li vorrei, quei due mesi come i suoi. Penso di no.
Voglio fare testamento fin da quella notte, sono ossessionata dal pensiero di chi e come sceglierà per me. Voglio poter scrivere la mia definizione di vita.
postato da manginobrioches alle ore 20:55 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: geografio, croniche familiari, grammatica della notte


lunedì, 02 febbraio 2009

Anima-lia

Leda col cigno, appunto

 La donna camminava circondata da uno sciame: erano fiori, o farfalle, o fate molto piccole. Avevano visi stretti dal mento sfuggente, occhi a punta e frinivano in modo riconoscibile. Lei ci parlava ininterrottamente, consigliandosi con loro, o rimproverandole per qualcosa. Era perfettamente chiaro che si trovava a proprio agio.
 Passò davanti all'uomo avvolto nel pitone, che gli rosicava lentamente la base del cranio, senza che lui lo desse a vedere, d'altronde. Nella vetrina si specchiavano tutti e due, l'uomo e il serpente.
La donna delle fate-fiori passò oltre, gesticolando in mezzo allo sciame: non era mai sola, lei.
Viceversa, la donna con la boccia di piranha aveva un'aria afflitta: teneva una mano dentro l'acqua, che nemmeno si vedeva, con tutti quei pesci d'oro terroso e rosso che s'affollavano attorno.
L'uomo coi gatti sembrava sereno: ne aveva due, gemelli, d'angora bianca, che gli camminavano accanto, uno per lato. Avevano un pelo candido che catturava la luce e altre cose. L'uomo sorrideva lievemente. Quando gli passò accanto la donna con la pantera, i felini si sogguardarono e qualcosa d'elettrico corse tra le pellicce degli animali e gli occhi degli umani.
  Per gli animali pesanti c'erano corsie separate: andavano e venivano orsi bruni, elefanti indiani, una giraffa. Due cammelli dondolavano di lontano, ruminando incessantemente e facendo ondeggiare i finimenti dorati: gli uomini accanto a loro avevano visi impenetrabili.
 Una tigre reale passò a grandi falcate, lasciando una scia d'odore muschiato: la donna che portava in groppa era aggrappata al suo collo, i lunghi capelli neri che si confondevano con le strie della tigre.
 Sotto l'arcata del Ponte, lo Stretto era continuamente attraversato da pescespada, orche marine e megattere, accanto a cui qualcuno nuotava o si lasciava portare dalla corrente: non si potevano distinguere le rotte degli uomini e dei pesci, e i loro tracciati argentei disegnavano come una ininterrotta scrittura.

Pensavo alla forma dell'anima, oggi: a volte è una vipera, a volte un moscerino, a volte una cavalletta d'oro posata come una spilla sul risvolto della giacca. Ma a volte è un elefante bianco, a volte un dromedario, a volte una tigre reale. Stamattina m'ero svegliata con accanto un serpente verde veleno. Poi è diventata un gatto pensieroso, una tigre da guerra, una sfinge, una poiana. Dopo aver perlustrato il cielo con gli occhi rapaci e aver riempito le penne d'ossigeno fresco, l'anima è volata giù, s'è accucciata e s'è messa a dormire, il pelo bianco che si muoveva appena al vento.
postato da manginobrioches alle ore 21:36 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
categoria: bestiario, geografio, immaginaria, grammatica della notte


martedì, 27 gennaio 2009

La neve, la memoria

anna, anche lei

 “Chi sei tu, una comparsa?” L’uomo con gli occhiali e la barba quasi bianca abbassa il megafono e si rivolge impaziente alla ragazza avvolta nella coperta militare.
 “Comparsa? No, anzi. Sono scomparsa per un sacco di tempo” fa lei. E’ molto giovane e stanca, ma gli occhi sono scuri come un noce di mille anni, come certe notti di poche luci. S’accomoda attorno la coperta, siede a gambe incrociate sul margine della strada, dove la neve s’accumula fra le traversine. Non smette di guardarlo.
“E cosa fai qui?” dice lui sospettoso, dando un’occhiata rapida all’orologio: altrove, il tempo scende nella clessidra in forma di denaro.
“Guardo” risponde, semplice, lei. “Magari mi ricordo qualcosa - aggiunge, e un lampo scuro viene dagli occhi – Non serve a questo, ciò che stai facendo?”
 “Sì, serve a questo” si ferma lui, perplesso. Si guarda attorno: nel vasto campo, circondato dai riflettori e dalle cineprese, camminano tutti assieme gli internati con le divise a strisce, i tecnici, i soldati con la svastica, gli aiutoregisti, i kapò coi canini luccicanti.
Un grappolo di microfoni cala in un angolo, i carrelli slittano nella fanghiglia. La neve intanto segna le pause, le righe bianche, il tempo rapido e lento della memoria che va all’indietro.

 “E cosa ti ricordi?” dice ancora l’uomo, avvicinandosi d’un passo. Ora la guarda meglio: la ragazza ha il segno d’una fossetta sul mento, le labbra secche, qualcosa d’inconsolabile sulle guance. Ma gli sorride.
“Niente, non mi ricordo niente – scuote il capo sconsolata – Mi ricordo un retrocasa, pareti di fòrmica marrone, odore di cavoli, un gatto”.
Qualcuno, alle loro spalle, urla qualcosa, forse "si gira": gli internati con le divise a pezzi corrono da un lato, una raffica di mitragliatrice disegna righe precise, fuoco rosso sulla neve, un volo di corvi si scatena da un punto imprecisabile dell'est, aggiunge altri ricordi, come vortici di polvere nel cielo dei camini.
La ragazza sussulta, spalanca gli occhi e inghiotte la neve, il campo, i passi, il fuoco, i corvi. “Sembra un film - dice poi parlando piano – Mi piacevano, i film. Si dimentica ogni cosa, coi film”. Torna a guardare la spianata del campo.
“No, si ricorda ogni cosa, coi film - fa, secco, l’uomo – Anche quello che non conosciamo, possiamo ricordare”.
A dieci metri da lui, una donna col fazzoletto in testa cade nella neve, un foro rosso e perfetto nel mezzo della nuca.

“Ti sbagli – il viso rotondo della ragazza s’increspa di decisione, le labbra tornano brevemente rosse – possiamo distrarci, possiamo consolarci, possiamo… dimenticare”. Le piccole mani stringono il bordo della coperta, che in un angolo s’è inzuppata di neve e ha preso un colore di piombo.
Una fila di prigionieri cammina con le mani sulla testa fino al plotone d’esecuzione, tre bambini strisciano in silenzio verso il filo spinato, da lontano vengono i suoni ammaccati d'una marcia militare stonata. In una baracca, qualcuno sta nascondendo una stola ricamata con simboli religiosi in un pagliericcio; un altro scambia un diamante con un pane; un altro ancora scrive lentamente una lista: l'inchiostro è denso come sangue nero. Nel paese accanto, la gente cammina con la testa bassa, e ripete che la guerra è lontana.

“No, questo non me lo ricordo – dice ancora la ragazza - mi ricordo le fotografie delle stelle del cinema che appiccicavo sul muro: loro mi aiutavano a sognare, che è un modo per dimenticare”.
La neve riprende a cadere, sul mondo di prima e di dopo.

Lo so, oggi è la Giornata della memoria, che è una cosa infida e bifida. Ma Anna Frank è stata una di famiglia, molto tempo fa, e volevo ricordarmela. Questo post è stato pubblicato, mille anni fa, nel defunto blog "Incontri impossibili" - gli dei abbiano in gloria il suo ideatore, Herzog. L'incontro impossibile, come è evidente, è tra quel truffaldino di Steven Spielberg e Anna Frank. Ma esistono davvero incontri impossibili? Non li mettiamo continuamente in scena, nella nostra immaginazione che è bulimica e sincronica, come l'inconscio, come lo stomaco?
Memoria e oblìo a tutti voi, in parti rigorosamete diseguali.
postato da manginobrioches alle ore 08:56 | Permalink | commenti (8) / commenti (8) (pop-up)
categoria: immaginaria, grammatica della notte, trappola per topoi


sabato, 08 novembre 2008

Lo stato delle cose

lo stato delle cose fa sembrare il mare una collina erbosa

Anche stasera la porta scorrevole non mi ha tagliata in due.
Novembre sembra aver messo la testa a posto.
Ci sono una quantità di morti, amici e non, che scalano le rovine, e io posso vederli.
Le due uova al tegamino hanno preso decisioni alternative.
Tu mi hai deluso un poco, ma ho saputo sostenere la cosa. In fondo, mi chiedo se non sopravvalutiamo le delusioni.
La notte è equamente distribuita dentro e fuori.
Sotto la spalliera d’edera si muovevano cose, ma era un rumore sano.
C’è qualcosa di marino, in quest’odore di notte.
Vorrei portarmi pietre e cioccolatini in egual misura, domattina.
Tutto questo disegnare alberi m’ha riempito il cuore di paletti. Non era frassino.
Le buche cambiano di posto, ormai ne sono certa. O forse è la strada che si ridisegna con la mano mancina.
L’ultimo ficodindia aveva un retrogusto di paradiso.
Ci sono momenti in cui la mia lucidità mi inquieta. Ma di solito mi sbaglio. Non è lucidità.
La paura era così piccola e solida che l’ho messa a sedere sul letto come una bambola brutta. Inutile farle domande, però.
La miciazza non solidarizza nemmeno.
Passo accanto a tre o quattro superstizioni, che mi salutano affettuosamente.
A volte le cose accadono così lentamente che è come se non avessero suono né peso.
Mi sento come se dovessi andare in miniera. Sarà forse perché devo andare in miniera.


Lo so, sono criptica. Ma ci sono tante cose così misteriosamente collegate. Mastro Jodo dice "la danza della realtà", che solo di rado è una cosa tipo pesci che saltano dal mare, biglietti della lotteria e nodi che si sciolgono. Lei danza quando sembra così immobile che passiamo dormendo, e nemmeno ci accorgiamo di esserci.
postato da manginobrioches alle ore 02:15 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte


martedì, 29 luglio 2008

No, il festivallo no (e invece sì) - balnearia 5

tempeste marine nella voce (per dare una pallida idea)

  Che noi in realtà lo sapevamo: il Mediterraneo parla un sacco di dialetti, ma una lingua sola. Un sardo-siculo-fenicio-castillano-enotrio-catalano-greco-normanno-arabo-ligure, con qualche inflessione locale. Una lingua originaria, spuntata dal mare – che è sempre lezione di coscienza e linguaggio – col suo armamentario di reti, desinenze, nasse, suffissi e vele bianche e nere.
  Noi non sapevamo di parlare così bene il catalano, ma ieri lo abbiamo saputo. Quando Franca Masu, un donna piccola alta quattro metri, una donna esile come un albero maestro, fragile come il ferro battuto, bella come una tempesta marina, è salita – scalza e nera – sul palco. Ha alzato una mano – una mano bella che comanda i venti e le ombre – e lo Stretto è stato subito ai suoi piedi. Navi, costellazioni e fari e tutto il resto. Perché ha riconosciuto l’altro mare, e la donna che lo portava nei gesti, nelle pieghe della gonna e dello scialle, nell’anello rotondo di turchese, nei capelli lucidi pettinati a crocchia. Nella voce.
  Franca Masu viene dalla Sardegna profonda, dove si parla la nostra stessa lingua: sale, dolore, astri che rigano le notti, soli rossi, una nostalgia cupa e acquatica, spiagge, vele, ritorni, sere intrise, sabbie, sassi dell’inizio del mondo, legno, argento vecchio. Le stesse sillabe, che lo Stretto ha riconosciuto, partecipando al sortilegio con le sue terre che cambiavano di posto, le sue stelle piantate sul lungomare, i suoi fanali appesi in cielo, le sue navi zitte, le sue sirene in ascolto.
Franca Masu ha cantato di Alghero, che nessuno di noi ha mai visto ma non ha importanza: abbiamo visto Chianalea, Ortigia, Faro, Scilla, Cefalù. Favazzina, Mortelle, Capo Peloro e Capo Spartivento, e questo può bastare, per un alfabeto.
  Così, Franca ha cantato a beneficio dei venti e delle sabbie, con una voce che passava in un istante da dentro la pancia alla punta della luna, dal fondo celeste del mare alla cima inquieta delle palme o delle dita. Ha inventato alberi, flotte, nasse che salivano cariche di aragoste, coralli, diamanti, alghe, dimenticanze. Ha cantato in catalano, in sardo, in castillano, in italiano. In jazz, in blues, in tango, in flamenco, in bolero, in tristezza e in trionfo, in pace e in agonia. 
  Accanto a lei un chitarrista dalle mani sensibili, un contrabassista, un percussionista scalzo che sapeva fare ogni cosa: i versi dei coralli, delle pietre, della risacca. L’acciottolato dei vicoli, il filo del coltello, la madrepora. Il tintinnìo che fanno certe tristezze, di sera, davanti al mare. Il rombo basso, tellurico, del ricordo.  La verità quando fa rumore di tela strappata.
  In quella foresta di suoni Franca era un albero vivo, da cui sgorgavano racconti in una lingua che sapevamo. Piano piano, era diventata altissima, più alta del pilone, vasta quanto la notte che a volte è così grande che lo Stretto non ce la fa a contenerla tutta, e si riversa fuori impetuosamente, rimescolandosi nel Mediterraneo, che non è solo un mare ma un cosmo e contiene mondi e notti e foreste.
  Quando ha raccontato la storia di Alfonsina il mare è uscito dagli argini e ci ha sommersi: nuotavamo trafitti dal dolore come pesci, mentre Franca liberava dalle mani cavallucci marini, anemoni e stelle. Cantava in sillabe d’acqua che noi potevamo respirare, come i pesci, e adornarci, se volevamo, con stelle marine di dolore, scaglie d’argento di dolore e collane di coralli d’un dolore rosso e vivido che brillava nel buio, e i naviganti potevano seguirlo senza perdersi, come una stella polare sommersa.
  Infine, Franca ha richiamato la notte e il mare con un gesto, li ha riposti nel segreto del suo petto e se n’è andata, come una cometa marina.

Insomma, ci vuole fegato a fare un festivallo cinematografico & co. in riva allo Stretto, alla fine di luglio, parlando di legge 180, violenza sulle donne, cinematografia araba e altre lepidezze (no, il dibattito noooooo). Ma qualche volta si viene ricompensati,  della fiducia e della curiosità, e ieri notte era una di quelle volte. Anche la notte prima, in verità. Un poeta (per fortuna) non laureato, Lello Voce, capitanando una flottiglia di farfalle da combattimento, davanti a una trama elettronica, ha parlato di follia: quella che si vede e quella che non si vede. E siccome la Voce di un poeta fonda un mondo, eravamo un bel mondo di folli che se ne rotolava per la spiaggia di Capo Peloro, tra le navi che ci attraversavano, le luci che cambiavano di posto e i fari che s'immergevano per nuotare di notte. Gli ho chiesto mezza poesia (sette anni prima lo avevo incontrato, e lui aveva spezzato una poesia come un pane, mezza per me e mezza per la mia amica Ughetta), me ne ha data una quasi intera, togliendogliene solo un pezzettino, come una mezzaluna.

postato da manginobrioches alle ore 12:12 | Permalink | commenti (16) / commenti (16) (pop-up)
categoria: insolitudini, balnearia, cronaca vera, grammatica della notte


mercoledì, 02 luglio 2008

Il Festival di tango di Siracusa (catalogo irragionato)

tanghi lunari

M'era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com'è, piena fino all'inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
  E pensate cosa può essere, colma di tango fino all'orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s'allungano per tutte le notti e i giorni, s'incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell'albergo, sulla piattaforma del lido.
 Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell'ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l'asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
  Io mi preparavo da un anno. M'era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
 Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l'acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
 Il tango s'è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l'arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d'un suo intimo vals.

  Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s'apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c'erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d'altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:

gli incontri.
 I mondi, vicini e lontani, s'incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c'erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l'elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d'allegria condivisa, come un'anguria, come un cornetto algida, come un tango. 
 Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m'ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.

gli abbracci.
 Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l'esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
 L'abbraccio di quest'anno è senz'altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell'abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell'uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l'altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l'omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
 (ci ho provato anch'io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l'altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell'asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).

la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s'affrontò la questione. Ma qui s'impone.
  Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s'è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l'attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d'invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c'ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
  Allora, Veron. Io m'aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l'abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n'è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
  Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l'arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c'è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
 E Veron resta un mistero. C'entra, col tango? Forse sì. Forse.

i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell'italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell'uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c'è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
  E quell'abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d'artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell'amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.

le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
 Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L'organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.

le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.

le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.

i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m'avessero fatto l'antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.

le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una
scarpa in più.  

Pugliese.                                                                                                                                   Chi l'havisto?                                                                                                                                                   


la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo
Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s'è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?

Insomma, l'anno prossimo ci torniamo tutti.

venerdì, 14 marzo 2008

Baronti a primavera

i limoni di pedro cano, i miei preferiti da mangiare col sale, l'aceto e i sospiri

   La primavera eccita i baronti.
Penso che sia perché è una stagione furiosa e infiammata, e loro queste cose le sentono. E’ scirocco da una settimana, e la polvere di polline e sale che copre tutte le cose in fermento arriva fino ai loro nidi, nelle stanze del caos. Come i gerani di vedetta sui terrazzi, come le bouganville attente e carnivore, come le piante tropicali dal tronco spinoso che s’affacciano oltre il recinto dell’Orto botanico, anche i baronti – che pure hanno un corpo d’ombre, di stracci, di ricordi tenuti assieme malamente – fioriscono in qualche loro strana maniera.
Almeno, smettono tutte le loro abitudini invernali: le lotte serali con la gatta - che di solito impazzisce e salta sui letti, fa a balzi il corridoio, si lancia dai tavoli per afferrarli – le conversazioni perfettamente silenziose in cucina, quando io rimino la salsa e penso ai morti, il disordine che aggiungono ai nostri disordini, per quanto questi siano metodici e sorvegliati. In primavera amano gli agguati, negli angoli degli specchi, nello sgabuzzino delle scope, in mezzo alla collezione di sassi del salotto.
  I baronti si scoprono burloni e un poco assassini, a primavera. Smettono pure quei loro tramestìi da soffitta, il loro strascicare da cantinato: amano di più la vista, in primavera, che pure è una stagione aromatica con un ricco corpo di spezie calabro-africane e certe cose che proust sarebbe morto stecchito nel suo lettino foderato di sughero: agavi, felci primordiali, limoni rasposi, tigli che cominciano a rimescolarsi anche se da fuori sembrano sempre grigi urbani e impenetrabili. Le fresie no, che sono d’allevamento. Ma pure loro gettano lanci da sirena odorosa, quando gli vai vicino.
 I baronti sono sensibili agli odori, certo, anzi c’è chi dice che sia il loro senso principale. Ma io so che il loro senso principale è la fame, la smania. Nemmeno fossero vivi.
  E comunque dev’essere per questo che dormono quasi tutta l’estate, perché il caldo li dissecca e l’aria è talmente nutriente che comunque non hanno bisogno nemmeno d'andarsene in giro, per mangiare. Ma a primavera no. Cavalcano le onde d’aria selvagge, i cavalloni di rinascita e ormoni che si gonfiano. Si eccitano al pigolìo delle gemme che aspettano di rompere, nei punti designati, il guscio dei rami, dei fusti, delle cortecce. Bevono di nascosto dalla ciotola della micia e dalle piante. Catturano i calabroni confondendoli con falsi segnali animali.
  Sanno che la primavera è violenta, come sarebbero loro se solo avessero più corpo, se solo la gente ci credesse appena un poco di più (noi no, noi ci crediamo talmente che viviamo con loro da innumerevoli generazioni, e ancora non sappiamo se ci piacciono o ci disturbano, come i veri parenti).
Così la micia è attonita e non gioca più di notte, gli specchi sono popolatissimi, la stanza del caos cambia ogni giorno e basta attardare un passo per sentire il corridoio riempirsi di fruscìi.
  I baronti sono persino felici, a primavera. Forse perché, in fondo, ormai non devono difendersi più. 


  Parlavamo di primavere, con un caro amico, l'altro giorno. E riflettevo su tutte queste tempeste che non lasciano in pace nessuno. Chi lo dice che è una stagione quieta e contemplativa? E' rissosa, la primavera. Si piglia le questioni. Fa a botte con ogni impossibilità: di nascere, di fiorire, di spaccare il guscio, il legno, il cemento. Mi sento una specie di Dafne, a primavera. E Dafne, si sa, era una creatura assolutamente tragica. Che dite, saranno gli ormoni?

 

postato da manginobrioches alle ore 11:34 | Permalink | commenti (18) / commenti (18) (pop-up)
categoria: insolitudini, croniche familiari, grammatica della notte, le mezze sragioni


lunedì, 11 febbraio 2008

Nel nome di Maria

Buenos Aires da dentro, di notte, forse (Fausto Minestrini, cuore in fiamme)

  La città ha una parrucca rossa, un vestito scollato e diamanti falsi incastonati nelle ciglia. Al posto del cuore ha un bandoneón, da cui sgorgano torrenti di sangue con ritmica pulsazione.
Fuori, dentro, fuori, dentro.
 Dentro i migranti pugliesi, calabresi, siciliani e campani, col loro culto del basilico e dei santi. Fuori i comignoli, le ciminiere, i fumi tossici delle manifatture che mangiano operai, divorano operai con denti di lamiera, con giunture di telaio, con fame d’altoforno.
 Dentro i neri, col loro culto del tamburo e del diavolo, il borgo vecchio del candombe prima d’essere asciugato dalla febbre gialla, un giro di pelvi che ruota come l’equatore.
 Fuori gli alberi malati da secoli, tisici della tisi della città, inclinati sulle case, spioventi sui conventillos da cui esce un suono come di chitarra, come di pena.
 Dentro la gente della pampa, che porta speroni, duello, payade d’endecasillabi con un accento duro.
 Fuori la gente del porto, spagnola italiana tedesca russa e senza origine, nata nel ventre delle navi, nel movimento furioso che scambia di posto i continenti, quasi al principio del Novecento, il secolo che comincia almeno vent’anni prima, perché ha febbre di nascere, come la città.
   L’anima si porta dentro e fuori, nella città.
 Fuori nei tacchi, nella camminata compadrita, nel lazo, nelle bolas gauche che scintillano d’argento falso. Dentro nelle carceri di salnitro, dove bolle a fuoco lento il lunfardo, la lingua della città castillana latina francese napoletana, molto napoletana.
 Fuori verso l’Europa, orizzonte vicino e lontano, così prossima da poterla toccare, da pronunciarla con un accento diverso, da indossarla come un orologio da taschino, un foulard, da rapinarla in un vicolo. Così distante da sognarla e sputarla fuori, rinnegarla, dimenticarla.
 Dentro verso il cuore d’America che arde come una lampada nascosta, un faro smeraldino che è facile scambiare per il fango ipnotico e luccicante delle paludi infette.
  Tutto questo è Maria de Buenos Aires, angelica puttana, niña decrepita, angelo di tutti i demoni. Maria che nasce, s’immerge nell’ombra, muore, ritorna o nemmeno va via, perché la morte è un incresparsi della superficie, un cambiamento di qualità dell’ombra, una scala armonica discendente che s’impenna. Maria che, di nuovo vergine, si autopartorisce, e da lei nasce un’altra Maria, un’altra bimba millenaria con la stessa memoria sterminata e la stessa capacità d’oblio. Buenos Aires, dunque.

  Ho visto Maria, raccontata dall’unica voce possibile: il tango. Un tango ascoltato come un’opera sacra, non ballato perché tanto di passi era già tutto pieno. I passi formicolavano nel teatro ingioiellato e impellicciato, in mezzo alle domande di fuoco e grano che il testo di Horacio Ferrer, volando sulla musica di Astor Piazzolla, disseminava come granate nella sala grande. Piovevano Marie, Malene, dissonanze.
 Il bandoneonista biondo stava come un cristo nel centro della scena, la luce batteva sull’avorio, sui tasti, sul mantice che soffiava e alitava e respirava ciminiere, coltelli, fiori e ombre. Il Duende, spirito della notte porteña – il duende è oltre l’angelo e la musa: non ha la luce del primo e i marmi endecasillabi della seconda, non ha finezze e nemmeno pietà riconoscibili: è sangue vivo, dispetto, rumore e nervo – portava i suoi capelli bianchi, il suo vestito intriso di porpore. Maria – una delle possibili Marie, visto che Maria era per intero la pancia del teatro, la nave ancorata al porto cittadino nella notte smisurata e australe – aveva lunghi guanti d’un rosa inverosimile, protesi, memorie ingannevoli, seduzioni appiccicate con la colla delle ciglia finte. Il cantor portava soprattutto dubbi, domande nei riccioli della barba e nella machitudine apparentemente mansueta, pericolosa.
  Non so bene cosa sia accaduto: nello spazio d’un solo tango, di solito, accade ogni cosa. Peccato, pentimento, morte, risurrezione, nuova morte. Le eternità sono frequenti, e le dissoluzioni.
Da Gardel a Piazzolla e ritorno, visto che gli estremi si saldano ed è tutto un ritorno, un adios nonino e un volver al Sur. Erano d’accordo violino, pianoforte, contrabbasso, xilofono, chitarra. C’erano tutti, col loro duende nascosto nelle fibre del legno, nelle corde di budello intrecciato.
  E quando il Duende ha sfidato a duello il bandoneón, l’ha minacciato di morte, di tagliarlo in due, da parte a parte, per mettere fine al suo potere segreto e arbitrario, alla sua voce di diavolo incantatore, col potere di trasformare le luci in ombre, il bandoneón ha riso di lui, con la sua risata disarmonica, interrotta, che volteggiava nell’aria mutando di forma, come gli ha insegnato Piazzolla a cui l’aveva insegnato il tango, la plica nascosta del tango che lui, con lavoro, con sacrificio, con dolore e ribellione aveva cercato, con dita caparbie sulle doppie tastiere, e tirato fuori, come un parto.
  E’ finita senza finire, come non finisce Maria, come non finisce Buenos Aires, come non finisce nessun tango.

Ho visto lo spettacolo, ne ho dovuto pure scrivere secondo le regole del Lato B , chiaro e comprensibile perché gli abbonati e le abbonatesse del teatro municipale e umbertino capissero d’aver capito qualcosa, non si sa mai, di quel guazzabuglio di poesia una 'nticchia blasfema e tutto quel tango senza nessuno che lo ballasse (ma io e Farolit muovevamo i piedi e le punte del cuore tanto da agitare tutta la fila di poltrone almeno fino al sismografo di Erice). Ma tant’è.
  Il giorno dopo ho portato alla regista, Laura Escalada Piazzolla, la vedova di Astor, un bouquet di aglio, peperoncino e ranuncoli, opera d’un artista nascosto dal nome profetico (si chiama Antonello Giglio, e mi pare assolutamente appropriato), l’ho accompagnata in giro per il pomeriggio di sabato e l’ho vista disegnare mappe dell’America Latina, chiamare “amore mio” commesse mesciate algidissime che si scioglievano come burro di cacao, e raccontarmi di quando Astor – intento a scrivere qualcosa di immortale – le diceva senza voltarsi, sentendo il profumo del sugo che bolliva: più aglio, Laura, più peperoncino.
E non ditemi che non è tango, anche quello.


postato da manginobrioches alle ore 11:56 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: memorabilia, recinzioni, grammatica della notte, lezioni di tango, cronache dal lato b


mercoledì, 16 gennaio 2008

Nessun dorma

le esplosioni di notte io le sento.

  A casa mia non è mai notte.
Non nel senso che non ci viene, la notte, a casa mia. No, è notte un sacco di volte al giorno e va benissimo così. Piuttosto, non andiamo mai a dormire, non spegniamo le luci e non chiudiamo le imposte, non smettiamo di fare quello che stavamo facendo, anzi cominciamo a fare qualcosa di nuovo e che duri (chessò, i carciofi ripieni, la riforma dello sgabuzzino, un post, una partita a Risiko, una causa di divorzio). La miciazza salta in giro, litiga con gli spiriti e partecipa alle nostre attività. Ma lei parte avvantaggiata, perché è già notturna e nittalope, beata lei.
Noi finché ce la facciamo e il fisico ci regge neghiamo la notte, invece, le indichiamo diversivi. Non che non l’ammiriamo. L’amiamo tanto da costellarne il giorno: ci sono riserve di notte in un sacco di posti, noti a noi tutti, miciazza compresa.
  Mia madre teneva la notte nei mortai, in alcune agende, in certi angoli del corridoio che ancora sono bui e la notte non viene via nemmeno a grattare con la lisciva, e la nuova inquilina ha speso una fortuna in solventi ed esorcismi, niente da fare, la notte macchia, come il sugo di ciliegie, il caffè, l’inchiostro, il dolore.
Io tengo la notte per lo più sulla carta, nella stanza del caos, in un taschino sul cuore, in barattoli di vetro (dove poi dimentico di scrivere la data di scadenza), in alcuni pensieri che non riferirò. Tra i libri, poi, c'è un sacco di notte, come sanno tutti quelli che hanno una libreria, anche piccola. Certe volte cola fuori, e bisogna cambiare disposizione dei volumi, chessò, mettere quelli più chiari, o quelli con più porte e finestre, o quelli coi petali che seguono il sole, vicino al bordo. Ma sono cose molto personali, le librerie. Figuriamoci.
 La miciazza ha le sue provviste personali di notte, la sua notte felina a noi ignota dove striscia e sprofonda nel sonno definitivo dei gatti (il gatto è l’animale che dorme di più: la sua saggezza superiore si rivela anche in questo, suppongo).
  E comunque non è il sonno. E’ il salto, quello che ci spaventa.
Ci spaventa decidere che il giorno è finito, chiuderlo, tagliarlo via con gesti che pure si facevano e si fanno: mio padre chiudeva cerimoniosamente la serratura della porta di casa, facendo schioccare i colpi blindati, in modo che si sapesse; mia madre ritirava il bucato prima che prendesse la brina di sirino, che lo ricamava con piccoli fori di ghiaccio. Ma io mi ritiravo nel cerchio magico della lampada, e schieravo matite e pennini e musica, soprattutto musica, e mio padre si chiudeva nel suo studio, circondato da schemi, scacchi, diagrammi fitti di numeri con un lieve rumore di macina. E le luci erano tutte accese, nel corridoio e nelle camere, e svariate tivvù si parlavano tra loro, e la cucina sbuffava di vapore come una locomotiva.
  Ora è esattamente lo stesso.
 Perché ogni giorno che passa lascia un’ombra, anche piccolissima, e perché la notte ha una bocca enorme e vuota, e potrebbe non lasciare nulla di noi. Perché la notte preme da ogni lato sulle pareti della casa, e non è la notte ingannevole e ingioiellata distesa sullo Stretto, intenta a far navigare le terre attraverso i pescherecci: è sempre la stessa notte originaria del paese di mia madre, una notte di castagni invisibili, di vallate completamente cieche, di richiami spaventosi, di lupi, di futuro.
  Così noi resistiamo finché possiamo, e quando non possiamo più ci addormentiamo di colpo, come per una fucilata, e dormiamo tutta la notte con un’ingordigia che la consuma per intero.
La mattina dopo, infatti, il mondo è nuovo e la notte – se solo siamo bravi, se solo riusciamo a resistere, stasera – potrebbe anche non tornare mai più.

postato da manginobrioches alle ore 19:56 | Permalink | commenti (26) / commenti (26) (pop-up)
categoria: insolitudini, croniche familiari, grammatica della notte, catalogo dei pazzi


martedì, 25 dicembre 2007

Natale storto, ovvero il cenone immaginario

un natale storto: il giorno di notte

   Non capita spesso che dicembre cada di marzo, ma qualche volta sì.
E io lo dovevo capire, che era un Natale storto, da quando, l’altro giorno, l’antivigilia dell’antivigilia, s’è manifestato un cielo assolutamente improponibile. Alto, concavo, enorme, conteneva l’isola e la calabria dirimpettaia intere, e spazi non misurabili oltre le colonne d’ercole elettroniche (i piloni gemelli che chiudono lo Stretto), almeno fino alla torre saracena di Bagnara, fino al Capo che spartisce i venti ionici, fino agli entroterra arrampicati e chissà fino dove altro. E perfettamente chiaro, col fondo piatto che ci poteva viaggiare qualunque nave celeste, galeone spagnolo o transatlantico emigrante o barca fatata di re artù, ulisse o chiunque altro. Con le nuvole giuste, pure: candide, fioccose, la cotonina del cielo profusa. Ma proprio al centro, un centro minaccioso e vorticante che ruotava sopra la città e ci seguiva ovunque andassimo, c’era un nuvolone nero, pieno di grandine, fulmini imprigionati e natali storti.
  La gente continuava a guardare in alto e non si capacitava (come, si dice, un tempo avessero guardato un’assurda stella viaggiatrice controvento, con una coda piena di presagi), perché il cielo era così basso e privo di speranze, nel centro, sopra la città, al centro esatto della tua vita, che si spostava ogni volta che ti spostavi. 
  Dicembre quando cade di marzo fa così: la luce della primavera, ma un azzurro duro a cui s’appoggiano le punte ghiacciate della calabria. Il sole liquido su cui viaggiano le navi bianche di mattina presto, e poi, alle undici in punto dell’orologio meteorologico, una tempesta che fa esplodere gli ombrelli e cancella ogni navigazione presente e futura.
  Insomma, io dovevo saperlo.
Specie quando ho forato la gomma per quattro volte di seguito. Vabbè, la prima era certo la storia di Pasqualina, che lasciava ovunque bruciature come di sigaretta, col bordo che continuava ad ardere per conto suo. Ma le altre no, le altre erano il Natale storto che si manifestava.

  Sono stati giorni metafisici, di colloqui col gommista Musumeci Stefano – una cara persona con cui siamo diventati ottimi amici e che certo ieri, stappando lo champagne francese, m’ha pensata – e d’approvvigionamenti coatti per la cena di vigilia. Il menù l’aveva scritto di suo pugno il mio ex marito, che odia le feste comandate e, visto che non può sopprimerle, cerca di farle diventare eventi situazionisti. Voi obietterete che le feste comandate sono già eventi situazionisti, e avete ragione.
Ma lui non lo sa.
  Abbiamo mangiato cose invereconde, terrine di fagiano, tagliatelle limone e vodka e cappone ripieno di qualunque cosa (pistacchi, tavolini, tritato, stilografiche, fodere di velluto, crema di latte, plaid scozzesi). Una batteria di tartine caviale-pomodorisecchi-camembert-tartufo-carote e impermeabili da donna, marrone. E bevuto, anche. Un margarita cadauno (sì, vi pare normale cominciare una cena di magro con un margarita?), traminer aromatico, un Beaune in omaggio a certe gioventù scomparse, un distillato impronunciabile che faceva vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro. Alla fine, una torta setteveli falsa.
  Io ho mandato il mio clone.
C’era una brioscia seduta a mangiare, e soprattutto bere, compiacendosi del fagiano e del bitume e raccontando aneddoti d’epoca, e una brioscia esiliata dentro il suo stesso Natale storto, che ricapitolava le assenze e si piangeva addosso, con tutte le gomme a terra.

  Così non avevo scelta. Ho dovuto mangiare un cenone immaginario, quello che avevo raccontato a Musumeci Stefano, alle zie, ai colleghi, al portiere.
Vongole lasciate a spurgare dentro il vaso marmorizzato, ghiotta di stocco con le olive e senza, col cavolfiore e senza, con le patate e senza. Carciofi, caponatina, tortelli di magro. Mia madre che dimentica il servizio col bordo dorato, i cesti di clementine senza semi. Il pane coi nastri rossi. Mio padre che cura il capitone come se fosse il padre d’Isacco. Le scacce. Persino mia nonna, il suo insopportabile rollò che sa di scantinato, di prosciutto, di dopoguerra. Le crocchette di besciamella della prima zia civilizzata, zia Rosalba. L’insalata russa col doppio segreto di zia Enza. Il risotto sperimentale di zia Paola. Il cavolfiore bollito che ci dividiamo tacitamente io e zio Renato, nelle retrovie. Le olive col formaggio di capra. Il vino pessimo, aspro e acetoso pieno di strade di campagna e seminterrati col tappo a corona. E poi panettone con canditi e uvetta, fichi secchi imbottiti con le noci, torrone duro con le mandorle e il miele scuro dei fiori d’aspromonte.
  Tutto l’amore di quei natali pieni di odio, di sopportazione. Io che stavo seduta a mangiare e il mio clone immaginario che frugava vari futuri, tutti inverosimili, scavalcava lo Stretto, mangiava in gran segreto natali di fagiano e bitume e fuga e camembert.
  I finocchi arrivavano alla fine, per togliere il sapore (ma non era vero: era per introdurre una cosa bianca che nettasse, ripulisse via tutto il sugo, gli eccessi di pomodoro e condimento e rancore della grassa vigilia di magro; era per fare una comunione pagana e vegetale, scambiatevi un segno di tregua e mangiatene tutti).
Non si può mangiare il cenone immaginario, ma è molto nutriente lo stesso.


  Sono stata molto infelice, ieri sera. Stamattina faccio colazione col cavolfiore e stabilisco che non accetterò mai più di mangiare un cenone immaginario. E che a Capodanno voglio zampone, lenticchie e tortellini. E mia madre e mio padre.
E il mio albero obeso di due metri. E mia nonna coi suoi rollò. E il vino cattivo. E D.

postato da manginobrioches alle ore 11:46 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: geografio, croniche familiari, grammatica della notte, natalitudini


lunedì, 26 novembre 2007

L'angelo che bloggava

l'angelo domestico, di Mario Bianco

   L'angelo non resistette più, e alla fine si aprì un blog.
Un blog minimalista, bianco e nero, senza una sola pennellata di celeste. In alto a sinistra c'era pure la sua immagine, piccola, ritoccata col Photoshop.
C'aveva messo ore, a scattarla, con la fotocamera che prendeva di continuo abbagli, e sputava nuvole, aurore boreali, arcobaleni fuori asse. E non c'era traccia, del suo orecchino a boccola col teschio, del suo piercing al naso, del suo mascara nero assassino.
  "Accidenti" pensava l'angelo, e un tuono echeggiava in qualche alto strato dell'atmosfera, dove l'ozono è di continuo bucato dall'andirivieni di mondi e creature e ire divine di cui non sappiamo.
Eppure sembrava assai facile: ti trovi un nick, scrivi il tuo indirizzo di posta, un paio di cliccate, un template. E che ci vorrà mai. I blog nascevano ormai più fitti dei fili d'erba, e da quando la circolare 89000.pigreco aveva equiparato le creature virtuali a quelle reali c'era tutto un traffico di custodi e angeli protettori che sobbalzavano a ogni vagito e ad ogni clic.
  "E io che sono, il figlio della serva?" s'era detto l'angelo, che di sua natura era piuttosto invidioso degli uomini e delle due cose inesauribili che essi sembrano avere: la sopportazione e le idee. E dei blog, naturalmente.
Certe volte se ne andava di nascosto in un internet point, mimetizzato con la folla in anfibi e piume d'oca che lo circondava da ogni lato, si connetteva col pensiero e leggeva un sacco di blog che gli piacevano molto. Blog leggeri e aerei, blog acquatici, blog pesanti con mandibole d'acciaio. Blog di carta di riso, blog sporchi di maionese, blog con un tenue odore di cannella. Blog cinesi e birmani, blog messicani e speziati, blog in lingue morte o immaginarie che lui leggeva senza sforzo.
Certe volte lasciava pure un commento, firmando "a." con la minuscola, e capitava che gli dessero dell'anonimo e lo bannassero pure, al che lui s'intristiva tanto che, attorno, le piante morivano e le mosche ci restavano secche.
A volte caricava l'Ipod, ma ci metteva tanta roba che ne risultava una babele incomprensibile persino a lui. E poi in servizio non poteva portare gli auricolari, nemmeno nascosti tra i riccioli.
  Era quasi diventata un'ossessione: leggere, commentare, seguire i feed.
E ogni tanto qualcuno gli faceva pure: ma tu non ce l'hai un blog tuo? E lui doveva ammettere che no, non ce l'aveva, ma gli sarebbe tanto piaciuto.
Così lo aprì, finalmente.
Col nick animapersa.
Bel blog.

Tutta questa premessa perché quel folle di Proteus, alias giowanni, alias Giovanni Monasteri, ha piazzato nei suoi Feaci un e-book audacissimo composto a quattro mani da me e  Mario Bianco, pittore scrittore poeta cartografo folle e rappresentante dell'anima sulla terra. I protagonisti sono angeli, appunto, e case. Angeli stravaganti, che mangiano carbone o piangono lacrime di nafta, e talvolta persino esplodono nell'aria sottile (l'illustrazione è l'acquerello dedicato da Mario all'Angelo domestico, quello che candeggia la roba di dio, perde con lui a briscola e gli trova le soluzioni senza darlo a vedere. Una moglie, in pratica). Le case invece muoiono, con tutto il loro immenso assortimento di cose invisibili che non è possibile portare via, nemmeno col trasloco, nemmeno con gli esorcismi.
  Io ho scritto una serie di assurdità, Mario invece ha dipinto cose bellissime, coi suoi acquerelli molto poco acquerellici e assai energetici, con una predilezione per rossi e aranciati e gialli che ardono come piccoli soli felici.
Insomma, l'e-book è questo, ma vi do un consiglio: a parte l'introduzione, magnifica, di Zena Roncada - che conosce tutte le esagerazioni dell'affetto ma resta una delle penne più fini e pregevoli che io abbia letto in queste lande e in tante altre (sì, l'ho sempre pensato: lei scrive con penne d'angelo, ormai è chiaro) - guardate solo le figure.

postato da manginobrioches alle ore 09:40 | Permalink | commenti (49) / commenti (49) (pop-up)
categoria: separazioni, geografio, angelitudini, grammatica della notte


giovedì, 25 ottobre 2007

Il peso dei morti

  Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
  Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
 Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
  Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.


  I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
  I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.

  La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
  La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
  La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.

  E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
  Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.

 La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
 Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto - è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
 In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.

 La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
  Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
 La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
 Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, - lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece - con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.

sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d'ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d'affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.

non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.

ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.

ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l'opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.

postato da manginobrioches alle ore 02:31 | Permalink | commenti (62) / commenti (62) (pop-up)
categoria: separazioni, insolitudini, geografio, grammatica della notte, catalogo dei pazzi


mercoledì, 06 giugno 2007

Le discese ardite...

La vita è in salita.
Ballare è in discesa.
Il sesso è in discesa.
L’amore è in salita.
Gli amici sono in discesa.
L’amicizia è in salita.
Comprare il pane è in discesa. Assaggiare il pane mentre si cammina è in discesa.
I tigli sono in discesa. I tigli di questo giugno autunnale e gramsciano sono fiammate verdi agli angoli delle strade: tirano fuori la somma di due inverni passati ad ardersi dentro. La cupola viva dei tigli è in salita per il cuore, in discesa per il corpo. I tigli mangiano ricordi, inverni, attese: restituiscono impazienza, febbre, sommovimenti tellurici che scuotono i marciapiedi.
Il gatto è in discesa.
Il lavoro è in salita.
Lo Scarabeo è in salita.
Le fotografie sono in salita: conservano la morte di ogni istante.
La granita è in salita, con la panna è in discesa.
Vestirsi è in salita.
I tacchi alti sono in discesa.
Darsi lo smalto è in salita.
Portare lo smalto è in discesa.
I capelli lunghi sono in discesa.
Lavare i capelli è in salita.
L’estate è una salita durissima che comincia col corpo tiepido delle notti di maggio, i pontili aperti, le vene del mare che spargono sale nell’aria. Il corpo bianco, malaccorto. Le nespole. I vestiti leggieri. La gente nuova che certifica l’implacabile giovinezza del mondo.
Il rossetto è in discesa.
L’automobile è in salita.
Gli spaghetti con le vongole sono in discesa.
La carne arrosto è in salita.
Mangiarsi le unghie è in discesa.
Le gardenie sono in salita, e poi a picco, dentro ambiti di cuore vertiginosi che non si possono esplorare senza danni. Le gardenie mi ricordano un uomo che non ho conosciuto, che aveva un patto segreto con loro.
I gerani sono in discesa.
Il budino è in discesa.
I fazzolettini sono in discesa.
Piangere è in salita.
Cantare è in discesa.
Ascoltare musica è in salita.

E tu, tu che cosa sei?

postato da manginobrioches alle ore 13:18 | Permalink | commenti (39) / commenti (39) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte


domenica, 06 maggio 2007

Il porta-paure

un porta paure firmato (De Chirico)

 La paura sta raggomitolata nel suo spazio. Esistono appositi porta-paura, dappertutto. Quelli da viaggio, per esempio. Dalla notte prima – del viaggio – e a volte prima ancora, si aprono automaticamente, e lasciano uscire incubi, aerei caduti che volano con l’ala rotta lungo il corridoio, scheletri, valigie rubate, strade dal nome incomprensibile, malattie tropicali, metropolitane bloccate, tassisti di Lisbona, rapinatori col coltello.
 Il porta-paura da viaggio è come un bagaglio a mano, non più grande d’un beauty-case, e si può comodamente portare con sé. Però spesso non vale la pena: le paure da viaggio di solito finiscono alla partenza, e si corre il rischio di trascinarsi appresso un porta-paura perfettamente vuoto.
 Le paure più comode stanno in un taschino, sono sottili come un carta di credito: paura di finire i soldi, di cadere sul marciapiede, di trovarsi nell’ingorgo di lunedì, di mettere il piede su una cacca di cane. Ma quelle le perdi subito, o scadono, se non le usi entro una certa data.
 Le paure da ufficio si possono mettere nell’armadietto, ma solo se la serratura funziona: quelli del turno di notte rubano tutto, e bisogna stare attenti. La più voluminosa, però, a volte non entra nemmeno lì, e tocca lasciarla in garage, con l’antifurto: la paura di non farcela. La paura d'avere sbagliato lavoro, che dopo vent’anni è aumentata considerevolmente, conviene gonfiarla dall’apposito beccuccio, e lasciarla ondeggiare fuori dalla finestra. Nei giorni di scirocco, però, può volare via, in mezzo alla sabbia rossa e al sale sporco: poco male, però, perché lo scirocco tende ad accecare, e tutti hanno lo sguardo in basso e perdono la speranza e il senso del cielo, e tutti quei palloni per aria non li vede nessuno.
  I porta-paure da passeggio sono anche molto eleganti: di pelle, di camoscio, di nabuk scuro o chiaro. La paura di non essere abbastanza bella, abbastanza femmina, abbastanza sicura, abbastanza alla moda. Perché non basta un vestitino, una calza, la scarpina giusta: è una paura antica, di prima dell’adolescenza, quando gli occhiali ti pesavano sul naso,  la maglia di lana pungeva e di tette nemmeno l’ombra, ma gli ormoni già cominciavano i loro viaggi, e nascevano certe fantasticherie del corpo, tutte del corpo, che macchiavano la biancheria e i sogni. Poi lui che ti guardava, non ti guardava, ti confrontava con quelle della terza gi, che erano donne fatte, pure col rimmel, e tu eri, come sempre, fuori posto, fuori tempo. Così quell’ansia non ti è passata mai, e quando ti vesti scegli sempre con cura il porta-paura più adatto, di pelle, di camoscio, di nabuk. Scuro o chiaro.
  La paura della notte non conviene metterla in un porta-paura, primo perché in genere sei a casa, e puoi pure lasciarla ai piedi del letto, o al limite sul balcone, se fa troppo rumore o ha bisogno di bere o fare pipì; secondo perché ancora non ne hanno inventati di così grandi. Non fidatevi, di quelli che dicono: i nostri porta-paura possono portare qualsiasi paura. Non è vero.
La paura dell’uomo nero non entra da nessuna parte, hai voglia a piegarla e ripiegarla, e illuminarla con la torcia scaccia-paure. Poi, tanto, sei sempre tu che ti guardi i film horror che quella paura la trovano, ne prendono un capo, e piano piano lo tirano, lo tirano e la paura diventa gigantesca.
La paura della notte mangia di tutto, è nata prima di te e probabilmente è pure ereditaria: qualche volta ci sento ululati di lupi del paese di mia madre, che d’inverno era un circolo di fuochi isolato dalla neve; qualche volta sento fischiare una pallottola, come quando la nave inglese s’incendiò davanti al porto, e mio padre e gli altri monelli andavano a vedere la nave fantasma che sparava da sola, e ogni tanto qualcuno restava lì con un fiore di sangue e di sorpresa sul viso, una vittima civile, dicevano (come adesso). Mia nonna c’ha versato una certa paura del soprannaturale, di pastorelli che vedono madonne, e madonne con gli occhi fosforescenti che bucano il buio nel tinello (e io mi sogno sempre la casa della nonna, che era una casa di cunicoli che portavano al secolo prima, o anche più indietro).
  Ma la paura più grande, la migliore, quella che porto con me sempre, ma a pezzettini - perché è così grande che ho dovuto affittare un capannone, e vado tutti i giorni a spalare, a sistemare la paglia, ad annaffiare, a pulire le guarnizioni – quella non ha un suo porta-paura specifico. Predilige le borsette di perline, le custodie di raso delle scarpe da tango, le tasche della vestaglia rossa, i portapenne. La trovo nell’astuccio del rossetto, tra i fogli, nel bloc-notes. E’ qui, nelle fessure della tastiera, sull'angolo del monitor, attaccata al fermacapelli, sulle pantofole. Oggi, particolarmente, so che l’avrò accanto a pranzo, a specchiarsi nei coltelli, a disegnare col dito sul vetro della bottiglia. La troverò in macchina, seduta nel posto accanto, tra una traccia e l’altra del cd, ripiegata nel libretto. L’indosserò con le calze, appesa all’orlo della gonna, attorno al bottone della maglia. La porterò con me come un foulard di seta, una mantello, un gigantesco palloncino color melanzana, che si agita al vento di maggio, e probabilmente cresce col crescere della sera, che cova fin da mezzogiorno, tende alla sua liberazione odorosa - sa di gardenie e mare - per nostro tormento. Gli odori, e le musiche, specialmente, la nutrono. Le altre paure comunicano misteriosamente con lei, con un sistema di tubi, fessure, condotte. E’ alta come un palazzo di dieci piani, visibile dall’altra sponda dello Stretto. Fa un rumore sommesso, ma perfettamente percepibile, specie verso il tramonto, quando, per misteriose ragioni - forse legate alle maree -  s'intensifica. Io parlo, e canto, qualche volta, per non sentirlo, ma so che c’è.
E’ la paura di non essere amata.

postato da manginobrioches alle ore 12:03 | Permalink | commenti (25) / commenti (25) (pop-up)
categoria: geografio, limperio dei sogni, grammatica della notte


giovedì, 15 febbraio 2007

Il massacro di San Valentino

Amore fa volare Psiche, o Psiche fa restare a terra amore (La promenade, Marc Chagall)

 Amore si svegliò, già col mal di testa.
Era stato il margarita doppio, sotto la crosta di sale, forse, o i vapori di neon del videobar. Forse era stato il timballo di tortelli di zucca, o il sushi di pescecane, o il brasato di muflone. Forse era stato il vino di uve nere di Borgogna passato in barrique, invecchiato e caricato di tannini e polifenoli pesanti.
Amore non s’era nemmeno spogliato, dormiva in un disordine di lenzuoli, abiti, telecomandi: la t-shirt smilza sollevata sugli addominali, i piedi nudi, l’impermeabile di pelle matrix confuso con le federe di seta cruda. Attorno puzzavano i cartoni di pizza, i cestini di carta del ristorante cantonese, le buste unte di hamburger e senape. Scarafaggi solitari abitavano quella città di croste e bicchieri scompagnati.
Eppure l’avevano festeggiato.
S’erano comprati di tutto: rose rosse, profilattici, gioielli da polso. Avevano mandato cartoline, spedito auguri online e firmato cedole di carte di credito. Qualcuno aveva pure fatto scorta di viagra – che ieri lo davano senza ricetta, in omaggio a lui, Amore - e se n’erano fatte di viaggi, quelle molecole blu di metilene, dentro arterie strette e vene soggiogate, a pompare i corpi cavernosi e le immaginazioni. Persino lui, Amore, aveva dovuto approvare, ed era apparso, con la sua faccia sorridente di giovinetto antico, sulla pubblicità delle case di riposo.
 E comunque c’era stato un traffico straordinario di saliva, ormoni e archi riflessi dell’eccitazione, dalle parti basse della corteccia. In alcune strade lo sferragliare di gonadi era così acuto che spaventava i randagi, e sovrastava persino i videopoker e i rumori del traffico.
 I film erano quelli giusti: da Un amore splendido a Notte prima degli esami due, e Amore aveva avuto un gran daffare, a sistemare le luci, suggerire le parti, dare il ciak, mescolare con le dita affusolate la colonna sonora. Aveva pure firmato di suo pugno centinaia di libri, per lo più aforismi e frasi celebri, ma anche canti carcerari di Alda Merini, sonetti oscuri di Garcia Lorca e odi di cipolla cruda, miele e petali di rosa carnivora scritte da Pablo Neruda. Per non parlare degli sms: ne aveva spediti quindici o sedici milioni, per un totale di ventotto miliardi di "k" e più del doppio di "tvb".
 Era stanco, Amore.
Se n’era tornato tutto solo, nel suo appartamento della cintura periferica. Nemmeno aveva acceso la luce, che tanto c’era la tivvù in stand-by, e lo schermo azzurrino del Mac che tremolava: trentasette milioni di email avevano per oggetto, soggetto o complemento necessario Amore, e il server gliele aveva recapitate. Le cancellò una a una, mentre la notte maturava velocemente e gli amanti rotolavano nei letti, meridiano dopo meridiano. Quando lo schermo fu vuoto, esalò un lieve bip, e Amore crollò sul divano letto, facendo franare una pila di dvd porno e fazzolettini usati.

 Prima di piombare in un sonno di pece nera, Amore pensò fuggevolmente a Psiche, quella stronza. Si strofinò distrattamente l’omero, dove il chirurgo plastico aveva cancellato la cicatrice, prima di fare la liposuzione e risistemare le fasce muscolari. La pelle bruna – s’era fatto la lampada solo il giorno prima – era liscia, senza ricordi. “Gliela faccio vedere io, l’anno prossimo” bofonchiò, già dentro il sonno. Non sognò niente, quella notte.

Balle. In realtà è stato il più bel San Valentino della mia vita, ma intimista e alla rovescia (niente mufloni, sushi e soprattutto viagra). Piuttosto, mi viene difficile pensare ad Amore senza vederlo come uno del Grande Fratello, un amico degli Amici o un velino coi bicipiti che fa pubblicità agli occhiali da sole. Da quando Psiche l'ha lasciato se la passa malissimo, ma - come tutti i maschi - continua a raccontarsela, e a proclamarsi felice. Poveretto. Dovrebbe proprio trovarsi una ragazza.

postato da manginobrioches alle ore 01:40 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria: grammatica della notte, catalogo dei pazzi


lunedì, 11 dicembre 2006

La notte di sabato

le catacombe nella notte dopo gli uomini (Pedro Cano)

 Ristorante, sabato sera tardi.
Ristorante carnivoro – tagliate, filetti al sangue, coste di bufalo, chianine – scaffali di vini rossi, ragazze bluastre o magenta o prugna – stivali puntuti, speroni, piume, metallo romano-barbarico, rimmel waterproof, orli a crudo alti sulla pelle della pancia -  pouff di pelle bianca, catacombe sotto il livello della piazza.
Sediamo in un tavolo a tre. Io, D. e M., il fratello remoto.
 Io e D. di fronte, M. spalle alla sala, la sua bella testa di fauno bianco rivolta verso una nicchia della catacomba. Chiacchieriamo veloci e leggeri, le parole salgono come fumo e si disperdono contro le architravi: la città antica allarga là attorno le sue dita di pietra cava, le volte a botte sopravvissute al terremoto, le camere nascoste sigillate, i camminamenti tra i palazzi invasi da topi, liquami, segreti. Ho un lieve disagio a stare là sotto, nella pancia vuota della città che rimbomba di passi, i passi del sabato sera che cancellano tutti i rumori.
 Io e D. prendiamo bistecche al sangue, syrah, patate cotte alla brace. M. no.
Conforme alla sua natura candida, ordina un budino di mandorle, pandolce con lo zucchero, frutta cotta al caramello.
Ci racconta la sua vita presunta. Viaggi, finestre, premonizioni. Parodie, palcoscenici, ricordi. Armadi, vagoni letto, amici morti da tempo.
Annusa a lungo il vino raccolto nel calice di cristallo, di certo avverte la frutta rossa, il pepe, la traccia dell’animale che corre, il fiato corto. Muove adagio il bicchiere, continua a sentire a occhi chiusi. Non beve, non beve mai.
La cameriera – una ragazzina con le spalle piccole, l’aria delusa, la coda di cavallo bionda un poco sfilacciata – gli si avvicina, gli toglie qualcosa dalla giacca.
“Scusi, ha una piuma”
”Oh sì – fa lui – le perdo sempre”.
Mi allarmo, gli dico sottovoce: “Attento, te l’ho detto di stare attento”.
La ragazza si ferma, interdetta, piccolissima nel grembiule amaranto: “Scusi, lei è un angelo?”.
Lui si guarda attorno, nervoso. “Non dica niente, la prego” sussurra alla ragazza, la sua voce rotonda che disegna alcuni cerchi a terra, prima di perdersi contro le pareti a calce.
“No, no, sto zitta” fa lei, le spalle più strette, gli occhiali che scivolano sul naso.
Posa con delicatezza la piccola piuma bianca sul tavolo: “Questa è sua”.
“Grazie” fa M., la prende tra le dita e la ripone in tasca.
La ragazza resta lì, a guardare M. che non proietta alcuna ombra, alla luce della candela. Lui si gira molto lentamente e le sorride, da indeterminate profondità.
Lei balbetta, indica il calice: “Non beve?”
Lui scuote il capo: “Mai, in servizio”.
Lei sorride, e fa un passo di lato. Ha qualche parola che tormenta nella bocca, ma non vuole farla uscire. Fa un cenno col capo e se ne va, veloce, piccola, malamente bionda, piena di domande.
Noi sorridiamo, M. continua ad annusare il vino, mangiare zucchero, raccontarci di altre cose. Ogni tanto tocca la tasca, senza avvedersene.
Più tardi, mentre andiamo via, la ragazza si avvicina a M., sotto l’arco della catacomba, dove l’ombra disegna un angolo largo: “Ma lei può fare qualcosa?”.
E stringe un tovagliolo, e stringe le spalle e le labbra. Trattiene il fiato.
M. la guarda di nuovo, con uno sguardo attento, di quando legge in lingue estinte, o guarda foto di sconosciuti, o viaggia di notte ai confini del mondo. Dopo un minuto abbastanza lungo – il sabato è tutto dentro la notte, la catacomba è mezzo metro più in basso, Natale s’è avvicinato d’un poco, le tracce di sangue e sugo di cottura sono più spesse, nei piatti vuoti, il Syrah nel fondo dei bicchieri respira ad ampie boccate, io e D. ci scambiamo tenerezze – M. le dice: “Stia tranquilla”. Spande una pace densa che sento persino io, un metro più in là.
La ragazza annuisce in fretta e si lancia per le scale, scuotendo la coda bionda striminzita: il suo “grazie” si sgretola sui gradini.
Usciamo, e l’aria non è nemmeno fredda.

Sabato sera non vado mai in nessun posto, perché il mondo è infernale. Farolit dice che "aprono le gabbie", ed è vero. La notte è occupata da frastuoni, passi, voci che si chiamano senza dire nulla. Così si raccoglie solo in alcuni angoli, a volte nello Stretto, che di notte è tutto nero e geloso, e non puoi vederla più. A volte nelle foglie dei ficus magnolidea, che sono primordiali e avvezze ai segreti interminabili. Meglio nascondersi, o camminare solo in presenza del proprio angelo.

postato da manginobrioches alle ore 14:48 | Permalink | commenti (20) / commenti (20) (pop-up)
categoria: geografio, angelitudini, croniche familiari, grammatica della notte


martedì, 03 ottobre 2006

Morsura

una delle case di A. secondo Guttuso (Angolo di studio)

 Si entra immediatamente, nell'anima di A.
Subito a destra c'è una parete circolare, piena di libri, uova di struzzo, tavole anatomiche dipinte a colori vivaci, litografie, angeli di cartapesta, dagherrotipi. Ma a sinistra, nella prua della casa - che è una casa-bastimento di Palermo, una casa-transatlantico che naviga al ritmo diseguale della città, con la pancia nel mare e le vele nel cielo, i fianchi nel passato e i remi nel prossimo futuro - c'è un sestante alto almeno due metri.
"E' una macchina di scena" dice A. L'ha trovata in un mercatino dell'impossibile, dove gli scarti di qualcuno sono i tesori di un altro.
Sugli angoli dorati del sestante A. ha attaccato altri angeli, angeli di presepe siciliano, così violenti e ascensionali.
"Anche a me piacciono gli angeli" gli dico, sorseggiando un aperitivo nei bicchieri che lui chiama "bisanzio" perché sono d'un vetro trattato a mosaico, dove il sapore del vino si scompone in frammenti di blu, rosso e verde soprannaturale. Beviamo sorsi d'impero d'oriente, come la luce obliqua e saracena del cielo d'ottobre ci consente. Un Guttuso sulla parete di fronte li corregge con lampi poderosi di colori primari.
L'anima di A. ha anche arredi scompagnati: poltroncine art-deco, divani neoclassici, specchiere barocche.
E' un'anima avida ed elegante, con preziosi tappeti indiani, vasi in pasta di vetro e una collezione d'orologi. Ticchettano mentre parliamo: "La senti? è la voce diseguale del tempo" mi dice. Mi concentro e non riesco a distinguere i battiti dei meccanismi dalla pulsazione d'isola che viene da fuori: è un sabato frenetico, dell'estate ottobrina che sparge miele arroventato, e il giorno non si rassegna facilmente alla notte. Lottano per ore nei cieli, che hanno un color ficodindia, dolce e granuloso, anche se nella stanza - l'anima di A. non ha anticamere - la porta di noce non lascia filtrare molto, e le finestre con doppi tendaggi appesi alle aste di bronzo.
Però il tempo trasuda lo stesso, dalle commessure del pavimento, dagli stipiti, dalle pagine dei libri che sono allineati, a centinaia, sugli scaffali. A. di mestiere disseziona corpi e parole, e poi li ricompone in un disegno che gli suggeriscono il sestante, i soggetti dei quadri impressionisti che sono appesi dappertutto, gli angeli drammatici dei presepi paesani, i bambinelli di cera distesi a due a due nei piatti di portata.
 L'anima di A. ci circonda compiutamente mentre sgranocchiamo pistacchi di Bronte e pepato vecchio: "E' come mangiare chicchi di melagrana nell'Ade" gli dico sorridendo, e so che è vero. I grani di pepe grosso sono belli come perle nere, o proiettili. Li raccolgo nel cavo della mano. L'orologio batte un quarto, o un terzo, di qualcosa - un'ora di polvere di qualche arazzo disteso sulla parete accanto, un minuto di un secolo fa, due giorni del prossimo inverno, un'infanzia raccontata da qualcuno sotto una copertina rosso fiamma - e il tempo nella stanza cambia di posto, si riassesta impercettibile.
 Mi sembra di cogliere un cambiamento, nell'acquaforte che ho davanti, sotto il tabernacolo restaurato, accanto al tavolino liberty: le linee incise si fanno più lievi, o più forti. Fuori, la morsura del tempo preme sull'isola, la corrode per farne brillare il metallo profondo, che di lontano si può scambiare per dolore, pericolo, morte. "E' tutte queste cose" ammette A. leggendo con chiarezza i miei pensieri.
 Migliaia di chilometri sotto di noi, sotto nove piani di condominio, sotto il piano stradale, sotto il cantinato, sotto il basamento del palazzo, sotto gli strati di roccia e marna attraversati irregolarmente da vene nascoste, il mare si stende acido, avido, nero.
 Siamo una lastra di rame, o ottone, o zinco, immersa in un buio liquido, mentre punteruoli giganteschi, aghi comandati dal polso degli dei, tracciano linee, ghirigori, disegni incomprensibili: “Lo chiamiamo destino – dice A. – e qui più che altrove”, sorride.
 Intanto la casa di A., l'anima di A. - ché la casa è l’anima esterna a noi, e l'anima una casa interiore - fila attraverso la notte.
A. ogni tanto guarda fuori, si sporge e porta dentro qualcosa: una campana di vetro con un cristo giallo, una pecorella di pasta reale, un vassoio pieno di tappi di caraffe di cristallo, una torta setteveli, una cassata dipinta da un pittore naif ("ma è uguale a quella vera" gli dico, lievemente scandalizzata, e A. replica, calmo: "ci sono cose intraducibili, o già tradotte").
 Per cena, nel tinello interamente circondato da libri, abbiamo pasta col cavolfiore pinoli uvette e acciughe, involtini nelle foglie di limone, melanzane fritte e mille anni di poesia siciliana: A. strappa lentamente le pagine, le condisce con olio e limone e le distribuisce nei piatti.
A me toccano Jacopo da Lentini, Ibn Hamdis e Vann'Antò. Le mangiamo lentamente, mentre A. fuma la pipa con aria grave e ci guarda.
L’anima è buona da mangiare, lo penso ma non lo dico.
Per mille anni, per mille anni, annuisce lui facendo un gesto col capo, come se brindasse.
Non rispondo, ho la bocca piena.

Sabato sera sono stata a cena da A. e S., la moglie bella. Fuori, e dentro, c'era Palermo.

postato da manginobrioches alle ore 10:08 | Permalink | commenti (17) / commenti (17) (pop-up)
categoria: insolitudini, geografio, grammatica della notte


lunedì, 11 settembre 2006

Ortigia e la luna

la pazza, ritratta da Ford Maddox Brown, alcuni secoli fa

 La pazza di Ortigia è sensibile alla luna.
La luna di settembre è sensibile a Ortigia, alla pazza, alla musica, all'autunno.
Sull'isola dell'isola, Ortigia di pietra forata, si raccoglie tutta la città, di notte. S'inclina, la città, e scivola verso la sua isola ovale, un occhio di pietra perennemente socchiuso incontro al mare, che qui è già africano. Di giorno il mare è uno specchio ustore, una colata di metalli, un sistema di schegge; di notte diventa un respiro nero che circonda da ogni lato Ortigia, la pazza, i palazzi. La città sprofonda in se stessa, nel suo occhio chiuso, nel suo grembo di roccia marina - i palazzi sono profondi cunicoli di pietra porosa, ornati da riccioli di ferro battuto e leoni rampanti col naso mangiato dalla salsedine: il mare risale i camminamenti, i vicoli, i passaggi, riempie del suo odore di pozzo mediterraneo la pancia barocca di Siracusa, le stanze a grappoli, gli anditi, i portici nascosti, i cortili quadrati che chiudono palme, ringhiere, gelsomini, balaustre: la pietra vegetale fa crescere Ortigia come un fiore, una pianta calcarea di bellezza oscura e incomparabile.

 La pazza dicono abiti in uno dei palazzi, il più bello.
Difeso da cancellate, circondato da tappeti di pietra che disegnano aiuole, mappe lunari, eserciti, il palazzo racchiude la pazza come una perla barocca, suscettibile alla luce. La luna di settembre, che è insaziabile, cade sulla città di pietra con una forza sorda di scirocco che stordisce. Precipita nei cortili, nei pozzi, nei vicoli, prolifera lungo tutta la piazza del duomo, che diventa giallo notte, arancio notte, bianco notte per tutti i riquadri del lastrico, tutte le cornici delle finestre, tutti i frontoni delle chiese.
 La notte è una cupola marina e vegetale e calcarea nella quale fermentano i secoli, i palazzi, gli alberi - infatti Ortigia tollera solo palme, grosse palme carnose che non temono la siccità e la luce spaventosa dei soli, della luna e della pietra gialla.
Un patto misterioso lega le vite, a Ortigia: la pietra è carne, come le foglie, mentre i muri sono corteccia, il legno è mare secco, il ferro è acqua, la carne è calcare, pomice, ossidiana, marmo, roccia. La pietra è viva, respira esalando vapori di salnitro, dalle radici dei palazzi che - nel buio - comunicano col mare, da cui assorbono succhi salati, spingendoli verso l'alto, verso i pinnacoli traforati che il sole colpisce da ogni lato.
 La pazza vive all'incrocio di queste forze, e ne soffre. Assorbe la luna dalla balaustra del palazzo, inala le particelle di luce che si staccano come intonaco dal giorno. Il mare la ferisce col suo alluminio, con le sue frecce dalle punte di bronzo: la pazza sanguina, ma continua a guardare il mare, a sentirlo salire dal pozzo, dall'acqua, dal vapore della pietra nella controra. La pazza si prepara per quell'unica notte: il vestito di seta nero, lungo, il ventaglio di bambù, un fiore d'ibisco nei capelli neri. La cipria, le perle, il rossetto.

 La pazza è bellissima.
Scende dalla scalinata barocca con appropriata lentezza, muovendo il ventaglio: è diretta alla piazza del duomo, dove hanno tracciato un cerchio, e ballano per tutta la notte, la notte di Ortigia piena di luna. Le coppie abbracciate sono immerse nella musica, se ne intravvedono solo i profili, mentre i violini s'infilano appuntiti nel buio, e il contrabbasso disegna ombre sulla facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, tra le colonne tortili e la balconata di ferro a petto d'oca. Tutto attorno sono seduti greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, aragonesi, catalani. I secoli escono a camminare nelle vie notturne, spinti fuori dal mare: sbucano gli spiriti dai pertugi delle pietre, dalle cavità sotterranee d'acqua dolce, dalla marna tenera nella quale sono scavate le cripte d'Ortigia. La sua natura d'alveare e di necropoli marina si rovescia in fuori, sotto il potere della luna.
 La pazza cammina con lo strascico di seta sull'impiantito di pietra refrattaria. Una scia di sangue la segue, sottile, confusa col sale calcareo della notte, col suo lieve sapore di ferro e di pozzo. La pazza splende come la pietra, che di notte perde la sua qualità gialla, la sua capacità di mimetizzarsi nella calce del sole, di evaporare lentamente fino a sera.
 Passando davanti al Duomo, la pazza china il capo e agita il ventaglio, in ossequio alle divinità che stanno un po' dentro e un po' fuori, appollaiate sulle colonne, con occhi d'uccello: i santi martiri, le fattucchiere, le ninfe. Santa Lucia, Artemide, la Gorgone. Atena dallo scudo d'oro, Aretusa, Maometto. Tra il marmo gelido della Madonna della neve, i leoni di bronzo, gli occhi d'argento di Santa Lucia, il minio del mosaico, l'intaglio del rosone normanno, lo spigolo dorico del capitello. Tutti lì, gli dei, appesi come pipistrelli, in silenzio perfetto. Salutano la pazza con un cenno invisibile: il nume passa come un tuono in mezzo alla piazza, fa volare via i gabbiani grigi, o le civette.

 La pazza è arrivata, adesso, ed esita ai bordi del cerchio, aprendo tutto il ventaglio. La luna calante preme contro la pietra, con energia malsana che Ortigia assorbe per intero. La musica s'infila dove può, aprendosi varchi tra la pietra, lo scirocco, i tiranni seduti in fila con le braccia conserte, gli dei che volano e gracidano, l'acqua. Le coppie ballano, e intorno tutti le guardano, e ora guardano anche la pazza, che balla da sola col ventaglio e la luna calante. La pazza è il centro di Ortigia, adesso, e la notte le ruota lentamente attorno con rumore di macina. La pazza muove i fianchi, tale e quale al dipinto del tempio estinto: la pazza è la dea dei serpenti, è la vergine, è la schiava, è la monaca, è la regina aragonese. La pazza è Ortigia, folle di luna e di pietra.
 La pazza è viva da secoli, a spiare il mare che scende e sale, la città che scende e sale, cambia i ponti, permane dentro i confini dei nomi greci, si siede a semicerchio nel teatro, si ascolta mormorare nelle Latomie. La pazza sente le preghiere che s'intersecano con la pietra: le preghiere sono d'acqua o di metallo, di marmo o di legno, qualche volta sono di carne. A volte sono così fitte che oscurano il cielo, e sembra la cenere del vulcano vicino, che ogni tanto invade tutta la terra, che - si sa - è grande quanto l'isola ed è triangolare e poggia su una tartaruga che poggia su una balena che nuota nel mare di lacrime della pazza, affacciata alla balaustra che guarda il mare e si ferisce gli occhi, e li porta su un vassoio, davanti a sé, come Santa Lucia.
 La pazza danza per tenere Ortigia al suo posto, una luna d'acqua e pietra porosa nel mezzo del mare. La pazza danza per stupirci, perché Ortigia mangia stupore, passi, sudore, alghe, notti, lacrime. La pazza danza perché ha solo quella notte, e attorno c'è il buio e l'ora della morte. La pazza danza perché qualcuno deve farlo.

 Alla fine della sua danza, la pazza raccoglie il ventaglio e torna al palazzo. Il portone si chiude dietro di lei, con un rumore sordo.


 In effetti, sabato notte sono stata a Ortigia a ballare il tango: avevano chiuso una parte della piazza, con un cerchio di tavoli e un cerchio, più largo e più stretto, di musica. Il bandoneon a volte diventava elettrico, si fulminava lentamente contro le facciate di pietra. Ho ballato molto, con gusto, guardando in faccia Ortigia, e tutte le facce che ci guardavano ballare, passando. A un certo punto, in pista è entrata una donna con un ventaglio: si muoveva ondeggiando, senza guardare nessuno. Ha ballato per un poco, l'abito lungo, un fiore tra gli abbondanti capelli neri, poi se n'è andata. "E' qui ogni anno" m'hanno detto, e nessuno sa chi sia. Viene solo a fare quel ballo, da sola, col ventaglio, in mezzo agli innumerevoli cerchi della piazza e d'Ortigia. Abbiamo passato il resto della notte, io e le mie amiche (era una spedizione di sole donne, piene di scarpe e intenzioni), a fantasticare sulla casa di quella donna - di certo un palazzo barocco della piazza - e sul suo nome, e la sua età. Questo è il succo dei nostri discorsi, diciamo.

postato da manginobrioches alle ore 23:50 | Permalink | commenti (22) / commenti (22) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte, catalogo dei pazzi


giovedì, 31 agosto 2006

Canzoni di pioggia

pesci, canzoni, notti: la Vita secondo Chagall

 La pioggia è venuta anche lei al concerto. La pioggia tanta e frettolosa di fine agosto.
C'aveva provato fin da subito, appena la banda aveva ricominciato a suonare il rock, ma non c'erano nuvole che bastassero. Gocce grosse, a tempo col rullante e coi bassi, e noialtri, platea di ex adolescenti, che battevamo il piede, c'agitavamo sulle sedie, guardati con apprensione dalle hostess di vent'anni col rimmel e i tacchi e la faccia vagamente dubbiosa: ma chi è questo
Fossati?
 In effetti, questo Fossati è un signore ultracinquantenne con un carniere di canzoni, alcune ancora sanguinanti, altre legate come aquiloni e altissime sulle nostre teste, altre ancorate dentro la falce del porto, mezze navi mezze balene, mezze isole mezzi vascelli, a dondolare nell'acqua nera. Alcune le portavamo in tasca, come coralli o piccole pietre levigate: le toccavamo con la mano, ogni tanto, ricevendone un oscuro conforto. Altre le succhiavamo, come caramelle o piccoli semi.
 Su una ci ho litigato a morte, un sacco di volte, perché sembra fatta apposta: "La costruzione di un amore" divide gli uomini e le donne, senza rimedio. Sarà perché è storta e spezzata, ed è una costruzione che somiglia a una ragionata distruzione. Sarà perché finisce con un "sì", che è la parola più difficile del mondo. Sarà perché si possono costruire solo altari di sabbia in riva al mare (e questo spiace alla natura ingegneristica dei maschi, che vedono campate d'acquedotti e contrafforti di muraglia dove noialtre vediamo girasoli, o canneti oppure niente). Sarà perché è una canzone assolutamente verticale, e ci fa guardare così in alto e così in fondo al cielo che ci cadiamo dentro ogni volta.
Però questa ieri notte mica l'ha suonata. Ho il sospetto che non gli piaccia nemmeno tanto.
Il che spiegherebbe tante cose: i maschi, gli altari, i versi che si spezzano, i "sì" che suonano come "no", anzi che sono "no", i cieli vicini e poi d'improvviso lontani, i palazzi a cento piani che crollano dentro se stessi in trenta secondi.

 Però ieri sera non eravamo divisi in maschi e femmine, piuttosto in vecchi e giovani. I giovani si distinguevano da noi perché non c'erano. Noi non ci distinguevamo da noi stessi, in compenso, perché "La canzone popolare" ci ha fatto venire una cosa qui, alla bocca dell'anima, o al flessura del colon, non so, nemmeno l'Ulivo avesse vinto con cinquanta punti di distacco, e non fossero mai, mai venuti gli anni vischiosi della teledemocrazia, e noi fossimo ancora quelli che eravamo. 
 

 Ha cantato un sacco di cose, il signor Fossati: cose con poche navi, devo dire. Essì che lui è un genovese di quelli delle colline, che le navi le vedono venire di lontano, e ne avvertono in pieno la fragranza di mare e di cambiamento. Di più, lui è fissato col mare: lo vede crescere attorno ai muri, brulicare come un ininterrotto pensiero fin da Pavia e da Alessandria, fin sui polpastrelli: il mare è necessario. I posti davanti al mare sono dappertutto, d'altronde: c'è sempre un mare che guardiamo e che ci guarda.
 Ma invece, ieri sera c'erano mari ostili nelle sue canzoni: l'arcangelo Gabriele li solcava su barche di disperazione, restando schiacciato nella porta tra i mondi. L'arcangelo Gabriele, il messaggero, stavolta portava una notizia nuova: se stesso. E mentre Fossati cantava, di certo dalle parti di Lampedusa o di Pozzallo stavano sbarcando di nascosto, gli arcangeli, incrudeliti dal sale e dalla sete. Gabriele sorvolava basso e pensoso la platea, e le nuvole provavano già a piovere, senza risultato.
 Agosto marciva piano con la grazia d'una rosa, con un basso odore di pozzanghera e rimpianto, e Fossati - che deve averlo sentito, perché le città si manifestano dapprima con gli odori - ha cantato certe sue vecchie canzoni di pietra scura e muschio, quelle scavate proprio dentro. Le nuvole stesse corrugavano la fronte, e provavano nuovamente a piovere, perché l'aria era già un'initerrotta circolazione di ricordi e acque lontane.

 Alla fine, doveva succedere - e d'altronde eravamo già zuppi di memoria e rime dispari e dissonanze magnifiche. E' uscito per l'ultimo dei tanti "bis", e noi avevamo appena invaso il campo e pacifici e carnivori, come sempre, ci agitavamo e tendevamo le mani e gridavamo "Ivano, Ivano" o forse niente, proprio sotto il palco, sotto le sue "converse" nere (o forse era lui che aveva gridato tutti i nostri nomi, canzone dopo canzone, ed era venuto sotto il nostro palco, e s'agitava e tendeva le mani, non so).
Stava cantando "C'è tempo", perché non ce n'era più di tempo: l'aveva finite lui, le sue ore di musica, e noi avevamo finito il nostro da un pezzo, da almeno quindici o vent'anni. E lui a insistere: "c'è tempo, c'è tempo, c'è tempo, per questo mare infinito di gente". E noi a gridare: "Ivano, Ivano", sventolando mani e pezzi di tempo.
 E quando ha detto, anzi ha cantato con la sua voce piena di fessure e accadimenti, "dio, è proprio tanto che piove", le nuvole si sono decise, e sono venute anche loro lì, sul palco.
Un acquazzone assoluto, definitivo.
Il tempo è diventato uno solo, lui che cantava e si riempiva la bocca e gli occhiali di pioggia, e la musica sciolta dappertutto, tanta e frettolosa, nei capelli, nei vestiti, nelle scarpe, nei ricordi, nello sguardo, nella borsa, nella memoria, nelle tasche. 
Tre minuti: una canzone di pioggia irresistibile, che ci ha inzuppati tutti, noi e lui, e non sapevamo chi cantasse o piovesse chi.

Avviso ai naviganti: forse voi non lo sapete, ma Fossati vi è necessario. Quindi, se lo conoscete andatevi ad ascoltare di corsa qualche canzone settembrina e brumosa, qualche canzone che parla d'impossibile con competenza; se non lo conoscete, conoscetelo. Io cominciai con "La pioggia di marzo", captata per caso dall'autoradio d'un ex (e, al momento, è la cosa migliore, probabilmente l'unica, che mi resta di lui. Mi indispettisce, questo lascito, perché vorremmo sempre che le cose migliori c'arrivassero dalle persone migliori, ma di solito non accade così, e forse c'è una giustizia superiore, o sottostante), e fu una folgorazione. La pioggia di marzo è un esempio di traduzione infedele e dunque perfetta: nel ritornello, dove l'originale (in portoghese) dice "sao as aguas de março fechando o verao è a promessa de vida no teu coraçao" lui traduce con: "è la pioggia di marzo, è quello che è, la speranza di vita che porti con te". Ecco.

Io ricomincerei, adesso, con L'uomo coi capelli da ragazzo, e non solo perché, a un certo punto, dice "Qui il ricordo non è uomo
e il più delle volte nemmeno donna
qui è il tempo che sta seduto
a mettere i numeri in colonna
Non per tracciare una rotta
che non si può dare una via
quando ad un acuto dolore segue
una più acuta fantasia". A un acuto dolore segue una fantasia: mi sembra un pensiero perfetto, assoluto. E c'è dentro ogni mio andirivieni, ogni domanda. E nessuna risposta che non sia lo sparire della musica, dentro.

Poi non tralascerei "Lindbergh", perché il dolore del volo è la stessa cosa della sua ebbrezza. E a questo punto sono necessari, anche, Discanto e Carte da decifrare . Giusto per chiarire a noi stessi di cosa si vive, e su cosa ci si affatica. Mi ricorda, per giunta, un vecchio discorso di  mappe e carte interiori. Ma ne esistono forse di altre? 

 

 

postato da manginobrioches alle ore 22:11 | Permalink | commenti (19) / commenti (19) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte


domenica, 06 agosto 2006

DEI COMPLEANNI E DELLA RESISTENZA ALLE TEMPESTE

tango nella tempesta: ma ci sono dèi che tengono l'ombrello

 ...visto da brioche...

Non credo ai compleanni, non credo alle rinunce, non credo ai venerdì.
Credo ai desideri, credo agli incantesimi, credo all’inspiegabile.
Non credo alle tempeste, anzi ci credo.
Per esempio, venerdì.
 Ok, non era ancora, tecnicamente, il mio compleanno, che da sempre è oggi, sei agosto, giorno della bomba atomica su Hiroshima e della morte di Marilyn in cinemascope (mia madre diceva che in ospedale non parlavano d’altro, nemmeno del suo travaglio di diciannove ore, del suo corpo a corpo col dolore al quale non voleva concedere niente: mai stata una che si rilassava, una che “il dolore è un’onda, lascia che ti attraversi”. Da lei ho preso le mie sofferenze di granito, la mia incapacità di lasciar correre, d’assecondare le cose, il mio non essere assolutamente zen). Ma io volevo festeggiarlo alla milonga, io volevo la mia ronda. Da una vita aspettavo la ronda.

 La ronda è una forma di tributo d’onore: sei tu il protagonista, e tutti gli altri devono ballare con te. Tutti gli uomini, se sei una donna. E non solo. Devono proprio contenderti, devono strappare via i concorrenti per avere l’onore di ballare con te. Un sogno poligamo e narcisistico? Un sogno predatorio, scandaloso, politicamente ed emotivamente scorretto? Esattamente.

 Ora, io avevo deciso: venerdì (che pure, nella cabala dei giorni, è sempre alquanto ostile e traverso: io sono una donna da giovedì, o al massimo da sabato mattina) volevo la festa, volevo la ronda. M’ero pure comprata un vestito nuovo. Ammetto: lo cercavo nero e indiscutibile. L’ho trovato bianco e sognante. Cercavo pure uno smalto per le unghie: lo volevo scuro, opaco e sanguigno. L’ho trovato chiaro, squillante e pieno d’estate. Ma era un giorno di contraddizioni, si vedeva dalle nuvole che si radunavano, dubbiose, a occidente, mentre un sole esagerato batteva impietoso il suo martello incandescente sulle strade.

 Alle quattro di pomeriggio, quando ho provato il mio abitino, un po’ Marilyn un po’ Cenerentola, è scoppiata la guerra. Piovevano macigni dalle regioni alte dei cieli, grossi macigni che rotolavano ed esplodevano attraverso le nuvole, così fitte e scure che i lampioni si sono accesi di spavento. Dal balconcino di  farolit, un balcone della vecchia Messina affacciato sulle magnolie, avevamo la certezza: ci stanno sparando.
Ci sparavano mentre sceglievamo i brillocchi, provavamo le scarpe e i passi, ci pettinavamo con l’olio profumato. Sparavano sulla nostra certezza che bastino gli affetti e i desideri, a chetare le tempeste e muovere gli eventi. Sparavano sui nostri controincantesimi, un po’ Macbeth un po’nonna Carmosina, un po’ Circe un po’ Mary Poppins.

 E noi, niente. Soavemente convinte che bastassero le nostre intenzioni, la nostra saggezza divergente, i nostri vestimenti leggieri, ci siamo addentrate nella notte nera disegnata dai lampi – rami di fuoco distribuiti tra il cielo e lo Stretto, che era d’un color ferrigno scuro, col bianco delle navi che spiccava contro la tempesta. Gli dei si sono scatenati: Poseidone col tridente smuoveva il fondo dei mari, Eolo spazzava il litorale, le cui conchiglie arrivavano a volo radente fino al fianco dei colli, Zeus rimescolava le nuvole nere con le saette di bronzo, che facevano un tumulto di guerra.

 Nel lido della milonga la devastazione regnava sovrana: i cannizzi zuppi, le sedie rotolate via, l’assito fradicio di temporale, i cavi morti nell’acqua alta. Ma si lavorava febbrilmente, e quando siamo entrate io e farolit le prime due note d’un tango si sono levate, chiare e inequivocabili, nell’aria gocciolante. R., la nostra maestra, era lì, rocciosa: “Ma certo che si balla, nessun problema”. Gli dei hanno accusato il colpo.

 La milonga è stata magnifica: fitta fitta, un cerchio magico come al solito, ma più pieno del solito, così minacciato a vista dalle potenze telluriche radunate tutto attorno. C’erano tutti, e anche di più. Persino Artemide ha osato affacciarsi, con un viso d’oro pallido, da uno squarcio delle nubi. Dalle Calabrie lontanissime – ché la tempesta raddoppia il mare e allontana le terre – sono arrivati altri indomiti, tra cui M., l’uomo della musica, pieno di risorse e vals per esorcizzare gli spiriti avversi. Da Palermo è giunto compadre Felipelcid, fulvo e tenace, col suo passo di maratoneta.
 
 E a un certo punto l'uomo della musica ha fatto sgombrare la pista e ha chiamato al centro la Broscia festeggiata: attorno, il cerchio degli uomini, e, più indietro e più largo, il cerchio delle donne. Avevo scelto "Recuerdo" di Pugliese: io sono di tango, non di milonga o vals (e nei miei sogni c’è un tango come quello di Copes nel film di Saura: con un uomo che mi sceglie tra la folla, vuole proprio me, e ha la faccia come una mappa dove posso leggere i passi, e la vita stessa).
 Ed è stata quella la colonna sonora del mio sogno poligamo e dionisiaco. Ha cominciato G., il mio maestro, milonguero sopraffino, e poi tutti gli altri, che si strappavano via l’uno con l’altro, s’avvincendavano nell’abbraccio, mimavano la contesa e la lotta che corre sottile nel tango, il suo filo rosso di contrasto e desiderio, il suo potere predatorio.
 Non mi sono preoccupata di sbagliare i passi, non m’importava niente di ballare: volevo solo sentirmi il centro di quel cerchio d’energie, tre minuti d’archetipo femminile assoluto, tre minuti da ape regina, solo apparentemente seguidora.
Lo so, è orribilmente presuntuoso e risarcitorio, come tutte le fantasie, ma era la mia festa, e poi il Dio del Tango aveva avuto i suoi sacrifici: come tutti gli dei, compresi quelle della tempesta che stavano anche loro lì attorno, nella milonga spalancata ed elettrica dei cieli, gradisce sangue sudore e lacrime, gradisce desideri inconfessabili, riti e incantesimi in suo nome, gradisce fedeltà senza discussioni. L’abbiamo saziato.
 E le energie dovevano davvero disegnarsi nel cielo, come fulmini alla rovescia che il cerchio della milonga inghiottiva, nel suo centro più centro che era l’abbraccio della ronda di continuo spezzato e rinnovato, nutrito di lotta, festa e desiderio.
L’ultimo caballero fu… la mia maestra R., che sa ballare da maschio con una determinazione elegante che tutte le invidiamo: l’ultimo frammento d’abbraccio, gli ultimi passi sono stati con lei, a richiudere quel cerchio pericoloso, ricomporre la milonga e i cieli, consegnare al mio recuerdo quei tre minuti.

 Subito dopo, le nuvole si sono ritirate, e nel cielo sgombro già dondolavano luci di barche e di stelle.

...visto da farolit ...

 Io, invece, credo alle lotte tra le Briosce tremule e le tempeste spavalde.
Credo al tango che aggiusta le cose. Lui sa, sa sempre la cosa più giusta da fare.
E così , quando ieri sera su di noi si aprì la tregenda e vennero giù i cieli e tutta la comprensibile invidia degli dei., io non vacillai: mi colse stupore sì, ma non paura. Mi parve quasi normale quel tonare potente del destino tipo attacco della 5° di Bethoveen come a dire “ma dove credete di andare, miseri omunculi?”
“A ballare il tango! A vivere.“ rispondevo in cuor mio senza esitare, perché conosco gli dei che architettano il destino e so benissimo che in quel momento pretendevano un sacrificio. L’avrebbero avuto.
Per questo la Broscia glamour fu vestita di bianco, perché gli dei sapessero che era la vittima predestinata.
 Infatti sull’agnella del tango e sulla ronda premeditata del compleanno si riversò tutta l’ansia del precipizio dei cieli. Infierivano, perché la paura è fondamentale al sacrificio. Ed è fondamentale affrontarla, non superarla, ma non sfuggirle, starci davanti, schiena dritta, cuore incerto. Così io e la Broscia, schiena dritta, cuore incerto, scavalcammo il crescente tam-tam di telefonate sempre più ansiose da parte di tangueri timorosi. La maga R. ferma, come se fuori ci fosse già l’arcobaleno, ci aveva rassicurate dicendo “La milonga si fa”. Ci avviammo dunque, coi nostri brillocchi, quattro chili di pasticcini e sei bottiglie di mionetto, nella pioggia e nel vento ululante, tra i fulmini e le catarratte verso il castello di Frankstein Junior… alias Lido la Plaia del sol: lo trovammo spietatamente rivoltato da una specie di minitornado d’accoglienza, tavoli ed ombrelloni divelti, pista allagata, tendone grondante. Roba da farsi ammosciare la messa in piega.
Uno scenario d’apocalittica rinuncia. La tempesta si placò, momentaneamente e subdolamente.
 R. ed S. serie e quiete come se fosse solo un piccolo inconveniente ci davano di straccio, accendevano lumini, asciugavano lo stereo. E in effetti dopo un’ora c’era già la milonga e cominciavano già ad arrivare i tangueri stupiti della loro stessa presenza, e di non trovarsi soli, ma di trovare altre anime smarrite dalla tempesta, richiamate all’assurdo appello del tango nella tempesta. Si cominciò così, abbracciati, stretti gli uni agli altri
 E la Tempesta riprese forza, decisamente provocata dall’arroganza del bandoneon…ruggiva fulmini sullo stretto, tuoni terribili sulle nostre teste e sulle anime tremebonde.
Così forti da coprire la musica.
Eppure, proprio per questo, si rimaneva in pista, assurdamente, tutti ancora abbracciati come se la tempesta non fosse proprio e davvero sopra attorno a noi, anzi proprio come se non ci fosse. Semplicemente la si ignorava ognuno protetto dall’ombrello del suo abbraccio, mentre l’acqua scrosciava forte, minacciosa, selvaggia, continua, sull’instabile telone di plastica e sulle nostre anime, filtrando da ogni punto cedevole ai bordi e al centro della pista, iniziando a scorrere costante a nutrire l’incertezza e la resistenza in pista. E c’era qualcuno che asciugava quell’acqua ai bordi del bailongo e nel corazon. Era una scena felliniana, bellissima, tutti uniti il quella febbre di vita, mentre il titanic sembra affondare e ribadisce la precarietà che è in ogni momento e che in ogni momento va combattuta accettata e respinta. Farolit, sirena pescatrice di simboli, pinneggiava nel bailongo esaltata dall’elettricità dell’aria, quasi con le lacrime agli occhi per tutte queste allegorie. Si sarebbe messa sotto la pioggia a cantare “vieni Dio vieni a ballare con noi” e pretese dal musicalizator evocatore di tutti gli spiriti del tango, un po’ di giungla per sé ed il compadre Felipe giunto fin lì sfidando gli elementi, e Tango Negro fu.
 Davanti a tanta diffusa ostinazione la tempesta allentò il suo morso e fu a questo punto che lo sciamano del Tango chiamò la Brioscia sacrificale al centro della milonga e lei (da brava vittima) desta ci si fece trovare, lì, nella calma al centro del ciclone. Il rito cominciò, perché quella notte a questo eravamo chiamati tutti senza saperlo.
 La Brioscia biancovestita al centro di un cerchio di uomini, più di una trentina di scapitanti watussi milongueri (Felipe compreso), attorno al cerchio di uomini, come a proteggerlo, c’era un cerchio più grande fatto solo di donne, unite a tener fuori la tempesta a proiettare (con ammirazione o invidia) su Brioscia il proprio arcaico desiderio milonguero: essere invitata e contesa da tutti gli uomini della milonga, essere “la” tanguera. Le note di "Recuerdo" al posto dei tamburi, scandivano quella inesauribile ressa di abbracci , nessuna tanguera mai vide ne visse una simile Ronda. Mai vittima fu più felice, mai officianti più contenti e numerosi.
 Scioltosi il cerchio il cielo era terso, la Calabria scintillante, il mare placido, la silenziosa medialuna sorrideva ribadendo… “piacer figlio d’affano”. Il mondo tornò meglio che pria, rinato quasi senza peccato. Quella notte, ce ne tornammo tutti a casa con una palpitante certezza nel cuore: bisogna volere volerle le cose, aldilà di ogni evidenza contraria, aldilà di ogni circostanza contraddittoria. Perché spesso ciò che sembra solo contrastare invece suggerisce. Ci volevano “Brioscia e la ronda nella tempesta” per saperlo.

 

postato da manginobrioches alle ore 15:01 | Permalink | commenti (17) / commenti (17) (pop-up)
categoria: memorabilia, geografio, cronaca vera, grammatica della notte, lezioni di tango


mercoledì, 26 luglio 2006

MILONGA DEI GELSI

il bouffet secondo Botero

 Le tessere del mosaico in fondo alla piscina, le pietruzze allineate nella rosa dei venti del lastrico, i gelsi neri adagiati sulle foglie, le stelle appese a grappolo, come i gelsomini e le bouganvillee. E poi il tango: allo stesso modo, particelle una accanto all’altra, che componevano passi leggeri sull’impiantito, gesti nell’aria – circolari, perché il tango è rotondo e contiene, rettilinei, perché il tango è diritto e cammina.

 La serata perfetta non voleva nemmeno un’unghia di luna: brillava di luce propria, delle luci dello Stretto, dei lustrini e degli occhi, del verdeacqua chiaro della piscina, dei calici dove le bollicine – anche loro – si disponevano pazienti, circolari e rettilinee, in fili minuti. Le fiaccole al limone e citronella ardevano piano ai bordi della pista, e altri fuochi ardevano dentro la pista, sommessi. Tutto attorno, la notte dei gelsi e delle parole – che, si sa, si fermano sempre fuori dal cerchio, perché dentro il cerchio, e dentro l’abbraccio, non servono.
A., l’ospite squisita ch’aveva apparecchiato offerte di fragole, crema gialla e gelsi neri, si muoveva tra noi morbida, con un disegno di piccole luci, una accanto all’altra, sull’abito nero.
E. era al centro d’una piccola guerra: i suoi passi rossi ed eleganti, uno accanto all’altro, erano contesi da R. e da V., che si combattevano di traspiè, guardandosi in cagnesco. 
Farolit  aveva una cornice di volants rossi attorno allo sguardo, uno sguardo sapiente e ambrato che veniva da lontano, come la luce d’un faro: solo guardandola, i ballerini potevano orientarsi, e cercare altre rotte.
T., invece, che veniva dal Nuovo Mondo, era curioso d’altre luci, portava ovunque i suoi occhi di mandorla e i suoi passi curiosi, che cercavano i tanghi fin al centro delle Rose dei Venti disegnate a mosaico sull’impiantito di cotto.
Cenerentola si sentiva felice, e non avrebbe saputo dire se era per la notte, i gelsi, l’aria di limone, l’acqua che mormorava appena, i passi che le riuscivano quasi tutti, allineati sul pavimento: il tango è una marea, certe volte, e per ragioni misteriose si ritira o copre tutta la spiaggia, trascina via ogni cosa oppure te ne restituisce mille di colpo. Era una notte che risanava, restituiva con ricchezza: perle di fondale, pietre a forma di stella, passi antichi che si disegnavano nuovi – l’ocho cortado era davvero una storia interrotta e un pentimento che riscoprivamo lì e ora, il “Pepito Avellaneda” disegnava una sequenza di domande, una di fronte all’altra, nei pivot che ci contrapponevano, ci univano, lo “specchio con vuelo” specchiava fino alle radici la notte, le stelle, lo Stretto, gli occhi fitti di spillo dei gelsi neri.
Juan contava i passi disseminati sulle piastrelle di cotto: il suo istinto di capitano gli suggeriva percorsi, rotte, ritorni. La sua anima era canyengue, ieri notte, che pure era una notte lenta, in cui persino le milonghe prendevano una cadenza trasognata, lunghe file di bollicine, circolari e diritte, che affioravano in superficie.
C. aveva orecchini di piccolissimi brillanti che scomponevano le altre luci e le addizionavano: come la musica, come la notte, come i tanghi che scivolavano sui bordi di pietra, si fermavano sulle poltrone di midollino, sotto le siepi di pitosforo, negli orli dei voleos che ardevano brevi e fiammanti.

 Il tango greco, a una certa ora, si sostituì alla luna, con la sua luce di miele selvatico: ballammo tutti certi passi dorati e lenti che brillavano prima di spegnersi, certi passi dal succo nero, aspro e dolce, come i gelsi che ci aspettavano sulle foglie.
Certe notti il tango è semplice. Di più: è necessario.


postato da manginobrioches alle ore 10:11 | Permalink | commenti (13) / commenti (13) (pop-up)
categoria: insolitudini, geografio, grammatica della notte, lezioni di tango


mercoledì, 24 maggio 2006

IL CAPITANO

se Van Gogh avesse visto la Lupa, la Lupa l'avrebbe inghiottito

 La Lupa l'annuncia il muggito delle navi. Una mandria di navi vitelle dai fianchi bianchissimi e gli occhi rotondi, invisibili nella nebbia. Le navi hanno paura della Lupa, che ha un abito vaporoso, una fame antica e la proprietà di cancellare la terra e il mare, i punti di riferimento dei capitani, che si ritrovano tutti ciechi a vagare tra i veli della sua veste, disperati e senza sponda.
 "Qualcuno si perde anche per molto, molto tempo" m'ha detto Juan El Capitán guardando dalla finestra: la Lupa si gonfiava da sud sulla città, lentamente, col passo ipnotico delle nuvole, della marea.
"Quanto tempo?" gli ho chiesto, guardandolo negli occhi inafferrabili.
"Anche anni, o più".
E allora m'ha raccontato, il viso latino immerso nella profondità del vetro e della nebbia.

 L'uomo era salito a bordo in Sicilia, o forse in Calabria. Nessuno sapeva dirlo. Anche la Lupa, quella notte, saliva a bordo coi tir e le automobili, seduta sui tettucci, avvolta attorno ai carichi, appesa ai tendoni. I marinai la spingevano dentro a fatica, mangiando pezzi di nebbia e bevendo lacrime e nebbia. L'odore della notte strisciava, buio, al livello del pavimento d’assi, ma la nebbia lo teneva giù, e tutto lo Stretto odorava solo di sale bianco e di vapore. I muggiti lunghi delle navi riempivano lo spazio più in alto, e non c'era un solo millimetro libero, fino al tetto del cielo, che pure era bianco, come una notte profondissima e senza stelle.
 "Capitano, quello non ha pagato" disse il mozzo a Juan, che era stanco d'attraversare avanti e indietro quella notte candida e impenetrabile. Eppure i capitani dello Stretto lo sanno: la loro condanna è non arrivare mai. Ogni volta un'altra sponda li attende, un altro ritorno, e poi ancora. Nelle notti di Lupa è ancora peggio: ogni viaggio è un circolo, una giravolta, un passo da fermi torno a torno, per trovare solo la nebbia che s'è appena lasciata, mentre le terre si scambiano di posto e il tempo gira in tondo anche lui, mordendosi la coda di lupa.

 Era un tizio magro, alto, con una carnagione cotta a fuoco lento e abiti inverosimili. S'aggirava per la nave guardando ogni cosa con attenzione, e qualche volta toccava un corrimano, un salvagente, una gomena, con piccoli gesti delle mani secche, dalla pelle conciata. A volte s'avvicinava, e guardava fisso, con gli occhi d'un nero alabastrino dentro un bianco luccicante come quello della Lupa, o dei cocci di maiolica o della neve della Sila.
 "Capitano, non m’ha nemmeno risposto, forse non ha capito" si lamentò il mozzo con Juan. "Forse è straniero" azzardò.
Juan guardò l'uomo, che ora era affacciato al parapetto, ma non poteva vedere niente, perché erano dentro la pancia bianca della Lupa che si mangiava il mondo, e chissà quando l'avrebbe sputato fuori.
Ma l'uomo non guardava il mare, o la costa, o le costellazioni perdute nel fondo cavo del cielo riempito di nebbia. L'uomo guardava il fianco della nave che rompeva l'acqua e la schiuma bianca che diventava Lupa, in alto e in basso e di lato e prima e ora e sempre, perché la Lupa ferma anche il tempo.

 Juan andò diritto verso l'uomo, con la sua camminata armoniosa che tanti anni di navi e di passi per mare avevano reso morbida e cauta, come un tango - che è un duello trattenuto, un'offerta e un dominio assieme.
Gli mise una mano sulla spalla, proprio sul nodo che sembrava trattenere la veste - una veste a trama grossa, come una sartìa, che l'uomo portava drappeggiata addosso, eppure come un mantello regale. L'uomo si voltò con calma, e si vedeva che non temeva alcuna cosa, in questo e in altri mondi. Gli sguardi s'immersero l'uno nell'altro. Velluti, cenere, nebbia: non sappiamo cosa riuscirono a dirsi. L'uomo seguì Juan nella sua torretta avvolta dalle nebbie, dove - nei giorni senza Lupa – El Capitán contempla lo Stretto dall'alto, e progetta andirivieni (lo Stretto, e forse la vita, è un sistema d'andirivieni, di ritorni e partenze, e nessuno sa distinguerli).

 Juan e l'uomo s'immersero nella nebbia, che premeva sulle pareti di vetro, guardava dentro con mille occhi, li circondava. Respiravano nebbia e parlarono nebbia, tra loro. "E cosa vi siete detti? Da dove veniva? E come si chiamava?" gli ho chiesto, ansiosa, mentre guardavo la Lupa che, di certo, stava guardando noi, e ascoltava attenta.
"Era un capitano, anche lui" m'ha detto, dopo un certo tempo, Juan "S'era perso nella nebbia".
 Mi sembrò che raccontasse, con una voce lontanissima – oppure era la nebbia, non so: anche i suoni s’inghiottiva, la Lupa - che era capitano di molti uomini, e che molti dolori aveva sofferto nel giro del mare. Il nostro mare pieno di mostri e di dèi ("e nessuno sa distinguerli" aggiunse Juan, quasi sottovoce).
La Lupa l'aveva preso, anche lui. Se l'era inghiottito, e lui aveva continuato a vagare, di ritorno in ritorno, senza sponde.
"Sì, ma chi era?" gl'ho detto ancora, impaziente, mentre la Lupa riempiva tutto lo spazio e quasi non vedevo più il profilo bruno di Juan, e nemmeno gli occhiali d'oro, né la sua espressione intenta, come quando ascolta la musica di Buenos Aires o naviga in mezzo alle correnti dei due mari, che hanno un sale e un passo diverso.

"Chi era?".
Fuori, la Lupa teneva il mondo intero, e noi e la notte, e i capitani perduti, e l'isola e le navi, nella sua gola bianca, chissà dove.
"Oh... Nessuno..." ha risposto Juan. "Nessuno".

perché abbiamo avuto due giorni interi di "Lupa" qui, la signora bianca dello Stretto che copre le distanze e i mondi e confonde il tempo. la signora di ghiaccio e scirocco. e tutto questo è dedicato a Juan El Capitán, capitano e maestro di tango.

postato da manginobrioches alle ore 23:34 | Permalink | commenti (29) / commenti (29) (pop-up)
categoria: insolitudini, geografio, grammatica della notte


lunedì, 22 maggio 2006

SCRITTURE DI MILONGA

 Ci sono alfabeti notturni che si possono soltanto ballare.
Di solito non ne resta traccia: il pavimento li assorbe in lenti cerchi concentrici, facendoli inabissare piano verso i fondali dove giacciono tutte le milonghe che abbiamo ballato. Sono come i galeoni sommersi, pieni di tesori, monete ossidate, gioielli incrostati di sale, stelle marine appiccicate alle pareti, scheletri d’annegati con lunghi capelli d’alghe fluttuanti.
 Qualcuno dice che, là sotto, giacciono anche le milonghe che non abbiamo ballato: quelle che abbiamo perduto o quelle che ci hanno persi per strada. Le pause che non abbiamo fatto, il passo che abbiamo lasciato nelle scarpe, l’adorno che è rimasto a galleggiare nell’aria, l’intenzione che non ci è mai arrivata, l’abbraccio che s’è sciolto.   Sono tutti assieme, in quelle profondità agitate da vortici di sale e correnti marine. 
 

Scavando sotto i pavimenti – che sono piste di legno, camminamenti di parquet, lastricati di pietra, fogli di linoleum, mosaici di terracotta – si trovano giacimenti di passi, ricordi, scorie notturne. Acuti di violini, soffi di bandoneón, voci e pianoforti, pentagrammi ormai asciutti, precipitati in polvere sottile, nera come le note. Si trovano tutte le parole che il tango scrive coi corpi, e che nessuno mai raccoglie, e si depositano lì, in quel luogo di confine, ai margini della coscienza e della notte.
Abbiamo voluto raccoglierle, per una volta.
 Cercatori di parole, rabdomanti, archeologi e trovarobe, abbiamo costruito un foro, un piccolo passaggio tra i mondi, aperto a fatica, e per due notti soltanto – che i ponti tra universi differenti sono instabili per loro natura, come i cerchi sull’acqua, come i rimpianti, come i ricordi (che sono cerchi sul cuore).
 Abbiamo cercato quelle parole mai pronunciate, disegnate soltanto col corpo. Quelle scritture deboli e tremolanti come luci lontane, di notte. Noi non le vediamo, certe volte, ma riempiono tutto lo spazio concavo della milonga, e brillano.
Abbiamo preparato carta porosa, perché non le facesse sfuggire. Inchiostro denso, che catturasse la polvere, il tempo, il gesto. Abbiamo disposto, a cornice, altre parole, quelle del tango quando ci chiama, perché le parole attirassero le parole, come esche squisite.
 Le abbiamo raccolte con cura, perché non ci appassissero tra le mani.

 Nessuna milonga si perde davvero. Restano tutte lì, sotto i pavimenti della memoria, nell’intrico di gesti che è la geometria trasparente della vita. Tutti gli abbracci, gli odori, le scritture interminabili del corpo – che qualcuno si ostina a chiamare anima – sono lì.
Ma stavolta ne è rimasto qualcosa anche fuori, e possiamo leggerlo, come quando si raccontano i sogni.

Sono finite ieri le "Scritture di milonga" (la foto è di Antonella, che ha catturato anche lei frammenti delle due "Milonghe dei Naviganti" dedicate alla scrittura): pensieri dentro e appena fuori dal tango, dialoghi colti al margine, pensieri pensati - per una volta - in parole e non in gesti e abbracci, scritti e lasciati cadere in quello spazio ignoto, tra noi e gli altri, tra noi e noi, che io e farolit abbiamo tentato di catturare. Abbiamo adesso due quaderni fitti fitti, una boccia di vetro e un sacco di tela pieni di "pizzini", altre parole le abbiamo lasciate cadere per strada, e saranno di certo germogli di parole a venire.

postato da manginobrioches alle ore 12:22 | Permalink | commenti (15) / commenti (15) (pop-up)
categoria: grammatica della notte, lezioni di tango


mercoledì, 19 aprile 2006

LA MILONGA DEL BOTTONE (lezioni di tango nove)

danzatori che galleggiano in una milonga

 Ci sono milonghe appoggiate sul bagnasciuga, mosse in qua e in là dalla risacca, di sbieco sulla sera o sulla notte di primavera, che per sua natura è notte d'echi, tentativi, ondeggiamenti, sussurri. A volte la milonga, che è ancorata malamente alla spiaggia, s'allontana, e galleggia per alcuni metri. Poi le onde la spingono indietro, e la restituiscono ai ciottoli e alla sabbia.

 Perché il tango è come il mare: quello che prende, poi restituisce.
Ti prende tempo, gesti, attenzione, esercizio, esaltazione, sudore, frustrazione, accanimento, pelle, piacere, dolore, e poi - a un certo punto - te li restituisce.
 Così, quella milonga rossa stava tra spiaggia e mare, un po' dentro e un po' fuori.
Sul tavolo del buffet c'erano torte incoronate di fragoline, ma soprattutto c'erano tulipani di satin e paillettes rosse che luccicavano nei vestiti delle donne, e la blusa di Cenerentola, quella sera, era chiusa da un solo, piccolissimo bottone di seta vermiglia.
 Sulla pista, che era un cerchio imperfetto, la temperatura era già altissima - che la primavera delle milonghe è africana e infuocata - gli uomini sbuffavano e i passi lasciavano lente tracce liquide.
Qualcuno aveva scelto tandas di lunghi tanghi intimisti, che rimescolavano una quantità imprecisata di ricordi porpora e magenta. Lo spazio era poco, il parquet denso e umido, ed era necessario fermarsi a lungo, dialogare in giri e figure, i tacchi che si sollevavano e s'abbassavano, tali e quali alla risacca. I punti rossi - il bottone, le fragole, i tulipani, le paillettes una per una d'un vestito da sirena, le iridi rosse di certi uomini venuti dal passato, i cinturini delle scarpe - s'accendevano sparsi nel buio già alto della sala, come un percorso di guerra.

 Improvvisamente, dal bagnasciuga si levò una figura incerta. C. lo riconobbe subito: era un suo errore di gioventù.
L'aveva incoraggiato in ogni modo. L'aveva convinto che poteva farcela anche lui, che il tango è una democrazia e basta avere disciplina e fiducia nel meccanismo elettorale. Così lui, che - dopo anni - continuava a sbagliare tutti i nomi e tutti i passi, era diventato una rossa mina vagante.
Partì dal sud della pista, che era affacciata direttamente sul languore della sera, e sterminò ogni cosa davanti a sé. La sua milonga contundente urtava tutte le coppie, e lui si faceva scudo e arma della donna per aprirsi varchi nel mezzo della sala.
Gli avevano detto, dopotutto, che l'uomo conduce e la donna risplende, così lui portava di peso la donna, strattonandola in quattro quarti, e le faceva splendere lividi vermigli sulle caviglie.
 Assorte, sul bagnasciuga, C. e le altre guardavano quel mostruoso risarcimento che si muoveva con la grazia d'un tumulto nella piazza, d'una guerra civile, d'un broglio elettorale.
Il tango prende e il tango dà, pensavano.

 M. intanto sperimentava croci e delizie del controtempo - aveva da poco imparato a piazzare picas leggerissimi, di punta o di tacco, tutto attorno al passo, e se li coltivava come fiori di serra, sapendo che sarebbe bastato pochissimo per farli sfiorire, trasformarli in un caos d'inciampi nello scorrere impietoso del ritmo - in quella pista da fermi dove solo la corrente spingeva un poco le coppie, che talvolta si lambivano, sfiorate l'un l'altra da un adorno, da un boleo particolarmente alato, da una patadita rapida come un battito di ciglia.
F. le aveva offerto un'educata milonga non priva di gaiezza, solo leggermente trasversale, che lei aveva apprezzato particolarmente, dove i suoi golpecitos avevano potuto brillare come perle di fiume.
Perché a volte la milonga risana le ferite (all'ego e alle caviglie) che il tango ha aperto.

 Per esempio S.
Era il decano dei milongueri, quello che aveva portato gli otto passi tra tutti loro, e ballava - senza sforzo apparente - passi mai visti prima. Cambiava persino di forma, mentre ballava, o forse erano gli occhi ammirati della ballerina - che si trovava coinvolta in una cadena dritta e rovescia che era un ricamo sonoro e visivo in mezzo alla sala, e tutti lasciavano spazio, perché non appartenevano, in quei tre minuti, al loro stesso mondo o alla loro stessa pista - o forse era solo il potere allucinogeno del tango.
S. aveva versato tributi di pomeriggi e gioventù, e ora il tango gli restituiva tutto, nella moneta sonante del parquet.

 P. guardava il marito, solitamente sommesso e nascosto dietro le sue gonne, ché le Coppie Principianti ci mettono due o tre ere geologiche a sciogliersi un poco, moltiplicano per due i problemi dei corpi, si rallentano a vicenda per proteggersi, per ritardare al massimo il momento di volare da soli. Quel giorno di risacca, il marito di P. s'era tuffato, e ora - aveva urlato C. annunciandolo al mondo - nuotava senza braccioli!
P. lo guardava ballare e nuotare nell'acqua bassa della pista - un tango moderato, ragionevole, riflessivo, come sono sempre i tanghi dei Principianti Appena Avanzati - e lei era compiaciuta e segretamente sollevata - che, si sa, spesso per le donne il problema non è solo stare in equilibrio da sole sul proprio baricentro, ma far stare lui in equilibrio sulla sua autostima.
Il tango prende per due, ma ridà a ciascuno.

 Cenerentola, intanto, sobillata dal suo bottone rosso e dalla pista stretta dove s'accendevano fuochi, aveva accettato il tango scomposto di M., che sacrificava ogni oncia di postura all'acrobazia dei passi (e questa è una cosa che di solito incanta i Principianti e fa storcere la bocca agli Anziani), e poi, per contrappasso, quello mentale e filologico di F., che ogni volta interpretava un pezzo della storia del tango, trascinandola in abbracci chiusi e poi aperti, in vortici da fermo, persino in un tentativo di planeo che lei considerò con scandalo e segretissimo godimento.
 Percorse tante volte la pista da non accorgersi che il bottone, quell'unico bottone di seta rossa, era caduto, rotolato e spinto via dalle punte e dai tacchi, perduto in mezzo ai sentieri dei passi, che quella sera erano particolarmente stretti.

 A un certo punto, fu il centro esatto della milonga. Perché ci sono milonghe senza centro, ed altre che ne hanno uno preciso, attorno al quale girano per tutta la serata e l'orbita.
Quella sera fu "A Evaristo Carriego".
La musica cominciò a spandersi a piccole onde – col suo andamento di nostalgia retroversa e i morsi di bandoneon - e tutti si misero in fila sul bagnasciuga, col cuore stretto, a gettare qualcosa dentro il tango: uomini, ricordi, speranze, bottoni, gesti, figure, storie.
 C. buttò due Principianti Assatanati, B. il suo rovello di postura,  C. il sogno segreto di ballare con Gavito, D. il sogno segreto di ballare come Gavito, V. la sua aria da principessa, N. tutti gli ochos atras che riuscì a ricordare - il passo che si fa beffe del baricentro, ti smaschera nella tua incapacità di sostenerti da sola e regalare uno squisito fiore d’equilibrio in forma di pivot all’uomo - , F. persino un ocho cortado che gli era rimasto impigliato nelle scarpe – così bello e drammatico, una tragedia in tre battute e lieto fine - , L. tutti i traspiè che avrebbe voluto: sognava una vita in apnea e controtempo, in cui sorprendere tutti di punta e di tacco.
Il tango inghiottiva, vorace come il mare.

 Lentamente, la marea si ritirò, la milonga girò ancora un poco sul proprio asse e lentamente finì, e sul pavimento - tra le alghe, i fossili, i passi - tutti ritrovarono qualcosa che avevano lanciato in mare, chissà quando.
C. ritrovò un ricordo antichissimo, chiuso in una scheggia di sguardo bianca.
Il marito di P. trovò i suoi braccioli, sgonfi.
P. trovò il marito coi braccioli sgonfi.
S. trovò una collana di pomeriggi, seminuova.
N. trovò il modo di piegare impercettibilmente un ginocchio per sostenersi: i suoi ochos crebbero a vista d’occhio.
L. trovò un pique sul secondo passo.
Cerenentola trovò il suo bottone.
Il tango prende, ma poi restituisce, le disse l'uomo alla cassa. Lei annuì, e uscì stringendo il suo bottone di seta, rosso.

dedicato a Gavito, che ho visto qui ballare "A Evaristo Carriego" e mi è rimasto come una spina nell'anima. Mia nonna lo avrebbe definito "un cristianuni".

e a farolit, che ha scritto qui di Gavito.

 

postato da manginobrioches alle ore 11:18 | Permalink | commenti (12) / commenti (12) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte, lezioni di tango


domenica, 26 marzo 2006

MILONGA DI PRIMAVERA (lezioni di tango otto)(ocho)

Milonguera accessoriata (Botero - Standing)

 Ci sono venuti proprio tutti.
Alla Milonga di primavera, dico. L'equinozio aveva cominciato a girare sui cardini, la notte cigolava in quattro quarti, e il popolo della milonga s'è adattato spontaneamente a quel ritmo, facendolo risuonare sulle doghe di legno dell'impiantito, dove i passi battevano, non diversamente dai colpi secchi della linfa che rimetteva in moto l'ascesa e la rinascita, dopo l'inverno, nelle magnolie e nei ficus della piazza.

 E chi poteva resistere, d'altronde.
Così ci sono venuti tutti. Per ballare, per parlare, per guardarsi reciprocamente, dai divanetti e dai bordi della pista. Per conversare, ammirarsi, voltarsi le spalle. Per mostrarsi, soprattutto.
Dico loro, gli accessori.
Scarpe, collane, cappelli, calze, foulard.
Bolerini, lustrini, fermagli.
Anelli, cinture, bottoni.

 Il cappello di R. era di lamè d'argento. Una cloche di petali, una forma volata diritta dagli anni Venti, sulle ali d'un vals criollo. Così, gli occhi splendenti e assorti in un altrove, R. ballò tutta la notte dentro la luce d'acquario degli anni Venti: i suoi ochos scavalcavano anni e guerre, si formavano come anelli di fumo, anelli di perle, e si annodavano stretti piovendo nel tempo chiuso della sala. Persino un Principiante Assoluto si trovò a scavalcare quegli ochos, sentendo l'eco di orchestre perdute ("Ma non avete sentito anche voi?" andava chiedendo dopo ai Principianti Pulcini che affollavano la milonga, rosa tenero e giallo limone e azzurro cielo, mentre sul parquet la notte vibrava nera e rosso rubino. "No, non abbiamo sentito" pigolavano quelli, mentre il cappello di R. appariva e spariva, in lontananza, sulle note remote).

 Anche le scarpe di C. venivano da lontano. Velluto nero e otto centimetri di pura volontà tanguera. La supremazia alla rovescia della donna passa per le punte e i tacchi, per l'aristocrazia del piede, lo smalto cremisi sulle unghie, lo splendore della pelle. Passa per l'arroganza delle strisce di camoscio e velluto che non cingono ma mettono in mostra, fingono di contenere e invece espongono. Passa per la sfida implicita nel piede quasi nudo, esposto: non temo alcun male, se sei tu a condurmi.
Ogni tango è fondato su questa breve professione di fede, su questa fiducia eterna di tre minuti e mezzo. Cieca e all'indietro, come le donne sono abituate a risalire i corsi fluviali della vita.
 Ma C. camminava regale sui suoi otto centimetri di perfezione, che davano una docilità di pantera nera al suo abbraccio, ai suoi passi, ai suoi semicerchi sul legno. Ballerina temibile, una lama nascosta nelle pieghe felpate d'un tango intimista, racchiuso, ornato d'impercettibile, C. sgominava i maschi, ma col volto dell'innocenza. "Io? Io non c'entro... sono state loro" diceva, indicando le scarpe. Il suo tango, intanto, continuava a muoversi da solo, in pista, come un solco di velluto, nero nella notte nera.

 B. aveva un fermacravatta nuovo: sperava gli suggerisse nell'orecchio il momento migliore per fermare una donna in preda a ochos atras, andando di mordida. Il fermacravatte taceva insistentemente.

 N. aveva pure un dopobarba verde come una milonga. Il suo corpo sprofondava nelle volute della musica portando un sentore di vaniglie, legni dolci, frutti di pane, spiaggia. Affidarsi a lui era come acconsentire alla brezza, passeggiare senza sforzo apparente sui ciottoli lisci, seguire le linee d'acqua e sale mosse dalla milonga in tutta la sala. Nessuna musica lo spaventava, nessuna donna era un carico troppo gravoso: N. era un prezioso punto di leggerezza dove la notte s'assottigliava, si diluiva, diventava facile come una canzone. Il suo tango era marino, lieve, intento, persuasivo.

 P. avrebbe voluto avere le sue scarpe da trekking, mentre si sforzava di decifrare i semicerchi tracciati sul pavimento dalle coppie a testa bassa, immerse in un tango buio e pieno di spilli. Le sue scarpe da trekking pensavano a lui, nel buio dell'armadio.

 E. misurava la notte ad abbracci, e li mostrava - così differenti e sciorinati per la sala - a Cenerentola, che per l'occasione aveva aggiunto alle scarpette di cristallo un corpetto nero di stoffa leggera, con spacchi triangolari sulle maniche e lunghi lacci. Distanza e contatto s'alternavano nella tessitura della stoffa e del dialogo, secondo una trama che a lei a tratti sfuggiva, dove lei non poteva che infilare punti d'ordito, di tanto in tanto, entrando nello spazio che lui le preparava, anticipava attorno a lei, sgomberava per lei.
Gli spacchi e gli spazi si aprivano, i lacci volavano, come i capelli. E tutto era passo.

 T. aveva una gonna traspiè su calze a rete fitta.

 A. era bellissima, con pantaloni aperti sulle caviglie a mostrare una costellazione di pois in rilievo sulle calze nere. E' il segreto delle donne e del tango: tu camminerai all'indietro, e ti svelerai velandoti, ignota a te stessa.
Così lei avanzava nella notte all'indietro delle donne, e le caviglie e i pois brillavano di lampi brevissimi nella sala.

 F. a un certo punto aveva dovuto sostituire la camicia bianca, zuppa di milonga ed entusiasmo, con una maglia nera. E aveva ballato una notte mezza bianca e mezza nera, mezza tango e mezza milonga. Una notte perfettamente separata, come l'unità divisa e contrapposta della danza.

 A. aveva scarpette d'argento e una stella di cristallo al collo. La sua natura gaia ne veniva moltiplicata, e le sue rapide baldose erano guizzi di piccoli pesci fuori dall'acqua scura.

 S. s'era infilata lunghe maniche ricamate che disegnavano fregi sulla pelle candida. Come certi tanghi in controluce e intaglio, dove non sai da dove venga e come si componga la figura che vedi, contro lo sfondo. E ti chiedi se sia la logica conseguenza dei passi, o l'avvicendarsi nella trama del dialogo, o il gioco di pesi, e non è nessuna di queste cose, ma solo la musica che emerge attraverso i corpi, segnandoli come un ricamo.

 Gli accessori discutevano fitto tra loro, e ballavano, e bevevano Merlot. Ogni tanto guardavano la gente in pista, distrattamente.

Questo per la mia seconda milonga, imprevedibile e sfrenata. Era una notte di primavera e cecità diffusa, visto che ho ballato moltissimo, intere milonghe di strepito e persino cumparsite tre a tre, e ho trovato una diecina di maestri, rubando pezzi di verità e interi passi. Si ringraziano in particolare farolit (lei sa perché), N. ed E.

postato da manginobrioches alle ore 01:11 | Permalink | commenti (39) / commenti (39) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte, lezioni di tango


domenica, 19 marzo 2006

TRAGEDIA TRASPIE' (lezioni di tango sette)

il massacro della milonga

 C’è, c’è sempre, ammettiamolo.
L’abbiamo sentito un sacco di volte. Magari non sapevamo come si chiamasse, oppure volevamo ignorarlo, ma c’era.
Quella microscopica contraddizione. Quel bastiancontrario d’un istante. Quel dubbio nel cuore della certezza. Quel fiocco di neve in mezzo al fuoco, quel cristallo di sale nello zucchero. Quella sillaba. Quella piega del labbro. Quello sguardo, di spalle. Quel gesto della mano, sfuggito a tutti.
Quel passettino in controtempo, nel bel mezzo di.

 Ora sappiamo come si chiama: traspiè.
Ce l’ha detto, con la sua melodiosa parlata argentina, Javier. Non ha battuto ciglio (ma forse anche i cigli battono il traspiè, ed è un tremito dello sguardo così istantaneo che solo gli angeli possono percepirlo, ma anche se non lo vediamo ci disorienta, come ogni traspiè), e ci ha detto: sì, certo, un passetto in controtempo, un traspiè. E l’ha fatto. Era un passo due, e improvvisamente è stato qualcosa d’altro. Spezzato nel mezzo della fronte da un colpetto piccolissimo, così veloce che nessuno l’ha visto.

 Di fronte al nostro stupore, Javier l’ha rifatto, quasi senza muoversi. Il passo nasceva da solo, armonioso, e da solo scambiava i pesi per un istante, con un colpo sull’impiantito che risuonava nella nostra immaginazione e per le strade del quartiere, battute dallo scirocco e dal levante.

 Era una serata tropicale, con lunghe liane che spuntavano dal soffitto, coccodrilli ormeggiati al marciapiede e il parquet appiccicoso di tristezze e caglio lunare. Avevano pure sparso borotalco, e tutti andavamo a battere le suole, imbiancare la pelle di bufalo ben tesa sotto le scarpe. Sudavamo copiosamente, tutti tranne Javier che portava una giacca d’oceano e continuava ad essere fresco e abbagliante, mentre gli uccelli della foresta invadevano la sala e il parquet sobbolliva lentamente sotto una milonga assolata.

 Sudavamo, e ancora non sapevamo bene cosa aspettarci. Il traspiè, come certe formiche tangarana, aveva cominciato a corrodere da dentro, con piccoli colpetti ancora inavvertiti, la nostra certezza principiante d’aver capito qualcosa della milonga e della vita.

 Javier c’ha fatti schierare, faccia allo specchio, dove soltanto lui appariva bello. Poi c’ha comandato certi passi in croce, in tre tempi anzi due e mezzo, e il mezzo in contrappeso e controtempo. In due minuti, eravamo tutti a battere e guardare, terrorizzando gli aironi azzurri e le scimmie tropicali portati fino a lì dallo scirocco. Javier passava in mezzo a noi, che sudavamo per il caldo e il terrore di non farcela, e cedevamo uno a uno, sconfitti. Il ritmo trafitto però sopravviveva ai nostri tentativi, creava un codice morse, una sequenza che si trasmetteva alle fondamenta, al selciato, ai fili della luce, agli alberi stenti, alle ringhiere, e tutto il quartiere batteva traspiè, fino all’orlo chiuso delle nuvole.

 Il traspiè cade nel mezzo, ruba il tempo, ruba il peso. E’ un passo beffardo, sacro a Hermes (che non a caso aveva le ali ai piedi, come Javier), dio dei furti, della velocità e dei controtempi. Un passo impossibile, per noi principianti disegnati da Botero, con addosso duecentocinquanta chili di dubbio, impaccio e timidezza.

 Così, quando Javier ci ha detto: in coppia per tutta la sala (e accompagnava sempre questa frase a un gesto con la mano, come se tirasse un capo dall’abito del nulla e lo portasse a sé, come il riassunto in tre dita d’un abbraccio trasparente che collega magicamente le cose, le persone), ci siamo avviati con la faccia dei gladiatori. Morituri te salutant.
 Javier ha comandato una milonga, e lì è stata la strage.
Il ritmo saliva gaio, e pure gli alligatori del fiume tropicale lungo la strada muovevano le code a tempo. Era una milonga effervescente e piena d’ossigeno, ma noi boccheggiavamo, sotto il livello del parquet. I nostri passi s’invischiavano, ci facevano sprofondare nella cera molle, nel pantano, nella colla. Tentavamo traspiè che ci si rivolgevano contro, ci sbilanciavano da un lato, ci facevano precipitare. L’abbraccio diventava una guerra civile, e in meno di due minuti stavamo litigando tutti.
 La milonga era una sabbia mobile che ci inghiottiva, e facevamo movimenti frenetici per evitarlo, senza riuscirci, scivolando più in basso, nella morsa del fango, dello scirocco e dell’umiliazione.

 Una metamorfosi era in atto: eravamo tutti Principianti Feriti a Morte, Principianti Litigiosi, Principianti sull’Orlo di una Crisi di Passi. Ci ostinavamo a battere quel dannato traspiè, che invece si girava e ci mordeva gli stinchi, e ci faceva urlare di rabbia. Le baldose dilaniate giacevano in pezzi per tutto il pavimento, e il rumore di cocci copriva le ultime note della milonga e la voce di Javier che s’aggirava per il campo di battaglia dicendo inutilmente: Chicos, chicos, tranquilli… non è facile, lo so.

 Per P. era una questione personale: aveva preso il traspiè per il collo, e lo teneva stretto, cercando di domarlo. Il traspiè si scuoteva, e in due minuti l’aveva già disarcionato.
M. stava cercando d’addomesticare le sue scarpe, ch’erano possedute dal traspiè e non si fermavano più: M. girava attorno alla colonna, usciva in strada, tornava nell’atrio, e il traspiè la riportava fuori.
B. aveva pensato di prenderlo con le buone: senza che il traspiè lo vedesse, gli era arrivato alle spalle. Il traspiè s’era girato di scatto, e l’aveva messo ko.
S. aveva deciso di non guardare in faccia la milonga, e di fare il traspiè lentissimamente, per non dargli il vantaggio della sorpresa e della velocità. S’era bloccato in mezzo al movimento, il traspiè di traverso nella gola e sul parquet, senza riuscire ad andare né avanti né indietro.
F. lo inseguiva per tutta la sala, e il traspiè si girava e gli faceva le boccacce, andando ancora più veloce.
N. aveva preso la mira, e aveva lanciato un sasso proprio in mezzo alla fronte del traspiè, per inchiodarlo. Il sasso, miracolosamente schivato, era tornato indietro e gli aveva frantumato tutto il passo tre, che era caduto al suolo con un rumore di cristalli.
G., nascosto dietro il tramezzo, lanciava frecce piumate al traspiè, e quello velocissimo si spostava, e le frecce colpivano a caso le caviglie dei principianti.
L. aveva teso una trappola: un quadrato di sei passi, e al centro un’esca bella grassa. Il traspiè s’era avvicinato (i traspiè sono golosi, lo sappiamo tutti: mangiano istanti e ritmo, mangiano caviglie e malleoli, mangiano spazio e tempo), aveva annusato e aveva fatto per chinarsi. L. aveva chiuso il quadrato ma era troppo tardi: il traspiè era fuggito, con la bocca piena. I sei passi giacevano scomposti sul pavimento.
Un gruppo di principianti aveva organizzato una rudimentale resistenza: continuavano a fare otto passi, ignorando milonga e traspiè, che sporgevano dalla fessura della porta le canne di fucili a piombini, e sventagliavano a ogni passo cinque.

 Chicos – la voce di Javier risuonò alta alla fine della musica, in quel panorama di rovine.
In fila, disse cupo come lo scirocco.
I feriti si alzarono a fatica, trascinando i piedi in mezzo alle alghe e alle macerie, e tornarono in fila, faccia allo specchio. Un-due-due e mezzo. Tempo, controtempo, tempo. Nero, bianco, nero. Il no che c’è dentro ogni sì, l’aceto che c’è dentro ogni miele, l’inverno che c’è dentro ogni estate, il silenzio che vibra in mezzo alle parole.
Javier passava tra noi, la testa bassa, mentre i traspiè scorrazzavano per la sala, velocissimi che non si poteva dire nemmeno che colore avessero.
Color dubbio. Color assenza. Sì, sarà quello, il colore.

postato da manginobrioches alle ore 22:02 | Permalink | commenti (39) / commenti (39) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte, lezioni di tango


venerdì, 17 marzo 2006

MAREMOTI

mari d'erba, anche (Cristina's World - Andrew Wyeth)

 Si possono ereditare, le paure?
C’è un modo per trasmetterle, come si trasmettono i capelli crespi, le ossa pesanti e l’insofferenza alla primavera e allo scirocco? Ci sono paure che appartengono a una famiglia, e si ripetono ordinatamente, nel ricamo a piccolo punto dei geni, come si ripetono la forma del naso, l’inclinazione alla fantasia o alla menzogna, l’allergia alle polveri e al polline?

 I giorni che mia madre aveva gli occhi d’acqua era perché s’era sognata il mare. Un’onda anomala che, dalla perfetta quiete, s’alzava gigantesca e strappava la bambina dalle braccia della donna. La bambina ero io, la donna era lei. E l’onda, cos’era l’onda?
 Che poi non era stata nemmeno la prima a sognarsi il mare, in quella stirpe di gente di montagna profonda, così remota e chiusa in se stessa che erano tutti pronti a giurare che nemmeno esisteva, il mare. Ereditavano la diffidenza per i pesci e la mancanza di iodio, che certe volte si manifestava facendo ingrossare a dismisura il collo delle donne in un gozzo che costringeva a tenere aperti almeno tre bottoni della camicetta. Il gozzo si portava, poi, come si portavano tutti i segni della sorte.
Quando le chiedevo perché avesse il collo così gonfio, che pareva uno dei tacchini del parroco, mia nonna si toccava e mi diceva che era la gola, piena di parole non dette e conservate lì.
Io allora andavo dietro la casa e dicevo tutte le parole che mi venivano in mente, e poi andavo a controllarmi il collo nello specchio del salotto. Per abitudine e spavento, non ho mai più conservato parole da nessuna parte, nel timore di diventare una donna-tacchino, una donna-idolo, una donna-nascondiglio-di-parole come mia nonna e le altre.

 Tanto, anche mia nonna si sognava il mare. Non l’aveva mai visto, ma sapeva che era lì, una bocca liquida enorme e minacciosa, interamente salata, che di tanto in tanto l’inghiottiva nel sonno, e devastava la casa. Si svegliava anche lei con una pena che non poteva raccontare, e forse il gozzo cresceva di volume, con tutte quelle parole e quella paura del sale conservate lì.
 Le mie zie fanno sogni pittoreschi pieni d’insidie e allegorie, dove spesso c’è il mare. Ma loro adesso vivono in città, e il mare lo conoscono bene, perché lo vedono dietro la strada ferrata e la rotonda del lido. Qualcuna ha pure il costume da bagno, e fa tuffi igienici alle sette del mattino, quando la spiaggia è umida e autunnale, e le suore portano i vecchi dell’ospizio a passeggiare e respirare lo iodio.
 Non è quello, si capisce, il mare dei sogni.

 Il mare dei sogni lo dividiamo in segreto, quando io, come loro, sogno l’onda che mi lascia viva ma mi batte e mi toglie ogni cosa. Mi sveglio anche io con gli occhi pieni d’acqua e una sensazione di perdita che mi trafigge.
 Il mio amico psicanalista dice che temiamo semplicemente noi stesse: il mare è la madre, la sua profondità insondabile, la sua crudeltà, il suo istinto divoratore, la sua propria violenza. Il mare ci strappa gli affetti per evitare che Medea si svegli da sola, in qualche nascondiglio di parole e paure, e mostri la sua faccia da dea dimenticata e feroce, che pretende sacrifici.

 Io non lo so. So che stanotte ho sognato il mare, e continuo a togliermi alghe e gusci dai
capelli e dal cuore. So che ho le mani salate e una paura terribile della primavera, che oggi è addirittura impietosa e sfacciata. So che sono in pensiero per tutti quelli che amo, e vorrei che fossero qui attorno, vorrei nasconderli dentro di me, al riparo dal mare. Anche nel collo, pazienza.

 Ma si possono ereditare, le paure?

 Post ombelicale, ahimé, dopo una notte d’incubi. E’ che la paura mi sta di misura come un abito ben tagliato. Forse è lei il nascondiglio, il mio.

postato da manginobrioches alle ore 11:06 | Permalink | commenti (31) / commenti (31) (pop-up)
categoria: separazioni, geografio, limperio dei sogni, croniche familiari, grammatica della notte


domenica, 12 marzo 2006

MILONGA DI CENERENTOLA (lezioni di tango sei)

Cenerentola, finalmente, balla

Non si ballano figure o passi, si balla la musica 



 Cenerentola camminava di notte, diretta verso il cerchio d’un lampiocino bianco, un cancello e l’incerta promessa d’una rivelazione. Cenerentola camminava e intanto i vestiti le fluttuavano addosso, e mutavano di forma e intenzione: al posto del maglioncino penitenziale e stretto al collo appariva un blusa fluida e scollata dalle maniche trasparenti, al posto dei bottoni appariva un nastro da annodare, al posto della gonna grigia da istitutrice appariva un taglio di seta sbieco attorno alle ginocchia, al posto delle calze spesse appariva un velo nero e sottile.
 L’ultima trasformazione avvenne subito dopo il cancello, nel viottolo che conduceva alla sala: al posto degli anfibi da guerra apparvero un paio di scarpe di cristallo col tacco, lacci incrociati e una piccola fibbia d’argento.

 Col suo primo passo al di là della porta, Cenerentola entrò nel cuore della milonga. Era una milonga d’arrivederci, spessa e piena d’un rosso che per qualcuno era una sciarpa di seta, per qualcuno geroglifici su un abito di raso, per qualcuno vodka alla fragola, per qualcuno scarpe di velluto annodate alla caviglia, per qualcuno succo di cuore.

 Cenerentola non conosceva quasi nessuno di quelli che ballavano, ma parecchi di quelli che non ballavano: seduti tutto attorno, guardavano affascinati i piedi dei ballerini, che in quel momento erano impegnati in appassionati dialoghi intrecciati sopra e sotto un tango acuminato, con lunghe punte di freccia infilate a caso dentro la notte.
 Quelli che non ballavano guardavano come avrebbero guardato il primo fuoco acceso in qualche prateria preistorica, la prima ruota costruita con un tronco, la prima selce scheggiata. Guardavano i mondi che cominciavano e finivano in ben più o ben meno che otto passi. Poi si guardavano tra loro, e si chiedevano – senza dirselo – ma dove sono gli otto passi? Cosa stanno facendo? Cosa stiamo facendo noi, qui?

 Cenerentola si guardava le punte delle scarpe di cristallo, che riflettevano la luce nera della sala, e si diceva che non aveva importanza: loro, le scarpe, conoscevano i passi che lei non sapeva, e avrebbero ballato loro, le scarpe, col principe.
 Intanto, principi e principesse andavano in senso antiorario, e lentamente si delineava la geografia emotiva della serata, rimescolata dalla musica che Javier comandava con un solo tocco: agitava la mano nell’aria, e subito la stanza girava a milonga, R. partiva a cavallo comandando uno squadrone di ussari che conquistavano cinquanta territori e una dama dalla sciarpa rossa, N. attraversava le Americhe ondeggiando e scopriva l’Europa (che è anche l’andirivieni del tango, tra pezzi d’Europa e pezzi d’America che si cercano, come i ballerini cercano l’uno la schiena dell’altro senza trovarla mai), L. faceva spumeggiare le balze della gonna viola cupo, con brevi contraddizioni e volteggi che facevano oscillare il baricentro della sala. La milonga strepitava sul parquet, battuto da decine di punte e tacchi, e Cenerentola si sentiva felice solo di questo.
 Poi Javier cambiava d’umore, faceva un gesto secco col polso e partiva un tango inquieto, dipanato su un solo filo luccicante che attraversava tutta la notte. Le coppie s’avvicinavano, e ciascuna appendeva qualcosa a quel filo: parole sussurrate e lentissime, otto disegnati e ridisegnati l’uno attorno all’altra, scarpe bianche e nere, incroci, ganci, il dorso del piede che strofinava sulla stoffa, comunicava la sua carezza impossibile, rivestita di sfida e duello.
 Ogni coppia cesellava qualcosa sul parquet, e i cerchi restavano a brillare debolmente, fino a che tutto il pavimento risplendeva di passi perduti, ingoiati dalla notte e dal divenire impietoso e straziante della musica.
 Cenerentola osservava quelle scritture, ma non sapeva decifrarle. I suoi compagni di sedia – i Principianti Iniziati, i Principianti Vergini, i Principianti Timidi, i Principianti Arditi – provavano pure a leggerle, voltando la testa da un lato e dall’altro, come a cercarne il verso. Un sospiro zitto si alzava da tutti loro, inavvertibile.

 Poi, accadde.
Qualcuno si presentò a Cenerentola e le prese la mano.
“Guarda che io non so ballare” disse Cenerentola col capo cosparso di cenere, ma le scarpette di cristallo che scintillavano.
“Sai gli otto passi?”s’informò lui, cortese.
“Quelli sì” .
“Allora possiamo andare ovunque” concluse lui, e lei lo amò per almeno otto passi.
 Lui la tirò a sé – si chiamava Principe F.  e, da qualunque parte del mondo venisse, veniva da Buenos Aires apposta per lei e per quel momento - e anche lei entrò nel cerchio. Spaventata dal suo stesso ardire, portata dagli otto passi, dalle scarpe e dal ballerino, senza nemmeno sapere come, attraversò tutta la stanza e buona parte della notte.

 Nessuno sa cosa ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice un tango greco, straziante e con gli angoli avvolti nel ferro filato, nelle spezie e nel miele, qualcuno dice un tango negro pieno di tamburi, qualcuno dice altre musiche ancora, tracciate col compasso d’argento nella carta spessa della notte.
 Nessuno sa con chi ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice con un Principe Porteño travestito da brigante siciliano, gli occhi a carboncino e salidas vellutate ed incendiarie, qualcuno dice con uno dei Principianti Terrorizzati, di quelli seduti, gli occhi fissi sulle caviglie dei ballerini a contare, senza che nessuno dei multipli di otto apparisse e chiarisse cosa stava succedendo – visto che sulla pista avvenivano duelli, lutti, dichiarazioni, pentimenti, tradimenti ed eroismi che non si potevano assolutamente misurare col metronomo degli otto passi, quello che a lezione funzionava così bene - , qualcuno dice con uno dei Principianti Volenterosi, come V. il Biondo, la cui cadenza dolce s’apprezza in quel che dice e soprattutto in quel che tace. Qualcuno dice pure che ballò l'ultima milonga della milonga con Juan il Capitano in persona, e ogni passo sapeva di risacca e ritorno. 

Nemmeno Cenerentola potrebbe dirlo.

 Solo che, tornando a casa, scoprì che aveva ancora una delle scarpette. Cristallo nero, lacci incrociati e una fibbia d'argento. Cenerentola sorrise e disegnò un piccolo otto: sulla punta della scarpa si riflesse, per un attimo, la luna.

In memoria della mia prima, terribile milonga: ringrazio Farolit la sirena per avermi portata lì, e avermi dimostrato che persino le sirene ballano il tango, i miei amici Principianti per aver diviso con me seggioline, stupori e bicchieri di prosecco con un lieve perlage d'ansia, tutti quelli che - incredibilmente - m'hanno fatta ballare quasi davvero, Javier che era dentro tutti i passi e tutta la musica.

postato da manginobrioches alle ore 12:35 | Permalink | commenti (29) / commenti (29) (pop-up)
categoria: geografio, grammatica della notte, lezioni di tango


lunedì, 23 gennaio 2006

PER UNA GRAMMATICA DELLA NOTTE

cerchio familiare

Proprietà congiuntiva

 Faceva il giro delle porte del mondo, prima di chiudere fuori la notte.
“La notte ripara e riporta” diceva, e tracciava i segni sugli stipiti, sugli scuri, sul legno grasso e inciso delle porte. Io non sapevo cosa scrivesse, con le dita veloci e le tasche piene di sale: sembravano cerchi – come quello della lampada, dei nostri visi attorno, del braciere – sembravano parole – quelle d’uso che scambiavamo tra noi, passandocele come coltelli, ciotole, boccali; quelle segrete, nomi perduti o ancora da venire, formule, preghiere, sortilegi.
 Poi la notte si riversava contro i nostri muri, un fiume nero che premeva da ogni lato, e noi stavamo lì, stretti, a risanare lentamente le ferite del giorno, a ricucire gli strappi, avvicinare le mani e poi i fiati, e sentire distintamente il diradarsi poco della vita, il filo che si dipanava, ci stringeva tutti, inestricabile, ed era l’oro sottile della notte, un reticolo di punti attorno al nostro centro, a quel “noi” dove nessuno cominciava o finiva, e ciascuna vita conteneva tutte le altre, e ne era contenuta, come la notte.

falchi della notte

Proprietà disgiuntiva

 Aspettava che il sonno colmasse, col suo rumore d’acque, la stanza, prima d’alzarsi e fuggire. La notte apriva i suoi cunicoli, dispiegava, abbondante, strade e piazze lastricate di meteore: la città capovolta offriva distese di sampietrini, e tavoli e una serie interminabile di crocevia. La notte sgombrava, faceva posto, scuoteva da sé il riverbero di lamiera della luce e preparava i suoi menù di costellazioni, le sue opportunità, i suoi linguaggi concentrati.
 Lei indossava scarpe col tacco e un rosso carminio lungo i fianchi, e avrebbe potuto camminare fino all’alba, finalmente separata dal corpo ossessivo della casa, fuori dai confini sacri dell’appartenenza, della difesa, del riparo.
 Foreste oblique di sorrisi, profferte, pezzi d’occhio crescevano vertiginose lungo i margini della strada, lungo tutto lo spazio esterno tropicale e smisurato della notte, dove ciascuno è, magnificamente, solo.

Questo perché  Effe  (e chi, sennò?) ha cominciato a raccogliere una grammatica della notte.  Orbene, i modi congiuntivi e disgiuntivi sono a tutti not(t)i. Si lavora a raccogliere i modi interrogativi e ottativi, che pure le sono propri. E i modi obliativi e lenitivi. E...

postato da manginobrioches alle ore 03:49 | Permalink | commenti (29) / commenti (29) (pop-up)
categoria: immaginaria, grammatica della notte


Io, chi altri?

Utente: manginobrioches
Non hanno pane, dicono.


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami





blognuvole

BlogItalia.it - La directory italiana dei blog

Feaci poesia

Bottega di lettura

Questo blog non è un sms!





BlogItalia.it - La directory italiana dei blog
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

Legami

AITAN
ALCOVA ONIRICA
ALESSIO
ALMOST
ALOGENO
ALPHAVILLE-REDRUM
AMOSGITAI
ARCANONOVE
ARDEN
ARSENICO E BON TON
ATVARDI
BEPPE SEBASTE
BESTIARIO
BIZBLOG
BLEUSOURIS
BLOG & NUVOLE
BLOGELIS
BLOGGOLOGO
BLOGRODEO
BLULU
BOOKSWEBTV
BREZZAMARINA
BRIANZOLITUDINE
BUCO-BUCO
BUSTROFEDON
CACIOMAN
CARACATERINA
CARTOGRAFOLLI
CATTIVEINCLINAZIONI
CETTIDONEA
CHAMACO LINDO
CHOCOLATEBERRY
CICLINFELICI
CIUFFO BARRIDO
COCHINA63
COLFAVOREDELLENEBBIE
CRONOMOTO
CUBBER
CURRENTI CALAMO
CYBBOLO
CYBEURP
DANNELLA
DEMETRIO
DIAMONDS
DIARIO DI UNTITLED
DIARIO DI UNTITLED
DIDA
DIELLEEMME
ECOLALISTE
EL SECRETARIO
ETHOS
ETIMO
EVA CARRIEGO
FALSO IDILLIO
FAROLIT
FARSERGIO (AL CAVALLINO BIANCO)
FARSERGIO 1
FEACI EDIZIONI
FEBE
FELIPELCID
FLOUNDER
FUORIDAIDENTI
GAETANGO
GATTUSOMETRO
GIOCATORE
GIORGI
GIORGIOFLAVIO
GIOVANNI PETTA
GONIO
GONIO old
GOTANBLOG
GRETSCH
GUITTO
HERZOG
HETERONYMOS
HOTEL MESSICO
I PIZZINI DI ZIO BINNU
IDAKROT, L'ALTRA
IL BUON SOLDATO
IL MAESTRO
IL PRIMO PASSO
IL SENTIERO, FORSE GIUSTO
ILLUSTRASCARPE
INEDITABLOG
INQUILINA
INVENTATORE
IO prima del trasloco
ISOLA VIRTUALE
ISTRUZIONI IMMAGINI
JUDITTA
JUNCO
L'UOMO NELLA MEZZINA
LA PIETRA D'ACQUA
LA SIGNORA FRANCA
LADYALE
LE MALVESTITE
LEI e PALMASCO
LETTURA LENTA
LIBRINTESTA
LILAS
LINEA GOTICA
MACRAME'
MADEINFRANCA
MARIA STROFA
MATISSE
MAURA
MAURO GASPARINI
MEDICINEMAN
METALLICAFISICA
METAMORFOSI
MINCHIATE MAGNIFICHE
MIRABILIA
MISESTI L'ICONOCLASTA
MISSY
MOLTO RUMORE PER NULLA
NAIMA
NIKITA ON NY
NO AL PONTE SULLO STRETTO
NOIRGOTAN
NOSACHER
NOTIMETOLOSE
OMNIAFICTA
ORASESTA
OSSIMORA
PALOMMELLA ROSSA
PANE DI GRANO DURO
PAROLE DI SICILIA
PAROLE VALIGIA
PESSIMESEMPIO
PETARDA
PISPA
PLACIDA SIGNORA
PLAYER
POLENTA E CAMMELLI
PORNOROMANTICA
PORTINAIA
PROTEUS
PROVE DI SEDUZIONE
PSEUDOLUS
Q.lla
QUARANTADUE
RAGAZZA LADRA
REMO BASSINI
RESIDUO D'IMMAGINE
RIVELAZIONI DEL QUOTIDIANO
SCARLETT
SCIALLI E VENTAGLI
SCRITTRICI DEL GORGO
SENZA QUALITA'
SERAFICO
SERAMARO
SETTEPAROLE
SICILIA L
SMETTE QUANDO VUOLE
SOCIOPATICA
SOGNI E BISOGNI
SOLOTESTO
SOLOTU
SPHERA
SQUI/LIBRI
SQUILIBRI... NUOVI
STELLE FILANTI
SYNESIUS
TANGOBLIVION
TANGOQUERIDO
TANGOQUERIDO BLOG
THEWRECK
TITOLI DI CODA
TONINO PINTACUDA
TOR
TOTOCORDE
TRISPITO BLOG
UNTITLEDITORI
VARASCA
VENTISEITRE
VERDEMARE
VOLO DI NOTTE
VOLTANDOPAGINA
WEBGOL
WIKIPEDIA SICULA
YUKIKO
ZACCARIA
ZOP

Bottoncini

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Anime (s)perse

visitato *loading*volte