







E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.
Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando - poniamo - s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.
Insomma, io non credo che sia morto.
E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.
Sono indiscutibilmente vivi:
Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.
Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.
James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.
Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.
Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall'altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia.
Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.
Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.
Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.
Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.
Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci - dice lei - devo ancora finire il capitolo".
Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.
Sono incontestabilmente morti:
Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.
Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.
Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.
JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.
Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d'accordo.
Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E' cerulea, com'era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.
In effetti, l'elenco sarebbe ancora lungo, ma c'è anche tanta gente che di sicuro non conoscete (miei colleghi, molti parenti, diversi politici, intere città). Comunque vi invito a farlo: contate i vivi e i morti, contateli. Sarà sorprendente, sapere quanta gente morta cammina in giro, e quanta gente è così viva che la morte non ci può nulla. Nulla.

Oggi faceva prove d’oceano, lo Stretto. E’ d’umore incostante e mutevole, per adesso, e bisogna capirlo. D’altronde, è sempre stato un mare inquieto e sperimentale, continuamente alle prese con prodigi, divinità fino all’orlo e popolazioni rissose e piene di pretese.
In questi giorni le prova tutte: abbiamo avuto quattro mari dei caraibi, due mari normanni, un lago salato, un mare del nord (bellissimo: ha pure messo su un magnifico temporale sulle alture calabre, e tirava fulmini bassi che rimbalzavano e facevano eco fino a qui) e, oggi, un imprecisato tentativo d’oceano dalle onde lunghe piene di alghe e falsi serpenti che s’arrotolavano alle caviglie. Qualcuno ha pure visto una medusa blu, un barracuda screziato e sirene sconosciute che parlavano altre lingue.
L’altro giorno mi pare fosse d’un turchese imparziale e caraibico, ma bastava immergerti per capire che no, era solo un trucco, un inganno fenicio imparato chissà quando: le correnti erano a strisce calde e fredde per tutto il litorale, come una tessitura incomprensibile ma non irrazionale (è pur sempre un mare greco e umanista). Potevi solo percorrerlo chiedendoti, come al solito, con indulgenza, cosa si sarebbe inventato ancora (ché qui mica si viene a fare il bagno, si viene a prendere battesimi e lezioni di stupefacenza e d’impossibile).
“E’ incazzato” m’ha detto a mezza voce la nonna di P., una donna rocciosa che incontro tutti gli anni, di vedetta sul bagnasciuga perché i tritoni non gli rubino il nipotino. Ha quella vecchiaia serena ma non rassegnata che tutte ci augureremmo, con certi tipi di quiete raggiunta, attorno agli occhi e alle labbra, che non escludono i piaceri, le inquietudini e i ricordi, almeno non tutti.
M’ha indicato l’ombra che da qualche tempo grava nera sul litorale, e noi tutti ci sforziamo d’ignorare, come certe disgrazie annunciate, la crisi economica o il disamore. Sotto il suo sguardo giustamente severo non potevo fingere che non ci fosse, e così mi sono voltata. Il ponte di bugie, nero temporale, stava lì, a due campate, come un arcobaleno di sventura. Proiettava un’ombra lunga, storta, attraverso la quale non volavano nemmeno i gabbiani, che pure, saggi e spazzini come sono, non gli fa schifo niente e non temono niente. I canadair gialli passavano di sotto e di sopra, nei loro voli generosi dentro e fuori del mare, con scie d’acqua e pesci che spengono gl’incendi.
“Diventa ogni giorno più nero” m’ha detto quella donna implacabile con gli occhi di civetta sacra. A ogni bugia, a ogni legge assurda, a ogni decreto romano-barbarico quel ponte s’ispessisce, diventa più grande e opaco, e nessuna luce ci passa.
Non so fino a quando potremo fingere che non c’è, ma lo Stretto no. Lui vuole già scappare, e prova ogni giorno le sue correnti, i suoi vortici, i suoi dissapori salini e i suoi venti alati. Qualche giorno non lo troveremo più, se ne sarà andato via, navi traghetto e mostri e sassi di fondale e garofali e capitani estinti e tutto, e a noi resterà solo quell’ombra gigantesca, come una beffa.
E' che sono francamente spaventata. Mai m'è sembrato si sia raggiunta una tale follia perfettamente istituzionalizzata e legalizzata. Quello si fa le leggi su misura, come le cravatte di seta o i rialzi delle scarpe, mentre il Paese è sempre più straccione, disperato e gonzo. Ogni giorno faccio il bagno qui, proprio dove dovrebbe sorgere il ponte, con la concentrazione d'un teorema, come se dovessi rendere una testimonianza giurata. Sì, giuro che io c'ero, quando tutta questa bellezza se ne stava qui, circondata di sfacelo ma intatta, sacra a suo modo. Giuro che io m'indignavo, quando le bugie diventavano perfettamente legali. Giuro che non sapevo come fare, se non dolermene ad alta e bassa voce, e scriverne in un blog, e sperare che cose così enormi diventassero finalmente visibili, nei cieli di tutti.

M'era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com'è, piena fino all'inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
E pensate cosa può essere, colma di tango fino all'orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s'allungano per tutte le notti e i giorni, s'incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell'albergo, sulla piattaforma del lido.
Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell'ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l'asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
Io mi preparavo da un anno. M'era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l'acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
Il tango s'è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l'arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d'un suo intimo vals.
Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s'apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c'erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d'altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:
gli incontri.
I mondi, vicini e lontani, s'incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c'erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l'elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d'allegria condivisa, come un'anguria, come un cornetto algida, come un tango.
Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m'ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.
gli abbracci.
Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l'esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
L'abbraccio di quest'anno è senz'altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell'abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell'uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l'altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l'omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
(ci ho provato anch'io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l'altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell'asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).
la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s'affrontò la questione. Ma qui s'impone.
Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s'è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l'attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d'invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c'ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
Allora, Veron. Io m'aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l'abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n'è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l'arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c'è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
E Veron resta un mistero. C'entra, col tango? Forse sì. Forse.
i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell'italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell'uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c'è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
E quell'abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d'artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell'amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.
le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L'organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.
le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.
le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.
i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m'avessero fatto l'antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.
le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una scarpa in più.
Pugliese. Chi l'havisto?
la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s'è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?
Insomma, l'anno prossimo ci torniamo tutti.

Appena ha saputo che stavamo arrivando, la libreria è rispuntata dal fianco della roccia. Ha messo fuori un’insegna, ha allargato due vetrine, una soglia di pietra, ha aperto con cura cigolante un cancelletto di ferro battuto, quasi fosse un frontespizio. Quando siamo arrivati sul corso di Lipari, la Libreria delle Necessità era ancora lì, come se ci fosse stata da sempre. Solo l’insegna era cambiata: adesso diceva, con le stesse lettere composte, “Libreria del Desiderio”.
Siamo entrati con timore, reverenza e un solletico appena alla punta del cuore: cosa avremmo trovato, stavolta? Di solito usciamo da lì ubriachi, con le braccia cariche di libri che non sapevamo, ma c’aspettavano, o che non lo sapevano loro, ma noi li stavamo aspettando, o che lo sapevamo tutti e due, ed era solo questione di tempo. La libreria passa giorni e mesi a scriverseli, quei libri. Ce li prende da dentro, dalle riserve nascoste di sogni, idee, ricordi nemmeno tutti nostri.
Sono quasi certa che il libro su Coppi e Bartali era destinato a mio padre, ma lui non è riuscito a venire a prenderselo, in questa vita. Lo prenderò io, la prossima volta.
La libreria, raccolta in se stessa, mascherata da edicola-cartoleria, leviga le sue pagine con la polvere di pomice, e scrive con certe lunghe piume d’oca di cui s’avverte appena lo scricchiolìo, ma solo in nottate di calma assoluta. E’ praticamente impossibile sentirla: il suo rumore si confonde col borbottìo delle motonavi, coi cori d’angelo sintetico delle autoclavi, persino col fruscìo segreto delle lucertole, che sono le regine vere delle isole ma non lo sa nessuno, secondo il patto segreto dei rettili.
Insomma, appena entro, leccandomi le labbra, lo trovo aperto su un leggìo: “Lawrence Alma Tadema e la nostalgia dell’antico”. Il catalogo. Il catalogo della mostra a cui non sono riuscita ad andare, fermata dai muri di monnezza fra Napoli e il resto del mondo.
Non so se conoscete Alma Tadema. Dietro quel nome ingannevole, da fattucchiera turca, c’è un baronetto vittoriano col gusto malato per le antichità e le decadenze. Dipingeva preferibilmente scene di vita in qualche Pompei prima della catastrofe, piene d’una luce ferma e soffusa, con un languore che chiunque riconosce subito come suo. Ha un modo, Sir Alma Tadema, baronetto kitsch col nome di fattucchiera, d’uncinare la nostalgia pescando nel cuore, e di tirarla piano piano in superficie facendoti gemere un poco.
La stessa cosa della libreria.
Così ha gettato la lenza e ha agganciato e poi tirato, la libreria, e come al solito s’è portata in superficie il mio cuore d’argento, con squame e coda e voce di donna.
Lei lo sapeva che volevo vedere quella mostra. Che ogni volta, davanti ai quadri impossibili di Alma Tadema io - lo confesso - mi fermo e comincio a sognare così pervicacemente che qualcuno deve venire a scuotermi, a mormorare controincantesimi e qualche volta a pizzicarmi forte.
Ho preso subito il catalogo e tenendolo stretto perché non mi sfuggisse (non so se la libreria cambia idea d’improvviso, ma potrebbe) ho continuato a girare: D., intanto, s’era perso per suo conto nei corridoi che la libreria aveva deciso d’aprire per lui.
Non so quanto ci siamo stati. Due, tre ore, tre giorni. Non lo so mai con esattezza. So solo che quando usciamo dobbiamo bere qualcosa, e l’isola fa una fatica del diavolo a recuperarci per intero, odori sapori ombre e tutto, lontani come siamo.
D. è riemerso con varie cose, tra cui “Treno di notte per Lisbona”, che parla di una libreria e di libri elusivi, forse inesistenti.
Ma parliamoci chiaro, esistono i libri inesistenti?
Se riesci a immaginarlo, un libro esiste. E se lo immagini abbastanza forte e chiaro (ma anche abbastanza forte e oscuro), la libreria te lo fabbrica e te lo consegna. Se lo scrive mentre tu fai i tuffi, mangi la bruschetta di cappero e sgusci le vongole. Mentre tu guardi un punto incollocabile nel mezzo d’un tramonto, mentre pensi a certe assenze che ti camminano così vicino, sulla pietra lavica, che puoi sentirne i passi.
Lei sa, lei scrive, lei ti fa trovare sotto una copertina e un titolo esattamente quello che volevi trovare.
“Elogio della menzogna", “Un difetto impercettibile”, “Il vero giardiniere non si arrende”, “La lampada resterà accesa”. Ogni titolo mi diceva qualcosa, mi indicava qualcosa di mio. Magari un desiderio messo un po’ storto, che non sapevo riconoscere, visto così.
Abbiamo speso una cifra non calcolabile, nella Libreria del Desiderio, a Lipari. E siamo usciti, come sempre, ubriachi ed enormemente più ricchi.
Sono stata tre giorni tre a Lipari, la mia isola madre preferita. Giugno quest’anno è caduto d’ottobre, si sa, e quindi ha pure piovuto, e le sere erano così fresche che bisognava coprirsi, o le nostalgie – che già scorrazzano libere e si abbeverano in riva al mare – ti mordevano il petto e ti lasciavano i segni.
Ma ho bevuto la mia malvasia, mangiato un gelato di cannella che mi ha provocato le lacrime, visto due partite, maledetto Donadoni in calabrese, fatto due bagni e un giro nel cimitero (che mi aspettavo pieno di vascelli spezzati e canti di marinai e ho trovato colmo di virtù ottocentesche e morbi napoletani), e come sempre mi sono lasciata attrarre dal tremendo potere della Libreria. Ho anche fatto qualche domanda, e so il nome del proprietario, M. B., e so pure che dice d’essere una persona disordinata. Il suo disordine mi ricorda quello del giardiniere, del cuoco, del sarto. Quello dei semi che cadono nella terra. Quello degli dèi che mischiano pelle, petali e schiuma e creano animali, storie, uomini. Libri.

Si può secernere una quantità limitata di scrittura, io credo. Come gli ormoni, l'adrenalina o il malumore. C'è una ghiandola apposta, da qualche parte. No, non nel cervello. Lì ci sta lo stomaco dei pensieri, i delicati processi di ruminìo, assimilazione e fotosintesi delle cose che c'arrivano dal cuore, dalla pancia, dai polpastrelli e persino dagli occhi, quei bugiardi.
Io credo che sia piuttosto tra il ventre e il petto, magari un organo mobile, con radici che va affondando qua e là, spostata a caso dalla malasorte, dallo scirocco, dai fidanzati e persino dai parti. Comunque c'è, e produce quantità variabili di scrittura, leggera o pesante. Ma questo non si può prevedere.
Anche a metterla ogni sera in una caraffa con le tacche, e scrivere sul taccuino quanta se n'è fatta, i conti poi non tornano mai, i numeri si confondono o si cancellano, non corrispondono mai con le righe, i moduli, le colonne. Né col metro viene meglio, o con la squadretta. E nemmeno col contachilometri, l'orologio e il barometro. La scrittura si misura con se stessa, e a volte nemmeno: ci sono una quantità di scritture trasparenti, che si scrivono chissà dove addosso a corpi e cose, e uno nemmeno se ne accorge, ma sta scrivendo. Sarà per questo che, a volte, appaiono in controluce pensieri bellissimi su qualche pezzo di cielo, su muri, portoni e persino guance, incavi del collo o del braccio, angoli dell'occhio. Chissà chi li ha scritti.
Insomma, la quantità è quella, e non si può farne di più. Nemmeno se te lo chiedono, nemmeno se ti pagano.
Certe volte io verso tutta quella che ho, che è densa come budino di cioccolato, o sanguinaccio, dentro stampini da forno, nella rotativa rovente che profuma di toner e metalli pesanti. Scrivo, chessò, di Guareschi e poi di Marquez (che ha scongelato un altro romanzo d'amore, e io sono terrorizzata da questo fatto, perché la scrittura a volte funziona pure all'indietro, e si mangia le scritture precedenti, e se questo romanzo, putacaso, si rimangia "Cent'anni di solitudine", e "L'amore ai tempi del colera", e persino "Cronaca d'una morte annunciata" come facciamo?), poi di falsi premi letterari affollati di befane e saltimbanchi, e mi trovo con la caraffa vuota, e attorno tanta scrittura leggera che evapora subito, o si sbriciola.
Invece io volevo qualche parola di quelle pesanti, che cadono sul fondo con un rumore di pietra sott'acqua e restano lì a prendere muschio. O volevo scrivere un post sulle scritture che fanno a botte tra loro e ti riempiono di lividi, che nemmeno puoi toccarti dentro e ti fa male quando respiri (ma così sai per certo, che respiri). Perché loro sono rissose, le varie specie di scrittura, e sgomitano per uscire: io, io, prima io, gridano e si agitano, e tu pensi che è insonnia, colite o cattiva digestione.
Solo una piccola parte di scrittura, per fortuna, se ne va in note della spesa, ghirigori mentre parli al telefono, firme sulle cambiali, segni sul calendario.
Ma bisogna stare attenti, e farsela durare fino a fine mese.
Si ringrazia l'ineffabile ispiratore trash, che sta dietro questa scrittura (tipo la peperonata che sta dietro una notte di incubi, o Prodi che sta dietro la sparizione della sinistra dalle specie conosciute).

Quelli radioattivi li tengono nelle “stanze calde”, dove stanno seduti su panche interminabili (due o tre chilometri di panche, duecento chilometri di panche) con gli occhi bassi e le mani intrecciate. Intanto, la capsuletta gli viaggia nel sangue, un grano scintillante ma solo per gli occhi degli dèi, gli dèi fosforescenti della Tac e dello scintigrafo. E loro aspettano che tutto diventi chiaro, che si possa leggerli come libri aperti.
Il medico non voleva lasciarmi entrare: signora, sono radioattivi.
Mi ucciderà, per cinque minuti?
No, certo.
Ma si vedeva che non aveva idea di cosa sia capace di uccidere.
Così ho varcato la soglia, e sono andata verso le stanze calde piene di panche e dita intrecciate, dove nessuno parlava, e tutti si covavano quell’uovo radioattivo, e una preoccupazione che a volte era solida e visibile, come una forma di formaggio, una luna o anche un muretto di mattoni drizzato davanti alla panca.
M’ero portata arancini e biscotti di mandorla, per confortare zio L. , il fratello più piccolo di mio padre, che ora, nella malattia, gli somiglia in un modo che m’impressiona. Tutti e due dritti, combattivi, affatto rassegnati. Tutti e due precisi, grandi guardatori d’orologi e organizzatori di tappe forzate. Tutti e due convinti che la scienza può diradare i dubbi, accertare le verità e persino diradare lo scirocco.
Il grano radioattivo nel suo sangue splendeva come un piccolo sole positivista, che quasi mi pareva di vederlo, o forse lui era troppo magro, e in qualche punto è andato sbiadendo, proprio come mio padre.
Io non sapevo cosa fare: non ho i poteri di guarigione delle zie. Non conosco il buio che consola, non so leggere la camminata del ragno o i lampi. Così l’ho abbracciato forte, lasciando che si sovrapponesse a mio padre, ed è stato un abbraccio che attraversava quattro anni buoni e tutto lo Stretto, e dentro ci ho chiamato tutto quello che conosco: nuvole, affetti, ricordi, voci, viali. Qualcosa gli dev’essere arrivata, perché gli si sono inumiditi gli occhi, o forse era il riverbero dei vetri delle stanze calde, dove l’aria era a ogni minuto più spessa, ed ora sembrava cotone idrofilo.
Basta così, signora, m’ha detto il medico, inorridito perché stavo abbracciando lo zio radioattivo.
No, il segno ce l’ho già, gli ho risposto, toccandomi il posto del cuore.
Non ha capito.

L'apocalisse è cominciata tra le sei e le sei e trentacinque. Dalle fessure scendeva cotone idrofilo, che s'è disteso, uniforme, sullo Stretto. Il cielo era così basso che bisognava scostarlo con le mani, per uscire di casa o aprire lo sportello della macchina: continuavo a sbatterci la fronte, e lui niente, s'appendeva ai fili, strisciava sul cruscotto, s'acciambellava tra i pedali.
Il mare era bianco come il latte, e la Calabria s'era avvicinata tanto che c'aveva sorpassati, e viaggiava per suo conto. In certi brevi strappi del cotone potevamo vederne le radici penzolare quasi fino a terra, mentre scorreva col suo corpo d'altipiano dalle ossa forti sopra di noi. Cantinati, scale a chiocciola, radici di ficus o di lampioni: vedevamo la Calabria da sotto, come di solito devono vederla i mostri marini o gli abitatori della lava, o al limite quelli che stanno dall'altra parte del pianeta, a testa in giù, coi capelli verso la Croce del Sud e l'acqua dei lavandini che gira al contrario nello scarico.
Noi, intanto, eravamo scesi di cinque o sei piedi sotto il livello del mare, senza che questo alterasse poi tanto la città sonnambula e sottomarina. Le macchine si sfioravano appena, incolonnate nell'ingorgo delle nove, delle undici, delle dodici e dell'una e mezza: una brina salata faceva salire la temperatura anche a venticinque, ventisei o trentotto gradi. I cantieri erano conche dove nuotavano pesci gatto, barracuda, anche marmitte divelte dai grandi camion del movimento terra, quelli che stanno aspettando l'affare del Ponte Sullo Stretto, i camion di penelope che porteranno la sabbia, il cotone, i frammenti di palazzina avanti e indietro, avanti e indietro per centinaia d'anni.
Gli odori, che hanno cominciato la stagione per conto loro, e già fanno prove squisite quando meno te lo aspetti, si mescolavano e tendevano verso il basso, schiacciando i suoni proprio a terra: una città odorosa, suo malgrado, atterrava la città rumorosa e la teneva giù.
Sono passata sull'argine, annusando una traccia inequivocabile di zagare misteriose, di mandorli, di magnolie preistoriche di quelle che protendono liane nella piazza, e ogni tanto risucchiano dentro la loro cupola carnivora un passante, di solito un crocerista coi sandali sui calzini o un visitatore che voleva comprare un chilo di pignolata. A noi no, non ci toccano: se pigliano uno di noi, per sbaglio, lo sputano fuori subito.
Attorno alla fontana ci sono quasi certamente varianti cittadine di peschi e mandorli, che ci rallegrano di soprassalto quando usciamo dalla curva, e persino oggi foravano il cotone idrofilo, col loro rosa porpora e i rami di cristalli di legno. Sono oscuramente amici, anche se temibili e pericolosi a loro volta.
Tanto, il tracciato delle strade sta cambiando: l'asfalto s'è consumato da almeno due legislature e cominciano ad apparire le massicciate, i pietrischi, le forre, i canali della città vecchia, che caparbiamente resiste ai cambiamenti, e si ostina a restare, strisciando sotto i basamenti delle palazzine nuove, sotto le traversine del tram surreale che porta da nessuna parte a nessun'altra, quando non si allagano gli argini e i coccodrilli cominciano a strisciare fuori, guardando con occhi assopiti i palmizi.
Davanti all'orto botanico, i cui alberi escono solo in certe notti particolarmente afose, scavalcando la casa del custode e il muro di cinta, s'è aperta una fossa in cui le automobili precipitano tutti i giorni: stendendosi a terra e guardando giù dal buco si vedono chiaramente assi rotte, polene di navi perdute, depositi chiusi a chiave e dimenticati, falde di acqua salata o dolce, o anche di olio vegetale, idrocarburi aromatici, vino colore del mare, nafta delle navi, acque bianche dei colli.
Oggi ne sono cadute venti o trenta: non abbiamo sentito nulla, perché lo scirocco avvolge suono per suono, ma le abbiamo viste sprofondare, davanti alla pompa di benzina. Domani saranno sugli alberi di qualche città di sotto, appese come frutti di latta.
E' che oggi è stato un giorno d'apocalisse, di quelli d'uno scirocco argentato, soprannaturale. Il sole era una luna, il mare un cielo lattiginoso, il cielo era posato sui colli e sui davanzali, le navi attraversavano gli incroci e le auto precipitavano nei mondi di sotto e accanto. Anche il sangue si fa pesante, in questi giorni (specie se, come il mio, ha poco ferro e non sa volare), e i pensieri strisciano dappertutto, che bisogna mettersi le galosce. I pesci, in compenso, nuotano liberi nell'aria, almeno loro, per una volta.

Mamma, ho fatto i carciofi ripieni.
Sì, li ho scelti come dicevi tu: violetta, ma spinosi. Protesi, ma chiusi. D’un verde soprannaturale, un verde carne di mostro. Sono fiori animali, i carciofi. Non si limitano a essere, loro si comportano. Basta vedere l’aria che prendono quando li metti in una boccia di vetro con l’acqua.
Sì, mamma, tu riempivi la casa di fiori-non fiori: i carciofi, il prezzemolo, le zucche, le patate americane che fiorivano a cascata sopra le librerie. Poi, quando ti regalavo le rose, sbuffavi e le facevi morire. “Sono già morte” dicevi tu, ma era la tua natura assassina che parlava. E comunque era vero: arrivavano congelate dall’Olanda, stecchite.
Le uniche rose che ti piacevano erano quelle rubate, selvatiche, prepotenti peggio dei carciofi. Allora potevi farle sopravvivere per mesi, nutrendole solo del tuo sguardo succulento (ma era un incantesimo, e io non sentivo le parole).
Avevano colori inverosimili, d’altronde. Nero albicocca, viola temporale, azzurro pesca. Verde carciofo.
“Sono pieni d’acqua amara” dicevi, e li sbucciavi col coltellino, i carciofi, poi li tuffavi in una tiana d’acqua e limoni tagliati. L’acqua diventava marrone scuro. Io pure, mamma, certe volte diventavo marrone scuro: mi lasciavi a macerare nella mia propria acqua di rancore, e aggiungevi pure il limone. Io ero adolescente, e le acque scure m’erano familiari. No, non era dolore. Era un dolore del corpo, piuttosto, di quelli che identificavo come malattie mortali, ogni giorno una diversa. E tu ogni giorno facevi la magia, e mi guarivi.
In realtà era il mio corpo che sfuggiva al tuo, e non se ne dava pace. Mi chiamava altrove, e non poteva perdonarselo. Mi voleva bella, pronta per altri futuri, e non si rassegnava. Nemmeno tu, mamma.
Così tu sbucciavi veloce, un giro dopo l’altro, e tuffavi nell’acqua acida, dove restavamo in silenzio anche per mesi e per anni. Ma prima mi avevi mostrato una cosa che dovevo sapere: il cuore era un inganno. C’era tanta di quella paglia, attorno.
“Guarda, si fa così”: afferravi un cucchiaino e col manico scavavi in un attimo il cuore del carciofo. Lo facevi sempre, con tutti i cuori. Ma tu toglievi la paglia, io lo so. E poi le cicatrici si chiudevano, e tutti a dire: mmmmmh che delizia questo cuore. Era un cuore scavato e rosolato, spremuto dell’acqua amara.
Non servono a niente, i cuori con tutta la paglia e l’amaro. Il tuo, quando moristi, era così puro e netto che si rifiutò d’accettare la morte per quasi una notte. Avevi passato una vita a togliergli paglia e acqua, paglia e acqua. E noi vedevamo solo il gesto delle tue mani abili, e pensavamo che tu fossi spietata. Sì, lo eri. Come lo sono gli angeli, i demoni, le gardenie, i carciofi.
Poi ti voltavi, e preparavi la mollica consata: mollica di pane vero, che macinavi da sola, usando i resti del pane. Ti mancava, fare il pane. La pasta, la croce sulla forma prima d’infornarla. E non usavi mai il coltello: “Il pane si spezza con le mani”. E’ fatto apposta. E’ l’alimento più umano, perché sazia prima lo spirito, il gesto.
Io non taglio mai il pane, e tutti mi guardano male, ma io so quello che faccio, e il pane poi è contento.
Mollica, formaggio grattugiato, prezzemolo, aglio, olio. La farcia.
Tu scavavi e poi farcivi. Aprivi e chiudevi le ferite, con le stesse mani.
Foglia per foglia, e poi abbondante nel cuore scavato: per farcire ci vuole un vero senso dell’abbondanza, che è solo un’altra forma dell’amore. Farcivi furiosamente, come a stipare in quel cuore tutto quello che avremmo potuto perdere, quello che avremmo dovuto conservare, e non separarcene mai più.
Ho farcito tutti i carciofi, ci ho messo dentro la tua furia amorosa che faceva il vuoto per fare il pieno. Mollica, formaggio, prezzemolo. Tre anni di malattia, quella Pasqua sul terrazzo, guardando lo Stretto con un’intensità da far tremolare l’aria e muovere i gelsomini chiusi. Ci ho messo tutte le volte che ho preso il traghetto, compresa l’ultima col cuore che mi raschiava la gola, (la paglia era già venuta via, restava la prima pelle). E tutte le volte che l’avevo preso, sì, ma per fuggire da te, dal tuo coltello, dalla tua acqua amara. Prezzemolo, aglio, olio. Ti lasciavo nelle tiane d’acqua marrone, nella penombra della casa che s’era fatta stanca. La paglia accumulata negli angoli con gli anni s’era schiacciata, adattata. Non la vedevamo neanche più.
Li ho fatti cuocere nel loro stesso vapore, per un sacco di tempo non calcolabile. “Ci vuole il tempo che ci vuole” dicevi tu, ma non era reticenza. Era che non glielo potevi spiegare, come facevi tu a misurare il tempo. I carciofi cuocciono il tempo di un’adolescenza. Il tempo d’un vaso impastato di dolore. Il tempo d’una rosa selvatica rubata all’inferno. Il tempo d’un traghetto in un giorno di scirocco. Il tempo americano nella pendola e il tempo spagnolo del coltello. Il tempo delle mollette, del soffritto, del rammendo. Il tempo della distanza.
Mi tocco il cuore, oggi, mamma. E’ ripieno.

Sono andata a fare la spesa. Era uno dei supermercati dell'anima: certi luoghi di pellegrinaggio dove torno a contemplare le olive aspromontane, le uova di quaglia, il formaggio greco con la scritta in greco, mio padre che spinge il carrello carico di roba inutile, tra cui un set completo di cacciaviti e trenta prese scart, mia madre che compra diciotto bottiglie di tisana di rosa canina e fiori d'arancio (ma non le berrà mai: lei fa come me, compra le idee, il garbo, la promessa delle cose, e volete dire davvero che quella non sazia più di tutto?). Ho incrociato me stessa al liceo, che scopriva le orecchiette pugliesi al dente: a casa mia la pasta si mangiava insopportabile e scotta, come la faceva mia nonna che metteva a bollire la vita anche per ore, nel tentativo d'ammorbidirla. La pasta scuoceva, la vita mai. Poi c'ero io negli anni dell'ospedale, quando mi rifugiavo al supermercato tra un turno e l'altro, e compravo salviette bagnate, cuscini da collo, cioccolata disperata, molti fazzolettini di carta e spray disinfettanti. Il cuore mi batteva così forte che a volte bloccava le ruote del carrello, e l'angoscia pulsava come una porta meccanica, come un jingle, come un registratore di cassa.
Prendo tre di tutto, per sicurezza: tre amori, tre morti, tre chili d'uva spina. Cartelle dal dorso duro, per quando mi verrà voglia d'archiviare le foto e le lettere (in che ordine? lo stesso dei corridoi: prima patatine fritte, volani, macchine per l'arcobaleno, portarotoli, yogurt alla paprika, libri su padrepio, cerette, poi caffè e zucchero di canna, mozzarelle, pepato fresco o stagionato, poi carni rosse e bianche, d'angelo di sirena di manzo argentino di grifone, e quattro tipi di pane, con la giuggulena, coi sesami, col rancore, col coltello), molta frutta e verdura, perché in un'altra vita, la prossima, voglio mangiarne cinque porzioni al giorno.
Compro tre chili di zucchine, tre mazzi di carote, sei melanzane violetta, peperoni rossi e gialli, per il colore (mia madre faceva le teglie e stendeva il bucato secondo i colori: ha fatto anche una figlia bruna e un figlio biondo per lo stesso motivo, solo che non ci volevano stare, distesi nella teglia a strati alternati, ed è venuto un pasticcio). Un sacco di patate nuove, col loro aspetto di cera fresca. Tutte le clementine che trovo. Tarocchi - arance e carte: leggo il futuro negli spicchi, mangio impiccati e temperanze, spruzzo gli amanti col succo acidulo e li divoro, a volte taglio la polpa al vivo, e la buccia è un unico nastro arancione, che collega il passato col futuro, e noi ci camminiamo sopra, dondolando. I broccoli, certo: so tante cose sui broccoli che non ho bisogno di mangiarli. So che si deve mettere un pezzetto di pane bagnato nell'aceto sul coperchio, prima di cuocerli. So che mia madre faceva cuocere la pasta nella loro stessa acqua, che era verde, e aveva proprietà misteriose. Resuscitava i morti, rimescolava i pensieri. Battezzava le case. Oppure si possono saltare coll'olio, l'aglio e il peperoncino, e poi affogare nel vino. Né rosso né bianco: il vino nero, ci vuole. Allora i broccoli cominciano a dire cose, cose. Cose di rami, di radici. Cose zitte. Cose con certi occhi.
Io forse non ci faccio niente, con queste verdure. Le tengo lì.
Come i cinquanta pacchi di pasta, i rotoli d'alluminio, pellicola e carta da forno. I pacchi di sale, grosso e fino, la salsa delle bottiglie, l'olio. Il riso, e ora pure l'orzo, il farro, il grano. I fichi secchi, le noci. Provviste per la guerra.
Le facciamo sempre così, tante, tantissime, dieci sacchi, mille bottiglie, tremila quintali, perché la paura della guerra, della fame che aveva mia madre ci metteremo centocinquant'anni, per finirla tutta.
Ma la cuociamo al dente, però. Tiene meglio il sugo.
L'ho sempre sospettato, ma ora lo so. Io faccio una spesa immaginaria (anche se la pago in euri veri), per tutta la famiglia, anche quella morta e lontana, anche quella finta, anche quella che non so, non c'è, non vuole. Devo dare da mangiare a un sacco di bocche, non tutte mie (ma anche mie). E allora compro, compro. Non mi sazio mai, di non saziarmi. Immagino le ricette che potrei fare, le leggo pure e qualche volte le ricopio, le attacco sul frigorifero coi magneti a forma di panini, caffettiere, pacchi di riso. Saziano anche loro. La mia amica dice che "è la farcia", calabra e irrimediabile. Non lo so. La farcia è la superficie delle cose. E non si finisce mai. Mai.

La casa mi scoppia addosso come una pelle stretta.
Forse è l’effetto di gennaio, che ovviamente è soave e primaverile, e fa fondere i gelsomini e disorienta le cocciniglie. Persino le piante grasse fioriscono, quei loro fiori misteriosi e carnali, che di notte emettono voci riconoscibili.
La casa è troppo piccola, non tiene più la confusione di desideri e rimorsi che ogni primavera rimescola: sul tappeto del salotto s’ammucchiano nastri, disillusioni, biglie di vetro. Con uno sforzo immenso, la casa sta cercando di cambiare forma: le ho comprato uno specchio, per tenerla buona. E’ rettangolare, lungo e stretto, audace. L’ho appeso accanto alla portafinestra del balcone sullo Stretto, come fosse un gemello che, come l’altro, guarda dentro e ci riflette.
La casa s’è chetata per qualche giorno, ma ora la sento che mi chiama, e soffre di claustrofobie e tormenti, e da qualche parte sta covando un cambiamento, un’esplosione di dolori meravigliosi, come un ciliegio dalle parti di giugno.
Probabilmente è più giugno di quanto vogliamo ammettere.
C’è una diffusa giovinezza, nell’aria, un riverbero continuo.
La casa cresce di notte quando non possiamo vederla, e al mattino c’accorgiamo delle stanze che ha progettato, trasparenti nell’aria semiliquida: un soggiorno foderato di libri, con una ballerina di latta sulle punte e stelle marine vive posate sui mobili. Una collezione di cuori di vetro sulla scrivania. Un nido di gatto pieno di piume. Un corridoio di venti chilometri e penombre, con mensole e scarpiere piene di pantofoline di cristallo.
La casa ha ancora fame di specchi, e non posso darle torto. Ha immaginato un armadio intero foderato di specchio, e sento che sta per produrlo, per farcelo trovare, appena nato, una di queste mattine d’estate invernale inoltrata.
Forse dovremmo dipingere tutti i soffitti, che hanno una precisa intenzione di stelle: in camera da letto, dove abbiamo il letto volante e il comò dei cassetti segreti e un faro con un lumino dentro per quando non riusciamo a tornare da un sogno o da molti, ho appiccicato una per una centosette stelle fosforescenti, e di notte le guardo prima di dormire e qualche volta anche mentre dormo. Ma non bastano: ci vuole un soffitto d’un nero blu, e costellazioni e comete a intervalli regolari. La casa mi suggerisce di comprare colori acrilici, mi fa sentire il sapore dei vasetti, le confetture di colori. Pane burro e blu cobalto. Pane burro e verde oltremare. La casa vuole mangiare.
Sento un bisogno di tappeti, di balconi, di lampade, di vimini.
Un giorno mi alzerò e cambierò tutta la disposizione delle stanze, rivolterò la casa come un guanto, coi polpastrelli sensibili in fuori, verso lo Stretto, e dentro i suoi segreti di piuma d’oca, pelo di gatto, miele di limoni, argento fotografico, carta, fosforo e cioccolata fondente.
Perdonatemi le assenze, ma è (ormai era, quasi) gennaio, che è uno strano capolinea del corpo. A gennaio sto sempre male, ho oscure collezioni di sintomi che s'allargano alla casa e alla micia. Dopo tanti anni forse credo di capire: io somatizzo l'anno nuovo. Il solstizio, il cambio di data, il capofitto della luce sono una specie d'affezione, di sindrome che devo riparare coi soliti mezzi psicosomatici e con l'attesa. Domani è febbraio, infatti.

Come si misura un anno?
Coi mesi no, che ormai lo sappiamo che dicembre cade di marzo, luglio di novembre, ottobre di giugno e aprile quasi sempre. Le stagioni figuriamoci: non è che non ci siano più, è che ce ne sono troppe. Tutte assieme. Primavere di mattina presto, inverni dopo mezzogiorno, l’estate fra l’una e le quattro, un paio di autunni fino a sera. Oltre a stagioni nuove, che dovremmo prima o poi ammettere a noi stessi e chiamare in qualche modo: Noiosa, Piovosa, Accesa, Incomprensibile, Ricorrente, o anche Giuditta, Malvàsia, Ardenza o Limina o come vi pare. Così si potrebbe dire: ci vediamo ad Accesa meno un quarto. O ad Ardenza e mezzo. O tra Giuditta e Piovosa.
Nemmeno le ciliegie, o le arance, sono una misura affidabile: ci sono arance invernali, estive e primaverili, tutte uguali con la buccia di plastica rugosa. Le ciliegie il fruttivendolo le porta tutto l’anno, dalla Guyana francese o dalla Costa d’Avorio o chissà, magari da Pachino.
In un anno ci sono tredici stipendi, dodici rate di mutuo, due bollettini ici, circa ventotto bollette di acqua luce gas e almeno otto scoperti (con o senza sollecito). Le stagioni contabili, però, mi sfuggono: so che due volte l’anno, come per la migrazione dei bufali, gli equinozi o le risalite dei salmoni, i commercialisti diventano intrattabili. E due volte l’anno arriva dalla banca un plico dove, nero su bianco, c’è scritto che non ti potevi permettere nulla di quello che hai fatto, le uscite sono tre volte le entrate e la prossima volta arriveranno direttamente i carabinieri.
Insomma, non sono misure affidabili.
Così, gli anni sono diventati oblunghi, informi e non facilmente distinguibili. Credo che ancora in giro ci siano pezzi dell’estate 2006 (quella che durò otto o dieci mesi: un pozzo azzurro e sibillino interminabile), e di certo nel mio armadio c’è l’inverno 2004, che quando indosso certe cose mi dà i brividi (non posso mettere più il golfino nero col bordo di pelo, ed è una vera ingiustizia). A volte, lo Stretto restituisce giorni trascorsi: ho riconosciuto un maggio 2003 l’altro giorno, di traverso fra est e ovest, ed è durato almeno quattro ore, tramonto e tutto.
Per non parlare della confusione mentale dei miei gelsomini, che fioriscono una volta al mese e disorientano i calabroni e le rondini.
Insomma, ho pensato di misurare l’anno con le parole che ho imparato.
Parole imparate nel 2007.
Cazzafrullo: è una leggera variante del beneamato cazzerullo, che uso da anni come zeppa semantica, per indicare praticamente qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa è cazzerullabile. La signora cazzerullo, il film cazzerullo, quel cazzerullo lì sopra. E’ un coltellino svizzero, più che una parola.
Cazzafrullo, invece, è una parola più intensamente etica. E’ cazzafrullo ciò che è leggero, lieve, con un remoto frullare d’ali. Ci sono musiche cazzafrulle, odori, libri cazzafrulli. Persino pesone cazzafrulle (le adoro). Sì, è un bel passo avanti. (si ringrazia yukiko, dalla quale ho appreso la differenza tra ciò che è cazzafrullo e ciò che non lo sarà mai).
Scognito: in effetti è una di quelle parole dimenticate, che un giorno, per imprecisate ragioni, risorgono. Scognito è tutto ciò che non solo non si conosce, ma non è in sé conoscibile: certi comportamenti (dei maschi, per lo più, che spesso restano scogniti a se stessi), certi eventi, certi abiti. In effetti è una categoria kantiano-calabra, forse pure kantiano-siculo-calabra.
Zicotelogicon: è una storia troppo lunga per un post. Però fidatevi.
Zaraza: quando l’ho incontrata, non ci potevo credere. Nessuno sapeva cosa volesse dire. Era promessa in un seminario di tango tenuto da due ballerini magnifici, Julio y Corina, due che li vorresti per parenti, che a lei vorresti chiedere la ricetta del polpettone e con lui vorresti uscire a bere, una notte che sei triste ma cazzafrullo. Due che ti dici: se ballano loro, posso farcela anche io. “Figuras con zaraza” promettevano. Mi sono iscritta. Nell’anticamera (era un luglio assolato nella zona industriale di Siracusa, dove ci sono pietre e raffinerie e nessuno spazio per l’ombra), tutti ci chiedevamo cosa volesse dire, e poi lo abbiamo saputo. Oh se lo abbiamo saputo.
Sciarra: è un parola antica, è il polemos che regge tutte le cose. Ma la mia amica Jolanda me l’ha ricordata, specie in quel mattino di pace in cui passeggiavamo per l’orto botanico parlando di frutti, parole, persone. La sciarra era una specie di clamore lontano, un amarostico che saliva come fumo, forse era l’inquietudine, forse il trapestìo consueto della vita, forse lo sbattere delle onde sulla spiaggia, forse quel lavorìo che non si capisce, qui, all’altezza del cuore.
Daimon: in un imprecisato universo, ciascun essere umano è accompagnato dal suo daimon, ovvero la sua parte di anima che sta fuori, un animale, appunto, che parla con lui, anzi a volte pure ci litiga, e lo conforta come nessun altro può fare. Fino a che sei piccolo, il daimon cambia forma, può essere una falena e un attimo dopo un rinoceronte, secondo i moti irrequieti dell’anima. Poi si stabilizza in qualcosa che ti somiglia (tipo che i cattivi hanno iene, mantidi o lupi siberiani, mentre i buoni hanno lepri, scoiattoli o aironi).
L’ho visto in un orrido film, la “Bussola d’oro”, dove Nicole Kidman ha per daimon un babbuino dorato, tanto per capirci, e i cattivi fanno esperimenti per strappare i daimones ai bambini (che poi è quello che avviene di continuo: ci strappano pezzi e lo chiamano crescere).
Io ho la miciazza, che indiscutibilmente è il mio daimon. Poteva andarmi peggio (tipo una pelliccia di prada, un palmare o un marito).
Sicuramente ne ho imparate altre, ma ora non mi vengono. Comunque non è stato un anno cattivo, a parte l’estate e i cenoni di Natale e Capodanno (non sono nemmeno sicura che siano davvero finiti, tutti e tre). Chissà, magari quest’anno imparo precipitevolissimevolmente.
Un bacio a tutti voi, e un consiglio: ripassatevi le parole. Sono meglio delle clessidre, e pure degli swatch.
(ps: l'immagine è la più bella che ho incontrato nel 2007, anche se qui, rimpicciolita, è diventata una 'nticchia cubista: si intitola "Crepuscolo sulla spiaggia", ed ha precisa precisa la luce dello Stretto, e quell'aria sospesa in cui tutti attendiamo qualcosa, e ci attardiamo a vedere come finisce).

Dovrebbero vietarli per legge, i film coi protagonisti che in due ore invecchiano di cinquant'anni. Dovrebbero vietarli per legge, i film tratti da romanzi straordinari.
Dovrebbero vietarli per legge i film tratti dai romanzi di Gabriel Garcia Marquez. Quantomeno senza chiedere prima il mio parere.
"L'amore ai tempi del colera" non è un libro. E' un gioiello di famiglia. Un parente stretto. Florentino Ariza ha singhiozzato per ore sul mio sofà, con le sue spallucce strette e il vestitino miserabile, che non puoi capacitarti come possanno accogliere un'anima talmente estesa, e un amore così indefettibile. Fermina Daza ha familiarizzato con le zie, dal momento che - visibilmente - appartiene alla stessa specie di donne d'acciaio lavorato a punto croce: s'è scambiata ricette con zia Enza, maledizioni con zia Mariella e collane di turchesi con zia Rosalba (che indossa solo pietre del colore dei suoi occhi, e si cura la tristezza con questa cromoreficeria). Qualche volta l'ho pure incontrata io, nel corridoio, e ci siamo scambiate uno sguardo fuggevole ma diritto (non siamo donne da sguardi obliqui), proseguendo ciascuna per la sua strada.
Perché, si capisce, nelle storie d'amore per qualcuno bisogna parteggiare: o lui o lei. Tutti e due non si può.
E di fronte a lei che ha un colpo di sfulmine (il contrario del colpo di fulmine: ti viene quando guardi qualcuno e di colpo lo vedi davvero, o lo vedi come non puoi comunque sopportarlo. E' una botta di disamore puro, un black out traumatico che, di solito, non si perdona a nessuno), lei che si sposa col dottor Urbino, lei che domina la realtà pur possedendo un intero portico di gardenie (cosa che, si sa, predispone alla metafisica in modo quasi irreversibile), di fronte a lei, lui con la sua pazienza da contabile, lui col suo sesso classificatorio (cataloga tutte le donne con cui va a letto per ingannare l'attesa di lei, e arriva a 622), lui con la sua capacità di sopportazione (una delle cose meno sopportabili, nella gente), lui non può che vincere.
Insomma, ho ospitato lei perché dovevo, ma ho scelto lui.
Ne sono stata ripagata con l'odore delle mandorle amare, un migliaio di aggettivi a testa in giù - un poco perché disperatamente australi, un poco perché nei libri di Gabo hanno quella funzione lì: capovolgono - colombe tropicali e il convincimento precoce che è la vita, e non la morte, a non avere limiti. Non è poco.
Capirete che dovevo andare al cinema, a ogni costo.
Siamo andati, io, Florentino, Fermina, America Vicuña, Transito, Olimpia. Aironi azzurri, orchidee, ibischi, un pappagallo. Io portavo un cesto di gardenie, per ogni evenienza. Florentino aveva delle pergamene e un inchiostro violetto. La miciazza è rimasta a casa, ché lei ama solo i film d'azione o l'operetta.
Abbiamo occupato due file intere (ma c'era una folla di fantasmi che non hanno pagato il biglietto e si sedevano direttamente sulle ginocchia degli altri spettatori: io a vent'anni, io a venticinque anni, io a trent'anni, io come potevo, io come sapevo, io come non volevo, io in quell'androne, sola col libro ad aspettare quanto, tre ore, cinque ore?, io sul letto ormeggiato lento, io sulla spiaggia delle uova di dinosauro a chiedermi le ragioni misteriose della persistenza dei sentimenti e della loro sparizione improvvisa).
Ma si capiva da subito, dalla locandina col fiore.
Era un pot-pourri aromatizzato al frutto della passione.
Era una cartolina esotica mandata per scherzo a una vecchia signora del Regno Unito.
Lui, Florentino, aveva la faccia del mio ex caposervizio, e pure la sua forfora, se non sbaglio. Lei, Fermina, aveva gli occhi da mucca di Giovanna Mezzogiorno.
Molto fiume, molti tramonti, molti fiori. Zucche, mercati.
Nessun odore.
Il colera sembravano le cinque giornate di Milano, i battelli sembravano Eurodisney e l'amore, l'amore sembrava yogurt scaduto. E poi le scritte erano tutte sbagliate: in americano di Hollywood. Persino quando Florentino, avvezzo a tutti i disordini dell'amore e non solo alla sua disciplina, intinge il dito nella vernice rossa e scrive sulla pancia di Olimpia: "Questa è mia". Lo scrive in americano. Probabilmente lo pensa, in americano.
Evvabbè, lo capisco che non si può, proprio non si può tradurre una scrittura che quando cade a terra fa spuntare foreste tropicali, che bisogna stare attenti quando si muove il libro perché ne esce fuori di tutto (mappamondi, cuori di gesù trafitti, veli da sposa, gardenie, ossa, piume di colomba, polvere triste, eucalipti, rossetto). Che poi ti ritrovi i personaggi in giro per casa per anni, e ci parli, e gli chiedi cose e loro rispondono.
No, non si può.
Il regista, che era quello di "Quattro matrimoni e un funerale" - e infatti era un inglese che guardava un sudamericano e gli parlava in yankee, per sicurezza - ha fatto del suo meglio, senza dubbio. Ha cucito cartoline "Saluti dal Rio del Plata" e musiche false (Shakira che canta finti Gardel). Ha appiccicato mustazzi bianchi e sparso segatura sui pavimenti. Poveraccio. Forse ha pure distribuito - verso la fine, quando lui e lei hanno quasi ottant'anni e si amano come sempre si dovrebbe, senza ragionevolezza né futuro - pannoloni e tazze di tisana.
Noialtri, in platea, per lo più sghignazzavamo, a parte quando Florentino, colto da uno dei suoi accessi, sfogliava le gardenie e e gettava i petali indietro sul pubblico, stimolando nostalgie vaghe, ricordi, ribellioni incomprensibili, persino ferite.
Poi siamo tornati tutti a casa, e Fermina ha fatto le tortillas.
"Domani ci facciamo restituire il biglietto" ha detto quella donna pratica e segreta.

Non capita spesso che dicembre cada di marzo, ma qualche volta sì.
E io lo dovevo capire, che era un Natale storto, da quando, l’altro giorno, l’antivigilia dell’antivigilia, s’è manifestato un cielo assolutamente improponibile. Alto, concavo, enorme, conteneva l’isola e la calabria dirimpettaia intere, e spazi non misurabili oltre le colonne d’ercole elettroniche (i piloni gemelli che chiudono lo Stretto), almeno fino alla torre saracena di Bagnara, fino al Capo che spartisce i venti ionici, fino agli entroterra arrampicati e chissà fino dove altro. E perfettamente chiaro, col fondo piatto che ci poteva viaggiare qualunque nave celeste, galeone spagnolo o transatlantico emigrante o barca fatata di re artù, ulisse o chiunque altro. Con le nuvole giuste, pure: candide, fioccose, la cotonina del cielo profusa. Ma proprio al centro, un centro minaccioso e vorticante che ruotava sopra la città e ci seguiva ovunque andassimo, c’era un nuvolone nero, pieno di grandine, fulmini imprigionati e natali storti.
La gente continuava a guardare in alto e non si capacitava (come, si dice, un tempo avessero guardato un’assurda stella viaggiatrice controvento, con una coda piena di presagi), perché il cielo era così basso e privo di speranze, nel centro, sopra la città, al centro esatto della tua vita, che si spostava ogni volta che ti spostavi.
Dicembre quando cade di marzo fa così: la luce della primavera, ma un azzurro duro a cui s’appoggiano le punte ghiacciate della calabria. Il sole liquido su cui viaggiano le navi bianche di mattina presto, e poi, alle undici in punto dell’orologio meteorologico, una tempesta che fa esplodere gli ombrelli e cancella ogni navigazione presente e futura.
Insomma, io dovevo saperlo.
Specie quando ho forato la gomma per quattro volte di seguito. Vabbè, la prima era certo la storia di Pasqualina, che lasciava ovunque bruciature come di sigaretta, col bordo che continuava ad ardere per conto suo. Ma le altre no, le altre erano il Natale storto che si manifestava.
Sono stati giorni metafisici, di colloqui col gommista Musumeci Stefano – una cara persona con cui siamo diventati ottimi amici e che certo ieri, stappando lo champagne francese, m’ha pensata – e d’approvvigionamenti coatti per la cena di vigilia. Il menù l’aveva scritto di suo pugno il mio ex marito, che odia le feste comandate e, visto che non può sopprimerle, cerca di farle diventare eventi situazionisti. Voi obietterete che le feste comandate sono già eventi situazionisti, e avete ragione.
Ma lui non lo sa.
Abbiamo mangiato cose invereconde, terrine di fagiano, tagliatelle limone e vodka e cappone ripieno di qualunque cosa (pistacchi, tavolini, tritato, stilografiche, fodere di velluto, crema di latte, plaid scozzesi). Una batteria di tartine caviale-pomodorisecchi-camembert-tartufo-carote e impermeabili da donna, marrone. E bevuto, anche. Un margarita cadauno (sì, vi pare normale cominciare una cena di magro con un margarita?), traminer aromatico, un Beaune in omaggio a certe gioventù scomparse, un distillato impronunciabile che faceva vago odore di muffe, raffinerie e grotte di salnitro. Alla fine, una torta setteveli falsa.
Io ho mandato il mio clone.
C’era una brioscia seduta a mangiare, e soprattutto bere, compiacendosi del fagiano e del bitume e raccontando aneddoti d’epoca, e una brioscia esiliata dentro il suo stesso Natale storto, che ricapitolava le assenze e si piangeva addosso, con tutte le gomme a terra.
Così non avevo scelta. Ho dovuto mangiare un cenone immaginario, quello che avevo raccontato a Musumeci Stefano, alle zie, ai colleghi, al portiere.
Vongole lasciate a spurgare dentro il vaso marmorizzato, ghiotta di stocco con le olive e senza, col cavolfiore e senza, con le patate e senza. Carciofi, caponatina, tortelli di magro. Mia madre che dimentica il servizio col bordo dorato, i cesti di clementine senza semi. Il pane coi nastri rossi. Mio padre che cura il capitone come se fosse il padre d’Isacco. Le scacce. Persino mia nonna, il suo insopportabile rollò che sa di scantinato, di prosciutto, di dopoguerra. Le crocchette di besciamella della prima zia civilizzata, zia Rosalba. L’insalata russa col doppio segreto di zia Enza. Il risotto sperimentale di zia Paola. Il cavolfiore bollito che ci dividiamo tacitamente io e zio Renato, nelle retrovie. Le olive col formaggio di capra. Il vino pessimo, aspro e acetoso pieno di strade di campagna e seminterrati col tappo a corona. E poi panettone con canditi e uvetta, fichi secchi imbottiti con le noci, torrone duro con le mandorle e il miele scuro dei fiori d’aspromonte.
Tutto l’amore di quei natali pieni di odio, di sopportazione. Io che stavo seduta a mangiare e il mio clone immaginario che frugava vari futuri, tutti inverosimili, scavalcava lo Stretto, mangiava in gran segreto natali di fagiano e bitume e fuga e camembert.
I finocchi arrivavano alla fine, per togliere il sapore (ma non era vero: era per introdurre una cosa bianca che nettasse, ripulisse via tutto il sugo, gli eccessi di pomodoro e condimento e rancore della grassa vigilia di magro; era per fare una comunione pagana e vegetale, scambiatevi un segno di tregua e mangiatene tutti).
Non si può mangiare il cenone immaginario, ma è molto nutriente lo stesso.
Sono stata molto infelice, ieri sera. Stamattina faccio colazione col cavolfiore e stabilisco che non accetterò mai più di mangiare un cenone immaginario. E che a Capodanno voglio zampone, lenticchie e tortellini. E mia madre e mio padre.
E il mio albero obeso di due metri. E mia nonna coi suoi rollò. E il vino cattivo. E D.

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.
Ieri sono stata a teatro. Un teatro piccolissimo, sia pure nella città teatrale dell’isola teatrale che spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, talora).
Sulla scena, uomo con sedia. Questo uomo.
Un uomo che diventa, da subito, col tuppuliare del pieduzzo, con la manina fessa, con la testa china, diventa Pasqualina. Diventa la montagna che divide la Calabria dalla Basilicata, il qui dal lì, Pasqualina dal diavolo, il diavolo dalla sorte.
Oh come piangiamo tutti, in platea, sprofondati nelle nostre poltrone. E non so perché ho pianto, o a che punto. E’ stata una reazione incontrollabile del corpo, che reagiva al corpo di Pasqualina, al corpo vivo e caldo del sopruso, della sorte, del diavolo, del dolore. Non era pianto, era piuttosto un chiamarsi di fluidi. Mica si poteva resistere.
Piangevo io, piangeva il mio guerriero medievale e motociclista accanto a me, piangeva suo fratello attore sotto i sopraccigli grossi, piangeva l’attore famoso coi mustazzi arrivato alla chetichella, piangeva la mia amica del tango con la sorella bionda che lei pure piangeva.
E si andava aprendo, per tutto il tempo, come un foro, qui nel petto dell’anima, un foro rosso: potevo vederlo distintamente, appena chiudevo gli occhi o forse nemmeno. Come una bruciatura.
Son uscita perciata, con questo buco grande, dai bordi rossi, qui nel petto dell’anima, e per tutta la sera e buona parte della notte lo sentivo che bruciava un poco, e attraverso ci passavano cose. Ci sono passati pensieri, interi fantasmi, alcuni morti, alcuni vivi, cioccolatini, nostalgie, grandine, oggetti. Quando sfioravano il bordo facevano un poco di fumo, un fumo leggero che mi dava le lacrime.
Più tardi ho forato, la gomma posteriore destra. Ma io lo sapevo che era quel buco che si manifestava. E poi ho tirato un filo del maglione, con la spilla: s’è aperto un foro. Era quello, era la storia di Pasqualina che mi restava dentro come un malessere, un magone, un buco di bruciatura sulla pelle dell’anima.
Certi dolori sono meglio delle gioie.

Custodiamo il caos in una stanza.
In effetti, lo custodiamo in un sacco di posti diversi, non tutti necessariamente fuori dalla nostra persona, ma la stanza ha questo uso da tempo immemorabile. Forse ce la trasmettiamo geneticamente: mia madre aveva una stanza del caos, mia nonna pure, la mia bisnonna anche. E ce l’hanno tutte le mie zie. Le mie cugine non so, perché pure se parlano farfallino e hanno variamente ereditato le ossa sensitive e i sogni premonitori vivono troppo lontano da qui, qualcuna pure in certi Nord piatti e premuti dalla nebbia o sommersi dall’acqua alta. Ma sono certa che il caos ha il posto che si merita, anche da loro.
Ieri mi sono addentrata nella stanza per cercare l’albero di Natale. Faceva freddo, e scansando i mucchi di cose – cose estive, cose dismesse, cose consumate, cose indecifrabili – m’è venuto il solito groppo e sconquasso di quando entro nella stanza del caos.
Cercando l’albero – i viali sono irregolari, la vegetazione sempre diversa – ho trovato una quantità di oggetti che avevo dimenticato, che poi è il motivo per cui esiste quella stanza, e non riusciamo mai a liberarcene.
Solitamente sta nel luogo più buio della casa, ma tanto le imposte restano chiuse, e pure la luce s’accende con difficoltà, ché la stanza non ama essere disturbata: ama restarsene a ruminare anche per anni (va da sé che il tempo, lì, ha una misura e un valore differenti: puoi entrarci e starci due o tre mesi, e fuori saranno trascorsi neanche venti minuti), trattenendo, mescolando, impastando.
Nella stanza della casa di mia madre c’erano per lo più cassette di liquori e bocce d’amarene vecchissime, bottiglie di pomodoro, bicchieri incartati uno per uno ma spaiati. C’era pure una bicicletta da donna, rosa confetto, che non uscì mai per strada (da noi è impossibile usare le biciclette: le strade sono tutte in salita, anche le discese, e abbiamo due automobili per ciascun abitante, compresi gli infanti, i moribondi e gli emigrati): la stanza del caos, per sua natura, oltre alle cose morte trattiene pure quelle non nate, quelle ipotetiche, quelle abortite, quelle immaginarie.
Nella stanza della casa di mia nonna l’aria era così fermentata che saziava come la ricotta, o si solidificava spontaneamente in formaggio lunare, costellato di minuscole conchiglie, pietruzze, picciòli, gusci di nocciola.
Anche nella mia ci sono varie specie di cadaveri, ma non è propriamente un cimitero, essendo in realtà un luogo vivissimo. Non a caso la miciazza ci ha fatto uno dei suoi nidi preferiti, nella vecchia poltroncina di tela bianca dove mio padre sedeva ogni sera, per un numero imprecisato di anni, forse cinquecento, a guardare la televisione. La poltroncina è piena di cuscini ricamati da persone estinte, scialli con le frange e sciammissi fuggitivi: credo che la miciazza se la sia costruita tutta da sola, trascinando col muso, o col becco (la miciazza cambia di specie, ogni tanto), tutti gli oggetti che le piacevano, come si fa di solito coi nidi.
Sospetto che viva lì anche il fantasma trovatello che s’è presentato dopo la tempesta di cenere, due settimane fa (ma di questo parleremo un’altra volta, che la stanza è suscettibile e non voglio urtarla).
Insomma, l’albero di Natale non l’ho trovato, ma ho trovato una quantità di lettere d’amore non mie, nastri, graffette, pacchi di fotografie, mascherine di carnevali trapassati, bottoni, galeoni spagnoli arenati, scatole del nulla, collane, un cappotto cammello, sei bottiglie d’olio (oggi si mangia insalata di pomodoro)(ma in effetti si mangia ogni giorno insalata di pomodoro, a casa mia: è la nostra comunione laica ma spirituale anzi terrestre).
Perché il caos è una cosa viva – qualche volta mi viene il dubbio che dovrei dichiararlo all’anagrafe – con un corpo fatto da tutte quelle parti dei corpi nostri, anime comprese, che si estendono variamente nello spazio e nel tempo, e da cui cadono o rotolano continuamente cose. Mi sembra saggio, che finiscano in quella stanza.
Così, credo, ci mettiamo al riparo dai rimpianti, e da un numero eccessivo di lutti.
Oggi comunque ci torno, per cercare l’albero.
La verità è che di quella stanza sono in pari tempo fiera e vergognosa: io so perché c’è, e mi conforta che ci sia. So che raccoglie tutta la follia necessaria della casa, e forse mi protegge oscuramente da certe geometrie domestiche e familiari che mi fanno orrore (tipo i centrini, i cognati, i cassetti). Ma mi viene difficile giustificarla, quando qualcuno se n'accorge, e non si spiega cosa ci faccia, quel sottoscala-cantina-soffitta-magazzino-obitorio, nel cuore d’un civico appartamento. Li sento, pensano che, malgrado la patina di civilizzazione, siamo rimasti barboni erranti in qualche aspromonte remoto. Io, come posso spiegarglielo che hanno ragione?
ps: l'acquerello che illustra la stanza del caos è di Mario Bianco, pittore e dipintore di cose incredibili, impensabili, inimmaginabili. O di cose che saranno. Di cose del caos, insomma.

L'angelo non resistette più, e alla fine si aprì un blog.
Un blog minimalista, bianco e nero, senza una sola pennellata di celeste. In alto a sinistra c'era pure la sua immagine, piccola, ritoccata col Photoshop.
C'aveva messo ore, a scattarla, con la fotocamera che prendeva di continuo abbagli, e sputava nuvole, aurore boreali, arcobaleni fuori asse. E non c'era traccia, del suo orecchino a boccola col teschio, del suo piercing al naso, del suo mascara nero assassino.
"Accidenti" pensava l'angelo, e un tuono echeggiava in qualche alto strato dell'atmosfera, dove l'ozono è di continuo bucato dall'andirivieni di mondi e creature e ire divine di cui non sappiamo.
Eppure sembrava assai facile: ti trovi un nick, scrivi il tuo indirizzo di posta, un paio di cliccate, un template. E che ci vorrà mai. I blog nascevano ormai più fitti dei fili d'erba, e da quando la circolare 89000.pigreco aveva equiparato le creature virtuali a quelle reali c'era tutto un traffico di custodi e angeli protettori che sobbalzavano a ogni vagito e ad ogni clic.
"E io che sono, il figlio della serva?" s'era detto l'angelo, che di sua natura era piuttosto invidioso degli uomini e delle due cose inesauribili che essi sembrano avere: la sopportazione e le idee. E dei blog, naturalmente.
Certe volte se ne andava di nascosto in un internet point, mimetizzato con la folla in anfibi e piume d'oca che lo circondava da ogni lato, si connetteva col pensiero e leggeva un sacco di blog che gli piacevano molto. Blog leggeri e aerei, blog acquatici, blog pesanti con mandibole d'acciaio. Blog di carta di riso, blog sporchi di maionese, blog con un tenue odore di cannella. Blog cinesi e birmani, blog messicani e speziati, blog in lingue morte o immaginarie che lui leggeva senza sforzo.
Certe volte lasciava pure un commento, firmando "a." con la minuscola, e capitava che gli dessero dell'anonimo e lo bannassero pure, al che lui s'intristiva tanto che, attorno, le piante morivano e le mosche ci restavano secche.
A volte caricava l'Ipod, ma ci metteva tanta roba che ne risultava una babele incomprensibile persino a lui. E poi in servizio non poteva portare gli auricolari, nemmeno nascosti tra i riccioli.
Era quasi diventata un'ossessione: leggere, commentare, seguire i feed.
E ogni tanto qualcuno gli faceva pure: ma tu non ce l'hai un blog tuo? E lui doveva ammettere che no, non ce l'aveva, ma gli sarebbe tanto piaciuto.
Così lo aprì, finalmente.
Col nick animapersa.
Bel blog.
Tutta questa premessa perché quel folle di Proteus, alias giowanni, alias Giovanni Monasteri, ha piazzato nei suoi Feaci un e-book audacissimo composto a quattro mani da me e Mario Bianco, pittore scrittore poeta cartografo folle e rappresentante dell'anima sulla terra. I protagonisti sono angeli, appunto, e case. Angeli stravaganti, che mangiano carbone o piangono lacrime di nafta, e talvolta persino esplodono nell'aria sottile (l'illustrazione è l'acquerello dedicato da Mario all'Angelo domestico, quello che candeggia la roba di dio, perde con lui a briscola e gli trova le soluzioni senza darlo a vedere. Una moglie, in pratica). Le case invece muoiono, con tutto il loro immenso assortimento di cose invisibili che non è possibile portare via, nemmeno col trasloco, nemmeno con gli esorcismi.
Io ho scritto una serie di assurdità, Mario invece ha dipinto cose bellissime, coi suoi acquerelli molto poco acquerellici e assai energetici, con una predilezione per rossi e aranciati e gialli che ardono come piccoli soli felici.
Insomma, l'e-book è questo, ma vi do un consiglio: a parte l'introduzione, magnifica, di Zena Roncada - che conosce tutte le esagerazioni dell'affetto ma resta una delle penne più fini e pregevoli che io abbia letto in queste lande e in tante altre (sì, l'ho sempre pensato: lei scrive con penne d'angelo, ormai è chiaro) - guardate solo le figure.

Sono entrata nell'armadio, ieri.
Io non lo disturbo mai, devo dire. Lui non è mica diviso per stagioni, che ormai non esistono più - né intere né mezze, il pianeta è stabilmente climatizzato sull'escursione termica e le guerre di religione - e nemmeno per proprietà. E' diviso, piuttosto, per passioni: nell'anta in fondo ci sono le cose inconfessabili, gli sbagli di gioventù, il vestito del matrimonio (che poi era un babydoll, talmente corto e trasparente che le signorine del negozio, timorate di dio, lo sequestrarono per aggiungerci una sottana giusto alla vigilia, e io fantasticavo che non me l'avrebbero ridato e sarei stata costretta a non sposarmi, o al limite a mettermi il vestito marrone da paolina bonaparte, ma s'è vista mai una sposa in marrone, sia pure da paolina e sia pure al municipio?). Ci sono una serie di delusioni accuratamente stirate ripiegate e appese: la camicetta di velluto granata, i cappotti di tre taglie più grandi (quand'ero ragazza soffrivo di immaginazioni sovrabbondanti, mi sentivo alta tre metri e grossa da non potermi nascondere da nessuna parte, come una montagna dello Stretto), la gonna di pizzo (la guardo, e penso che oggi potrei farmici tre gonne, o una cupola di pizzo nero, una intera cattedrale macramè visibile dai satelliti).
C'è il vestito peruviano comprato al mercato di Bologna, ricamato a contrade, uomini donne e storie (di notte strisciavano piano per i sentieri, li trovavo cambiati di posto, coi soli che giravano le lancette e condor preistorici che volteggiavano, perché forse erano uomini, o angeli; una volta ho letto di una cieca che tesseva il futuro sui ponchos, ecco, forse la sarta era lei, solo che io non sapevo leggere il peruviano stretto): l'ambulante mi regalò pure una bambolina di corda "per trovare un fidanzato", che è ancora seppellita in qualche tasca (il bello è che lo trovai il giorno dopo, esattamente, ma fu una storia funesta)(bambolina del cappero).
Sono entrata nel bosco, che è abitato ormai da lupi, giacche a quadri grandi, pantaloni con le pèns del periodo verde (c'è stato un periodo rosso, uno verde e un tentativo di blu penosamente fallito: il blu faceva affiorare la vena d'olivo della mia pelle, e non potevo sopportarlo), funghi velenosi, paltò.
Ho pure i due vestiti per il matrimonio di mio fratello: io ero incinta di quindici mesi e non bastava niente. Uno era blu e bianco, a pallini, con uno scaldacuore all'uncinetto, l'altro invece era marrone e matronale, con stalattiti e stalagmiti sul corpetto e svariati veli (ma perché - mi chiedo - gli abiti marroni non ce la fanno mai, agli appuntamenti importanti della vita?). Poi, comunque, non sono andata al matrimonio, perché era in un pizzo di montagna e c'era il rischio reale di partorire per strada, in mezzo alla comitiva di gardenie finte e protesi dentarie (però sarebbe stato bello vedere mia cognata furiosa, che le avevano rubato la scena con un parto in diretta sulla strada del ristorante)(la vita è fatta d'occasioni mancate).
Il cappotto cammello di mia madre non lo porterò mai, almeno fino a settantacinque anni. Ogni volta che ci entro mi perdo per alcune ore in altri armadi, altri corridoi. Respiro il profumo tenue, immaginario di mia madre. Quello che ho cercato di conservare nei golfini, nei fazzoletti, nelle scatole dal fondo morbido ma è evaporato, e riesco a sentirlo solo con un grosso sforzo della memoria e della nostalgia: una fragranza di anni Cinquanta, legno, alloro, e l'odore specialissimo di femmina che faceva mia madre, che fanno le mie zie. Un odore indiscreto, violento, sgarbato.
Un odore gemello di quello della dispensa triangolare nascosta sotto le scale, dove fermentavano notti e mondi, caglio lunare e rosmarino, castagne e calce bianca.
Solo alla fine sono entrata nell'anta degli sciammissi, che cambiano molto spesso a piacer loro: vestiti da tango, top di raso, collant a fiori, giacchini incomprensibili, foulard di niente. Strisciano da soli nell'armadio, si sistemano, si parlano piano piano nel linguaggio misterioso della casa. Si mescolano a denaro fuori corso, agorai, collane dell’uovo di pasqua, ventagli, cappucci di bic. Qualche volta, quando non troviamo qualcosa, proviamo lì, perché niente resiste al tremendo potere d'attrazione degli sciammissi. Anche la gatta ci prova, entra e fa un giro e a volte s'addormenta,e quando esce è piena di piume e perline e rimmel sulla coda.
"Mamma, la miciazza è stata dagli sciammissi" m'informa mio figlio. Ma io lo so già.
No, il fatto è che chiunque incontro, in questi giorni, mi dice che “ha fatto il cambio degli armadi”, al che bisogna annuire con gravità e manifestarsi solidali. Io non ho mai fatto il cambio degli armadi: tengo tutto disposto secondo le stagioni dell’umore, e non ne ho bisogno. E poi, gli armadi sono i depositi di pezzi di noi, e sono anarchici e anche complici (ci si mettono, appunto, gli scheletri, gli amanti, i calzini spaiati), perché seppelliscono e conservano, tali e quali a noi.
E comunque bisogna stare molto attenti: c’è chi non è riuscito mai più a uscire, da un armadio.

Il paese sghembo ha un nome di molte sillabe e ringhiere, e parecchi mattoni forati. S’inerpica con una testardaggine che ammiro, aggrappato a stanze triangolari, usci nel vuoto, lucernari che catturano aquile, terrazzini coltivati a basilico. Tubi conducono gas e acqua sopra e sotto, seguendo una geometria che non è necessariamente quella delle abitazioni: ecco, nei paesi così è ancora possibile vedere le intenzioni, i pensieri e la volontà delle case.
Intendimenti che si fanno terrazza, portico, giardino, impiantito calpestabile sei livelli sopra o sotto la linea della strada.
Il paese sghembo è infinitamente ingegnoso, drizza pale di ficodindia e antenne paraboliche, comignoli e rose selvatiche con la stessa serenità. Dappertutto è continuamente forato, da finestre, passatoie, pertugi, balconate, spioncini, attraverso cui si tendono – senza differenze – cavi della luce, fili del bucato, lacci, sostegni delle viti secolari e decrepite che coprono intere facciate, spaghi e corde che portano canestri, grappoli di sorbe, roncole.
Era deserto, il paese, perché tutti erano al cimitero – che invece è perfettamente squadrato, coi muri a spigolo e i viali diritti e tutti i torti ricomposti. Il paese, deliziato, si godeva se stesso, nel tenue odore di fumo bianco, e un retrogusto come di domenica, o di rosmarino. Di certo l’odore dell’acqua piovuta, che colma di rimpianti qualsiasi secchio o animo.
Io pensavo al paese di mia madre, che è tale e quale – o forse esiste sempre e dappertutto lo stesso paese sghembo e appeso, seduto sulle falde d’acqua insaporita dai noci e dai castagni e dalla roccia profonda, quella zitta e laboriosa che sta sotto e sopra e attorno.
Cespugli d’erbe eccentriche spuntavano dai buchi nel muro, e grondaie d’alluminio si mordevano la coda, perché il paese è a suo modo fantasioso, è un guerriero di latta e calce.
Un albero di cedro produceva sforzi giganteschi, dalla buccia porosa e ancora verde, che mutavano di forma mentre li guardavi (i cedri appartengono al regno animale, si sa, come le zucche e alcune specie di cavoli).
Il paese ruminava molto lentamente, intorpidito dal primo pomeriggio, con gli occhi socchiusi sempre in direzione del mare, che lì è soprattutto una sostanza luminosa, una qualità dell’aria.
Mi pareva di camminare da cinquecento anni, con le mani in tasca e l’anima pacificata. A ogni respiro mi si riempivano i polmoni d’acqua, di memoria, di un niente bello e pulito, come mio.

La mia casa è un'ellisse con due centri. Oddio, ho visto ellissi più ellittiche di lei, che è abbondante di verande e ha gli armadi così gonfi che sporgono fuori. Non ha pavimenti diritti, spigoli, angoli vuoti: è una casa sovrabbondante e affaticata, dove ogni cosa è poggiata sopra altre cose, e non si sa mai bene cosa contenga e cosa sia contenuto, in una confusione di rami e radici che piglia noi per primi. I libri si arrampicano sulle pareti, figliano incontrollati nel cesto della biancheria, mettono foglie nuove nelle stagioni più impensate, e io mi sbaglio e li annaffio, pensando che siano ficus, amarante o spatifilli lanceolati dal cuore orientale (no le kentie no, non ci sono mai piaciute: mia madre diceva che erano piante rassegnate e si sentivano oggetti, e non le poteva vedere. Aveva ragione).
Insomma, i due centri sono i fuochi della cucina e il letto grande. Io ho provato a ridisporla, a spostare i confini, a fabbricare un nuovo centro in mezzo ai divani, che mi sembravano un luogo ideale, così capsule e davanzale come sono. Con tutti quei cuscini, i tappeti che gli scondinzolano davanti, le finestre che spalancano ogni bendiddio (lune, soli, navi bianche, nuvole catafratte, allodole, fantasmi, velieri, cisterne, impalcature, piogge che avanzano, o indietreggiano, dal Continente, stormi, scialuppe, triremi, rondoni di mare, navi da crociera grandi quanto interi isolati). Con tutti i libri, quelli degli scaffali e quelli girovaghi, che non si scambiano tra loro una sola parola. Con la lampada disegnata a mongolfiere.
L'altro giorno ho stabilito un tinello per decreto: nella mia qualità di capofamiglia e capobranco, per sanmichele e sangiorgio, io ti nomino tinello. Avevo in mente certi mobili di legno vecchio, un tavolo rotondo, un divano d'un verde granuloso: la mia vecchissima casa era un sacco, e portava il cuore in fondo, in quel tinello rotondo che non affacciava su niente, su case basse coperte di incannucciato e catrame, su un cortile sbieco e desolato, su un miraggio di palazzi lontani che, come gemelli, si accendevano e si spegnevano alla stessa ora del nostro, copiavano ogni nostra mossa.
Però, niente. Il tinello non ha funzionato: la gatta lo diserta, a parte qualche grattata sdegnosa al divano. Noialtri pure, e nemmeno possiamo sfogarci grattando. Io sprimaccio i cuscini, medito un poco, in piedi, passo un dito sul tavolino (sì, c'è polvere), e poi me ne vado. A letto.
Il letto è il cuore della casa.
La gente verticale non sa cosa si perde: noi a letto mangiamo, dormiamo, dichiariamo amore e guerra. Parliamo al telefono, ci contempliamo l'ombelico, guardiamo alternativamente - e qualche volta pure contemporaneamente - la tivvù e lo Stretto, che sono sempre accesi e cambiano in continuazione. A volte sullo Stretto ci sono film drammatici, in bianco e nero: lei bacia lui tra corone di fulmini, il parapetto della nave oscilla, bianco come l'orlo del mondo. Il mare nero preme e ondeggia, e sta per inghiottirli. Jingle.
La tv, in compenso, trasmette voli di gabbiani senza peso,e qualche volta levita fino al soffitto.
Ma forse è un acquario, sì la camera da letto è un acquario dove nuotiamo in tutte le direzioni, specie di notte quando il sonno la riempie per intero, e i vestiti si agitano come alghe, e i sogni.
Il mare di fuori si riversa un poco dentro, le posidonie agitano il loro saluto carico d'ossigeno, le navi vengono a muggire dietro la porta, e noi ci parliamo come dentro una bolla, in cui siamo tutti uno dentro l'altro, dormendo e sognandoci, dormendo ed escludendoci vicendevolmente, paralleli nel letto, con la micia distesa sui piedi, al modo elastico dei gatti che diventano lunghi anche due o tre metri.
Il letto allora, qualche volta, si stacca dalla banchina e comincia a navigare molto piano per tutte le acque: film drammatici, telegiornali, scatole di cioccolatini, fogli a matita, nostalgie fitte come plaid scozzesi. Sul letto possiamo piangere, cucire, farci la ceretta, scrivere un diario, aggrapparci al parapetto per guardare la costa che sfila veloce e lenta, col telefilm del pomeriggio, gli spot meravigliosi, i cartoni animati (il mio preferito è "Gli amici immaginari di Casa Foster", quello di mio figlio "I fantagenitori", la gatta adora il Meteo sulla Sicilia: sospetto che senta un'affinità remota con la natura triangolare e magica dell'isola).
In questi giorni lo Stretto era guasto: trasmetteva solo uno sfarfallìo lattiginoso. Nessun canale. Manopole inservibili. Sigillato davanti e dietro, sopra e sotto: avevamo solo un presente piuttosto fastidioso, un monoscopio color nebbia dove non si vedeva nulla, nemmeno il futuro. Parlavamo, e dalla bocca ci usciva nebbia, caglio, manna. Non potevamo prendere appuntamenti e pure i ricordi ci venivano male, così lontani com'eravamo dal sole, dall'ombra e dalle stelle.
Ieri, qualcuno ha drizzato l'antenna: il cielo s'è sgomberato, lo schermo è diventato d'un azzurro diafano che lasciava trasparire ogni cosa, anche sottile, anche inesistente. Siamo tornati a letto, che ha steso le ali ed è ripartito subito.
sono stati giorni d'uno scirocco che fasciava la testa: andavamo davvero in giro come sonnambuli, sigillati in noi stessi. Io, poi, piena di mummie di Cappuccini stavo davvero diventando pazza. Forse era novembre che si stava covando come un uovo gigantesco, con le sue sorprese di marmo triste. Ma ieri, quando cominciavamo a non crederci più, il cielo è ricomparso al suo posto. Le nuvole, la Calabria, tutto. Anche io.
Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.
I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.
La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.
E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.
La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto - è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.
La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, - lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece - con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.
sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d'ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d'affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.
non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.
ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.
ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l'opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.
Il mio gatto ci somatizza.
La mattina, quando mette in scena la mia sindrome d’abbandono, lo sento appena sveglia: miagola con autentica disperazione dietro la porta della cucina. Mi chiede “verrai a liberarmi?", "verrai a mettermi da mangiare?”, "ma soprattutto “tornerai da me?”.
Io vorrei che dormisse ai miei piedi, come faceva quell’altro: abbiamo da quarant’anni lo stesso gatto, un siamese bianco con gli occhi blu, ed è irrilevante che sia nato e sia morto un po’ di volte, è sempre lo stesso, un’emanazione di noi e della casa. Qualche volta ha pure lo stesso nome, ma non sempre: prende e lascia i nomi come cambia il pelo, che a volte è lanoso e soffice a volte ispido e diritto come le setole bianche degli angeli giovani (solo per un breve periodo avemmo una tigre grigia e biscazziera dal comportamento eccentrico, che si perdette nelle vigne e che ancora rimpiangiamo). Ma la notte è un suo territorio eccitante che non è disposto a condividere: forse preferisce stare a tu per tu con la casa e i suoi passaggi segreti. So che passa misteriosamente dentro i muri, cammina sui cornicioni e miagola alla luna. S’avvolge nelle coperte, insegue le mollette (che qui hanno un moto proprio, come le monete, le forbici, le penne che funzionano e soprattutto i libri), s’affila le unghie e l’immaginazione contro le poltrone, i muri ruvidi della veranda e gl’infissi di legno tenero. Qualche volta cammina troppo – portato dalla natura duplice dei gatti, indolenti ed esploratori, scettici e curiosi, predatori e filosofi – e arriva nella vecchia casa dei miei, persino in quella ancora più vecchia, che io non posso ricordare ma che conosco lo stesso (mia madre sosteneva ci fosse un cimitero sotto il soggiorno, e per precauzione lo chiudeva a chiave, di notte: solo lei poteva pensare di trattenere così i fantasmi, che invece poi ci trovavamo seduti a tavola o appollaiati sull'armadio, e bisognava cacciarli col battipanni) o nella casa al mare che abbiamo venduto cinque anni fa: me ne accorgo, di queste crisi di nostalgia, perché torna sporco di sabbia, di graffi, di terra vecchia del giardino delle vipere.
Ma noi tutti siamo malati di nostalgie persistenti: mia madre le pativa come dolori al fegato, o visioni di trapassati sul balcone del bucato, a mio fratello venivano i brufoli, mio padre perdeva a scacchi, le zie facevano seccare il basilico e non si parlavano per mesi (tra loro e col basilico). Io tutte queste cose, e anche altre, come mangiarmi le unghie, piangere in macchina, avere dolori immaginari che risultano nelle radiografie, fare sogni veritieri. Il gatto visita le case perdute, e poi dorme per ore sullo zerbino, esausto.
E' anche un gatto pastore, quando crede d'essere un cane, o un capofamiglia: cerca di spingerci tutti nella stessa stanza, meglio se sul sofà o sul letto (noi tendiamo a viverci, a letto: ci mangiamo, ci leggiamo, ci studiamo, ci guardiamo lo Stretto e la tivù), e poi si mette sulla soglia, soddisfatto e acciambellato. Somatizza il nostro bisogno di chiuderci, fare cerchio, stare soli sulla zattera, difenderci dal mondo e dai lupi.
E’ un gatto anoressico e grasso, che rifiuta il filetto di vitello e ama mangiare calabroni (hanno fatto un nido nell’incannucciato della veranda, e si nutrono di gelsomini stellati e sale dello Stretto). Esprime il suo affetto mordendoci e poi leccando le ferite (questo l’ha preso da mia madre, o forse da me), tendendoci agguati nel corridoio, miagolando discorsi lunghissimi con una certa querimonia. Io gli rispondo per le rime, e possiamo andare avanti anche per ore, senza che nessuno dei due convinca l’altro.
Io, lo amo.
ps: ho deciso di fare un catalogo degli animali domestici. Credo che si possa partire dal gatto, che è la presenza più importante e umana. I pesci ran-cuore erano qui, e in effetti hanno molto a che fare con il gatto: lui può passare anche ore, a guardarli nuotare in cerchio. Indoviniamo pensieri contrastanti nella sua bella testa bicolore, e li riconosciamo come nostri, sempre divisi tra amore e violenza. O forse uniti.
E io che detesto le t-shirt, cioè le magliette (lo so, dovrei scriverlo su una maglietta: io detesto le magliette). Lo sanno tutti, pure zia Maria (che quando il cugino Michele, che gli amici lo chiamano màiki e lei micheluzzu, le ha detto “zia, hai lavato la taiscìrt?” lei gl’ha risposto “parla pulito sennò ti lavo la bocca con la lisciva”)(e poi l’ha lavata, con la lisciva)(la maglietta, non la bocca).
Ernesto Rafael De la Serna, detto Che, che ha abitato in un sacco di posti – su alberi, proclami, canzoni, cuori, muri e piedistalli – ora abita per lo più sulle magliette. Ne vendono una ogni ventidue minuti, in tutto il mondo. Giuro.
Il che (il Che) resta un ottimo motivo per detestare le magliette, e per averne una con lui, proprio lui, il bel volto “encabronado y dolente”, il basco, lo sguardo che incide su un piano imprecisato dove s’agitano futuri solo a lui noti.

In clinica, quando ero incinta di diciotto mesi, mia madre e le zie mi nascondevano santini dappertutto: nel cassetto, tra la biancheria, nella tasca della culla. Io, dopo un’epica perquisizione della stanza assieme ai Ris di Parma, ho buttato via tutto. Le zie erano affrante, mia madre terrorizzata: non c’era più nessuno a proteggermi. Hanno tenuto una riunione metafisica nel corridoio, e poi mia madre è venuta a parlamentare: “Non è giusto, tu qualcosa lo devi mettere. Ma pure un che guevara”. Abbiamo patteggiato: un padre pio per un che guevara. Sono andata in sala operatoria con due santini – uno ciascuno – appiccicati alla barella. Pio e Che.
Le forze del male erano scornate, tutte fuori dalla finestra. Passi Padre Pio, ma pure col Che, non c'è partita.

Dopo averlo ucciso, con due raffiche di M-2, nella scuola del villaggio di La Higuera - fanno quarant'anni giusti oggi: era il solito ottobre secco e avaro, pieno di polvere e recriminazioni - l’hanno appeso a un elicottero per portarlo via. Lui saliva, saliva, il bel volto spazzato da correnti ascensionali, e il peso della terra – che voleva portare tutto da solo – lo lasciava in grandi cerchi concentrici, come ali che cadessero, inutili.

“Era bello come Gesù” ha sussurrato la vecchia maestra. Lei era lì, a Vallegrande, dipartimento di Santa Cruz, a vederlo volare in cielo, angelo senza mani (il medico che gliele doveva amputare s’era ubriacato per il dolore e il sacrilegio, e giurava ch'erano uscite fragole, dalla ferita), senza piume, senza passato. Un turchino sanguigno tingeva il cielo, come una festa, come un pasto degli dei.
Bisogna diventare duri senza perdere la tenerezza.
Bisogna diventare angeli senza perdere il corpo.
Bisogna diventare miti senza perdere il passato.

E abbiamo visto tutti - così come la ricordiamo, nel dipinto di Mantegna in biancoenero - la sua morte, la sua morte sbieca e dalla testa grande, miracolosamente non mortificata dai cenci del corpo e delle vesti, adagiata e a suo modo luminosa, mentre attorno si svolge l'emiciclo accademico delle uniformi, dei gesti pleonastici, delle file di bottoni: siamo noi - guardando quella foto - il giovane dal colletto aperto, che fissa un corruccio proprio lì, nell'epicentro di tutta quella morte, tra la barba omerica e il corpo gigantesco, che si stende ben oltre, quasi fino a ora, quasi fino a qui.

Il Che, in fondo, non c’è da nessuna parte. Quasi fino a qui.
Oggi è un anniversario, e io detesto gli anniversari. Detesto i miti da due soldi, detesto le celebrazioni. Ma il Che, sereno e ultraterreno nella sua incorrotta bellezza, se ne infischia di anniversari, miti e celebrazioni. In fondo, la sua foto è la più comprata e venduta del pianeta, eppure è l'unica senza copyright, per volontà dell'autore, il benemerito Alberto Korda, che s'incazzò di brutto solo una volta. Non perché quella foto stava sui muri, sulle magliette, sulle agende di ragazzi smemorati o sulle tazze da tè, ma perché stava su una bottiglia di vodka: "eccheccazzo, il Che detestava l'alcol". In fondo, la sua guerra in Bolivia allora è stata solo concime, carne nella macina dell'ingiustizia, ma forse ora no. E comunque sia andata, per quante volte sia stato sconfitto, nel corpo e nelle idee, Ernesto Guevara De la Serna, detto Che, morto a 39 anni fucilato in una scuola elementare, è la prova vivente dell'esistenza d'una cosa. Una cosa magnifica, assurda. Una cosa impossibile, e perciò assolutamente necessaria. L'utopia.
Aggiungo una cosa: il bel post di atvardi, qui , sulle foto dei morti e il peso dell'anima. Qual è il peso dell'anima (no, 21 grammi no)?

La storia veniva da molto, molto lontano.
Mia madre giura che l’avesse portata il merciaio, sulla spalla dispara a forza di trascinare la cassetta di legno piena di nastro colorato a metro, agorai e allume di rocca. Ne lasciava un pezzo in ogni paese, e la storia ricresceva: bastava metterla nell’acqua, portarsela appresso alla fontana, legarla con un nodo doppio alla cintura dei pantaloni, appenderla assieme con le pentole d’alluminio all’albero custode sul retro della casa. La storia stava lì, e minuscoli pezzetti cadevano a terra, come sassolini o molliche, e gli uccelli andavano a beccarli, e se li portavano in volo verso altri paesi, altri alberi, altri cieli tagliati dalle nuvole diritte dell’autunno.
La storia cadeva, penetrava nella terra, un poco alla volta, come smemorata, cogli occhi chiusi dei semi, che poi però nel buio ricordano tutto, e sviluppano gigantesche memorie di sotto e di sopra, scatenando radici e rami e autentiche tempeste di foglie. La storia cadeva, e poteva restare anche mesi o anni, intere stagioni, nello stesso posto, fino a che gli animali, gli angeli o gli uomini tornavano a spostarla, a portarsela addosso, tra le ali, nel becco, sulla punta delle parole.
Quella storia era tutta sporca, quando arrivò da noi: gesso, sale, bucce di castagna. Mia madre, a ogni buon conto, se la portò nella casa di città, assieme al macinino del caffè che cigolava come i castagni, alle manine di bronzo senza portone e alla malinconia.
Le storie vengono ripetute e ripetute, e cambiano un poco forma ma non troppo: ogni volta se ne stacca un infinitesimo pezzetto, che se cade nel terreno diventa la stessa o un’altra storia. O se vola col vento, e persino se cade nelle praterie fertili del mare, dove crescono navi e pesci e soprattutto storie.
La storia mia madre la raccontò a mio padre, alle mie zie, a me e a mio fratello, e a tutti i figli non nati, covati però allo stesso modo. Ai suoi colleghi, alle sue amiche e ai suoi nemici. A dio, durante le conversazioni dell’alba, quando solo loro – dio e mia madre – erano svegli nell’universo, a parte la gatta che li spiava zitta dalla fessura della porta e quando scivolava via si portava un poco di storia attaccata al pelo bianco e nero. Poi, tanto, non andava mai a cuccia – dico la gatta, non dio. Dormiva sui sofà, dentro i letti o in certi nascondigli solo a lei noti: la casa le apriva apposta passaggi, sollevava le zampe di mattoni e creava nidi e cavità dentro l'albero degli infissi, nei muri, sopra le porte. Nel loro modo misterioso, la gatta e la casa condividevano segreti, e forse pure parti di storia, che la casa custodiva coi suoi tesori: unghie, gocce d’ambra, palline di stucco, anelli rotolati nelle commessure del parquet, tappi a corona, rumori. Certe volte, gli operai trovavano la storia schiodando le assi, e se la portavano al cantiere e poi a casa, sporca d’intonaco. A volte, però, la lasciavano nel secchio del cemento, con la cazzuola e l’acqua per l’impastatrice.
La storia, in effetti, amava soprattutto l’acqua: poteva viaggiare per chilometri e paesi, attaccata a una goccia d’acqua che, rovesciato, proiettava il mondo intero. La storia viaggiava appiccicata al minuscolo mappamondo d’acqua, attraversando strati alti e bassi dell’atmosfera, il cui mormorìo saliva in colonne fino al bordo nero del vuoto.
Le gocce a volte si rapprendevano in nuvole artistiche, che erano a forma di storia e la gente se le indicava e riconosceva le figure, che piovevano tali e quali alle gocce, originando altre storie che cadevano nella terra svegliando storie addormentate, storie cogli occhi spalancati dentro le pozzanghere, storie distese sui vetri, e falde di storie che correvano molti metri sottoterra, tra i filoni di roccia, dove s’alimentavano e crescevano e finivano per sgorgare delle fontane, e le persone e gli animali andavano a bere storie e se le portavano nell’umido della bocca, nell’immagine un poco lucente dell’acqua quando c'attraversa dalla gola all’anima, con tutta quella storia dentro.
In effetti, volevo raccontarvi una storia, ma ora non so più quale.
D’altronde, le storie vivono fino a che non sono del tutto consumate, e poi spariscono, in un taccuino, in un quaderno, in un libro. In un blog.
(leggevo di questo ciùk palaniùk che mi faceva spontanea antipatia senza averlo mai letto - ma l’antipatia motivata non vale – solo per quel fàiting club che m’aveva scombussolata, al cinema – diffido sempre di chi mi sgomenta, e lo so che non dovrei, ma ho geni calabro-aspromontani, che posso farci – e lui diceva una cosa del genere: una storia cammina fino a che non è stata davvero raccontata tutta tutta, e poi sparisce. Io penso, però, che nessuna storia si crea e nessuna si distrugge ma si trasforma parecchio, e lascia cadere ovunque pezzetti, semi, bioccoli che possono diventare quella, altre o nessuna storia. Che è sempre un’altra storia).

Qui sta succedendo qualcosa. O forse no, qual è il contrario di succedere? Insuccedere, abcedere, retrocedere, retroaccadere?
Le lampadine si fulminano una dopo l’altra, con un lampo, una capriola all’indietro, un flash di buio: cammino nel corridoio e mi sento una fata ignorante, con la candela che fa buio e le ombre rovesciate. I filamenti di tungsteno s’assottigliano di colpo ed esplodono, con un fragore di mondi appena smorzato dal vuoto del bulbo e del pomeriggio.
Il forno, invece, tende all’incandescenza: carbonizza qualunque cosa. Non ragiona più, le manopole girano a vuoto e mi sembra di riconoscere l’accanimento di famiglia, a bruciare senza riflettere. In compenso, lo specchio ha una macchia proprio al centro, come una distorsione, un fuoco opaco che corrode le immagini, le sprofonda verso gli abissi marini degli specchi, il delirio intrappolato dalla lastra d’argento, dal muro, dalla convenzione d’uso che stabiliamo con loro.
Il cavatappi s’è spezzato nel collo d’un syrah, il suo passo di ballerina d’acciaio – che pure sembrava illimitato: pochi oggetti sono rassicuranti quanto un cavatappi - interrotto, inservibile. La tenda è morta di consunzione, logorata dallo scirocco: il filo s’è dissolto, l’incannucciato è precipitato con un rumore d’angeli caduti, d’ali perse, di sgomento.
E i sogni, i sogni – governati dalle lune di settembre, che sono terribili – si sono fatti insostenibili. Sogno corridoi, ascensori, cimiteri. Sogno i morti (e pure Garcia Marquez, che qualcuno dice che è morto da almeno quindici anni e forse è vero: tutti gli ultimi romanzi sono decisamente postumi)(e comunque, se lo sogno vuol dire che lui pure è un oggetto terminale, con fili e manopole e lastre d’argento prossime a fulminarsi). Sogno me stesse come lampadine bruciate, forni irragionevoli, specchi spalancati e tende precipitate. Sogno morti addomesticate che mangiano dalle mie mani e s’acciambellano sul sofà.
“E’ l’autunno” mi dice il coro greco delle zie, senza crederci.
Io credo sia piuttosto qualcosa che si congeda, ma non so leggere cosa. Perché siamo analfabeti, certe volte?
E mentre io mi balocco con queste morti striscianti e domestiche, con infime tragedie da veranda, nel mondo accadono cose vere.
I monaci birmani, per esempio.
Loro camminano per le strade della città occupata, sussurrando mantra, le tuniche rosso volontà ben strette attorno al corpo. Non fanno caso alle pallottole. Il punto non è morire.
Ho spiegato a mio figlio la bellezza straziante di questo coraggio, e la natura delle prove che certe volte, a certe comunità umane, vengono chieste. Gli ho parlato d'un sacco di parole maiuscole, quelle che non uso mai mai: l’Uomo, la Libertà, i Diritti, la Verità. Mi fermavo un attimo e raccoglievo il fiato, prima di pronunciarle. Le maiuscole si devono usare solo nei casi necessari.
Gli ho parlato dei monaci che percorrono, avanti e indietro, la capitale defunta e assassinata, e i loro passi che battono ritmici ne risvegliano il cuore, che prova a pulsare, rosso volontà e poi rosso sangue, una due volte, una mille volte.
Un’eco del battito arriva fino a qui, pensate. In mezzo alle lampadine esplose, alla morte minuscola che dorme sul balcone, rivolta allo scirocco o alla luna, sotto la tenda crollata.

Un dito, il mio primo amore m'aveva tagliato solo un dito. Non era troppo.
Lui era un caro ragazzo con la frangetta, mani da suonatore di chitarra e pochissime pretese. S'era accontentato d'un mignolo. Io avevo aperto la mano - la sinistra - sul tagliere, e lui - che era emozionato: anche per lui era la prima volta - aveva sollevato la mannarina, tutta nuova e luccicante. S'era fermato solo un attimo, e una domanda era passata, leggerissima, nei suoi occhi nocciola: non sarebbe stata più opportuna la destra? Per una volta, forse l'unica della mia carriera di femmina e lettrice di scritture sgrammaticate degli occhi, di domande impossibili e di geroglifici dell'anima, ho ignorato la domanda, e ho aperto ancora di più le dita sul legno grasso del tagliere.
La mannarina ha fatto un breve volo curvo e scintillante, s'è abbattuta con un rumore sordo.
Il dito c'ha messo quasi due anni, poi, a ricrescere. Ora nemmeno si vede, la cicatrice.
E dire che, in quegli anni, ce le confrontavamo fra noi: guarda, da me si vedono i punti; la mia è più grossa, e scavata; sì ma a me ha preso anche l'altra falange.
Per non parlare di M., alla quale mancava un braccio intero, il destro.
La guardavamo passare, con la gonna corta, il reggiseno, l'aria di femmina vera. Noi eravamo bambine, ancora. Avevamo appena cominciato.
Mia madre si prendeva spesso pezzi di cuore. Infilava la mano, la sua bella mano dalle unghie curate, in qualche tasca segreta, e si prendeva un pezzetto di cuore. Non solo il mio.
Li teneva in una boccia di vetro, sul frigorifero. Una polpa rossa che ancora s'agitava, batteva, pulsava contro le pareti trasparenti: erano pesci-cuore dentro un acquario, piraña domestici da nutrire di briciole e gamberetti, squali minuscoli che si nascondevano tra le alghe.
Dentro di noi, i cuori ricrescevano (ricrescono sempre), capricciosi, con qualche cosa che mancava, o qualche cosa in più, di troppo. Alcune volte i segni restavano (restano sempre), certe unghiate le sento ancora adesso, quando venti, o parole, o nuvole, o voci s'infilano nei corridoi segreti del cuore, nei suoi canali sconosciuti scavati negli anni.
Una volta ho fatto un’ecografia: tra le onde grigie, il mio cuore aveva una forma strana.
Il medico era perplesso, poi me l’ha chiesto, così a bruciapelo: “Quante ricrescite ha avuto?”.
“Oh beh, dottore, nemmeno me le ricordo tutte… “ ho minimizzato.
Il mio cuore, a guardarlo, sembrava proprio la boccia sul frigo.
E' che a settembre ho sempre questa sensazione di arto fantasma: mi dolgono un sacco di cuori perduti. Mia madre mi duole, con la sua vestaglia d'autunno dalle tasche prodigiose (conteneva bioccoli di nuvole, piume di diavolo, unghie, monete, paradisi). Mio padre, con la sua saggezza incomprensibile, la sua somiglianza dissimile, impossibile da accettare. La mia casa, che pure è così reale, se mi volto a guardarla, galleggia trasparente nell'aria, mattoni e pentole e tutto, appena mossa dal vento. E gli anni, le foglie morte, quelle vive. La scuola, persino. Da non crederci. Mi dolgono portoni, scale, muri. Sarà il cielo azzurro corvino, sarà il mare che si congeda con lunghi richiami salini e nuvole di rame. Sarà l'uva bianca, saranno i fichidindia. A me fanno male i cuori che non ho più, e tutti quelli che ho ancora.

“L’abbiamo svuotata” ha detto l’operaio.
“L’abbiamo svuotata” ha confermato zia Maria.
“L’abbiamo svuotata” ho pensato io ma non l’ho detto.
Sul camion, quattro piani più giù, stavano tavoli a gambe all’aria, sedie spaiate, ante d’armadio spalancate per nessuno. Un tavolino intarsiato col carillon (ma la ballerina di plastica è morta molti anni fa), la poltrona di pelle, la scatola con centosei cartelle mediche, il mortaio di bronzo vecchio.
Mi sono seduta, sola, al centro di quell’enorme spazio vuoto: le case vuote diventano circolari, le finestre si dispongono tutte intorno, e alcune guardano su passati e futuri. Metà guardavano lo Stretto, che ieri era una fessura celeste assediata dalle palme secolari, dalle scimmie e dagli aironi immaginari. Ma forse era il 1985, forse il 1952, o non so.
Metà davano sulla vecchia via col nome d’un pescatore, metà sul corso cittadino, metà sulle aiuole sterminate della via marina, metà sui castagni aspromontani dalle foglie parlanti. Io, tanto, non guardavo.
Sotto, il camion carico, con zia Maria e gli operai, m’aspettava, e la bocca spalancata dell’ascensore. Io stavo lì, seduta per terra sui riquadri di marmo posati di sbieco, che ieri partecipavano dell’azzurro soprannaturale dello Stretto: è un marmo vivo come acqua, che si prende tutti i colori attorno. Ma non era perfettamente calmo. La risacca lo spingeva contro le pareti, con uno sciabordìo lento sui battiscopa. Sotto, i fili cambiavano pelle come serpenti, muovendosi diritti nelle intercapedini: l’anima elettrica della casa taceva, gli interruttori immobili, le prese staccate, persino l’orologio del forno – sul quale mia madre aveva regolato capretti, rancori e sospiri – era rimasto fermo non si sa a che ora, o per chi. La casa ondeggiava come una barca, muovendo appena i fianchi immacolati nell’aria celeste. Lo Stretto, cogli occhi chiusi per il riverbero di mezzogiorno, non guardava.
Io aspettavo, perché doveva succedere.
E a un certo punto un gorgo s’è formato nel centro esatto del centro della casa: il marmo girava vorticosamente, le venature che correvano in tondo, screziavano la schiuma. Le pareti circolari si muovevano sempre più in fretta, e non era possibile distinguere il prima da adesso, o da dopo. Ma questa è una cosa frequente, sulle coste dei mari chiusi. O nelle case vuote.
Un foro s’è aperto al centro della stanza, l’immensa stanza rotonda che era diventata la casa, tutta la casa estesa nello spazio e nel tempo, dentro ciascuno di noi, uncinata ai ricordi remoti, ai sapori, agli odori sottili, a certi bioccoli di polvere sotto il letto, dietro il canterano, a foglie tenaci delle piante più immortali. La casa sterminata, multiforme e trasparente che ci seguiva ovunque andassimo.
E la casa-mare ha cominciato a restituirci ogni cosa: dal gorgo uscivano unghie, matasse di capelli, conversazioni, gerani da vaso, lampadine, lacrime. La vestaglia di mia madre, le cui tasche contenevano l’universo, è stata sputata fuori con un movimento gigantesco che quasi ha incrinato l’edificio – che per il resto galleggiava nella dimenticanza del venerdì di settembre. L’ho toccata, passando la mano, incredula, sulla stoffa lisa attraverso cui si vedevano trame molto antiche, rossi sbiaditi, feste, pensieri.
Pantofole, segreti, caffettiere sbrecciate. Piatti, molti piatti dalle fogge differenti: la storia delle case è come la storia dei popoli, scritta col vasellame. Un cappello con la veletta, migliaia di cappucci di penne, molti dei quali masticati. I sogni li avevamo già portati via, ma ce n’erano degli altri: sogni inconfessabili, dimenticati, rinnegati. Sogni seppelliti nel pavimento della casa, sotto i camminamenti del marmo, le soglie disegnate a spigolo, gli stipiti.
Fogli, moltissimi fogli. Coriandoli. E scritture spaiate: la grafia obliqua e tecnica di mio padre, quella brusca di mia madre, quella cerimoniosa di mio fratello. La mia. Ci scrivevamo di continuo, senza averne l’aria e a volte senza saperlo, e la casa conservava ogni cosa, nei suoi scompartimenti segreti. Fino a ieri.
Fotografie, anche, non tutte riconoscibili (a volte sono altri, i passati che s’incrociano, o sono ignoti a noi stessi): in bianco e nero, soprattutto, di quando il mondo era più piccolo e affollato.
Quando la stanza s’è riempita – palline di Natale, rami, custodie di dischi, cartoni – il marmo s’è andato calmando, ha ripreso a scorrere lento, impercettibile, col suo mormorìo di fondo quasi impossibile da sentire.
Mi sono affacciata: “C’è ancora roba, risalite”.
“E’ sempre così” m’ha detto l’operaio, entrando. Ha fatto pure un sospiro, contrariato.
Non è vero che lui m’ha aggredita: io fremevo dalla voglia di prenderlo a calci. Non so cosa mi prende a volte, se è il mio senso di giustizia tribale calabro, o una rabbia ancora più profonda e manichea.
Se è il mio vero, enorme, inconfessabile razzismo che di solito, a fatica, riesco a camuffare con gli abitini stretti della tolleranza e della democrazia illuminata: io, in realtà – lo confesso, lo ammetto qui, nel territorio libero, nella casa di ringhiera, nel focolare elettronico, nella piazzetta e sul muretto del blog - io odio i cretini.
Io non sopporto i padroni della Terra (e, in questo caso, del mare), non sopporto quelli che corrono in Suv (ma la Smart è uguale, e secondo me ancora peggio) e strombazzano: attenti, passo io. Non sopporto quelli che hanno fatto soldi e ritengono sia un loro preciso dovere farlo sapere agli altri. Non sopporto i piacioni, gli immotivati, i troppo motivati. I fanatici, quelli che parcheggiano in doppia fila, quelli che buttano le cicche sulla spiaggia. Quelli che mettono la musica al massimo, fanno squillare i telefonini al cinema, a teatro, in chiesa, al ristorante. Quelli con l’ego in bragoni e occhiali da sole. Quelli furbi, quelli scafati, quelli che ci riescono ad approfittarsi degli altri e se ne vantano. Quelli gradassi coi deboli e cortigiani coi forti. Quelli che arrivano e sbracano.
Insomma.
Io quello lì l’avevo puntato da molto tempo, da quando scendeva in spiaggia con lo zuccottino bianco all’uncinetto, i bermudoni firmati e l’olio di cocco (che qui quelli fighi, che soffrono di vocali aperte, chiamano “alia di cacca”): voleva fare il macho forte – invece è solo un trippone lampadato – e ha afferrato l’ombrellone (un ombrellone da lido vecchio, tutto di legno incastagnato, pesantissimo) con una mano sola. Ovviamente, siccome ha i muscoli d'una ricamatrice novantenne, l’ombrellone gli è caduto. Proprio in testa al figlio, nove anni e una preoccupante somiglianza col padre - perché la genetica non è un'opinione ma una iattura - specie nella fronte bassa e nello sguardo da bromo.
Io da allora provavo fastidio ogni volta che lo vedevo, invariabilmente impegnato a spandere il suo alia di cacca attorno, a dare pallonate e ombrellonate, sempre più scemo, griffato, gradasso.
Ecco, io dovrei vergognarmi di questa clamorosa smentita di ogni legge di rispetto, tolleranza e uguaglianza. Ma vedete, prima avevo solo il sospetto, ora ne ho la certezza: non siamo affatto tutti uguali, ringraziando gli dei. Ci sono quelli pessimi, e non sono nemmeno pochi. E io me ne sbatto dei loro diritti a esistere, spandere alia di cacca ed essere invariabilmente molesti – e talora anche dannosi, persino mortalmente dannosi – per gli altri.
Insomma, quando oggi m’ha preso con una pallonata – non ce l’aveva mica con me, era solo un cretino nell’esercizio delle sue funzioni – non ci ho visto più, ho desiderato colpirlo e gli ho urlato un “cretino” che è rimbalzato fino al Pilone calabrese, dall’altra parte dello Stretto. Dandogli pure del tu. Io, una personcina altrimenti ammodo, dignitosa, riservata fino all'autismo. Che invece oggi era un’Erinni in bikini, desiderosa solo di menare le mani, salvare la patria, ristabilire la giustizia su un frammento di pianeta, vendicare tutti i miti, i quieti, i rassegnati vittime di continuo degli sbraconi.
Lui si riprende il pallone e non dice niente, per cinque minuti buoni (il processore mentale, in tipi del genere, è molto lento, di solito). Poi torna e, dandomi del “lei” – ok, un punto per lui – mi chiede scusa per la pallonata, ma pretende le mie scuse per il “cretino”. Ennò. Io ti do del cretino perché non posso picchiarti. Altrimenti non ti darei del cretino, ti darei direttamente un pugno sul muso.
Io rispondo che è da cretini giocare in quel modo violento su una spiaggia così affollata, e lui insiste, anzi comincia col repertorio del macho siculo da due soldi: “con quale maschio sei?”, per passare repentinamente a un più generico, e unisex, “ma tu chi cazzo sei?” (meno dieci punti per lui).
Mi viene vicinissimo, a pochi centimetri – siamo tutti e due in acqua, due mezzobusti anfibi e incazzati mentre attorno si stabilisce una platea avida e giustamente desiderosa di colosseo, visto che latitanti non ne prendono più da un pezzo, da queste parti, le moto d'acqua non hanno ucciso nessuno, quest'anno, e gli intrattenimenti scarseggiano – e mi guarda brutto. Io non m’intimidisco, anzi sorrido della sua abbronzatura facciale da portatore insano di occhiali da sole da fascista. Lui mi fa: abbassa lo sguardo. Io mi faccio una risata e – sublime ispirazione - gli spruzzo l’acqua in faccia (più cento punti per me). Lui, trafitto nell’orgoglio, comincia a urlare “stronza” e a inseguirmi sollevando manate d’acqua. Ho praticamente la certezza che voglia picchiarmi, non ho paura - io sono la nipote di zia Mariella e di zia Rosalba, cosa credi, panzone, noi parliamo coi morti e mangiamo sanguinaccio, sbucciamo fichidindia a mani nude e facciamo vendetta pure nei sogni - e lo sfido: prova a toccarmi. Lui urla insulti, io gli grido: cafone (per il suo ego da Billionaire dei poveri), grasso(per il suo ego da lampadato col riporto), imbecille (perché sì). Lui minaccia d’annegarmi, io rido. Se ne va urlando, inseguito dal mio: cafone, cafone, cafone.
Ma non è vero che era lui in torto. Io lo so, io volevo davvero picchiarlo. Non l’ho fatto solo perché aveva venti centimetri e almeno cinquanta chili più di me.
E - sapete una cosa? - voglio picchiarlo ancora.
Alla faccia della diplomazia e della democrazia. E alla salute della zia.

Lo Stretto salpa al mattino presto, o forse ancora di notte: il giorno non arriva da est e non è per davvero luce, il giorno sale come un fumo o una combustione spontanea di particolari ciottoli rosa, un vapore d'acque ferrigne, una vibrazione insopportabile che anima le lingue di terra, i vortici di sale, i pontili. Lo Stretto si disancora lentamente e comincia la sua massiccia navigazione, in senso longitudinale, attraverso il mediterraneo.
Una propulsione misteriosa si sviluppa sotto tonnellate d’acqua e di roccia, sotto strati di nomi accumulati, terricci, ceramiche a figure rosse e nere, ruote di carro, cocci di bottiglia, monete ossidate con profili di tiranni, pallottole, vanghe, croci e ossa umane e disumane. Nessuno sa esattamente cosa sia: qualcuno dice i vulcani, qualcuno i giganti e i centìmani imprigionati nelle segrete e nel tempo, qualcuno persino gl'incendi rossi che tormentano il dorso nero delle colline, durante le notti. I motori girano sempre più veloci, col rumore di turbina del giorno che sale – o scende: non è chiaro il movimento della luce, né la sua natura. Le eliche gigantesche si muovono, aspirano le acque ioniche e tirreniche e formano vortici e garofali, distintamente percepibili anche nei giorni di foschia: sono i buchi nell’acqua dello Stretto, la sua costante lezione d’impossibile.
Le eliche girano, e lo Stretto salpa lentamente, col suo apparecchio di terre, coste, colline e il suo sistema chiuso e aperto di correnti. Noi stiamo nelle nostre città costiere, oppure nei paesi interni – ci sono paesi che guardano il mare e paesi che lo ignorano, paesi che si distanziano dal mare e paesi che tendono il collo fin quasi a toccarlo, per esempio con strade o file di lampioni o palazzine o leggende persistenti o sogni. Noi stiamo sulle spiagge, per ora, preferibilmente le spiagge attorno alla punta, ai piloni gemelli che non perdono mai la distanza reciproca (che è il loro modo di starsi vicini, di non mancarsi).
Lo Stretto naviga sicuro, fermo, al centro del mare, con la sua scriminatura di correnti, i suoi andirivieni tra le sponde, il suo chiacchiericcio ininterrotto: noi guardiamo la Calabria, che qualche volta è azzurra e immersa in se stessa, qualche volta è nitida e vicina, davanti alla porta di casa, e non puoi spalancare una finestra senza urtare qualcosa, una palma, un porticato, una tettoia di lamiere.
Lo Stretto gonfia le vele – che qualche volta sono immense, bianche e triangolari con vertici appuntiti che toccano il cielo, qualche volta sono basse e stracciate, e vi s’impigliano nuvole nere, gabbiani grigi, fili della biancheria – e naviga, naviga tra le terre.
Ci sono un gran numero di barche, navi e zattere, bastimenti e portacontainer, luntri e velieri, pescherecci e motoscafi, disseminati tra le terre e i mari, che ci guardano passare. Vengono da ogni dove, si piazzano lì, tra gli scogli o in mare aperto, alla fonda nelle rade, all’imboccatura dei porti, solo per guardare lo Stretto che passa, lento maestoso e antico, nella sua navigazione quotidiana.
Lo Stretto avanza a velocità moderata e costante, sempre trasversale e parallelo: taglia oriente e occidente, li gira in modo imprevedibile tra i suoi confini, dove il nord e il sud, il prima e il dopo, il sotto e il sopra sono una cosa diversa. Diversa dagli altri luoghi.
Si trascina i suoi bagnasciuga cangianti, le sue spiagge di sabbie e ciottoli, i suoi scogli smeraldini, e la gente radunata sulle navi – i velisti i croceristi i pirati gli scafisti i pescatori i marittimi i pendolari i bucanieri i passeggeri i turisti i contrabbandieri i balenieri – li guarda passare, dalla punta alla coda dello Stretto, che è un immenso pesce di roccia viva, coralli lavici e cavità polmonari piene d’acqua.
Lo Stretto sfila con la maestà naturale delle balene, col senso liquido dei venti delle meduse, con la furbizia punica del pescespada. Lo Stretto si divincola dimenando un poco i fianchi, attraversa i guadi, conducendo le sue greggi bianche di navi agnelle avanti e indietro. La gente le guarda passare, guarda sfilare le coste sicule o calabre, e nessun punto somiglia mai a un altro, o a se stesso. I paesini lunghi s’intersecano sui litorali, aggrappati alla navigazione lunga dello Stretto, tirrenica o ionica, a seconda dei giorni e delle correnti.
Io non lo so con certezza, ma dicono che lo Stretto attraversi ogni giorno tutti i mari, oceani compresi, per tornare la sera al suo posto. Di sicuro attraversa il mediterraneo, perché le reti di luce che getta ogni giorno sono ogni sera cariche di suoni, echi, riflessi, pesci, sillabe. Meduse, pescigatto, conchiglie, sirene. Orche, orchi, seppie, tartarughe. Greci, fenici, romani. Arabi, normanni, spagnoli.
Gli equipaggi lo vedono passare, e c’è sempre qualcuno che grida: Lo Stretto, c’è lo Stretto… e tutti salgono in coperta a veder passare le sponde e i mari e le colline e il cielo e i pesci e i fari e le navi. Il sartiame fa razzia di nuvole, spazza i cieli, le tolde - torri, ciminiere, pali della luce, cristi lunghi, campanili, viadotti - ondeggiano pericolosamente. Qualche volta le terre ci si specchiano, capovolte, e ciascuno può leggere sull’acqua il rovescio trasparente della sua propria vita, e trarne conforto, o disperazione.
Allora rimangono lì a guardare, con un nodo in gola, fino a che lo Stretto non è un punto lontano, incontro a tramonti o albe o altre cose indecifrabili. Le vele, sono le ultime a sparire.

Eccolo. Il soffio.
Il mondo non è morto, murato nella calce viva del caldo. Respira debolissimo, tenace.
Il soffio nasce da qualche piega inspiegabile dello Stretto, in certi territori marini profondamente nascosti, a capofitto nel blu ermetico del Tirreno, quello che sfuma nel viola acceso quando incontra le ossa nascoste dell'Aspromonte, sotto Scilla, Palmi o Bagnara, o i nomi greci che sono state. Il soffio passa sulla tolda ritta della nave, che spezza la calmeria interminabile con la brace dei motori, le stanze dei fuochisti che spalano carbone, circondati di fiamme e fumo dentro il ventre dell'acqua - che è uno dei miracoli degli elementi, o forse del luogo.
Il soffio si trasmette, impercettibile, alle barche immobili davanti alla Passeggiata a mare, fronte alle palme: zitte, le barche e le palme, faccia a faccia. I sedili di granito, la fontana ferma, sospeso persino il lavorìo delle formiche tra le commessure delle pietre. Eppure il soffio passa, remoto e antico come la sorte, dio o il caso.
Il soffio attraversa la piazza - il bianco della pietra riflette il bianco del cielo, la voragine del sole che inghiotte linee, forme, superfici. Il soffio passa la strada, l'esalazione di catrame dell'asfalto, le traversine del tram luccicanti come baionette. Le pensiline non fanno ombra: l'ombra se l'è inghiottita il mezzogiorno africano che promette d'essere eterno. La terra è verticale, esposta da tutti i lati, inchiodata e senza palpebre. Ha labbra di salgemma, vene piene di sabbia.
Ma il soffio muove pianissimo le magnolie, le loro foglie di verde duro a forma di lancia, oblique per opporsi al caldo, originarie per opporsi al tempo. Gli alberi sono solo disegnati, non c'è niente di reale nella piazza del municipio: né i lampioni di ghisa né le aiuole né i cestini di latta. Ma ora passa il soffio, sfiora i segni sul muro, l'angolo strappato del manifesto, il gazebo umbertino, la buccia rasposa dei limoni che non trasuda nemmeno l'odore d'agrume alcolico e tenace.
Il soffio rianima i glicini, le siepi di pitosforo, i davanzali uno per uno. Il soffio mulina, s'avvolge, s'allarga impercettibile. Carico di glicini, pietra, clorofilla, alluminio e scontento s'ingrossa, s'impenna. Si stende sul vivaio fossile, sulla pietra porosa dei monumenti funerari, sull'ossido delle cancellate; precipita nel cortile dell'ospedale, in mezzo ai fusti, alle cartacce, ai fiori morti.
Torna a gonfiarsi, vola sui muri di cinta, allarga braccia o ali o impalcature di vascello, vele o incannucciati di piume, foglie, rampicanti. Il soffio invade il cielo per intero, salutato da drappi, bandiere e panni stesi.
La città si rianima di colpo, riprincipia a respirare pesante, col suo catarro vecchio di palazzina, di disincanto. Il ronzìo dei condizionatori fa rumore di sciame, si mescola alla nota profonda dei cantieri, al muggito dello Stretto - dèi incatenati, mostri marini, trivelle petrolifere. Siamo tornati.
Lo Stretto non lo voleva, il solstizio. Il passo lungo della luce lo disturbava, smuoveva la sua anima meridionale e riottosa. Così s'è inventato un giorno fosco e oscuro, dove la luce si confondeva e si sfaceva in nebbia attorno ai picchi dei colli, ai fianchi delle colline sventrate dai palazzi, ai corsi delle fiumare già asciutti, ai pali della luce, alle stesse navi agnelle che ieri erano piccolissime tra una sponda e l'altra. La luce pioveva fitta, smerigliata, scomposta, apparecchiava miraggi attorno alle coste, tra i piloni gemelli, lungo il percorso delle zattere bianche tagliato più e più volte dalle navi misteriose e mediterranee che attraversano lo Stretto per lungo, dirette a loro colonne d'ercole.
Vedevo giardini scomparsi, fontanelle di cui m'aveva raccontato, se non sbaglio, mia nonna. Vedevo la Palazzata ridotta in frantumi una notte di dicembre, vedevo passeggeri affaccendati. Mio padre col doppiopetto, mia madre spaventata dal mare che pregava i suoi dèi ostili, la mia bisnonna in carrozza, diretta al Teatro Vittorio, a mano manca. Il fidanzato di mia cugina ucciso, con una busta sottobraccio e lo sguardo perso. L'equipaggio dell'aliscafo fracassatosi contro una prua atlantica. Colapesce. Morgana.
L'estate porta fantasmi.
Il caldo era insostenibile, monsonico e tropicale. La città fermentava piano, ruminando buste di spazzatura, canali fognari, cantieri abusivi. Eppure, su di essa un'altra città, o molte, si ergeva a ogni istante, portata dal vento: la città dei gelsomini, tenui aromatici e nascosti, la città dei ciottoli, la città dei tigli furiosi, la città delle magnolie, la città dei cortili, la città delle cancellate di buganvillea, la città dei lastricati, la città delle fontane.
Arrivavano a strati, come i suoni: il muggito e il belato delle navi sullo Stretto, impegnate fin dall'alba a segnalarsi il pericolo del solstizio, l'inganno della luce, i miraggi condivisi (chi vedeva un'isola, chi un continente, chi nulla per miglia e miglia marine); i colpi di martello di qualche officina, risonanti per le vallate chiuse delle palazzine, i semicerchi di attici giallini che ripetono le colline distrutte; il traffico pieno di maiuscole ed esclamativi (i tram sono catene di consonanti, le automobili sono vocali, le dueruote interpunzioni d'ogni genere). La città dei cani, dei gatti randagi, degli uccelli melodiosi che sono tornati padroni dei cieli (rondini nidificano sui terrazzi, civette s'appostano nei parcheggi, gazze rubano a volo radente tra i resti del mercato e i copertoni, gabbiani regnano sulla discarica, upupe s'ostinano tra i capannoni industriali). La città delle spiagge, delle chiese sprofondate, dei mosaici nascosti. La città del museo che espone capitelli e bifore a cielo aperto incontro a chi viene dal mare. La città del sugo di pomodoro, delle braciole arrostite, del basilico. La città dei cartocci unti e della fabbrica di birra chiusa.
Il solstizio s'accaniva, o forse lo Stretto, su ciascuna di quelle città.
La sera è salita come un fumo dal basso, mangiandosi la luce rotta e confusa, stendendo una patina di rosa antico su case e strade e arenili e finanche sul mare. Il glicine splendeva di violetto, i tigli si limitavano ad addensare la loro ombra fiammante, tramando come sempre, oscuri e risentiti nelle loro chiome.
La sera ci ha trafitti come una freccia, come l'estate o alcune parole.
Il solstizio è morto con una certa dolcezza, e noi abbiamo respirato, finalmente: lo Stretto l'ha avuta vinta. Ha richiamato dappertutto le sue acque - loro erano state a confondere la luce, a scomporla in gocce, nuvole, nebbie - e s'è acquetato nel suo vasto letto orizzontale, nella sua finzione di fiume e lago.
Un ricordo era appeso al lampione, proprio all'incrocio. Oscillava un poco, sbiadito, traslucido, quasi invisibile. Ci volevano occhi buoni per vederlo, o forse era la luce di martedì e di giugno, in un cielo profondissimo dove combattevano varie specie di contentezze e scontentezze.
E dire che c'ero passata cento volte, da lì. Un incrocio di angoli smussati tra palazzi ch'avevano tutta la cura ricurva della pietra, come si faceva dopo il terremoto. Prue di mattoni e travertino che affondavano solide, con la presa dei travi d'acciaio, delle preghiere e dei decreti di costruzione freschi di stampa.
Certo, di giorno s'incrociano lì i cammini rettilinei degli autobus contromano e delle automobili, e lo spazio eccessivo che c'è al centro confonde tutti (una volta gl'incroci erano piazze, soste, pensieri e meditazioni urbanistiche, mentre ora sono esigui e spigolosi, poiché gli si chiede solo d'essere veloci). E di notte lì s'allarga la movida provinciale, col suo furioso splendore: i ragazzi e le ragazze hanno occhi lunghi, fianchi stretti, pantaloni a vita bassa, un eccesso di rimmel o di speroni. Colmano lo spazio dell'incrocio d'un incendio d'intenzioni, di merci, di simboli. D'un frastuono di clacson che sembrano suonerie, di musiche che sembrano clacson, di richiami elettronici per anime di cellophane, plexiglass, pvc a lunga conservazione. Sono affascinanti, vividi, barbarici, e l'incrocio straripa talmente che ogni passato si zittisce, e la notte resta nuova per sempre.
Ma ieri il traffico era rado, la luce gialla, la primavera finale e tormentosa, lo scirocco in agguato sulla linea di zafferano e polvere del mare. Ieri l'incrocio era sgombro, le punte dei caseggiati si fronteggiavano aprendo i pori della pietra, respirando dai selciati e dalle commessure delle cornici.
Il ricordo è sempre stato lì, sia chiaro.
Ma certe volte non c'è lo spazio interiore, o anche solo la luce giusta per poterlo vedere.
Era lì, era lì appeso di sbieco a un lampione di ghisa pitturata di verde, che era molto adatto a sostenerlo, dal momento che i lampioni prendono sempre, prima o poi, quell'aria gassosa e astratta, anche se sono di materiali pesanti e refrattari.
Il ricordo era appeso al lampione, e oscillava pianissimo, sicché solo le frange si muovevano, gialle contro l'aria gialla, ed era difficilissimo vederle, perché le si poteva prendere per un effetto qualsiasi del cielo - che ieri era uno squarcio verticale che arrivava chissà fino a dove, pieno di crepacci, gole, vortici, nuvole di creta.
Ci sono passata vicino e poi attraverso: a occhi chiusi, ho sentito tutta la sua consistenza di velo, d'acque verticali, di tempesta di sabbia.
Mi sono ricordata di me.
Ero giovane, inquieta, agitata da una relazione difficile che tentavo di gestire con contatti brevi, cenni, simboli malgovernati che si ritorcevano contro di me. Avevo i capelli corti, e non mi spiego perché: i capelli sono sempre stati miei alleati, nella loro riserva minerale si raccolgono le scorie dei sogni. Avevo una gonnella, perché la primavera lo impone, vuole che i passi si rompano contro corolle, sete, orli celesti.
Ero vecchia, malcerta, eccessivamente preoccupata. Non portavo anelli né orecchini, eppure i circoli d'oro proteggono dal male, e le molecole si sfregano contro la pelle, perdendo elettroni, catturando ioni dall'aria, girando su se stesse in spirali che catalizzano la luce.
Ero piena di libertà, che serpeggiava attorno alle ginocchia, saliva fino alla polpa della coscia, si divideva, vorticava, si ricostituiva in un soffio sulla nuca, sulla tempia, all'angolo sensibile dell'occhio.
Ero prigioniera. Delle molte me stesse che hanno paura, che aspettano dagli altri la parola risolutiva, che si castigano settanta volte sette.
Ero giovane, vecchia. Ero recente, antica, fuggitiva. Ero disperata.
Ho girato l'angolo, pieno fino al soffitto di luce gialla, ho nuotato nell'incrocio sabbioso per un tempo interminabile, che l'incrocio s'era preso e s'era tenuto, chissà come, in quello straccio appeso al lampione. Se l'erano tenuto le fondamenta dei palazzi che respiravano pianissimo, il selciato, la primavera controversa, lo spazio vuoto del centro, le me stesse ansiose alla finestra.
L'ho attraversato trattenendo il fiato, ed ero già fuori.

La vita è in salita.
Ballare è in discesa.
Il sesso è in discesa.
L’amore è in salita.
Gli amici sono in discesa.
L’amicizia è in salita.
Comprare il pane è in discesa. Assaggiare il pane mentre si cammina è in discesa.
I tigli sono in discesa. I tigli di questo giugno autunnale e gramsciano sono fiammate verdi agli angoli delle strade: tirano fuori la somma di due inverni passati ad ardersi dentro. La cupola viva dei tigli è in salita per il cuore, in discesa per il corpo. I tigli mangiano ricordi, inverni, attese: restituiscono impazienza, febbre, sommovimenti tellurici che scuotono i marciapiedi.
Il gatto è in discesa.
Il lavoro è in salita.
Lo Scarabeo è in salita.
Le fotografie sono in salita: conservano la morte di ogni istante.
La granita è in salita, con la panna è in discesa.
Vestirsi è in salita.
I tacchi alti sono in discesa.
Darsi lo smalto è in salita.
Portare lo smalto è in discesa.
I capelli lunghi sono in discesa.
Lavare i capelli è in salita.
L’estate è una salita durissima che comincia col corpo tiepido delle notti di maggio, i pontili aperti, le vene del mare che spargono sale nell’aria. Il corpo bianco, malaccorto. Le nespole. I vestiti leggieri. La gente nuova che certifica l’implacabile giovinezza del mondo.
Il rossetto è in discesa.
L’automobile è in salita.
Gli spaghetti con le vongole sono in discesa.
La carne arrosto è in salita.
Mangiarsi le unghie è in discesa.
Le gardenie sono in salita, e poi a picco, dentro ambiti di cuore vertiginosi che non si possono esplorare senza danni. Le gardenie mi ricordano un uomo che non ho conosciuto, che aveva un patto segreto con loro.
I gerani sono in discesa.
Il budino è in discesa.
I fazzolettini sono in discesa.
Piangere è in salita.
Cantare è in discesa.
Ascoltare musica è in salita.
E tu, tu che cosa sei?

In famiglia abbiamo il culto delle sette meraviglie: zia Mariella, zia Lisa e mia mamma, la sorella maggiore con le scuole alte, s'erano riunite, una volta, e avevano fatto il punto definitivo sulla questione. Un pomeriggio memorabile. Mia madre se ne ricordava metà, e sul Colosso di Rodi e le Piramidi d'Egitto erano d'accordo tutte e tre. Ma le altre. "I giardini di... , i giardini di Pennsylvania" proponeva zia Mariella, "Transilvania!" la correggeva zia Lisa, quella con gli occhi e il nome di lago di montagna e un'indole da prefica incendiaria. "Ma siete pazze? - faceva mia mamma - la Pennsylvania è in America". "Ma la Transilvania no - si piccava zia Lisa - Non puoi fare la prepotente solo perché sei la maggiore". Una volta scartata la Croce Odorosa di Patrasso, sulla quale zia Lisa avrebbe giurato, e la statua criselefantina di Athena, per la quale zia Mariella aveva un debole, immaginandosi Athena a bordo d'un elefante nel Sahara, e una volta accettato il Mausoleo di Alicaranasso ("Non esiste, ci prendi in giro" faceva a mia madre zia Lisa, che ha una natura sospettosa. "Se esiste Alicarnasso esiste pure Atlantide" incalzava zia Mariella) si misero d'accordo su tutte e sette.
Poi se l'erano copiato e ricopiato, l'elenco. La prova vivente, per quanto estinta, che i soldi dell'istruzione di mia madre (l'unica, la prima laureata) erano stati davvero ben spesi.
Zia Lisa lo tiene nel primo cassetto del comò, assieme alla pistola del marito morto. Mia mamma lo teneva nel suo libretto segreto, assieme a numeri di telefono, date di compleanni e formule magiche. Zia Mariella se lo porta dietro, copiato nell'agendina, ché non si sa mai. “Se incontro qualcuno che vuole fare lo spiritoso, io subito gli dico: e quali sono le sette meraviglie del mondo?” e ne ha zittito più d'uno, così, la zia.
Ieri mattina mi mostrava la sua libretta dei numeri, delle cabale, delle schedine e delle meraviglie: cadevano telefoni di case perdute, di amici defunti, di cause perse; nomi di dèi e nemici da non dimenticare; ricette di formaggio di leonessa, insalata di rancori o liquori al mandarino e mandragola; fasi lunari; scongiuri; monumenti crollati migliaia di anni fa.
“E quali sarebbero, le sette meraviglie nuove?” m'ha chiesto con sospetto.
“Stanno votando, zia. Lo sapremo a luglio, il sette luglio, cioè 07-07-07” le ho detto, sicura di toccare il tasto sensibile della sua fiducia nelle matematiche della sorte, nelle coincidenze, nelle profezie che s'autoavverano e si dichiarano attraverso i numeri.
“E chi sono i candidati?” ha fatto, gli occhi affessurati, un principio d'ira ziesca che già muoveva una piccola mareggiata sulla spiaggia accanto.
“Oh zia, sono ventuno monumenti di tutto il mondo. Chessò, il Cristo di Rio” e ho mimato le braccia spalancate e pantocratrici del Cristo aereo ubriaco d'altitudini, per ammansirla. S'è impercettibilmente rilassata – Cristo non si discute – ma non del tutto. “ Poi?” m'ha incalzata.
“Mah” ho preso tempo io, sudando freddo perché non sapevo come mimarle il bianco definitivo del Taj Mahal, i templi di Angkor coi tetti vivi, il silenzio granitico delle teste dell'Isola di Pasqua. “La Statua della Libertà” ho detto e fatto, reggendo una fiaccola immaginaria, forte d'un secolo di film americani. Ha fatto una smorfia mezza.
“La Torre Eiffel!” ho esclamato con la voce di Archimede che scopre un teorema. “Ma è tutto ferro, quello” ha risposto con un certo sdegno. Ha scosso appena le spalle, sbarazzandosi di secoli di francese, di gattò di patate, di macramè, di cartoline, di viaggi di nozze, di profumi parigini color malva, o indaco, di quelli che portava a casa il fratel prodigo, quello andato, scomparso, tornato e poi morto giovane, perché certe cose si pagano.
“Comunque – le ho fatto io con la voce dello scrutatore, o del rappresentante di lista, o del commentatore di spoglio, di quelli professionisti che stanno fuori dai seggi anche trentasei ore di seguito – il Colosseo è in buona posizione, ai primi posti, è sicuro...”.
“Ahhh” s'è illuminata lei. “Perché, vedi, il Colosseo – m'ha spiegato - è già a forma di meraviglia”.
“Non c'è dubbio, zia, non c'è dubbio”.

Zia Mariella è sbarcata alle otto in punto. E’ scesa dalla nave che si chiama “Caronte” (forse sfugge, a quelli che non sono meridionali meridionali, l’umorismo nero e il crudo realismo, l’inventiva metafisica e la beffa sofista che ci volevano per chiamare “Caronte” le navi che fanno la spola tra le sponde, impegnate in ritorni senza fine, che è come non partire mai, non morire mai)(ma tanto d’inferni ce n’è fino che si vuole, qui, e d'immortalità).
Aveva una sporta con dieci uova della gallina piccola, la borsetta elegante, la cappottina estiva, le calze nere velate, le scarpe comode però. Aveva un bollettino dell’Ici già compilato, un rosario, cento volantini elettorali della sinistra che non è più quella di una volta (domenica 27 ci sono le comunali: la zia partecipa per antico amore e prova di devozione, e fa di tutto, l'attacchina selvaggia, la capoclaque, l'addetta alla mensa, la leva-malocchio ufficiale, la fischiatrice ai comizi degli avversari), alcuni amuleti, la schedina del 1964 mai giocata dal nonno (gliela trovarono nel taschino, dopo l’infarto), spiccioli (anche monete da cento e duecento lire, per nostalgia), un rossetto nuovo, un corno rosso, un’immagine di Padre Pio.
Veniva a sbrigare faccende nell’isola, cose di dentisti e bollette che richiedevano di passare il mare, questo mare domestico che portiamo imbrigliato nel porto piccolo, nell’affaccio del cortile, nello spicchio della finestra del bagno, nell'orizzonte vago dove situiamo - noi di quella sponda di là - gli isolani, i tramonti, i turcomanni, l'avvenire che, si sa, è capovolto e sta più a sud di noi.
La zia usa il mare, non si sogna nemmeno d’immaginarlo: è come la strada, lo spartitraffico, l’edicola, il lampione. Il mare necessario che – lei non lo sa e non lo sospetta – fa da confine all’anima, la esercita quotidianamente, la provoca, le sciorina lo spettacolo del meraviglioso e del fantastico che, ogni giorno, ci tengono vivi e allungano la nostra giovinezza.
Meraviglioso, appunto. Tanto che io - giunta di supporto logistico, parentale e metafisico alla trasferta, ché non si dica mai che qualcuno di noi viaggia senza la famiglia attorno - le ho detto, guardando l’azzurro metallico (maggio quest'anno è un aprile con qualcosa di novembre), la fronte caparbia delle nuvole basse e la qualità terrosa dello Stretto di oggi: “Zia, lo sai che stanno facendo già le elezioni per le nuove sette meraviglie del mondo? Lo Stretto non ci starebbe bene?”.
“Altre sette?” s’è impensierita la zia.
(continua...)

Sì, siamo partiti tutti. Con dieci pullman, cappellini, scarpe comode, colazione al sacco. Figuriamoci se ci facevamo scappare il “Family Day”, noi che da queste parti siamo così attaccati al focolare (e qualche volta ce lo portiamo dietro, il focolare, in comode porzioni da 7,65 o anche 28 millimetri, dipende), e mettiamo la Famiglia al di sopra di tutte le leggi umane e divine.
Io dovrei essere la capofamiglia, ma non è così certo. Sono femmina, meridionale, comunista. Femmina dominante, meridionale credente e praticante, comunista recessiva. Garantisco reddito, difendo la mia quota di produttività ed efficienza, pago le bollette, sostengo lo sguardo del portiere e dell’amministratore e stabilisco i consumi. Ma nessuno prende ordini da me, nemmeno il gatto. Nemmeno io.
Mio figlio: nove anni, le orecchie di mio padre, i miei capelli. Un bel senso dell’umorismo, l’attitudine ad inventare le parole, una sensibilità preoccupante, ma ancora ben rivestita di sano egoismo infantile (quand’è che si perde, quell’equilibrio tra la scoperta e la sconfitta? Io non me lo ricordo più, quando).
I miei genitori. Il fatto che siano morti non impedisce che ci appartengano, e che noi apparteniamo a loro (e, soprattutto, che loro fossero con noi al Family Day: mia madre con lo sciammisso verde e mio padre in giubbotto e camicia a righe, elegantissimi). Ci parliamo tutti i giorni, d’altronde. A volte litighiamo, ma come quelli che si amano.
Il mio compagno, con la sua famiglia. Perché mica esistono, le persone, nel vuoto pneumatico. Così lui, il bel D., ha sempre con sé i suoi figli (due), suo padre morto, suo fratello lontano (che ha anche due figli dal primo matrimonio e alcune fidanzate, che non sono più fidanzate ma ci sono, entrano nei nostri discorsi e nella sua vita, quindi le devo contare). Ha anche sua nonna, uno John Wayne siciliano e femmina. Qualche volta si porta a cena pure Chopin, che sta appollaiato sull’appendipanni o sul pianoforte, con la faccia smunta: gli offriamo il vino rosso, ma lui fa di no con la testa. Ora dice che vuole adottare Don De Lillo (non so se avete presente: è uno scrittore con qualcosa di miracoloso), e stiamo facendo le pratiche.
Il mio ex marito e le sue fidanzate sono arrivati a parte, con un pullman di quelli grandi.
Le zie: sono un numero imprecisabile, diciamo un tot. Sono alte e grosse, oppure piccole e nere (a volte si trasformano: sono piccole gigantesse, nane smisurate, e passano per le porticine o sfondano i muri e gli specchi). Sono donne pericolose, con misteriosi contatti col passato. Zia Ciccilla che morì giovanissima, d’un morbo sconosciuto: la sua bellezza leggendaria è l’argine e il confine di tutte le bellezze possibili. Zia Rosalba, la pensionata più adolescente che si sia mai vista, specialista in turchesi, arte moderna e carciofi ripieni. Zia Mariella che veste i morti, e ogni tanto sente trafficare alla porta, come faceva il nonno Stefano, e allora sa che qualcosa sta per succedere ed è vero. Quindi aggiungo pure il nonno Stefano, messaggero degli dei, morto quarantadue anni fa. E nonna Anna, che io ricordo nel nome e nel culto delle cose perdute: continuo a sognare la sua casa, che ha sottopassaggi segreti fino alla Magnagrecia, al fondo dello Stretto e alla Luna. Poi nonna Vincenza, quella bella con la pelle bianca e gli occhi chiaroveggenti che fece il primo figlio a dodici anni, e ogni tanto chiedeva alle commari: “Me lo tenete un poco?” e andava a giocare con le bambole. Ma poi si riprese di colpo, come succede qui, dall’infanzia, e passò a un’età adulta segnata da uno spaventoso controllo della realtà che arrivava fino ai sogni altrui.
Mi viene in mente che la capofamiglia vera, forse, è nonna Carmosina, lo splendore che visse fino a centocinque anni ma continua a fare polpette, aggirarsi nel corridoio e controllare la dispensa. Il suo ritratto è appeso nell’ingresso, e lei fa segno di sì o di no, quando entra qualcuno, ma solo io lo so. Io e gli altri della famiglia.
Poi c’era anche, con noi, la mia amica, che ha una sorella, una madre e un cane, Isotta la romantica. Anche lei porta nella famiglia un sacco di legami con altre famiglie: ospitiamo zie e zii, cugini, prozii, nonni defunti e fantasmi di passaggio. E anche fidanzati, amici e loro famiglie.
Il mio gatto ha tutti i problemi dei deportati (viene dall’Ungheria), e certi segreti felini molto profondi, ravvisabili assai raramente, in scatti improvvisi mentre dorme e sogna, in dispetti feroci con cui condisce il suo attaccamento incondizionato, in certe perplessità misteriose attraverso le quali ci fissa anche per ore. Ma abbiano portato anche i gatti che furono: il tigrato scomparso in campagna (sospettiamo se lo siano mangiato in salmì, nella terra in cui mangiano gatti, ghiri e falchi pecchiaioli), l’angora morto d’una malattia crudele, il ladro con un occhio nocciola e uno verde, la gatta spagnola dei miei zii tonti (c’erano pure loro, con la maglietta della salute e i panini con la mortadella che hanno mangiato nascosti in bagno, per non doverli offrire).
Abbiamo portato anche alcuni mobili, che fanno parte della famiglia per diritto e per natura: è stato un po’ complicato caricarli sul pullman, e poi portarceli in corteo, ma la famiglia è sopravvissuta a due guerre più una di mafia, un boom economico, almeno tre recessioni, innumerevoli tradimenti e lettere anonime, una ventina di cause civili e un’apparizione della Madonna, e quindi cosa volete che sia. C’erano la cassapanca del corredo, il tavolino ovale, i tappeti. L’orologio con la cassa melodiosa e gli spazi segreti dove il tempo s’accumula, e ogni tanto bisogna dargli una botta perché non s’incanti, e continui a ripetere ore già vissute. Il piatto di ceramica dove lasciavano cadere le chiavi (e quindi fa parte della famiglia pure quel suono, il rintocco che faceva ogni ritorno), la credenza. Le lenzuola, naturalmente, coi monogrammi intrecciati e analfabeti. Gli scialli con le frange del periodo degli scialli con le frange (ci sono stati, in famiglia, periodi di sottobicchieri, di bavaglini, di copriletti ricamati, ma il mio preferito è quello degli scialli). I libri. L’enciclopedia “I quindici”. I quaderni. Il mio professore di latino del liceo. La mia migliore amica del ginnasio. Un bambino di cui ero innamorata, infelicemente, alle elementari. I gerani. La mia collezione di sassi. La vestaglia azzurro polvere di mia madre. Le foto. Il canterano. I bicchieri. La vecchia casa sul mare, tra la vigna e la spiaggia, tra l’infanzia e l’adolescenza, tra la Calabria e la Sicilia. Le matite e i plaid scozzesi. I ficus benjamin. Il pallone rosso. La vecchina che viveva nel cantinato di mia nonna. Mio cugino che sta in Spagna. Le candele e l'alloro della casa vecchia. Le scarpe.
Sfilando prendevamo un isolato intero, ed era proprio bello.
Ci hanno chiesto il certificato, quando siamo arrivati, e io l’ho mostrato, con tanto di timbri e firme: era una famiglia naturale, cosa credete, con tutti i sacramenti al posto giusto. Le firme erano di Bruno Vespa, Paolo Crepet e il Gabibbo. E noi, una vera famiglia italiana.