







Proprio all’ingresso, tra i capitelli corinzi e i vetri fumé, c’era un invitato seduto tra le code del frac che ripeteva: “Sono molto grato che mi avete invitato al vostro sposalizio… e vi auguro che il primo figlio sia masculo e in salute… “
Io ho detto al mio fidanzato: “Guarda, c’è un invitato che parla da solo”.
Lui ha sorriso: “E’ Luca Brasi… “.
Sulla nave m’ero assopita, e sognavo il mio matrimonio preferito, quello di Connie Corleone. Sognavo d’essere Diane Keaton, però con la faccia (e il resto) di Jennifer Lopez, quando l’attracco m’ha svegliata coi suoi vapori di catrame. In effetti, era una premonizione: in sala c’era un sottofondo musicale inconfondibile: io e Michael, il mio fidanzato, ci siamo guardati e abbiamo annuito, e sulle note del Padrino parte I ci siamo diretti verso i dieci buffet allestiti per ingannare il tempo mentre gli sposi facevano il giro della provincia per le foto.
Già il kebab di carne era finito, però zuppa di mais e speck ce n’era quanta ne volevi, e anche mozzarella filante e pecorino col miele. Al banco del sushi c’era la fila, e abbiamo ripiegato sulla torta fredda di salmone e il cocktail di frutta esotica e gamberetti. Intanto gli invitati affluivano senza interruzione, e le zie davano già i primi exit poll della cerimonia in chiesa, con uno share dell’ottantacinque per cento.
Gli aiutanti del fotografo sistemavano i cavalletti nella trincea tutto attorno al tavolo degli sposi (le telecamere le aveva la troupe viaggiante, che a quell’ora stava riprendendo il lungomare, le rovine greche, le bifore moresche e le facciate tardocondominiali della via Marina), mentre le parenti anziane e di rispetto erano già sedute ai tavoli piccoli, quelli da venti.
Dopo solo un’ora di antipasti – i fritti (palline di ricotta, frittelle di fiori di zucca, di neonata, di melanzane, di cavolfiore, di ala d’angelo, di spatola, di porcini, di drago cucciolo) venivano serviti in vassoi circolanti da camerieri squisitissimi (il che mi ricorda care memorie familiari: quando zia Enza gira attorno al tavolo con una zuppiera di polpette per ficcarle in bocca a chiunque, senza passare dal piatto o dal consenso) – i buffet erano ancora pieni e gli invitati nemmeno un poco, ma sono purtroppo arrivati gli sposi (già i fotografi avevano realizzato millecinquecento scatti, più i filmini).
La folla ha preso posto con movenze da stadio: nell’ala destra gli sposi, il cui tavolo s’intravvedeva appena dietro lo schieramento di cavalletti e macchine da presa, e i parenti dello sposo (cioè noi), nella tribuna di sinistra quelli della sposa, a centrocampo gli amici, gli sconosciuti, gli indefinibili, il prete e i vip.
Io ero proprio confinante col tavolo delle zie, sotto il quale c’erano gerle e borse di carta piene di qualsiasi cosa: macchine fotografiche, scialli, otto uova di gallina per mio figlio, ventagli, taccuini, collant di scorta, acqua di rose, guanti, medicine per il cuore, pile di ricambio, fazzoletti, torce, borotalco. Anche io avevo la mia busta, e l’ho aggiunta alle loro: avete mai visto quanto sono piccole le borsette da sera? E, onestamente, si può affrontare la vita senza bauli e cappelliere? No che non si può. E nemmeno un matrimonio.
Io ero seduta accanto al prete, come sempre: le zie pensano che sia cosa buona e giusta, per la mia anima, o forse per la sua, e ormai non ci pensano nemmeno più, a spostarmi da qualche altra parte. Chessò, vicino a mia cognata scorpionessa (molto elegante, a pois bianchi, caviglie massello e scarpe a colonnetta), a mia cugina che telefona ai morti, allo zio prestigiatore. Così, tanto per cambiare.
Zio Canalù, dicevamo: è stato quarant’anni in Cina, in Australia, a Singapore, in Canada, in Thailandia. Faceva spettacoli di prestidigitazione, compreso il più incredibile di tutti: nascere in Aspromonte e diventare un perfetto cosmopolita dall’accento variopinto. “Ohuu very naiiisss” mi diceva con la sua voce da Frank Sinatra e i suoi modi da Carnegie Hall. Era seduto accanto alla mamma dello sposo, la zia vedova, zia Lisa, che ha un nome quieto e gli occhi azzurri ma un’indole da incendio nei boschi. E lui, lo zio prestigiatore e italoamericano, lo zio poliglotta, le faceva apparire colombelle sotto il tovagliolo, e spuntare fiori dalle caraffe e dalle orecchie dei compari, ma soprattutto le faceva sparire ogni traccia di tristezza fin nell’angolo celeste alpino dell’occhio, chiamandola “Lisetta” con la esse scivolata e infondendole una mansuetudine soprannaturale.
Abbiamo mangiato Angus in salsa di Brunello, pasta fresca con zucca e pinoli, risotto al salmone e bergamotto, e bevuto di tutto, dal Gewurztraminer (che è il mio vino preferito pure se è bianco, ma perché ha un corpo di legno e una vertigine di profumi e una consistenza narrativa da rosso) al Colomba Platino, perché mica eravamo meno internazionali dello zio Canalù, noi.
Intanto tutti si cambiavano di posto con tutti, gli sposi erano assediati dai fotografi (che poi sapranno tutto solo guardando le foto, mica prima: sul set non si capisce nemmeno la trama, figuriamoci) e le zie giravano per i tavoli a fare le nomination (ché i matrimoni sono tutti reality, e il pubblico da casa è determinante, mica solo la giuria tecnica).
Al nostro tavolo, io, ecumenica, citavo il Cantico delle creature e il ministro Carfagna, mentre il prete firmava autografi e il nipote della signorina Pina ci abbagliava tutti col suo fermacravatta. I bambini avevano organizzato una guerra civile sui divani e la geografia politica dei tavoli cambiava a ogni istante, seguita dagli occhi ansiosi e analisti delle zie, tale e quale a Wall Street.
Ma il meglio doveva ancora arrivare: il buffet dei dolci.
Cito testualmente dal menù (che in Calabria è una pubblicazione): torta mimosa, charlotte ai frutti di bosco, millefoglie, bavarese al cocco, alla fragola, al caffè, babà alla crema con frutta, nocciolata, semifreddi al cioccolato, alla mandorla, al pistacchio, crostata ai frutti di bosco con panna, tronchetto d’arancia, meringata alle fragole. A parte, il lago dei cigni con profiteroles e poi lei, il vero motivo (diciamo uno dei motivi) per cui non dirò mai di no a un matrimonio calabrese. La torta panna e peperoncino, di cui già si disse, e che non è un dolce, è un esperimento metafisico, una prova di fede, un patto d’alleanza con le forze oscure che ci motivano (l’amore, l’altruismo, il gusto di morte, l’errore, il coraggio, la purezza, il ricordo, la smemoratezza, la pietà).
Era piccola, nascosta in un angolo, coi peperoncini apotropaici affondati in mezzo alla panna e puntati sulla folla. I cornetti portafortuna di tutti gli invitati (ognuno il suo, di varia forma e foggia e potere, ma lo avevamo tutti)(il mio era il corno rosso da mezzo, quello da battaglia, che prendeva buoni tre quarti della mia smilza borsina macramè) rispondevano al richiamo, in qualche modo.
Siamo un popolo scaramantico e attento ai segni, per quanto vogliano farcelo dimenticare. Siamo un popolo antico e pieno di ferite, e non ci metteremmo mai contro la sorte. Non senza tutti gli accorgimenti possibili.
Così, quand’è arrivata la torta nuziale, che era una necropoli a grotticelle, un tempio etrusco, un mausoleo di alicarnasso (centinaia di tortine individuali avvolte nelle glassa e disposte in tre piani con terrazzamenti), è stato il diapason, e persino gli dei, lassù nel cielo profondamente viola, si sono compiaciuti.
Io ho visto tracce di mia madre nel viso aperto di zia Lisetta, ho sentito la solita, disperata catena di sangue e rancori e somiglianze e differenze così spaventosamente intrecciata e presente, che oscillava nel buio, tesa verso la foresta familiare dell'Aspromonte e la foresta marina dello Stretto, entrambe nere e incombenti, e mi sono sentita vincere.
Ho versato una lacrimuccia sola, piccola.
Gli dei se la sono leccata avidamente.

E lo so che non ve ne può fregare di meno, ma io ci sono stata male, per Paul Newman. Era uno dei miei amori, quando il mondo si divideva ancora in paulnewmaniste e robertredfordiste: loro due già erano in là con gli anni, ma i loro film erano – come sono – giovanissimi.
Non so voi, ma l’adolescenza mi si è chiarita di parecchio, quando ho visto La lunga estate calda: ho scoperto che c’era un incendiario, sotto la pelle che scottava senza preavviso né significato, e che con tutta probabilità, ma misteriosa connessione, c’entravano gli occhi azzurri, il muso spaccone ma incongruamente indifeso di Paul, nel cui broncio naturale s’annidava un’imprecisata fragilità.
Non posso dire che lo amavo: piuttosto, lo subivo interamente, come si fa col peso d’un immaginario soverchiante. E come soverchiava, lui: quando - poniamo - s’inseguiva per le stanze, in quella danza di desiderio trattenuto, d’una frustrazione che non capivo ma riconoscevo, con la gatta Liz che scottava.
Insomma, io non credo che sia morto.
E ne approfitto per fare un bilancio, di vivi e morti.
Sono indiscutibilmente vivi:
Marlon Brando: lo posso sentire distintamente sul terrazzo, mentre dà da mangiare ai piccioni di Fronte del porto. Il cuoio del suo berretto fa un odore riconoscibile, e il subbuglio che mette. E’ della stessa famiglia di Paul, sono fratelli di schermo, di feromone, di cose non dette e raccolte in un punto imprecisabile tra le labbra e le sopracciglia, per esempio.
Einstein: lo si incontra dappertutto. Sono quasi certa che sia lui, con una paglietta sfondata e un bastone da passeggio, sul lungomare di Reggio Calabria, a contare le specie di insetti ignoti nei buchi delle piante millenarie.
James Stewart: lui sta per lo più seduto al bar, in compagnia di quel suo amico, Harvey. Se gli chiedi perché sta sempre lì a perdere tempo ti risponde che sta lavorando. Il suo lavoro è credere nei miracoli.
Che Guevara: a volte mi chiede se ho da accendere, e io devo rubare l’accendigas dal cassetto della cucina, e ricordargli che non si fuma in casa. Lui se ne frega, e continua a leggere Goethe a piedi nudi, con un sibilo impercettibile nei polmoni. O forse è il foro della pallottola, nel petto. Hai la maglia bucata, gli dico. Sapessi il cuore, mi risponde invariabilmente.
Totò: è una specie di zio, da sempre. Hai aperto la parente? Mi chiede qualche volta. Sì, zio totò. E chiudila allora, mi fa dall'altra stanza. Io sorrido, e chiudo lo sportello della zia.
Leonardo: sta costruendo un’Arca molto laboriosa, che riassume tutte le sue macchine da guerra e da bellezza, con una polena Monna Lisa che gli consentirà di solcare i cieli, e molte biciclette stellari che ci consentiranno di girare attorno alle costellazioni, e prenderne nota per i suoi disegni a china.
Osvaldo Pugliese: suona i suoi tanghi ogni sera, spostando appena la rosa rossa posata sul pianoforte. La yumba rompe i muri della dittatura, piano piano, in quattro quarti.
Mia trisnonna Carmosina: dà ordini come se avesse ancora ottant’anni, e una famiglia mezza umana e mezza no a sua completa disposizione. Legge il futuro, e, cosa più sorprendente, il passato. Non il suo, ovviamente.
Sandra Dee: ha sempre una media di sedici anni, e ci rammenta che il mondo ha, costantemente, sedici anni, vaniglia e legno verde.
Jane Austen: è un punto di riferimento per noi ragazze. Basta sollevare il telefono e chiamarla: conosce tutto degli uomini e delle donne. Quindi non ci sorprende che continui a non maritarsi. “Figuriamoci - dice lei - devo ancora finire il capitolo".
Pablo Neruda: se, poniamo il caso, ti serve una parola, lui ce l’ha. Una parola banale come “cesta”, “ciliegio”, “gatto”: cercala, e poi vedi cos’è capace di farci, lui. Passa il suo tempo in un terrazzo invaso da rose carnivore, polene sospirose e sale oceanico, ma non ti dirà mai che non ha tempo per te o la tua collezione di domande.
Sono incontestabilmente morti:
Gabriel García Márquez: morì appena finito di scrivere L’amore ai tempi del colera, e fu portato via in segreto da aironi azzurri e scimmie equatoriali. Qualcun altro continuò a scrivere libri in caduta, come le macerie di una casa amata. Ora c’è pure uno che compie gli anni e fa gesti d’arcivescovo dai balconi, ma non sa niente del portico sigillato dalle gardenie dove noi lo aspettavamo ogni pomeriggio.
Ralph Fiennes: morì durante la lavorazione del Paziente inglese. Lo seppellirono nella grotta, assieme ai graffiti e alla lettera di lei piena di fiumi e alberi che risalgono le vite.
Meg Ryan: ha conosciuto Harry, ha avuto un sacco d’insonnia ed è rimasta vittima d’un cappuccino rovente in un sobborgo residenziale.
JK Rowling: ha cominciato col rifarsi le tette, poi è passata alle cosce, alle mani, i piedi, le orecchie, i fianchi, gli aggettivi, il naso, gli zigomi, gli avambracci, gli avverbi di modo, i verbi indicativi, poi i congiuntivi, la pancia, il collo, il sedere, la schiena. Il giorno che ha perso pure l’ultimo pezzettino davvero suo, ha finito di scrivere Harry.
Salinger: è morto più o meno negli anni Cinquanta. Ma non diteglielo. Lui non ne sa niente, e comunque non sarebbe d'accordo.
Juliette Binoche: poverina, che pena mi fa. Cerca di nascondere il pallore sotto ceroni, commedie, interviste visàvis. Niente. E' cerulea, com'era nel Film blu, dove è ancora seppellita, malgrado lei tenti di scalare gli specchi e uscire, ogni volta.
In effetti, l'elenco sarebbe ancora lungo, ma c'è anche tanta gente che di sicuro non conoscete (miei colleghi, molti parenti, diversi politici, intere città). Comunque vi invito a farlo: contate i vivi e i morti, contateli. Sarà sorprendente, sapere quanta gente morta cammina in giro, e quanta gente è così viva che la morte non ci può nulla. Nulla.

Prima o poi capita, nella vita di una donna. Il punto è che non sempre sei preparata. Non sai bene cosa dire, come dirlo. Non sai, soprattutto, quali gesti fare. Così ti umetti le labbra, balbetti, sembri sempre nervosa, e si capisce che è la prima volta che lo fai.
Entrare in un negozio di ferramenta, si capisce.
Uno dei pochi luoghi in cui la separazione e la differenza tra i sessi appaiono chiarissimi.
Ci vado mandata dal Beffardo Carpentiere, quello che devi prenotare un mese prima, e arriva coi guanti chirurgici e l’aria di chi le ha già viste tutte, e le tue mensole, o i tuoi tasselli, o i tuoi imbotti non lo spaventano certo. Mentre è chiaro che terrorizzano te.
Così mi presento da A.A. Ferramenta – colori – maniglieria (maniglieria?), il negozio più ricco del quartiere, appena ristrutturato con gran profusione di legni e faretti. Un sushi-bar, in pratica.
Entriamo in sei, e subito c’è da prendere il numerino per il turno: ho il 21, e siamo fermi al 95. C’è un dibattito in corso, sull’utilità delle viti autofilettanti a croce. Ci sono quelli che sostengono che solo i rivetti, sempre autofilettanti, possono risolvere la situazione. E io che ero all’oscuro di tutto.
Perché lì non si va per comprare qualcosa: si va per esporre delicati problemi di convivenza e adattamento all’ambiente. C’è qualcosa di epico, e assieme di darwiniano, in quegli uomini radunati come per un comizio curiato, un’assemblea della pallacorda o una sessione delle Nazioni Unite. Presiede i lavori il Ragioniere Enzo, il proprietario elegantissimo – camicia con le cifre ricamate e gemelli d’argento. A lui ci si rivolge solo per i casi disperati, lui fa una faccia da neurochirurgo di E.R. e si stringe nelle spalle: “Ci stiamo provando”.
Una maniglia bronzé per un baule antico? Una zincatura (o qualsiasi trattamento galvanico superficiale, eh)? Un anello di rasamento per cuscinetti ram? Il Ragioniere o i suoi Assistenti possono risolvere tutto. Basta mettersi in fila, e credere.
Il mio vicino di posto chiede un pacco di piedi da undici: lo guardo ammirata. Sorride. Poi tocca a un vecchietto all’apparenza inoffensivo, che chiede qualcosa sottovoce, all’orecchio del Ragioniere. Il Ragioniere fa un cenno appena, con la sua sapienza millenaria di homo faber, e s’allontana. Rimane un tempo indefinibile nei sotterranei del negozio, dove possono entrare solo i fortunati, e si racconta di chilometri e chilometri di maniglie, bulloni e persino scaffalature in alluminio anodizzato. C’è chi non ne è più uscito.
Quando risale, il Ragioniere porta una scatola in mano: la folla gli fa ala spontaneamente, in silenzio. Il Ragioniere arriva alla cassa, poggia la scatola sul bancone, si drizza impercettibilmente: la liturgia è al suo culmine. Apre con cura, ed estrae un Transformer giallo. Lo guardo affascinata: la sua struttura aliena e complessa ha qualcosa di geniale. Mi aspetto che si muova e parli: la folla sembra aspettare con me il miracolo.
Invece è il ragioniere, che salmodia: “Un’elettrofresatrice da duemila watt” . Un sommesso “ooohhhh” sale da quella folla di uomini rudi, il cui testosterone è andato crescendo durante la lunga attesa nel negozio delle meraviglie, e la fede nella capacità umana d'opporsi al destino, solo armati di elettrofresatrici e bulloni da dieci.
Il fortunato acquirente china il capo, sorridendo di modestia e soddisfazione, quelli attorno si congratulano: a Ginevra c’avranno anche il ciclotrone, ma volete mettere?
Mentre l’uomo esce il Ragioniere s’avvicina a me, e ha già capito l’universo di smarrimento che mi porto dentro. Ma è un pastore di anime, e sa cosa fare: si china appena: “Mi dica tutto”.
Io gli ho aperto il mio cuore, lì davanti a tutti.
Domani forse ci torno.

Dio aveva smarrito un bosone. Gli era caduto dalle mani malferme, una notte ch’era troppo stanco o aveva esagerato con la Malvasia. Lo cercava dappertutto, ché il rischio era che loro trovassero gli uomini, che hanno talento per trovare cose che non sanno usare, e magari si fanno pure male.
Il bosone, che era rotondo e liscio, era scivolato dal polsino di Dio ed era caduto esattamente nel centro dello Stretto, in un punto imprecisato d’una notte estiva. Lo Stretto da millenni inghiottiva di tutto, e non gl’aveva fatto impressione: era più preoccupato per le aste di metallo che gli ingegneri delle misurazioni gli stavano drizzando vicino a Capo Peloro, dove doveva posarsi uno dei pilastri di cemento del Ponte.
Era stato irrequieto tutta l’estate, lo Stretto, perché sentiva – pur nel torpore solito che avvolgeva le anime sulle due sponde, come un turbante di scirocco – che c’era preoccupazione, e incertezza, e brividi di diversa natura che lui, che mica guardava i telegiornali, non poteva decifrare appieno. Non era per il Ponte, beninteso: la gente si bagnava con costumi rattoppati e sogni mortificati d’ogni genere, che lo Stretto tentava di contrastare producendo correnti geometriche e alternate, giochi d’acqua, flussi salini. Un metro caldo e un metro freddo, a fasce a onde a scacchiera: le acque erano un miracolo di costruzione ed estro, e avevano lo stesso potere consolatorio di sempre. Alla faccia del bosone, che aveva ritirato le ali e s’era adagiato sotto una foresta di Gorgonie gialle e rosse particolarmente irrequiete, che s'agitavano tutto il giorno secondo i flussi montanti e scendenti. D'altronde, le acque sanno tutto, nella misteriosa circolazione planetaria di informazioni e sali minerali: sapevano degli orsi naufraghi verso Nord, dei ghiacci sciolti che portavano messaggi confusi e un tantino disperati fino ai barracuda dell'oceano, delle coste sbriciolate che tornavano sabbia, intenzioni, brodo primordiale.
Qualcuno però lo sospettava, che un bosone fosse smarrito da qualche parte: la distrazione di Dio era leggendaria. Dopotutto, non aveva dimenticato un sacco di avanzi in giro per il mondo (armi da fuoco, scherzi da prete, ornitorinchi, Calderoli, leptoni, odi tribali, dittature, gravitoni, siccità, pestilenze, varietà del sabato sera)? Lo cercavano da ogni parte, compreso un tunnel sotterraneo dalle parti di Ginevra pieno di correnti d’aria e con un gran puzzo di gomma bruciata.
“Tsè” disse Dio, che non aveva mai avuto simpatia per gli svizzeri e nemmeno gli piaceva l’emmenthal (ma i buchi sì). Ma all’ora convenuta pure lui si piazzò davanti alla Cnn per vedere l’esperimento: quando parlavano di lui in tivù si compiaceva sempre.
Il bosone, intanto, guardava la pancia delle navi e s’aggiustava nella sabbia del fondale. Si sentiva in vacanza.
La verità è che ho avuto anche io paura, come tutti. Non che creda agli scienziati. Appunto. A nessuno scienziato. Ma è stata un'estate strana, piena di sogni premonitori e uccelli morti, segni nelle acque e nei cieli e cose di natura epocale che succedevano ogni giorno, come un'apocalisse domestica. E oggi sono lì a farsi venire i buchi neri: il pianeta non se lo merita, ma forse noi sì.

M'era rimasta nel cuore, Siracusa. Non la solita Siracusa, che di suo è quasi insostenibile, porosa e dorata e antica com'è, piena fino all'inverosimile di cortili, palme africane, frammenti metallici staccatisi dal mare come giavellotti e infissi dovunque. Una città così aspra e aromatica da dare alla testa.
E pensate cosa può essere, colma di tango fino all'orlo.
I Festival di tango, si sa, sono cose da tossicomani.
Solo chi ha perso ogni ritegno può concepire tre o quattro o anche cinque giorni immerso nel tango fino al collo, con milonghe che s'allungano per tutte le notti e i giorni, s'incrociano con le lezioni, le practiche, i passi spontanei sul lungomare, sul terrazzo dell'albergo, sulla piattaforma del lido.
Il Festival di tango, si sa, è la Disneyland del tanguero, il Paese dei Balocchi. Per due, o tre o anche quattro giorni hai diritto a camminare solo con ochos adelante, se ti va, persino alle 13,30 su una strada statale senza lato dell'ombra (Siracusa non ha ombra: ruota su se stessa continuamente, ed espone sempre tutte le sue facce al sole), mentre l'asfalto diventa lentamente sugo al nero di seppia, e nessuno ci trova niente da ridire (sui tuoi ochos, non sul nero di seppia).
Io mi preparavo da un anno. M'era rimasta nel cuore Siracusa, la scorsa estate, avvolta nel tango, con le pietre del duomo e del teatro, i tetti di tegole, le cuspidi barocche che sbucavano dalla trama rosso sanguigna dei nostri passi disegnati dovunque.
Sono tornata ad abitare nello stesso posto, dove Ortigia comincia, come una luna di calcare attaccata alla città da una striscia di ponte. Avevo l'acquolina in bocca e una borsa piena di scarpe.
Il tango s'è fatto sentire subito. Era appostato dovunque: nella cappelletta di SanSebastiano, dietro l'arco, dentro il piatto di pomodorini basilico menta e pescespada, sulla terrazza soffocata dal peso profumato dei gelsomini. Strisciava sornione, si spandeva come un vino, un latte nero e rosso che sommergeva lentamente la città, tutta la città, che comincia molto prima di Ortigia, due o tremila anni prima, e molto più in basso, nella roccia porosa che sta guancia a guancia col mare, o anche molto più in alto, nella luna sottile e islamica che si cullava lentissimamente sopra le piazze, al suono d'un suo intimo vals.
Nuotavamo nel tango come sonnambuli, ma felici. La milonga s'apriva ufficialmente alle dieci di sera alla Fonte Aretusa, ma durava tutto il giorno e la notte, visto che continuavamo a ballare sulla piattaforma dello Zen, lungo le strade, attraversando piazza Archimede e piazza Pancali e tutti i vicoli che Siracusa allunga a capriccio, e che oggi ci sono e domani possono cambiare di posto e direzione, attraverso altri cortili nascosti, bouganville, gelsomini stellati dalla voce acuta, veneri diroccate. Continuavamo a ballare in sogno, mormorando parole di tanghi che c'erano rimaste attaccate, come il sudore. Il tango ci nutriva come un latte, come un vino nero e rosso e quasi non avevamo bisogno d'altro. Doccia di tango, e poi colazione di tango col miele o anche la marmellata o la ricotta di tango, e poi un tuffo nel tango, sorseggiando una birra di tango e piluccando macedonia di tango, mentre il cappello di tango ti ripara dal sole di tango, che ti abbronza ma ti brucia di tango. E granite di mandorla e tango, gelsi neri e tango, melone e tango (le brioche no, che a Siracusa non hanno imparato a farle: loro sono greci, non normanni, e semplicemente si rifiutano di farle lievitare).
E poi:
gli incontri.
I mondi, vicini e lontani, s'incontrano tutti. Così è stato il festival più internazionale: c'erano un numero imprecisato di olandesi (in particolare una deliziosa coppia che ho incontrato ad una colazione in terrazza al mio Approdo delle Sirene, davanti a una crostata di frutta, cornetti alla ricotta, bouganville e Siracusa che si preparava al lanciafiamme di mezzogiorno), russi e russe, francesi, inglesi del Commonwealth. Ed è stato il festival più siciliano: palermitani, soprattutto palermitani generosi (i catanesi che ho conosciuto tendono a tirarsela in modo ingiustificato, a parte alcune felici eccezioni, per esempio l'elegante Gaetango, la fascinosa Scarlett e il cortesissimo Giuseppe), e palermitane con meravigliosi abiti rossi e bocche rosse che ridevano di gusto e d'allegria condivisa, come un'anguria, come un cornetto algida, come un tango.
Ho ballato con un olandese giovane (tre a zero per lui), con un tedesco meno giovane ma decisamente più alto (zero a zero ai rigori), con un francese che m'ha posata alla terza milonga (e ancora mi vergogno, e penso che abbiamo fatto bene a vincergli i mondiali, e alla faccia della sorella di Zidane), con un inglese che somigliava in modo inquietante a Sherlock Holmes.
gli abbracci.
Gli abbracci sono la babele del tango. Si abbraccia in tutte le lingue, e non è questione di salon o nuevo o milonguero (che non esiste, è come l'esperanto o il greco antico, una lingua finta o morta). Si abbraccia secondo ogni inclinazione del corpo e della mente. Ci sono abbracci ergonomici, abbracci metafisici, abbracci inspiegabili secondo le normali leggi della fisica.
L'abbraccio di quest'anno è senz'altro quello di Corina de la Rosa (e il fatto che non trovi nessuna foto con quel lato dell'abbraccio mi dimostra che le foto sono tutte sbagliate, e ci sono pochi lettori di braccia e abbracci, in giro). Lei lo spiega così: la mano sinistra della donna poggia sul dorso dell'uomo in corrispondenza del proprio petto. Come per sentirsi il cuore attraverso l'altro. E io la guardavo abbracciarsi il suo Julio, in quelle sere, e quel bel braccio tornito di tonnessa, di capodogliessa, di orca marina di sconcertante bellezza farcita scendeva sulle spalle di lui, e la mano era aperta come una stella marina, e diceva: questo è mio. Era suo, l'omaccione che riempie una stanza quando entra, lui e le sue risate omeriche e il suo fiasco di vino e la sua pancia generosa. E il suo cuore palpitava attraverso tutti e due, e potevamo vederlo, pulsava come una stella.
(ci ho provato anch'io, ad abbracciare sentendomi il cuore attraverso l'altro, chiunque fosse. E il braccio sinistro, questa cavezza che certe volte diventa pesantissima, quando ne facciamo un cavalletto, un appoggio fraudolento, una truffa dell'asse, era leggero e forse pure leggiadro, chissà. Se fosse passato un lettore di braccia di donne chissà cosa avrebbe letto, quelle notti).
la questione Veron.
altrove, e più dottamente, s'affrontò la questione. Ma qui s'impone.
Maestro onnipresente ma non ballante (cioè non istituzionalmente ballante: di suo s'è divertito, in milonga, con ballerine nostrane che sono state scannerizzate ben bene dal 90 per cento delle donne presenti), il bel (bel?) Pablo è stato l'attrazione oscura del Festivallo. Persino la proprietaria del mio B&B, estranea al tango ma non alle mitologie dei rotocalchi, mi chiedeva ingiustificatamente ogni giorno: "Hai visto Pablo?" con un fremito d'invidia curiosa nella voce. Tanto che mi sono sentita praticamente obbligata, alla fine della lezione di milonga (sì, sono della minoranza etnica degli estimatori delle lezioni di milonga), a farmi scattare una foto col telefonino, che diamine. Mica c'ho qualcosa di meno dei bulli di YouTube.
Allora, Veron. Io m'aspettavo una primadonna isterica, e invece ho trovato un cardinale fiorentino. A parte l'abbigliamento hip-hop, le sue lezioni (io ne ho fatte due: Boleos e Milonga, ovvero diamoci alle frivolezze, che ce n'è tanto bisogno signora mia) sono state un miracolo di chiarezza, contegno, struttura didattica.
Tre passi in due tempi, poi quattro passi in due tempi: ragazzi, la milonga è l'arte del controtempo e il miracolo della comunicazione diretta tra i corpi, visto che non c'è tempo per i comandi, e "il passo è la marca". E noialtri lì a battere controtempi sul parquet, che in breve risonava come un villaggio africano in una notte di festa. Sì, la milonga è una tribù, anche.
E Veron resta un mistero. C'entra, col tango? Forse sì. Forse.
i Balmaceda, o della geometria.
Che tu, quando li vedi ballare, quando ascolti i loro siparietti divertenti, le loro liti per finta o per davvero, li pensi tutti fuoco & passione, tutti istinto. Invece no. Sono i Pitagora del tango ( i Pitangora?). Gli Archimede della milonga. Le loro lezioni sono teoremi: Corina, col suo bell'italiano scivoloso e castillano, parla continuamente della "relazione col bacino dell'uomo", delle bisettrici e delle convergenze parallele. Persino la loro irresistibile zaraza, quella spezia indecifrabile che anima da dentro i passi, è frutto di linee, equazioni e numeri insondabili. Scompongono ogni passo, ogni gesto, con acribia da ricercatori del ciclotrone, e ti spiegano come a ogni forza corrisponde una forza uguale e contraria, che non c'è niente di casuale in quel mirabile dialogo di corpi e tu pensi che è proprio vero, che a un Julio tonante, con quel fisico assurdo, la pancia e le braccine, corrisponde un Julio che scivola come senza peso disegnando arabeschi con le punte, a una Corina soave e matronessa, dai fianchi larghi come certe divinità magnogreche, corrisponde una Corina dalle gambe come fruste, dai piedi sensibili e alati che fa tre colgade di fila (ma non sono colgade, guai a chiamarle colgade: sono figure costruite sul cateto, più il pi greco della loro mostruosa attrazione fisica, diviso lo stupore del pubblico per quelle manifeste sfide alla gravità dei corpi).
E quell'abbraccio indissolubile, fermo come un baricentro della notte, al di sopra del fuoco d'artificio di fianchi e gambe e piedi, è una riprova di quello che sai, o non sai, o sai di non sapere: nel tango (come nella musica, nella letteratura, nella cucina o nell'amore) il massimo del rigore è il massimo della libertà. Accidenti a lui.
le lezioni.
E qui non parliamo di tango, ma di strumenti di distruzione di massa.
Per esempio un capannone della zona industriale (quella dove Siracusa è più spietata e accecante) alle tre di pomeriggio, senza aria condizionata.
Diciamocelo: non è sostenibile.
L'organizzazione del Festival è stata egregia, e merita un premio per quasi tutto, ma per questo meriterebbe una denuncia alla Corte europea dei diritti umani di Ginevra. O alla Protezione civile di Bertolaso, al limite.
le milonghe.
Peccato per piazza Duomo, che resta uno dei luoghi più affascinanti della Terra. Ma pure la Fonte aretusa e il suo affaccio sul mare indecifrabile di Siracusa meritano. Peccato per il pavimento, dove la carte nautiche segnalavano almeno tre Fosse delle Marianne (si racconta che molti tangueri ci siano caduti dentro, e siano scomparsi) e una pendenza del dieci per cento sul livello del mare. Ma noialtri tossicomani balleremmo in piedi su uno sgabello, lo sapete.
le milonghe.
intese come musiche. Poche, troppo poche. E per ragioni che restano oscure. Ho sentito dire che "gli stranieri non le ballano". Beh, dovrebbero.
i vals.
giuro, non ho niente contro i vals. Ma non ne avevo mai ascoltati quattordici di seguito. Sono uscita,domenica notte, in overdose di vals, e se m'avessero fatto l'antidoping avrebbero trovato una concentrazione di vals assolutamente mortale, nel mio sangue e nei cinturini delle mie scarpe.
le scarpe.
la parete vertiginosa di "Scacco matto", il negozio etnico di via Cavour. Un mini paese dei balocchi nel paese dei balocchi. Ho provato scarpe rosse, blu elettrico, verde pisello. Scarpe blu cobalto, rosso granato, oro giallo. A pois, a losanghe, a fascia, a incrocio. Poi, come una cenerentola alla rovescia, sono uscita con una scarpa in più.
Pugliese. Chi l'havisto?
la milonga desnuda.
bella idea, ballare allo Zen (una piattaforma sul mare siracusano, che è mare di scoglio, senza spiagge, senza sabbia, senza requie). E imperdibili le riflessioni antopologiche, o forse pure etologiche e persino biologiche, a bordo pista.
Cosa spinge un tanguero a ballare in costumino da "Bianco rosso e Verdone" e scarpe di vernice? Cosa vuole ottenere, la sirena mesciato-leopardata che non ha ritenuto di investire neppure un centesimo in un anticellulite (sbagliando)? Perché quando il biondo con la barba s'è tolto la maglietta con scritto Sesso, alla vista dei tatuaggi abbiamo urlato tutte: rimettitela? Che emozione si prova a fare un perno nelle tappine infradito di plastica nera? Che punizione bisognerebbe infliggere al cavallero che ballava con i sandali (colpi di cric sugli stinchi è il risultato del forum apposito)? Qual è la misteriosa relazione tra i brufoli sulla schiena e gli ochos atràs? Qual è il confine tra corretta dissociazione e lordosi? Al caftano con lo strascico è sempre preferibile un perizoma, o vale solo per Di Sarli?
Siamo davvero pronti a milongare senza veli?
Insomma, l'anno prossimo ci torniamo tutti.
Avviso: in questo post si svela la trama del film. Poi non dite che non ve lo avevo detto.

Personaggi:
La Scema bionda, Carrie, ovvero quella che, malgrado guadagni un sacco di soldi solo osservando quello che le accade attorno e raccontandolo in forma di Sex e pure di City (le due cose sono collegate, poi spiegheremo come), malgrado abbia un guardaroba che, onestamente, potrebbe sostituire qualsiasi uomo, malgrado abbia avuto nel suo letto roba del tipo il falegname mollaccione ma tenero (Aidan), lo scrittore invidioso ma di spirito (Berger), il russo egocentrico ma fascinoso (Petrovsky) , s'ostina a spasimare per un Big. Un Big Mac, falso come un panino di McDonald, pieno di sé, lardoso e pure tinto (mogano). Uno di quelli che: dormi qui, ma non lasciare nemmeno uno spillo a casa mia.
Oppure: Lei: che facciamo, prenotiamo una casa agli Hamptons per l'estate? Lui: ne parliamo dopo. Lei. dopo quando? Lui: quando torno da Parigi. Lei: stai andando a Parigi? Lui: sì, per sei mesi.
Tornerà da Parigi. Con una moglie più giovane della Scema, più alta di venti centimetri (e non ci vuole molto).
Big. Appunto. Big come Big Mac, come Bigamo. Come bastardo.
Le amiche della Scema:
Miranda la rossa, Avvocata ex cinica, sposata col mite Steve Brady, madre di un bambino-clone, che per giunta si chiama Brady Brady, il che spalanca futuri scenari edipici sconcertanti;
Charlotte la bruna, versione metropolitana della Bella Addormentata, convinta che "basta non fare sesso per un anno per ridiventare vergine" e fattasi ebrea per sposare, in seconde nozze (ma pur sempre in bianco, esattamente come erano andate le prime nozze con l'impotente mammone Trey McDougal), il pancione pelato ma dolcissimo Harry Goldenblatt, ottima dimostrazione di come si possa trovare un ottimo marito quando non lo stai cercando, specie se non ti fai distrarre dal packaging;
Samantha la bionda molto mesciata, consumatrice di uomini che valuta a peso e misura, non crede all'amore più di quanto creda a Babbo Natale (ma di Babbo Natale sarebbe anche disposta a valutare eventuali prestazioni). Ovviamente, sesso a parte, è la versione newyorchese di Zia Mariella.
Trama:
Allora, tutto comincia quando la Scema vuole indurre Big a sposarla, cosa che ha cercato di fare per tutte le precedenti 94 puntate, ottenendo come risultati un matrimonio (di lui con un'altra), un tradimento (di lei con lui, sposato), svariati anni di acquisti compulsivi di scarpe e un'ulcera gastrica da crisi di bulimia & cibo cinese. Big, però, stavolta le dice: e perché no? (che è la cosa più vicina al "sì" che lui, da sempre, riesca a pronunciare).
Cominciano con un tailleurino vintage bianco prima comunione e 75 invitati, ma presto la cosa gli sfugge di mano.
Cento invitati, e la cerimonia nella sala degli affreschi della New York Pubblic Library (sì, una biblioteca: carino, no?).
Duecento invitati, e un vestito di Vivienne Westwood del costo presunto di cinquantamila dollari.
Duecento invitati, un vestito di VW e un servizio fotografico su "Vogue".
Duecento invitati, un vestito, un servizio fotografico e la qualifica di "ultima single quarantenne di Manhattan che ce l'ha fatta". E ce l'ha fatta grossa.
Così, mentre lei prova l'acconciatura di nozze (un trofeo con penne cerulee d'uccello del paradiso)(vi ricordate cosa diceva sul "ceruleo" Meryl Streep in "Il diavolo veste Prada"?)(vi ricordate cosa diceva, in generale, Samantha degli uccelli in tutto il resto della serie tv?)(mai avere un uccello per la testa, insomma), lui comincia ad avere un malessere. La famosa sindrome del "mi sta incastrando". Suda, il bastardo, che quasi gli si scioglie la tintura (mogano).
Parentesi su Big.
Ieri ero dal parrucchiere, e leggevo un dotto articolo sul film in questione, scritto, ovviamente, da un maschio. Vi si definisce con orrore la "spaventosa galleria di fidanzati-freaks" di Carrie (ma vale per tutte e quattro le amiche)(e, oserei dire, vale per tutti gli uomini, newyorkesi e non: sono freaks, facciamocene una ragione), e vi si legge - testualmente - che "escluso Big, è una parata di sfigati/impotenti/inaffidabili/paranoici". Come, escluso Big? D'accordo, non sarà impotente, e nemmeno sfigato. Ma affidabile? non paranoico? Big?
Big è una delle migliori rappresentazioni di cinquantenne bastardo metropolitano. Regolarmente inaffidabile, sistematicamente assente, programmaticamente bugiardo e compulsivamente dedito a farsi gli affari suoi (e le modelle sue). Escluse le modelle e la tintura dei capelli (mogano), preciso sputato al mio ex marito. E a centinaia di migliaia di uomini: l'internazionale del bastardo traditore e fedifrago, lo stronzo global.
Insomma, Big lascia Carrie all'altare, anzi non scende nemmeno dalla macchina (una limousine). La chiama, oh sì, la chiama al telefono col tremolizio nella voce: piccola, piccola, non posso farcela, non ce la faccio, gné gné.
Giustamente, lei lo raggiunge e lo piglia a colpi di bouquet di rose bianche (a gambo lungo). Sarebbe stato più efficace il cric, per la verità. Ma hai trovato mai un cric a portata di mano quando ti serve?
Per fortuna, quasi sempre si trovano a portata di mano, quando ti servono, amiche eque e solidali, che - per esempio - passano con te la tua luna di miele mancata (in un resort messicano a cinque stelle pagato con la tua carta di credito), mentre tu catatonizzi sul letto nuziale e la memoria del cellulare si riempie di messaggi di lui: scusami, ti prego scusami, ti supplico scusami, gné gné.
Ma che, scherziamo?
E qui si potrebbe aprire pure un dibattitto: è più bastardo lui o scema lei? E' nato prima l'uomo o la gallina? Come si fa a non vendersi l'anima, quando sei tu che vorresti comprarmela, anche se con una carta di credito scaduta e nemmeno tua?
Insomma, ho passato alcune ore a gridargli "bastardo", tentando di lanciargli bottiglie di coca e bicchieri di popcorn duro come ghiaia (ma farolit mi fermava, sappiatelo: quella donna è un vero esempio di zen calabro-siculo).
Insomma, alla faccia di Sex e di City (le due cose sono misteriosamente collegate, nel senso che, secondo Carrie, quando ti va male – perché lui è sfigato/impotente/inaffidabile/paranoico, cioè nel 99 per cento dei casi – puoi sempre continuare la tua storia d’amore con la città. A New York. A Messina, quando ti va male, al massimo puoi andare a sparare ai topi nelle discariche abusive, o a scrivere con lo spray rosso sulle magnolie secolari del lungomare, o a cercare di suicidarti sui binari del tram che corrono accanto al mare, o annegandoti in mezzo alle buste di plastica e al catrame galleggiante di Mortelle, o persino abbuffandoti a un party elettorale).
Sì, sono stata un’estimatrice della serie tv, che conosco come altri i Vangeli o la tastiera del telecomando. Ammiravo le donne fra loro, perché le riconoscevo (anche da qui). E mi piacevano il realismo di Miranda, le domande di Carrie (ogni puntata una domanda, compitata sullo schermo del pc: Quando gli uomini diventano troppi? Si può fare mai davvero sesso sicuro? Per caso i ventenni sono come l’ecstasy? In una città che può offrire tutto è meglio accontentarsi di quello che si trova? Quando abbiamo smesso di farci domande?), le sicurezze di Samantha, alcuni abitini di Charlotte e le scarpe di tutte e quattro. Roba da insegnamento di vita.
Ma questo lieto fine della Scema che si sposa con Big, col vintage triste addosso (ma le scarpe da fidanzamento di Manolo Blahnik tacco dodici ai piedi) e un ricevimento da McDonald no, non posso sopportarlo. Mi offende.
Zia Mariella è d’accordo: gli doveva staccare la testa, ha detto lapidaria quando le ho raccontato la trama. Ecco.

Il primo non so quando ha cominciato. Forse ieri mattina, forse due notti fa, mentre la spazzatura bruciava in mille fuochi segnaletici che disegnavano il profilo della città dall’altra costa (la città s’è presa invidia di Napoli, e c’è un odore di Napoli, una nostalgia del fuoco e dell’orrore che si avverte chiaramente ad ogni angolo di strada).
Insomma, quello ha preso un coltello, o qualcosa di affilato, è salito in cima un cassonetto, una catasta di cassette di frutta o un lampione e se n’è tagliato un pezzo.
“Hanno detto che cominceranno da qui – ha spiegato quando qualcuno l’ha visto – e allora io mi piglio questo pezzo”. E ha tagliato, senza troppa precisione, un quadrato di Stretto, affondando bene la lama nell’aria fitta, attraverso la caligine marina, le scie grasse delle navi bianche che, per lo scirocco, filano sotto costa, caute, scuotendosi i fianchi per dolori invisibili. Se l’è messo sottobraccio, e s’è avviato verso qualche condominio occhiuto scavato nella collina, o qualche baracca sotto il cavalcavia, o qualche villetta schierata lungo l’osso dell’autostrada. Ha lasciato un foro quadrato, nero nero, giusto al centro.
Da allora è stato un assalto.
Arrivano con coltelli, mannaie, temperini. Ognuno se ne taglia un pezzo: “E perché dovremmo lasciarglielo a loro?” si dicono l’un l’altro, annuendo con forza. Intendono i signori degli espropri e dello sbancamento che faranno il Ponte, il ponte delle Due Mafie, con piedi di cemento visibili dal satellite, e profondi fino alla bocca di Cariddi. Enorme come certe bugie grandi quanto dirigibili, paesi o isole intere. Ma le bugie cominciano sempre da qualche parte, e se guardi all’inizio, nel gambo delle bugie, c’è sempre qualcosa di rotto, di sbreccato, di rovinato.
E qui siamo abituati a non lasciare niente. Siamo cavallette sfortunate, formiche rosse piene di fame, affamati per storia, indole e genetica.
Così, c’abbiamo dato dentro di coltello, mannaia, temperino. Pure forbici, e persino forcine: pezzetti minuscoli di Stretto che brillavano come stelle marine, e si potevano mettere fra i capelli. Lavoravamo tutti con impegno, staccando questo e quello. Le finestre di Villa Sam Giovanni, che in certi giorni le puoi aprire da qui, o sbirciare nelle case. Gl'incendi sulla dorsale, le ginocchia azzurre della Calabria immerse nell’acqua. Il muro abbagliante d’un complesso penitenziario, sopra Catona, che però si chiama “Conca d’oro”. L’antenna solitaria del pilone, che gratta i cieli e sbriciola le stelle da sotto. Ognuno si staccava quello che voleva. Io ero incerta tra un garofalo che s’era aperto proprio lì davanti - un fiore di mare con petali d’insidia, quando le correnti di Ionio e Tirreno (che hanno un sale diverso e vecchi rancori) si scontrano - e un giro di gabbiani attorno all’albero d’una nave, coi loro stridi preistorici.
Non c’è voluto molto: dopo un paio d’ore sono arrivati i picciotti con trinciatoi e motoseghe, zappe e picconi, e i camion dei clan ch’erano già pronti per il movimento terra. Hanno cominciato le demolizioni da Capo Peloro, lavorando con metodo, nemmeno fossero le imprese dello Stato.
Alle nove di stasera non ce ne sarà rimasto per nessuno.
E sai quanto ti costerà, un pezzettino di Stretto, al mercato nero?
Non sto scherzando. La città immersa nella spazzatura (storie di stipendi non pagati, precariati vendicativi e incapacità amministrative) guarda lo Stretto e lacrima, ma forse è la diossina. Sono tutti rassegnati all'idea che, fra qualche anno, avremo qui davanti, dove ora si stende questo mare chiuso e ribollente, questo mare trasversale e antico, solo un enorme spazio nero e quadrato, come un recinto o un cortile di cemento armato. La rassegnazione fa odore di cassonetto, pesce marcio, pannolini, bucce d'anguria. Non si sente altro odore, per ora e forse per sempre.

Oggi sono stata dalle megere. Loro non vendono frutta e verdura, loro sono frutta e verdura. Hanno rami, foglie e certi sorrisi nodosi pieni di semi. Vivono nella capanna in mezzo al bosco, da dove escono, vestite di scialli e gonne di lana morticina, cariche di panieri. Attraversano qualche sentiero fra i mondi, tra funghi velenosi, libellule con occhi di fata, impronte di demoni e strade ferrate, e sbucano in via Tommaso Cannizzaro, al loro negozio senza saracinesca, senza scaffali, senza insegna. Un giro di lampadine d'un Natale del '56 è l'unica luce del negozio, che apre a un'ora imprecisata del mattino, tra l'alba e il primo semaforo, e chiude, invariabilmente, alle due e mezzo.
Lì cominciano ad allineare zucchine rotonde coltivate a miele, carciofi con le unghie e i denti, pomodori diavolicchi, peperoncini contro la malasorte, teste d'aglio, sorbe, broccoli vivi, basilico dalle foglie larghe come palme. Cavolfiori carnivori, melanzane che profumano di violaciocca. Mele di Biancaneve.
Quella vecchia a volte resta a casa, a rimestare nel pentolone, o a incantare gli animali, o a seppellire i principi di passaggio, non so. Quella giovane è sempre presa di scirocco, coi capelli arruffati che ospitano nidi di rondine, stracci, fili di rame del vecchio impianto elettrico. Ha occhi d'un azzurro marroncino, d'un azzurro ruggine dove puoi vedere pensieri spostarsi come uccelli, pesci volanti o foglie. Qualche volta brilla oro, o acqua, persino quando si lamenta delle tasse e del freddo e agita le mani piene di bitorzoli rossi, mani di barbabietola, mani di cipolla di Tropea che fanno un tenue profumo di soffritto.
Quella vecchia litiga col registratore di cassa, ricomincia il conto cento volte, e sbaglia sempre, perché le cose non saranno mai numeri, soprattutto le cose vive. Così i suoi 6 e 9 diventano bisce, e scivolano per il marciapiede fino al tombino. I 5 diventano polvere d’oro. Gli zeri si moltiplicano, sono ceci, uva, meloni bianchi, angurie. Il registratore di cassa non può farcela: si apre con un suono di metallo risentito e rifiuta di continuare. La vecchia pronuncia imprecazioni terribili con una voce di comando che zittisce persino i gelsi. Poi strappa tutto e ricomincia a contare: una zucca, un mondo, un tesoro, un delitto, un segreto…
Stamattina la vecchia ha raccolto un gatto. Un micio di strada, piccolo e cieco. “Ne ho altri cinque, malanova” m'ha detto con una voce dolcissima, terribile, la faccia di megera tutta illuminata, bella come un noce di cinquecento anni. Allora ho capito: sono allevatrici, loro due. Allevano creature. Che siano gatti, rape rosse, anime, rosmarino, registratori di cassa. O anche clienti come me, che vanno alla bottega delle megere per sentirsi rassicurate, per sapere che qualcuno c’è sempre, a prendersi cura del mondo, a far crescere le cose, i mici ciechi, le albicocche, la fiducia. C’è qualcuno, c'è.
Ehi, a proposito di anime, crescite e vite, c'è ancora vita, qui nella blogsfera? Boh. Sembra lo Stretto bianco in un giorno di scirocco. Però io ho scritto un sacco di post mentali, orali, telefonici, postali. Anche onirici, al limite. Però non valgono. E v'assicuro che mi spaventa, la prospettiva che tutto questo finisca per sparire, inaridirsi e sgocciolare come certe fiumare di qui, diventate di cemento. Io preferisco i sassi e l'acqua.
Infine, per quelli di voi che abitano a Roma e dintorni: in questi giorni c'è lì, al Teatro India, fino a domenica, un amico mio che fa uno spettacolo bel-lis-si-mo. Lui si chiama Saverio La Ruina, e il suo spettacolo è Dissonorata. Io ne ho scritto qui , un milione d'anni fa. Se potete, andatelo a vedere. E poi, col cuore perciato (perché si percia sicuro), andate da Saverio e mangiatevelo di baci per me.

A casa mia non è mai notte.
Non nel senso che non ci viene, la notte, a casa mia. No, è notte un sacco di volte al giorno e va benissimo così. Piuttosto, non andiamo mai a dormire, non spegniamo le luci e non chiudiamo le imposte, non smettiamo di fare quello che stavamo facendo, anzi cominciamo a fare qualcosa di nuovo e che duri (chessò, i carciofi ripieni, la riforma dello sgabuzzino, un post, una partita a Risiko, una causa di divorzio). La miciazza salta in giro, litiga con gli spiriti e partecipa alle nostre attività. Ma lei parte avvantaggiata, perché è già notturna e nittalope, beata lei.
Noi finché ce la facciamo e il fisico ci regge neghiamo la notte, invece, le indichiamo diversivi. Non che non l’ammiriamo. L’amiamo tanto da costellarne il giorno: ci sono riserve di notte in un sacco di posti, noti a noi tutti, miciazza compresa.
Mia madre teneva la notte nei mortai, in alcune agende, in certi angoli del corridoio che ancora sono bui e la notte non viene via nemmeno a grattare con la lisciva, e la nuova inquilina ha speso una fortuna in solventi ed esorcismi, niente da fare, la notte macchia, come il sugo di ciliegie, il caffè, l’inchiostro, il dolore.
Io tengo la notte per lo più sulla carta, nella stanza del caos, in un taschino sul cuore, in barattoli di vetro (dove poi dimentico di scrivere la data di scadenza), in alcuni pensieri che non riferirò. Tra i libri, poi, c'è un sacco di notte, come sanno tutti quelli che hanno una libreria, anche piccola. Certe volte cola fuori, e bisogna cambiare disposizione dei volumi, chessò, mettere quelli più chiari, o quelli con più porte e finestre, o quelli coi petali che seguono il sole, vicino al bordo. Ma sono cose molto personali, le librerie. Figuriamoci.
La miciazza ha le sue provviste personali di notte, la sua notte felina a noi ignota dove striscia e sprofonda nel sonno definitivo dei gatti (il gatto è l’animale che dorme di più: la sua saggezza superiore si rivela anche in questo, suppongo).
E comunque non è il sonno. E’ il salto, quello che ci spaventa.
Ci spaventa decidere che il giorno è finito, chiuderlo, tagliarlo via con gesti che pure si facevano e si fanno: mio padre chiudeva cerimoniosamente la serratura della porta di casa, facendo schioccare i colpi blindati, in modo che si sapesse; mia madre ritirava il bucato prima che prendesse la brina di sirino, che lo ricamava con piccoli fori di ghiaccio. Ma io mi ritiravo nel cerchio magico della lampada, e schieravo matite e pennini e musica, soprattutto musica, e mio padre si chiudeva nel suo studio, circondato da schemi, scacchi, diagrammi fitti di numeri con un lieve rumore di macina. E le luci erano tutte accese, nel corridoio e nelle camere, e svariate tivvù si parlavano tra loro, e la cucina sbuffava di vapore come una locomotiva.
Ora è esattamente lo stesso.
Perché ogni giorno che passa lascia un’ombra, anche piccolissima, e perché la notte ha una bocca enorme e vuota, e potrebbe non lasciare nulla di noi. Perché la notte preme da ogni lato sulle pareti della casa, e non è la notte ingannevole e ingioiellata distesa sullo Stretto, intenta a far navigare le terre attraverso i pescherecci: è sempre la stessa notte originaria del paese di mia madre, una notte di castagni invisibili, di vallate completamente cieche, di richiami spaventosi, di lupi, di futuro.
Così noi resistiamo finché possiamo, e quando non possiamo più ci addormentiamo di colpo, come per una fucilata, e dormiamo tutta la notte con un’ingordigia che la consuma per intero.
La mattina dopo, infatti, il mondo è nuovo e la notte – se solo siamo bravi, se solo riusciamo a resistere, stasera – potrebbe anche non tornare mai più.

Pasqualina, vittima designata, bada alle pecore, bada alle vacche, bada al podere. Pasqualina tiene la testa bassa, conta le pietre per terra. Una, una, una, una. Pasqualina sa poche cose, il sì per lei è sì e il no è no, e il resto viene dal diavolo. Il diavolo è bellissimo, abita di fronte alla sua casa, ha un completo scuro e una macchina. Lei lo ama. Trascinando la corda delle sue giornate – dentro il podere e fuori il podere, dentro la stalla e fuori la stalla, su in terrazza e giù in terrazza, su in cucina e giù in cucina – Pasqualina, che nella mente ha poco spazio e nel corpo pure, ma ha un’anima talmente grande (sono tutte grandi, forse, ma forse no) che copre la vallata petrosa, scavalca la montagna e passa il confine, dove la Calabria diventa Basilicata, Pasqualina, che cammina a testa bassa, contando le pietre per terra, una una una una una, Pasqualina, che non sa nemmeno se la sua faccia è brutta o bella, Pasqualina, che vive sola con un padre una madre due sorelle e un fratello, Pasqualina si lattarìa per la voglia di sposarsi, per la paura di restare zitellona, caduta di guerra, milite ignota come tante che gli partirono gli uomini e manco tornarono, e le lasciarono morte in vita, zitellone.
Pasqualina incontra il diavolo tre volte, in qualche ruzzolaserpi dove le pecore seminano lana e olive di cacca, in mezzo alla ginestra spinosa e gialla come la paura. Il diavolo dice: stai tranquilla, spusamu, spusamu. E se ne parte per l’America, il diavolo, senza dire niente a nessuno. Pasqualina resta sulla terrazza, a guardare la casa di fronte, a guardarsi la pancia.
Prega, forse, Pasqualina, non si sa bene quale divinità diabolica che coincide coi sassi, col vestito nero di màtrima, con la faccia nera di pàtrima, con le lettere colle strisce celesti, quelle che vengono dall’America, ma non per lei, non per lei.
Per lei c’è una latta di petrolio, e un cerino, un giorno che tutti sono usciti dalla casa ma suo fratello no, suo fratello che deve fare una cosa importante: lavare col fuoco l’onore di tutti.
Brucia, Pasqualina, di colpa, di vergogna, di dolore. Brucia di petrolio, di disonore. Brucia di cerino, di focolare, di padre e madre e sorelle e fratello. Brucia di diavolo e d’america. Brucia di Calabria.
Brucia sotto la fontana, brucia dentro l’acqua, nel letto d’ospedale. Brucia nella stalla dove la nasconde zia Stella, come le stelle che stanno in cielo, che la nutre con briciole d’amore (che l’amore è potente e pericoloso, guardate come ne basta una goccia, e nascono figli, ne basta una briciola, e uno non muore, bastardo amore potente e pericoloso che rovini e salvi le vite).
Il 24 dicembre, nella stalla, di nascosto agli uomini ma non alle stelle, tale e quale a Gesù, il santo più forte di tutti (ma forse non dell’amore, non del diavolo, non del disonore, forse), nasce il bambino di Pasqualina e del diavolo: si chiama Saverio.
Saverio ora è un bello giuvini, alto. Pasqualina brucia ancora, con la pelle del mento attaccata al petto, per sempre, la testa china per sempre, a guardare in basso, a contare le pietre per terra. Una, una, una, una.
Ieri sono stata a teatro. Un teatro piccolissimo, sia pure nella città teatrale dell’isola teatrale che spalanca i suoi sipari dappertutto, le sue recite tragiche o grottesche (indistinguibili, talora).
Sulla scena, uomo con sedia. Questo uomo.
Un uomo che diventa, da subito, col tuppuliare del pieduzzo, con la manina fessa, con la testa china, diventa Pasqualina. Diventa la montagna che divide la Calabria dalla Basilicata, il qui dal lì, Pasqualina dal diavolo, il diavolo dalla sorte.
Oh come piangiamo tutti, in platea, sprofondati nelle nostre poltrone. E non so perché ho pianto, o a che punto. E’ stata una reazione incontrollabile del corpo, che reagiva al corpo di Pasqualina, al corpo vivo e caldo del sopruso, della sorte, del diavolo, del dolore. Non era pianto, era piuttosto un chiamarsi di fluidi. Mica si poteva resistere.
Piangevo io, piangeva il mio guerriero medievale e motociclista accanto a me, piangeva suo fratello attore sotto i sopraccigli grossi, piangeva l’attore famoso coi mustazzi arrivato alla chetichella, piangeva la mia amica del tango con la sorella bionda che lei pure piangeva.
E si andava aprendo, per tutto il tempo, come un foro, qui nel petto dell’anima, un foro rosso: potevo vederlo distintamente, appena chiudevo gli occhi o forse nemmeno. Come una bruciatura.
Son uscita perciata, con questo buco grande, dai bordi rossi, qui nel petto dell’anima, e per tutta la sera e buona parte della notte lo sentivo che bruciava un poco, e attraverso ci passavano cose. Ci sono passati pensieri, interi fantasmi, alcuni morti, alcuni vivi, cioccolatini, nostalgie, grandine, oggetti. Quando sfioravano il bordo facevano un poco di fumo, un fumo leggero che mi dava le lacrime.
Più tardi ho forato, la gomma posteriore destra. Ma io lo sapevo che era quel buco che si manifestava. E poi ho tirato un filo del maglione, con la spilla: s’è aperto un foro. Era quello, era la storia di Pasqualina che mi restava dentro come un malessere, un magone, un buco di bruciatura sulla pelle dell’anima.
Certi dolori sono meglio delle gioie.

Custodiamo il caos in una stanza.
In effetti, lo custodiamo in un sacco di posti diversi, non tutti necessariamente fuori dalla nostra persona, ma la stanza ha questo uso da tempo immemorabile. Forse ce la trasmettiamo geneticamente: mia madre aveva una stanza del caos, mia nonna pure, la mia bisnonna anche. E ce l’hanno tutte le mie zie. Le mie cugine non so, perché pure se parlano farfallino e hanno variamente ereditato le ossa sensitive e i sogni premonitori vivono troppo lontano da qui, qualcuna pure in certi Nord piatti e premuti dalla nebbia o sommersi dall’acqua alta. Ma sono certa che il caos ha il posto che si merita, anche da loro.
Ieri mi sono addentrata nella stanza per cercare l’albero di Natale. Faceva freddo, e scansando i mucchi di cose – cose estive, cose dismesse, cose consumate, cose indecifrabili – m’è venuto il solito groppo e sconquasso di quando entro nella stanza del caos.
Cercando l’albero – i viali sono irregolari, la vegetazione sempre diversa – ho trovato una quantità di oggetti che avevo dimenticato, che poi è il motivo per cui esiste quella stanza, e non riusciamo mai a liberarcene.
Solitamente sta nel luogo più buio della casa, ma tanto le imposte restano chiuse, e pure la luce s’accende con difficoltà, ché la stanza non ama essere disturbata: ama restarsene a ruminare anche per anni (va da sé che il tempo, lì, ha una misura e un valore differenti: puoi entrarci e starci due o tre mesi, e fuori saranno trascorsi neanche venti minuti), trattenendo, mescolando, impastando.
Nella stanza della casa di mia madre c’erano per lo più cassette di liquori e bocce d’amarene vecchissime, bottiglie di pomodoro, bicchieri incartati uno per uno ma spaiati. C’era pure una bicicletta da donna, rosa confetto, che non uscì mai per strada (da noi è impossibile usare le biciclette: le strade sono tutte in salita, anche le discese, e abbiamo due automobili per ciascun abitante, compresi gli infanti, i moribondi e gli emigrati): la stanza del caos, per sua natura, oltre alle cose morte trattiene pure quelle non nate, quelle ipotetiche, quelle abortite, quelle immaginarie.
Nella stanza della casa di mia nonna l’aria era così fermentata che saziava come la ricotta, o si solidificava spontaneamente in formaggio lunare, costellato di minuscole conchiglie, pietruzze, picciòli, gusci di nocciola.
Anche nella mia ci sono varie specie di cadaveri, ma non è propriamente un cimitero, essendo in realtà un luogo vivissimo. Non a caso la miciazza ci ha fatto uno dei suoi nidi preferiti, nella vecchia poltroncina di tela bianca dove mio padre sedeva ogni sera, per un numero imprecisato di anni, forse cinquecento, a guardare la televisione. La poltroncina è piena di cuscini ricamati da persone estinte, scialli con le frange e sciammissi fuggitivi: credo che la miciazza se la sia costruita tutta da sola, trascinando col muso, o col becco (la miciazza cambia di specie, ogni tanto), tutti gli oggetti che le piacevano, come si fa di solito coi nidi.
Sospetto che viva lì anche il fantasma trovatello che s’è presentato dopo la tempesta di cenere, due settimane fa (ma di questo parleremo un’altra volta, che la stanza è suscettibile e non voglio urtarla).
Insomma, l’albero di Natale non l’ho trovato, ma ho trovato una quantità di lettere d’amore non mie, nastri, graffette, pacchi di fotografie, mascherine di carnevali trapassati, bottoni, galeoni spagnoli arenati, scatole del nulla, collane, un cappotto cammello, sei bottiglie d’olio (oggi si mangia insalata di pomodoro)(ma in effetti si mangia ogni giorno insalata di pomodoro, a casa mia: è la nostra comunione laica ma spirituale anzi terrestre).
Perché il caos è una cosa viva – qualche volta mi viene il dubbio che dovrei dichiararlo all’anagrafe – con un corpo fatto da tutte quelle parti dei corpi nostri, anime comprese, che si estendono variamente nello spazio e nel tempo, e da cui cadono o rotolano continuamente cose. Mi sembra saggio, che finiscano in quella stanza.
Così, credo, ci mettiamo al riparo dai rimpianti, e da un numero eccessivo di lutti.
Oggi comunque ci torno, per cercare l’albero.
La verità è che di quella stanza sono in pari tempo fiera e vergognosa: io so perché c’è, e mi conforta che ci sia. So che raccoglie tutta la follia necessaria della casa, e forse mi protegge oscuramente da certe geometrie domestiche e familiari che mi fanno orrore (tipo i centrini, i cognati, i cassetti). Ma mi viene difficile giustificarla, quando qualcuno se n'accorge, e non si spiega cosa ci faccia, quel sottoscala-cantina-soffitta-magazzino-obitorio, nel cuore d’un civico appartamento. Li sento, pensano che, malgrado la patina di civilizzazione, siamo rimasti barboni erranti in qualche aspromonte remoto. Io, come posso spiegarglielo che hanno ragione?
ps: l'acquerello che illustra la stanza del caos è di Mario Bianco, pittore e dipintore di cose incredibili, impensabili, inimmaginabili. O di cose che saranno. Di cose del caos, insomma.

alla poesia non c’è rimedio
chi ce l'ha
se la gratta come rogna
La poesia distese il suo corpo per traverso nello Stretto, e si lasciò salire addosso passi e navi per tutto il giorno. Noi la vedevamo di sgrincio, ci veniva di spalle nella sala del convegno, ma in qualche modo ci stavamo anche seduti sopra, coi piedi delle sedie affondati nella sua pelle piena d'escara e croste. Quando cambiavamo posizione, il suo immenso corpo bianco traballava, si sommoveva e produceva tremolizi e anche rumori qualche volta osceni, che stavamo ad ascoltare attentamente.
Dopotutto, lo scopo del convegno era quello: capire, affondare il bisturi, misurare la pressione e l'atmosfera, valutare il livello dei fluidi, far domande indiscrete sui parenti e gli amici.
La cosa curiosa era che - a differenza di tante altre volte in cui la poesia è già cadavere, e tutti in sala stanno con guanti di lattice e mascherina antisettica, e parlando lasciano uscire sbuffi di ghiaccio secco e formalina, e qualcuno a volte taglia pure sottilissime fettine di poesia stecchita con un'affettatrice professionale - questa volta la poesia era viva.
La poesia era quella di Jolanda Insana, fattucchiera e mavara, pupara e prestigiatora, che sedeva lei per prima su quel corpo vasto che solo in alcuni punti poteva rassomigliarle, a stare ben attenti. Nel doppiofondo della voce, per esempio, che in basso si sgranava in un catarro spesso di fumatrice, in una parte interamente porosa e oscura che sfuggiva a tutti. Forse qualcosa nel viso, un bel viso di Gorgone che muove eventi solo con gli occhi. Forse qualcosa nell'attitudine assassina del braccio, che sembrava fatto per particolari fendenti, determinate coltellate di bellezza.
La poesia si stendeva dal '37 a qui, da Roma ai sobborghi piano piano inurbati di Messina, dal porto di navi bananiere e di emigranti alla carta sottile d'un'opera omnia, un libro spesso che, ad agitarlo, suona di sciare, sciarre, sonagli, barbagli, alchimie, angherie. La poesia si stendeva da un balcone dove si caliavano le cotognate al tavolo ovale attorno al quale erano seduti un tot di critici letterari e professori, però strani anche loro.
Perché la poesia della mia concittadina Jolanda Insana (e se non è un nome profetico questo, non so quale possa esserlo), per sua natura, essendo così estranea a fanfare, bignami e pannicelli caldi, soffre d'incompatibilità assoluta coi tromboni accademici, colle madonnine infilzate e i pii languori.
Perché per togliere le croste a questa poesia, per sopportare il suo carico di pessimo umori, per farsi battezzare col sale grosso e la rema morta, per seguire gli alterchi di vita e morte che si sciarrìano tirandosi tozzi di pane, meraviglie, aggettivi greci, grano saraceno, monete di bronzo, pescespada disamorato, boccali di follia, ci vuole stomaco, ci vuole fegato. E ci vuole anche occhio.
Sicché tutti si drizzavano come potevano, sul corpo della poesia, e ci camminavano coi tacchi e i bastoni, e lei, Jolanda, diceva "fate, fate pure", e loro lì a tirar fuori dalle ferite sorbe, malebolge, puntesecche, madri universali, archetipi, pescestocco, poeti arabi, tenebrìe, colate laviche, voragini prime e seconde, rose fresche aulentissime, cacca, martòri, onomatopee. E lei, Jolanda, a dire: sì, quel frammento di sonetto ce lo avevo messo, ma il prezzemolo no. Sì, quella è un parola greca, si legge vogliadesìo, oppure amaroscuro, lo sapevo, ma quella no, quella è cresciuta da sola, e indicava un sostantivo a forma di agave, spinoso, di colore arraggiato, dolcissimo a mangiarlo, a masticarlo come si fa con la poesia, che alla fine è sempre un "prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpus".
Io stavo seduta in platea, accanto a una sacerdotessa cogli occhi bovini, a commuovermi per la millesima volta su un poemetto dedicato alla madre: “non ci sarà non ci sarà e ci sarà finché c’è la parola che la dice”. Più ci frusta più ci rende lagrimosi, la maledetta poesia, fottiverso e picchiacuore e gabbalessemi e scannaparole com'è.
Sono piovute sillabe sulla città per due giorni interi, e noi camminavamo senza ombrello, e lei, la poetessa - che quando le ha finite appende le poesie, una per una, con le mollette, ai fili, perché prendano aria e s'asciughino, perché la circondino col loro respiro e lei possa sentirne ogni dissonanza, dal suono di foglie che fanno - la poetessa mavara e pupara stava sotto la sua stessa pioggia, seduta sulla sua stessa poesia, con un'aria di miracolo e tenerezza che, di solito, nasconde molto bene sotto la polvere da sparo.
Io ho letto tutte le poesie di Jolanda (gerundio del verbo jolandare) Insana (presente indicativo del verbo insanire, o del verbo insanare, o più probabilmente tutti e due), e non mi sazio. M'ha passato – la passa sempre a chi la legge - la sua forza più bella. La fame.
Questo per raccontarvi che ho conosciuto una poetessa formidabile, una mavara vera, che aveva scritto nella lingua che qui parliamo senza saperlo, la koinè dello Stretto, e io infatti non lo sapevo ma ho rimediato. Una poetessa che scrive foramalòcchio, mìzzica, intrasàtto. Criatùra, lisciabùsso, ruzzolasèrpi. Che scrive cose che ubriacano come vino nero. Ci sono stati due giorni di convegno accademico, un recital, una paginatrè (questa). Ma soprattutto una frattura, una frattura che quel corpo smisurato ha aperto qui, in riva ai due mari.
Non so da dove mi vengano, certe idee.
Eppure mi conosco. Io sono impressionabile e superstiziosa. Sono pagana e incline ai trasalimenti. Credo ai segni, alla magia, ai presentimenti.
Ma soprattutto sono stupida, e seguo senza riflettere i moti del cuore o di qualsiasi altra frattaglia. Persino il cervello.
Insomma, non so perché m’è venuto in mente, e ci sono pure andata apposta.
A Palermo, la mia Palermo dei palmizi e delle nuvole barocche, la mia Palermo molle, suntuosa e impastata. Cosa fa una a Palermo, sul limitare dell’autunno, che qui resta tenacemente verde e arenario, ma le vetrine splendono di splendori nuovi (Palermo ama splendere, sia pure di gioielli di spazzatura, di travi rotte e pozzanghere diamantifere)?
Cosa fa una a Palermo? Va a mangiare tabulè alla siciliana e agnello delle colline alla Scuderia della Favorita? Va ad affacciarsi dal balcone di pietra dell’Excelsior? Va a comprarsi diciotto metri di buccellato? Va a nascondersi nella pancia animale del ficus magnolideo più grande del mondo, davanti al prospetto quieto dell’Hotel de France? Va a passeggiare nei vicoli dentro e fuori, intuendo cunicoli che collegano epoche, mondi e camminamenti nascosti e immaginari? Va a comprarsi un abitino da tango, che qui è più nero e latino che altrove?
Ma no, certo.
La deficiente, invece, si fa venire il prurito dei graffiti, la smania dei Cappuccini.
I graffiti sono quelli ritrovati sui muri di Palazzo Steri, prigione poi diventata tribunale poi diventato ateneo (perché i luoghi sono alternativamente giusti e ingiusti, o forse contemporaneamente): ci tenevano, otto o nove per cella, i prigionieri della Santissima Inquisizione, che con la mafia e gli incendiari di boschi è la faccia demoniaca della Sicilia.
I poveretti, accusati di eresia, magia e stupideria, stavano lì mesi e anni, a mangiarsi l’anima a mozzicate, e nelle ore di luce – quando Palermo sfolgora di doni sprecati, nell’aria nell’acqua e nel cielo – graffiavano la disperazione sui muri, per ingannarla un poco: scrivevano cose come “Pacienza, pane et tempo”. Sonetti in siciliano. Preghiere latine. Disegnavano di tutto, specie santi martiri con lo sguardo trafitto, le carni bruciate, l’anima spolpata via. La battaglia di Lepanto. San Sebastiano (il mio santo preferito da sempre) al palo, coi capelli lunghi e l’agonia piantata sul bel corpo, con le frecce piumate di nero. In qualche punto c’è solo una parola (“desideria”, “dulciora”, “innocens”), un fiore, un graffio.
La deficiente ha girato per le celle, in un silenzio di religione, con altri siciliani (ma lei non è siciliana, non del tutto) di quelli che li riconosci: si sono già fatti le primarie del piddì, gli alberi di casa Falcone, le marce, i lumini, gli abbonamenti alla Feltrinelli. Giravamo in un odore d’intonaco fresco e unghie, con tutto un lavorìo, un rosicamento dell’immaginazione, un gusto doloroso per l’ingiustizia piantato nella gola.
La deficiente ha trattenuto il respiro leggendo sui cartelli giganti le malefatte dell’Inquisizione, e la rete di ragno dell’Inquisizione, e la tragica familiatura che consente queste cose, oggi e ieri et semper (proprio ieri hanno arrestato madre e figlia: tragiche donne, hanno consegnato l’agnello – un agnello particolarmente nero e ricciuto – ai carnefici, il figlio e fratello killer diventato collaboratore di giustizia, passato da una familia a un’altra, irriconoscibile e ricciuto, figlio e fratello e agnello).
La deficiente è uscita zitta, e ci sono voluti molti alberi, molte ringhiere di ferro battuto, molti abbracci, molte pozzanghere che specchiavano la città rovesciata posata sul cielo. Ci sono voluti due cannoli. Ci sono voluti libri e taccuini nuovi, per ripigliarla.
E lei che fa? Ancora con tutta quella morte addosso, dove credete che se ne sia andata, la scema?
Mentre il nubifragio per incanto si scioglieva in un perfetto pomeriggio, e Palermo scintillava umida e orgogliosa – cosa volete che sia la pioggia per chi resiste in piedi agli uragani – mentre i ficus respiravano forte e le stanze dei graffiti si facevano più piccole e nere. La deficiente, lei, non ne aveva ancora abbastanza. No.
La deficiente voleva andare ai Cappuccini, ai Cappuccini.
Lei che non sa andare nemmeno nel tinello, se è buio. Lei che canticchia nel corridoio per non avere brutte sorprese dagli specchi. Lei che ha paura settanta volte sette.
Lei è arrivata precisa ai Cappuccini, ha individuato il parcheggiatore abusivo, lo ha pagato senza dire una parola – ché le tariffe sono universali, e conta solo la sicurezza del gesto - è arrivata davanti alla porta: “Catacombe dei Cappuccini”. Chiuso.
In quel momento, poiché esiste una divinità delle beffe che protegge le deficienti (ma in realtà le raggira, come tutte le protezioni), sulla soglia s’affaccia un frate giovane e abbondante, di pelo normanno. Le fa un cenno solo con la mano: vabbè – dice in un palermitano nasale e dolce – per voi faccio un’eccezione, entrate.
E la deficiente entra e non sa bene cosa aspettarsi, e ben le sta.
Ed ecco.
La deficiente non è più la stessa, da cinque giorni.
Da quando ha visto i morti appesi nella cripta dei cappuccini.
I morti divisi nei corridoio degli uomini, delle donne, dei bambini e dei professionisti.
Trattati, prosciugati nei colatoi, lavati con aceto, rivestiti dei loro abiti, del loro nome. Portano il nome e l’abito, solo come un peso leggero, che un poco l’inclina in avanti.
Non sono sereni, i morti. Non sono tutti uguali.
Portano spasmi, dolori antichi, la sorpresa inestinguibile che gli asciuga le labbra e gli scopre i denti. Le bimbe con le cuffiette color osso, i neonati come uccellini del mosaico, collezioni di pietruzze. Gli uomini grandi, qualcuno con la stessa faccia che incontri per le strade: i baffi dei siciliani, i favoriti dei siciliani, i nasi greci o camusi dei siciliani, gli zigomi arabi dei siciliani. Le vergini senza narici, con la palma e la corona di ferro della virtù. Qualcuno con una nuova pelle fibrosa, dolorosa. I capelli a ciuffi, a caso. Le mani coperte dai guanti: la pudicizia dei morti. I morti che cominciano a morire dalle mani, senza tocco.
E non finiscono mai, i morti. In tutte le nicchie, su tutte le pareti.
Una bambina che ha conservato il nero degli occhi, un gesto. Un marinaretto. Tre fratellini col capo chino.
Le guance d’osso dei morti. I denti pochi dei morti.
E le fotografie dei morti, posate accanto come a non crederci, come a non capire (una sola foto era mangiata dal tempo, forata dai parassiti, bucata dall’emulsione d’argento, dai sali acidi della dimenticanza: quella della bambina nella teca, la piccola Rosalia che dorme soltanto, col fiocco ancora giallo, le ciglia. La sua immagine s’era come trasferita nel corpo, e cancellata dalla foto. Ma allora è vero che le foto ci sottraggono sempre un alito, una molecola, una gocciola di vita, e se la tengono, intrappolata nei loro colori, ed è quello il segreto della loro persistenza, della loro proposta di memoria eppure di morte?).
La deficiente si sentiva bucare da qualche parte, ed erano i morti che passavano: in quel luogo non sono separati. Il varco era aperto e i morti passavano tutti, in silenzio. La deficiente era una porta aperta, e i mondi si rovesciavano l’uno dentro l’altro. Lei si sentiva, si sente, il bianco delle stesse ossa: si tocca la guancia e la immagina lucente come la loro, fibrosa e morta, per il prodigio minerale delle ossa, così sepolte in noi stessi, così remote, così persistenti. Lei sente l’infinita pazienza dei morti, che le strazia il cuore, perché il cuore non è attrezzato per l’infinito ma per la pietà sì.
Lei è confusa, adesso, perché non riesce a tenerli fuori: le sembra di guardare con gli occhi dei morti, - lei che i suoi cari morti li teneva in uno spazio separato e trasparente, fittamente intessuto di ricordi, odori, gesti; i suoi morti immateriali, evaporati, presenti ma come il cielo, l’aria, il peso d’acqua delle nuvole.
Tutti quei morti – invece - con addosso il peso della morte, la nudità estrema della morte, la levigatezza d’osso, la pazienza della morte, l’individualità precisa e implacabile della morte, tutti quei morti quieti e irrimediabili l’hanno confusa, l’hanno capovolta. Lei non sa più qual è il mondo di sotto e quello di sopra.
Lei non riesce più a tornare indietro, adesso.
sono sinceramente turbata, da qualche giorno. ho visto un luogo inimmaginabile, che non riesco a confinare, recintare, digerire come tutte le esperienze del pensiero. forse non è possibile. ma non riesco a vivere come se non esistesse, come se i morti d'ogni tempo non fossero appesi in una parete infinita, senza ritorno, senza senso. la mia rete benedetta d'affetti, oggetti e progetti mi sembra effimera, minacciata, presunta. ci sono pareti che dovrebbero restare opache.
non ho messo alcuna immagine, perché questo non è un post. è materia biologica. è un salasso. e che a nessuno venga in mente di andare ai cappuccini.
ps: è dedicato a D., che è uomo di consolazioni.
ri-ps: vorrei linkarveli, questi cappuccini, ma ho deciso di linkarli solo verso dentro. i post sono l'opposto dei link: ti portano dentro, non fuori. vabbè.

Certo che sì. Certo che ho votato per il Piddì.
Fuori dal seggio, la palazzina scrostata d’un patronato, c’era una scritta a spray, nuovissima: Poveri Deficienti. Eppure m’ha fatto piacere: nella città sonnambula e fascista non si vedevano scritte politiche dal millenovecentosettanta.
Ho fatto la fila nelle scale, in un forte odore di pipì di gatto e lite condominiale: l’autunno (che chiamiamo così solo per convenzione, visto che ogni giorno ha un paio d’ore d’autunno, cinque o sei d’estate, un accenno d’inverno e qualcosa di primaverile, e non dite mai più che non esistono le mezze stagioni perché la verità è che esistono tutte le stagioni, ma tutte assieme) entrava di sbieco dai finestroni, illuminando questo popolo controverso, estivo autunnale primaverile e parecchio invernale.
Ormai non ci sono più le mezze stagioni: non si trova un borghese a cercarlo con l’Istat, ma poveri ce n’è d’un sacco di tipi differenti. Contribuenti, pure. Ed evasori. Anche nella stessa persona. Precari, moltissimi. Fissi senza stipendio, anche. Pensionati senza aver lavorato, specializzati senza specialità, generici senza genere. Operai forestali in giacca e cravatta. Criminali comuni e associativi. Sindacalisti distaccati, anzi assenti. Assenteisti molto presenti.
Al mio turno, m’hanno consegnato centoquindici schede, con simboli di tutti i colori. Perché la democrazia è poter scegliere, che diamine.
Sono entrata nella cabina, che poi si fa per dire, cabina. Non ci sono più le mezze cabine. La mia era una scrivania in disuso, con le mandibole di metallo e i vetri fumè. Mi sono seduta, per guardare con calma le centoquindici schede. C’era di tutto. Ulivisti, riformisti, dadaisti. Esclusivisti, populisti, assolutisti. Socialisti, ecologisti. Arrivisti. Il nostro sindaco disarcionato (il nostro nostro, non il Wuòlter nazionale, sindaco di tutti e volemose bene), con lo sguardo mesto e democristiano, quello che ha ordinato la costruzione di tre anfiteatri per distribuire alle masse pescestocco e libertà di parola. Traversine del tram e gladiatori da notte bianca.
Non esistono più i mezzi partiti, signora mia. Ce n’è uno solo, un blob fumante con la faccia di Veltroni, di Fassino, di RosyBindi, di RosaLuxembourg, di Rossella O’ Hara, di Pantagruele Mastella, di tua sorella. Una balena bianca gigantesca, una Moby Prince Dick, un Titanic fiero all’ormeggio.
Ho letto e riletto le schede. Le ho contate sulle dita di una mano, le ho fatte passare per la cruna d’un ago (no, non ci passavano).
Non ci sono più le mezze democrazie. Qui si deve scegliere sul serio. Bianco o nero. Niente percentuali, partitini, coefficienti di carico, cuvée millesimati. Un solo lìder, meglio se maximo.
Allora ho scelto.
Ho preso una fetta di salame Sant’Angelo, un lampostil rosso. Ho scritto: “E’ uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”, poi, a maiuscole: “Vi siete mangiati tutto, mangiatevi anche questa”.
In un’elezione davvero democratica non può mancare il partito della fetta di salame.
Più leggera, sono uscita dal seggio.
M’ha accolto la primavera, con un sbotto di grandine sui rampicanti tropicali e il fumo degl’incendi sulle alture cittadine. Le caldarroste scricchiolavano accanto al carretto dei gelati.
Ah, le mezze stagioni.

Sì, c’ero anch’io nella giuria. Con zia Maria, zia Enza, la portiera e la gatta. Non abbiamo avuto dubbi di sorta: Miss Italia è Pippo Baudo. E anche lui, quando ha sollevato la corona, sembrava proprio Napoleone che s’incorona da solo. Era Napoleone (d’altronde, per una bella rimpatriata tra coetanei, all’edizione di quest’anno del concorso più amato dagli italiani mancavano giusto Napoleone, Achille Togliani, i senatori a vita, Pitigrilli e i fratelli Lumiére).
Io, che ero in redazione, sono andata a svegliare il capo, che dorme nello sgabuzzino, vestito, come i dottori di E.R.
“Capo, capo, è finita, l’hanno eletta…” la mia voce trasmetteva deferenza eppure giusta partecipazione.
Lui, riemergendo da chissà quale sogno (di solito sogna di fare l’inviato alle Maldive, in gommone e cappello da commodoro), gli occhiali storti sul naso, il riporto scompigliato, ha balbettato: “Chi, chi ha vinto… è una delle nostre?”.
Le nostre sono siciliane e calabresi. Quest’anno pochine, tra cui una con un nome e due occhi da fattucchiera e le forme di polena, quindi decisamente troppo per i giurati.
“Di più, capo… ha vinto il nostro…”.
“Ah, lo dicevo io… Pippo è sempre il migliore”.
Specie con i capelli mogano ramé e i denti d’avorio circasso.
“Coso, invece… come si chiama… Morandini, Miraglioni… quel ragazzo…”:
“Capo, Mirigliani è morto trentacinque anni fa, quello in smoking lamè è solo un ologramma”.
“Ah, ecco perché si mantiene così bene…” replica, con una remota invidia nella voce (lui a cinquantadue anni ha tre menti, tre pance e una ventina di metri di diverticolite).
“E quella – m’ha fatto stropicciandosi la faccia – quella bionda, a che posto è arrivata… lì, la cosa…la cantante, imitatrice… Lorella, Lella… Nilla, sì, Nilla Pizzi”.
“Niente, terza dopo Fabrizio Del Noce, capo, che era tanto carino e poi ieri in diretta ha sferrato un gancio destro a quello delle Iene…”.
“Ah bravo, bravo… quest’anno le ragazze dovevano dimostrare di saperci fare pure nello sport… bravo, sono proprio contento…”.
Alla scrivania, intanto, i telefoni squillavano: le zie, la portiera e la gatta erano furiose: “Ma insomma, tutte quelle galline di mezzo, non potevamo verderci in pace Pippo”.
“Eh zia, la tivvù…”.
“Tivvù e tivvù, faccio bene io che non pago il canone dal cinquantadue”. Zia Maria possiede otto televisori, di cui due in bianco e nero, uno a valvole e quattro senz’audio (nei giorni di pioggia è rilassante guardarli, come un acquario).
“Bello bello però” s’è intromessa zia Enza, in vestaglia da combattimento (lei vive in pigiama e vestaglia: la chiamiamo da sempre “reparto maternità”) e mèches platino arrotolate sui bigodini (che con le miss non si scherza, una dev’essere all’altezza, mica sono le tizie del tiggì). Zia Enza adora Mike Bongiorno, perché “uno che fa tutte quelle domande sa tutto”.
“Zia, guarda che non capisce nemmeno quello che legge”.
“Zitta tu che sei invidiosa. E poi gli hanno appena dato la laurea. E uno importante ha scritto un libro su di lui, un tale Edo… Epo.. Ero… un professorone… uno di Superquark. Più bravo di Marzullo, ti dico”.
“Comunque le ragazze erano tutte ‘ntipatiche, ‘mpituse e brutte” è la conclusione corale delle zie, come ogni anno. La gatta principessa era d’accordo. La portiera – Brigida viene da un paese estinto della Sila Piccola, ha duecentoquindici anni e un paio di baffi a manubrio molto ben tenuti, la barba invece se la rade - non tanto: a lei piaceva Loretta Goggi, da sempre. Anche ieri, coi capelli a pechinese e i pantaloni a zampa d'elefantessa (ha lo stesso stilista esclusivo di mia cognata). Se la ricordava da quando faceva la Freccia nera (lei, Brigida, non Loretta: nascondeva nel reggipetto i messaggi dei partigiani d’Aspromonte)(lei dice partigiani, in effetti erano latitanti che si nascondevano da molto prima della guerra)(la prima guerra).
Le zie e Brigida stavano intonando in coro “Maledetta primavera” quando il capo è riuscito a uscire dallo sgabuzzino (a volte non trova la porta, e resta lì fino all’edizione del sabato mattina, quando le donne delle pulizie entrano a prendere il mocio) ed è arrivato alla scrivania. “Allora… dicevamo… quale canzone è arrivata prima?”.
“Capo, non era Sanremo… era Miss Italia… a Salsomaggiore... ”.
“Vabbè, Sanremo, Salsomaggiore… è uguale… c’era sempre Pippo Baudo, no?”:
“Sì, ha pure vinto…”.
“Appunto – ha inforcato gli occhiali e s’è piazzato alla tastiera – e allora avanti, non perdiamo tempo: titolo e autore della canzone…”.
“Sì, capo”.

E io che mi pensavo. Io che sì, d'accordo, m'ero comprata l'abitino glam glam (che poi tanto si può sempre riciclare per il tango) e le scarpine di raso nero, ma la borsilla no (in vernacolo sarebbe la buzzitta, che s'accoppia di solito alla cappottina, ma qui entriamo diritti nella leggenda), avevo quella di mia mamma, una bustina nera con una minuscola tartarughina di smalto. Dentro, c'è ancora il menù d'una cena sociale di sette anni fa: continuo a portarmelo dietro, come tutto il passato trasparente, il bagaglio vasto e immateriale, pesantissimo e invisibile che ci segue ovunque.
Dritta sui miei tacchi di nove centimetri, fresca di messimpiega, stringendo la bustina dei ricordi, ho trattenuto per un attimo il respiro, sulla soglia dell'albergone imbandierato specializzato in matrimoni. Alla calabrese, si capisce.
Il matrimonio calabrese è una cerimonia complicata e durevole. Comincia di solito un paio d'anni prima, quando i due decidono il passo, e tocca informare le rispettive famiglie. Seguono una media di una novantina tra cene, pranzi domenicali e/o susseguenti pomeriggi con pasticcini nel salotto buono, visite al paesello e doverosi omaggi alle parenti anziane - di solito prozie remote, comari di basilico e cugine collaterali. Quando tutti sanno, e hanno manifestato il loro benestare, si può procedere con l'organizzazione.
Zia Maria, di solito, fa da furiere, assessore all'annona e ministro degli esteri. Presidia scelta di bomboniere, disposizione di posti in sala e rapporti con il clero. Ieri sera gli ultimi due invitati scomodi sono stati adeguatamente posizionati - nella mappa da risiko dei tavoli da otto - all'ultimo minuto utile, giusto alla fine degli antipasti. "Zia, ce l'hai fatta anche stavolta" le abbiamo detto noi cugine anziane, che sappiamo tutto delle campagne di russia che ha sostenuto da sola, dritta sui suoi tacchi quadrati, sulla sua ossatura minerale e sulle sue invincibili convinzioni.
I vicini di casa C. sono stati smistati - con un doppio avvitamento e un carpiato - al tavolo delle comari di sotto (Franca di sopra e Pina di sotto sono i confini umani della comunità, e qualche volta toccherà scriverne) senza colpo ferire.
La zia s'era già distinta nella formazione del tavolo delle scorie tossiche, il tavolo degli indesiderabili che nessuno vuole vicino: mia cognata la scorpionessa, il cugino con l'alito di capra morta, il compare di Bagaladi aromatizzato alla naftalina, il nipote complessato. Al termine di lunghe e complesse trattative - che il medio oriente sarebbe un gioco da ragazzi, in confronto - la zia li ha sistemati tutti. Tenendo nel giusto conto età, aspetto, censo, grado di parentela, generosità nel regalo e propensione al malocchio. Che tanto poi si sa che nessuno sta seduto più di cinque minuti, e tutti vanno al tavolo di tutti (tranne il nipote complessato, il compare antitarme e il marito della nipote che vuol parlare di Voltaire con chiunque gli stia vicino sennò mette il muso).
Io ho mangiato di tutto: gamberetti, fonduta, kebab, zuppa, sushi e molta molta maionese. Era un matrimonio calabro-global, e la farcia era, giustamente, planetaria. Sushi corretto al pescespada, fonduta col pecorino di latitanza, kebab al pesce azzurro. Gnocco fritto con pecorino e miele d'aspromonte. Astici. Ricotta fritta. Anelli di calamaro. Frittelle di fiori di zucca. Torta fredda di salmone. Filetti di salmone. Tartine di salmone. Salmone.
Non fraintendete. La nostra ossessione per l'abbondanza è antica e rituale. Tiene lontani i malispiriti, l'insicurezza, il malocchio. E poi, ci sono intere culture basate sull'ossessione per il vuoto, e onestamente non c'è partita.
Commare Abbondanza era seduta in prima fila (dove militavano, nell'ordine, una donna cannone, un sergente Garcia, una primavera esplosa, un allevamento di coleotteri), muoveva la bacchetta magica a caso e faceva spuntare cascate di strass nei luoghi più impensabili: l'abito lungo di zia Enza nubile, la mia cintura, i sandali palafitticoli di una piacente invitata, dove erano montati bersagli per freccette luminosi. Interi corpetti erano incrostati di pietre dure, fossili, conchiglie, stalattiti e stalagmiti. C'erano scarpe a forma di biga di Ben Hur, volants leopardati, borsette di scarabeo stercorario. Molto beige, molto oro. Grande esposizione di piedi. Qualche tatuaggio. Nessun piercing (evvabè, dateci tempo).
E camerieri concentratissimi in guanti bianchi che servivano patè di zucchine e pomodorini, risottino allo zafferano e frutti di mare. E cestelli di ghiaccio, un gran numero di cestelli di ghiaccio: era un "Live Earth" matrimoniale, dove c'era di tutto, dalle Alpi all'Antartide.
L'orchestrina parimenti suonava ogni cosa, da "Besame mucho" a Capossela. Global-calabri pure loro.
La sposa era mia cugina bella in seconda (la bella titolare vive al Nord, ma ancora si ricordano le sue leggendarie visite estive), quella che somiglia a Nicole Kidman ma più alta. Solo lei poteva portare quell'abito a scollatura totale e gonna interminabile. E i tacchi bassi.
Gli sposi volavano di tavolo in tavolo, mentre avveniva di tutto: io e il mio compagno - protagonisti, al momento, di "Quattro funerali e un matrimonio" - scattavamo istantanee della serie "la sai betoven?" al pianoforte a coda, facevamo marameo da lontano a mia cognata e dissertavamo sui Dico col parroco (che la zia ha piazzato al nostro tavolo, con misteriosi intendimenti pedagogici)(io insistevo: "padre, noi viviamo nel peccato, e siamo felici", lui trasaliva e versava più ghiaccio nel bicchiere). Mia cognata s'è cambiata pure d'abito, tra il primo e il secondo tempo: per lei è sempre Sanremo. Poi, in compenso, una volta assestasi tra i pannelli di lamè, ha dato prova della sua consueta fame da brontosauro. Intanto i bambini cadevano addormentati nel mezzo del salone, zia Enza era piegata dal peso del monumentale crocifisso di strass che portava al collo ("Zia, hai paura dei vampiri?" le ho chiesto, e lei: "Certo che no, se ne vedo uno lo mordo io". I vampiri sono avvisati) e nessuno dava confidenza al dentice a terrazze servito con coreografia flambè.
Diciamo che eravamo già tutti proiettati verso il buffet di dolci.
Commare Abbondanza dà il meglio di sé, sui dolci. Dobbiamo scongiurare, dopotutto, lo spettro d'una ventina di secoli in cui il pane col miele era il massimo, e tutti i dolci poveri che ci siamo dovuti inventare in tutto quel tempo: le 'nsudde spaccadenti, il torrone di cemento armato, le 'nnacatole fritte nello sciroppo, le collure di pasqua farcite di uova, le colombelle cogli occhi di mandorla e i sogni di zucchero.
Niente di tutto ciò, ieri.
Trenta metri di buffet, con torte paradiso, babà alla frutta, sacher-global profumata di zagara, tiramisù, un intero lago di cigni tutto di panna, bignè e profiterol: guardando quella crema azzurra che fingeva le onde, quei cigni indomiti e cotonati, devo ammettere che mi sono commossa. Ho pensato a tutto ciò che di cotonato e laccato e artificialmente colorato c'è in noi, al magnifico kitsch che glassa le nostre vite, e che pure non cancella quest'assurda fiducia, o speranza da cigni di panna che vanno verso l'argine di cioccolato, ad ali aperte e fari spenti nella notte.
E poi c'era lei. Sì, lei. La mia torta preferita.
Ora voi direte "aaagh", ma vi giuro che è buonissima. La torta panna e peperoncino. Che infatti non è una torta, è una metafora. La metafora si taglia a fette, e dentro sembra una cosa innocua: due strati di pandispagna, due di panna spessa e bianca, con impercettibili pezzettini rossi. Quando la mangi senti solo la panna, e continui per qualche secondo a chiederti dove hai sbagliato, o cosa voleva dire, o come puoi farti fregare sempre e credere a qualunque cosa, anche a panna e peperoncino. Poi ti fermi con la forchettina a mezz'aria, perché è allora, quando hai perso la speranza, che arriva il peperoncino. Nella bocca tutta dolce, tutta risaputa, si sparge e si solleva un solleticore, una polvere di stelle, un brillìo di fuochi artificiali che non è esattamente un sapore. Il piccante non è un sapore, sappiatelo: è una sensazione tattile. Un inganno dei sensi, come ogni volta che mastichiamo una metafora. Inseguiamo un sapore, un simulacro, un'immagine, e invece è un'altra cosa, come un suono, come una pioggia sottile.
Come un matrimonio calabro in una notte di luglio.
Sì, sono sopravvissuta, anzi mi sono proprio divertita. E rassicurata: l'abbondanza serve a rassicurare. Che saremo ancora qui al prossimo matrimonio, che dureremo anche noi, anche questo cerchio irregolare di somiglianze e dissonanze, di amori e rancori che chiamiamo famiglia. Gli sposi erano deliziosi, comunque. E l'età media sotto i 35. E pure la bomboniera era un oggetto comprensibile, anzi utile: un vaso di cristallo. Se penso agli oggetti che ho collezionato, nel tempo: veneri di milo con gli orologi nella pancia, cucchiaini per mancini masochisti, pastorelle di capodimonte disegnate da pedofili. E non posso dimenticare la lumaca di trenta centimetri in polietilene rivestito di paillettes fosforescenti. Roba da superquark. Ma forse tutti i matrimoni, sono roba da superquark.

I feroci condomini sono di pattuglia sin dal mattino presto.
S'aggirano entro i vialetti, tra le siepi di gelsomino e pitosforo, lungo le cancellate di ferro battuto. Forse nemmeno dormono, contentandosi di cullare il fucile a canne mozze sul dondolo del terrazzo grande, appisolandosi per un istante o due in faccia al plenilunio spettacolare che non sta lasciando più i nostri cieli.
Dormono per alcuni secondi, fino a che il peso del sonno gli fa cadere di lato la testa, e allora drizzano il collo di scatto, e si guardano attorno, ostili. Poi s'assestano sul cuscino con le frange, e riprendono a fare la guardia. Il pitbull di nome Pasquale gli dorme sui piedi, un filo di bava che cola dal muso scontroso. Talvolta si sveglia anche lui, e abbaia a lungo contro il cielo, le stelle e il lago, che di notte è perfettamente immobile e marcisce lentissimo sotto la superficie salata, insaporendo le cozze.
Il mattino arriva salutato da salve d'uccelli e miracoli sullo Stretto: la luce sorge tutta assieme, da sotto in su, e le palazzine rosa del condominio sono fenicotteri di mattoni che scendono ad abbeverarsi, tra il supermercato che alza con fragore le sue trentotto saracinesche e la fila di cassonetti spalancati dove abitano le mosche luccicanti.
I condomini fanno la prima ronda entro le otto, otto e mezzo, controllando col decimetro tutti i palmi di proprietà, contando le bouganvillee e verificando la tenuta dei cancelli. Qualche volta li oliano, con lo stesso olio del fucile: il cancello scatta come un grilletto, avanti e indietro. Mitragliano tutti i vicini, poi passano ad attaccare quelli del condominio di fronte, che li beffano ogni anno, con qualche lavoro di trivella ad agosto, con apparecchiature misteriose che disturbano i segnali della parabola, con sacchi di spazzatura di misura irregolare. Quando hanno sparato a tutti, sono pronti a uscire.
Scendono nel parcheggio e lo percorrono tutto, fino al cortile delle autoclavi, dove i gelsomini stellati e tropicali tracimano, anticipando ogni anno la fioritura. Li guardano con gli occhi stretti, i condomini, perché sono cespugli anarchici che non tengono in alcun conto l'ordine e la proprietà. Meditano sempre di sradicarli, e sostituirli con una rete d'acciaio elettrificata, verde. Ma cazzo quanto costa.
Misurano i posti auto disposti per lungo, aiutandosi con le mani e con la memoria - non c'è mai giustizia nei metri quadri, accidenti - e poi passano alla zona a spina di pesce, verificano che gli specchietti siano correttamente allineati, e i copertoni non escano dalla striscia di biacca dipinta sul selciato, pronti a gridare: sconfinamento! Qualche volta beccano uno nuovo, o un visitatore, o un vero abusivo capitato per caso che ignora tutte le leggi della ripartizione dello spazio sociale, la geometria censuaria e decimale e bizantina che regola la dimensione delle vite. Allora i condomini erga omnes respirano pesante e scendono in guerra: sparano col mortaio regolamenti, strappano la sicura di circolari che scoppiano con grande fragore, muovendo le foglie della palma perenne. Qualche volta caricano la mitraglietta coi verbali delle assemblee condominiali. Non fanno prigionieri. Nelle case ombrose, sotto le pergole di legno attorno a cui s'attorciglia la vite americana, dietro le tende di tessuto, i vetri camera e gli infissi anodizzati, le mogli preparano le gocce per la pressione, in un bicchierino di carta. Sorridono il loro particolare sorriso silenzioso delle mogli.
I condomini intanto si sbracciano, disegnano con un dito sul muro mappe catastali di alta precisione, e un po' d'intonaco si sbreccia e cade, e questo è un segno molto chiaro. I condomini non smettono fino a che il cancello non s'è chiuso dietro l'estraneo, e la proprietà è salva. Allora tornano in casa, a spiare per l'ultima volta tra le fessure della tapparella, mentre un silenzio di calce secca riempie di nuovo il cortile che si prepara al mezzogiorno.
Le lucertole passano rapide, saettando tra le siepi, entro camminamenti nascosti tra la precisione dei confini e i punti millesimali del condominio che farebbero morire di disperazione i condomini, se solo potessero controllarli tutti. Buchi dei mattoni forati, passaggi celati nel cuore dell'oleandro (la pianta preferita dai condomini: rosa e velenosa, come un sorriso di buon vicinato), cancelletti dai denti larghi: tutto cospira contro le recinzioni con cui i condomini consacrano il loro inalienabile diritto alla proprietà, alla sicurezza, alla felicità.
Piazzano sui muri cocci aguzzi di bottiglia, filo spinato, lance appuntite che spartiscono l'azzurro implacabile del giorno. Sistemano negli angoli i fili senzienti dell'antifurto, le fibre occhiute che moltiplicano i loro sguardi, la loro vigilanza, il loro febbrile possesso, che - dicevano i romani - va dalla terra al cielo e forse pure oltre: qualche volta guardano dritto nella luna, che è così vasta e gialla, in queste sere, da poggiarsi in bilico sul pilone, con un rumore sgonfio di mongolfiera, e pensano a tutta quella proprietà indivisa, tutto quel terreno da recintare, tutti quei crateri sprecati. Allora sospirano e muovono il piede, e il pitbull grugnisce, nel sonno.
Sono ufficialmente in vacanza, in una casa del condominio ingannevolmente rosa che sorge a ridosso del lago (il lago sterile e salino che alimenta le cozze cittadine, e le zanzare universali). In soli due giorni, a parte la lavatrice esplosa, la caldaia terminale e i tafani che mi terrorizzano il gatto, ho avuto un quadro chiaro di tremila anni di diritto di proprietà ex iure Quiritium. Ma ho due alberi, due pini marittimi di rara bellezza che annuiscono sempre spargendo la loro remota fragranza mediterranea, e una terrazza dalla quale vedo molte cose. Magari, fra due mesi avrò pure capito dove parcheggiare.

Uno è un vecchietto che gira su una bicicletta “Graziella” da bambino, dipinta d’un bianco sporco tutto scrostato. Ha i pantaloni col risvolto, e porta calzini a colori con le infradito di plastica, o qualche volta i sandali di cuoio. Dalla tasca sporgono carte consumate dal bordo irregolare.
Non dice una parola, non si ferma mai: pedala serio e regolare, nel centro esatto della strada, fisso su un suo preciso punto d’arrivo che sta al di là, o al di qua della città.
Ha occhiali spessi, occhi indecifrabili, una barba d’un bianco sporco tutto scrostato, il vestito grigio chiaro e una camicia col collo troppo aperto.
Conosce di certo le gioie contromano delle corsie preferenziali, conosce i varchi invisibili del traffico eterno e metallico, conosce una specie di silenzio sconosciuta a chiunque altro di noi.
Nessuno che l’abbia mai visto fermarsi, o scendere dalla bici. Nessuno che abbia mai osato dargli un nome. Nemmeno quando piove.
Qualche volta viene da pensare che non percorra esattamente i nostri stessi luoghi, visto che non condivide i nostri scopi e i nostri nomi. Forse segue un’altra topografia, a noi ignota. Vede le Quattro Fontane, marine e spagnole, che ancora si guardano occhi negli occhi, vede impiantiti di piastrelle, timpani, bifore. Attraversa lastrici, sottopassaggi di pietra forata, archi. Costeggia l’argine del fiume estinto, percorre la vecchia via degli argentieri, le botteghe una per una. Arriva alle porte del Ghetto. Raggiunge la Palazzata, gira attorno al Monte di Pietà, alla qualità impassibile dell’Immacolata di Marmo. Scansa le macerie del terremoto, ma qualcosa di quella notte di calce gli resta incollata addosso. Raccoglie le ultime vibrazioni d’oro del campanile, prima che la notte lo zittisca, e la dimenticanza degli uomini.
Bisognerebbe seguirlo, e tracciare una mappa dei suoi andirivieni: apparirebbe, forse, la sua città che non rassomiglia alla nostra.
essì, la città ha un suo catalogo che non facciamo mai in tempo ad esaurire. l'ho incontrato, il vecchietto, che procedeva caparbio e contromano, sereno come chi sa dove va. ma lui lo sa, a differenza di noi.

La Poesia era seduta nell'anticamera del mio veterinario. Era una signora di sessanta o seicento anni, coi capelli gialli, la gonna sghemba e un pellicciotto sintetico, fucsia. Portava al guinzaglio una cockerina nera di nome Pinky, con un cappottino scozzese e una malattia oftalmica. Mi raccontava, soffiando per un vecchio enfisema, che a casa ha altri quattordici cani, cinque gatti e due porcellini d'India. Le ho chiesto s'avesse un giardino, m'ha detto, limpida: "No. Ho trasformato la casa in un canile, e io vivo nel canile, con loro". La cagnolina Pinky sembrava che annuisse, o forse era l'artrite.
La veterinaria, una ragazza sottile con un nome bruno, m'ha detto poi che la signora raccoglie creature abbandonate, con le quali probabilmente s'identifica. Lì curano gratis gli animali della Poesia, li vaccinano e li sterilizzano, secondo un patto segreto che qualche volta, ma solo qualche volta, stringe la medicina con altre forme d'umanità. A volte raccolgono i randagi delle isole, li curano, li sterilizzano e li liberano di nuovo. La Poesia prova a trattenerli tutti, nel vasto canile del suo cuore, ma non sempre glielo lasciano fare.
Per esempio con Colosso. Non è un cane, è uno scherzo della natura. La madre, una cagnotta bastarda dai geni indecifrabili, di taglia media, era molto incinta, e un veterinario qualsiasi - uno di quelli che esercitano con gli animali perché con gli uomini non potrebbero sostenere le spese legali dei risarcimenti - tentò di farla abortire. Gli embrioni erano sei, e cinque morirono. Colosso ereditò lo spazio e la forza di tutti e cinque. Nacque così spaventoso che l'abbandonarono subito, solo perché ebbero paura di sopprimerlo.
La Poesia passava di là, per caso o forse per istinto - perché la Poesia sente le creature abbandonate - e lo raccolse, già smisurato, solo per vederlo crescere ancora, e curarlo in tutte le maldestre manifestazioni del suo gigantismo e del suo disadattamento a vivere.
Si lisciava il pellicciotto rosa, la Poesia, raccontandomi con la sua voce rasposa di Colosso e di Yoghi e di Pinky e degli altri undici cani e cinque gatti e due porcellini d'India.
Fuori, la primavera premeva contro i vetri, mischiata alla grandine a grossi pezzi. In Giappone le folle si radunavano sotto i ciliegi, preoccupate per i fiori. Lì la Poesia sono i primi cinque fiori - ma devono essere almeno cinque - d'un particolare albero del centro di Tokyo, perché la "sakura zensen" la linea di fioritura dei ciliegi, l'aspettano ogni anno, per andare a guardare gli alberi e meditare (che poi s'incazzano se il Servizio meteorologico Nazionale non prevede la data esatta e pure l'ora, che non possono perdere tutta una giornata di lavoro in ufficio: è quello che gli manca, o gli eccede, per essere un popolo davvero poetico). La Poesia si distende come una linea, come una corolla, toccando i ciliegi uno per uno, e tutti con gli occhi in alto, a commentare, indicarsi i rami, sentirsi intimamente soddisfatti.
I ciliegi affollavano, con la loro linea superba, il canile della Poesia, festeggiati da Colosso, Pinky, i randagi cani e gatti, la grandine, la signora coi capelli gialli, la veterinaria, io e la mia gatta principessa che non mi rivolgeva la parola perché l'avevo portata a tradimento sotto il bisturi. La poesia era una linea immaginaria che si propagava con la velocità dell'equinozio, in un equilibrio istantaneo e impossibile - perché la luce sale e riscende lungo l'anno, s'accorcia e s'allunga e proietta soprattutto ombre. Forse è un immenso canile, sovrastato da alberi in fiore. O forse no.
Il 21, equinozio di primavera, è stata la Giornata mondiale della poesia. Io quel giorno la poesia l'avevo a fianco, nella sala d'aspetto della veterinaria, e lo sapevo, pure. Una mia amica dice che ormai la poesia sta dovunque, e non solo nei libri, e il problema è riuscire a leggerla. Probabilmente è sempre stato così. E dunque bisogna esercitarsi a leggere le sale d'aspetto, i ciliegi, i cani e i gatti, i nomi dei veterinari, le nuvole, la grandine, i gradini, le rughe, i cappottini scozzesi e i pellicciotti fucsia. Chissà.

Wagner sonnecchiava nella penombra. Ho chiesto permesso, con una voce così sottile che s’è persa prima dello stipite, e la porta c’ha cigolato sopra, vecchia di cardini venerabili. Wagner non s’è svegliato, d’altronde: è restato sulla poltrona, avvolto nella giacca di velluto e passamanerie dorate, a dormire sopra qualche sogno di scale armoniche ascendenti, o di Nibelunghi. La primavera incontinente di Palermo, intanto, s’infiltrava sin nel centro della stanza: la profusione di turchese e verde che preparava il contrattacco al tramonto stillava impercettibile dalla commessura del soffitto, dai rosoni di gesso, dalla testa di fanciulla in marmo cristallino, dal pianoforte a coda dai nervi scoperti e il suono d’osso.
Ho tossicchiato, per svegliarlo, mentre giravo per la Sala Wagner, dentro l’albergo, il Grand Hotel et De Palmes, piantato nella storia di Palermo come una palma secolare, connesso misteriosamente ai suoi passaggi segreti (uno porta alla chiesa anglicana di fronte, angolare e puntuta, recintata fittamente, che alza le sue vette e offre i suoi miracoli di persuasione pure di notte). Wagner dormiva con un russare basso, piacevole, la barba bionda sul mento teutone, pensieri indecifrabili, e in qualche modo greci e latini, sulla sua fronte vasta.
Ho rubato una carpetta di fogli, sui quali non è apparso nulla: eppure credevo che la fuga di parole e suoni che s’avvertiva distintamente – quando le porte creavano correnti nei saloni – potesse in qualche modo imprimersi. Il vecchio piano scordato gemeva nell’angolo, ossuto e scortecciato ma ancora potente: l’abbiamo tentato, ma non accettava se non musiche antiche, musiche riconoscibili per lui e le sue giunture stanche. L’oro pallido del Reno si poggiava sulla foce dei fiumi siciliani mezzi asciutti, nel riverbero del tardo pomeriggio di sabato, prezioso come seta vecchia.
In fondo alla sala si faceva vento con un libretto d’opera il barone Di Stefano.
“Voscienza benedica” ho provato a dirgli col mio accento dello Stretto.
S’è subito alzato in piedi e ha accennato un baciamano tiepido, perfetto di cottura. Ho sorriso, e mi mancava un ventaglio.
“Comodo…” ho detto, un poco rossa in faccia: non so trattare coi nobili siciliani, così radicati e arcaici, così barocchi e bruschi di finezze.
Ha fatto un lieve inchino, ha mormorato: “Barone Giuseppe Di Stefano di Castelvetrano ai suoi comandi”. Son stata tentata di chiedergli di svegliare Wagner, o almeno di portarmi a vedere una lezione di politica di Crispi – in un qualche salone d’intorno – o ad assaggiare una delle dodici portate servite, quella sera, a Vittorio Emanuele Orlando.
Il barone, ch’è vissuto cinquant’anni senza mai uscire dall’albergo, perché aveva paura che fuori l’ammazzassero – era come una chiesa, una chiesa laica, o forse no, sacra d’una religione più antica, con palme, corsi d’acqua, offerte di fumo e sangue, divinità brune acquattate nel basamento del palazzo, nella roccia sottostante – sapeva tutto, conosceva ogni cosa. Passava i saloni in rassegna, sera dopo sera, e riceveva gli amici: Guttuso che rubava un ricciolo liberty e lo disfaceva in ferro e fuoco, Maria Callas, la faccia di Persefone, che beveva succo d’arance amare e tenebre mediterranee. Ma se gli dicevano: “Barone, andiamo, andiamo fuori” diventava pallido, e diceva: “Ennò, che io sto bene qua”. Le stagioni gli giravano intorno, al barone e all’albergo e a Wagner addormentato nella sala, e poi di nuovo.
Ieri era primavera, la primavera selvatica di Palermo. La pietra rosa assorbiva la luce rosa e la restituiva, contrastando i turchesi e i verdi della spianata sul lungomare, dopo la foresta d’alberi maestri del porto, dopo il deposito delle locomotive, dopo la foce secca del fiume.
Avevo appuntamento con Leonardo e le sue macchine drizzate nel laboratorio: anche lui stava in un angolo, assorto in calcoli scritti col sangue su un codice. Nel mezzo della trigonometria fiorivano l’occhio della Gioconda, un giunto cardanico, una bicicletta, un deltaplano, una macchina del tempo. Le sue macchine ricostruite (dagli artigiani, in legno, corda, canapi, ferro) macinavano movimento, combattevano l’impossibile e lo vincevano. Il loro tramestìo era identico a quello d’uno sciame, d’un alveare, del sonno lieve di Wagner nella sala vuota, davanti al barone assorto nella sua propria, ronzante condanna.
Sono stata due giorni a Palermo, perché dovevo visitare questa mostra di queste macchine qui, e perché ne avevo bisogno, e ogni volta m’emoziona. Non finirà mai di dirmi cose, cose immense e incredibili alle quali credo sempre.
(ah, ho anche comprato due buccellati, farciti di luce rosa, primavere di grano, inverni canditi, lastrico, una casa di colombe, balconi liberty che sporgono nell’ombra, marmellata d’arance, acanti, terracotta).

Amore si svegliò, già col mal di testa.
Era stato il margarita doppio, sotto la crosta di sale, forse, o i vapori di neon del videobar. Forse era stato il timballo di tortelli di zucca, o il sushi di pescecane, o il brasato di muflone. Forse era stato il vino di uve nere di Borgogna passato in barrique, invecchiato e caricato di tannini e polifenoli pesanti.
Amore non s’era nemmeno spogliato, dormiva in un disordine di lenzuoli, abiti, telecomandi: la t-shirt smilza sollevata sugli addominali, i piedi nudi, l’impermeabile di pelle matrix confuso con le federe di seta cruda. Attorno puzzavano i cartoni di pizza, i cestini di carta del ristorante cantonese, le buste unte di hamburger e senape. Scarafaggi solitari abitavano quella città di croste e bicchieri scompagnati.
Eppure l’avevano festeggiato.
S’erano comprati di tutto: rose rosse, profilattici, gioielli da polso. Avevano mandato cartoline, spedito auguri online e firmato cedole di carte di credito. Qualcuno aveva pure fatto scorta di viagra – che ieri lo davano senza ricetta, in omaggio a lui, Amore - e se n’erano fatte di viaggi, quelle molecole blu di metilene, dentro arterie strette e vene soggiogate, a pompare i corpi cavernosi e le immaginazioni. Persino lui, Amore, aveva dovuto approvare, ed era apparso, con la sua faccia sorridente di giovinetto antico, sulla pubblicità delle case di riposo.
E comunque c’era stato un traffico straordinario di saliva, ormoni e archi riflessi dell’eccitazione, dalle parti basse della corteccia. In alcune strade lo sferragliare di gonadi era così acuto che spaventava i randagi, e sovrastava persino i videopoker e i rumori del traffico.
I film erano quelli giusti: da Un amore splendido a Notte prima degli esami due, e Amore aveva avuto un gran daffare, a sistemare le luci, suggerire le parti, dare il ciak, mescolare con le dita affusolate la colonna sonora. Aveva pure firmato di suo pugno centinaia di libri, per lo più aforismi e frasi celebri, ma anche canti carcerari di Alda Merini, sonetti oscuri di Garcia Lorca e odi di cipolla cruda, miele e petali di rosa carnivora scritte da Pablo Neruda. Per non parlare degli sms: ne aveva spediti quindici o sedici milioni, per un totale di ventotto miliardi di "k" e più del doppio di "tvb".
Era stanco, Amore.
Se n’era tornato tutto solo, nel suo appartamento della cintura periferica. Nemmeno aveva acceso la luce, che tanto c’era la tivvù in stand-by, e lo schermo azzurrino del Mac che tremolava: trentasette milioni di email avevano per oggetto, soggetto o complemento necessario Amore, e il server gliele aveva recapitate. Le cancellò una a una, mentre la notte maturava velocemente e gli amanti rotolavano nei letti, meridiano dopo meridiano. Quando lo schermo fu vuoto, esalò un lieve bip, e Amore crollò sul divano letto, facendo franare una pila di dvd porno e fazzolettini usati.
Prima di piombare in un sonno di pece nera, Amore pensò fuggevolmente a Psiche, quella stronza. Si strofinò distrattamente l’omero, dove il chirurgo plastico aveva cancellato la cicatrice, prima di fare la liposuzione e risistemare le fasce muscolari. La pelle bruna – s’era fatto la lampada solo il giorno prima – era liscia, senza ricordi. “Gliela faccio vedere io, l’anno prossimo” bofonchiò, già dentro il sonno. Non sognò niente, quella notte.
Balle. In realtà è stato il più bel San Valentino della mia vita, ma intimista e alla rovescia (niente mufloni, sushi e soprattutto viagra). Piuttosto, mi viene difficile pensare ad Amore senza vederlo come uno del Grande Fratello, un amico degli Amici o un velino coi bicipiti che fa pubblicità agli occhiali da sole. Da quando Psiche l'ha lasciato se la passa malissimo, ma - come tutti i maschi - continua a raccontarsela, e a proclamarsi felice. Poveretto. Dovrebbe proprio trovarsi una ragazza.
La pazza di Ortigia è sensibile alla luna.
La luna di settembre è sensibile a Ortigia, alla pazza, alla musica, all'autunno.
Sull'isola dell'isola, Ortigia di pietra forata, si raccoglie tutta la città, di notte. S'inclina, la città, e scivola verso la sua isola ovale, un occhio di pietra perennemente socchiuso incontro al mare, che qui è già africano. Di giorno il mare è uno specchio ustore, una colata di metalli, un sistema di schegge; di notte diventa un respiro nero che circonda da ogni lato Ortigia, la pazza, i palazzi. La città sprofonda in se stessa, nel suo occhio chiuso, nel suo grembo di roccia marina - i palazzi sono profondi cunicoli di pietra porosa, ornati da riccioli di ferro battuto e leoni rampanti col naso mangiato dalla salsedine: il mare risale i camminamenti, i vicoli, i passaggi, riempie del suo odore di pozzo mediterraneo la pancia barocca di Siracusa, le stanze a grappoli, gli anditi, i portici nascosti, i cortili quadrati che chiudono palme, ringhiere, gelsomini, balaustre: la pietra vegetale fa crescere Ortigia come un fiore, una pianta calcarea di bellezza oscura e incomparabile.
La pazza dicono abiti in uno dei palazzi, il più bello.
Difeso da cancellate, circondato da tappeti di pietra che disegnano aiuole, mappe lunari, eserciti, il palazzo racchiude la pazza come una perla barocca, suscettibile alla luce. La luna di settembre, che è insaziabile, cade sulla città di pietra con una forza sorda di scirocco che stordisce. Precipita nei cortili, nei pozzi, nei vicoli, prolifera lungo tutta la piazza del duomo, che diventa giallo notte, arancio notte, bianco notte per tutti i riquadri del lastrico, tutte le cornici delle finestre, tutti i frontoni delle chiese.
La notte è una cupola marina e vegetale e calcarea nella quale fermentano i secoli, i palazzi, gli alberi - infatti Ortigia tollera solo palme, grosse palme carnose che non temono la siccità e la luce spaventosa dei soli, della luna e della pietra gialla.
Un patto misterioso lega le vite, a Ortigia: la pietra è carne, come le foglie, mentre i muri sono corteccia, il legno è mare secco, il ferro è acqua, la carne è calcare, pomice, ossidiana, marmo, roccia. La pietra è viva, respira esalando vapori di salnitro, dalle radici dei palazzi che - nel buio - comunicano col mare, da cui assorbono succhi salati, spingendoli verso l'alto, verso i pinnacoli traforati che il sole colpisce da ogni lato.
La pazza vive all'incrocio di queste forze, e ne soffre. Assorbe la luna dalla balaustra del palazzo, inala le particelle di luce che si staccano come intonaco dal giorno. Il mare la ferisce col suo alluminio, con le sue frecce dalle punte di bronzo: la pazza sanguina, ma continua a guardare il mare, a sentirlo salire dal pozzo, dall'acqua, dal vapore della pietra nella controra. La pazza si prepara per quell'unica notte: il vestito di seta nero, lungo, il ventaglio di bambù, un fiore d'ibisco nei capelli neri. La cipria, le perle, il rossetto.
La pazza è bellissima.
Scende dalla scalinata barocca con appropriata lentezza, muovendo il ventaglio: è diretta alla piazza del duomo, dove hanno tracciato un cerchio, e ballano per tutta la notte, la notte di Ortigia piena di luna. Le coppie abbracciate sono immerse nella musica, se ne intravvedono solo i profili, mentre i violini s'infilano appuntiti nel buio, e il contrabbasso disegna ombre sulla facciata della chiesa di Santa Lucia alla Badia, tra le colonne tortili e la balconata di ferro a petto d'oca. Tutto attorno sono seduti greci, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, aragonesi, catalani. I secoli escono a camminare nelle vie notturne, spinti fuori dal mare: sbucano gli spiriti dai pertugi delle pietre, dalle cavità sotterranee d'acqua dolce, dalla marna tenera nella quale sono scavate le cripte d'Ortigia. La sua natura d'alveare e di necropoli marina si rovescia in fuori, sotto il potere della luna.
La pazza cammina con lo strascico di seta sull'impiantito di pietra refrattaria. Una scia di sangue la segue, sottile, confusa col sale calcareo della notte, col suo lieve sapore di ferro e di pozzo. La pazza splende come la pietra, che di notte perde la sua qualità gialla, la sua capacità di mimetizzarsi nella calce del sole, di evaporare lentamente fino a sera.
Passando davanti al Duomo, la pazza china il capo e agita il ventaglio, in ossequio alle divinità che stanno un po' dentro e un po' fuori, appollaiate sulle colonne, con occhi d'uccello: i santi martiri, le fattucchiere, le ninfe. Santa Lucia, Artemide, la Gorgone. Atena dallo scudo d'oro, Aretusa, Maometto. Tra il marmo gelido della Madonna della neve, i leoni di bronzo, gli occhi d'argento di Santa Lucia, il minio del mosaico, l'intaglio del rosone normanno, lo spigolo dorico del capitello. Tutti lì, gli dei, appesi come pipistrelli, in silenzio perfetto. Salutano la pazza con un cenno invisibile: il nume passa come un tuono in mezzo alla piazza, fa volare via i gabbiani grigi, o le civette.
La pazza è arrivata, adesso, ed esita ai bordi del cerchio, aprendo tutto il ventaglio. La luna calante preme contro la pietra, con energia malsana che Ortigia assorbe per intero. La musica s'infila dove può, aprendosi varchi tra la pietra, lo scirocco, i tiranni seduti in fila con le braccia conserte, gli dei che volano e gracidano, l'acqua. Le coppie ballano, e intorno tutti le guardano, e ora guardano anche la pazza, che balla da sola col ventaglio e la luna calante. La pazza è il centro di Ortigia, adesso, e la notte le ruota lentamente attorno con rumore di macina. La pazza muove i fianchi, tale e quale al dipinto del tempio estinto: la pazza è la dea dei serpenti, è la vergine, è la schiava, è la monaca, è la regina aragonese. La pazza è Ortigia, folle di luna e di pietra.
La pazza è viva da secoli, a spiare il mare che scende e sale, la città che scende e sale, cambia i ponti, permane dentro i confini dei nomi greci, si siede a semicerchio nel teatro, si ascolta mormorare nelle Latomie. La pazza sente le preghiere che s'intersecano con la pietra: le preghiere sono d'acqua o di metallo, di marmo o di legno, qualche volta sono di carne. A volte sono così fitte che oscurano il cielo, e sembra la cenere del vulcano vicino, che ogni tanto invade tutta la terra, che - si sa - è grande quanto l'isola ed è triangolare e poggia su una tartaruga che poggia su una balena che nuota nel mare di lacrime della pazza, affacciata alla balaustra che guarda il mare e si ferisce gli occhi, e li porta su un vassoio, davanti a sé, come Santa Lucia.
La pazza danza per tenere Ortigia al suo posto, una luna d'acqua e pietra porosa nel mezzo del mare. La pazza danza per stupirci, perché Ortigia mangia stupore, passi, sudore, alghe, notti, lacrime. La pazza danza perché ha solo quella notte, e attorno c'è il buio e l'ora della morte. La pazza danza perché qualcuno deve farlo.
Alla fine della sua danza, la pazza raccoglie il ventaglio e torna al palazzo. Il portone si chiude dietro di lei, con un rumore sordo.
In effetti, sabato notte sono stata a Ortigia a ballare il tango: avevano chiuso una parte della piazza, con un cerchio di tavoli e un cerchio, più largo e più stretto, di musica. Il bandoneon a volte diventava elettrico, si fulminava lentamente contro le facciate di pietra. Ho ballato molto, con gusto, guardando in faccia Ortigia, e tutte le facce che ci guardavano ballare, passando. A un certo punto, in pista è entrata una donna con un ventaglio: si muoveva ondeggiando, senza guardare nessuno. Ha ballato per un poco, l'abito lungo, un fiore tra gli abbondanti capelli neri, poi se n'è andata. "E' qui ogni anno" m'hanno detto, e nessuno sa chi sia. Viene solo a fare quel ballo, da sola, col ventaglio, in mezzo agli innumerevoli cerchi della piazza e d'Ortigia. Abbiamo passato il resto della notte, io e le mie amiche (era una spedizione di sole donne, piene di scarpe e intenzioni), a fantasticare sulla casa di quella donna - di certo un palazzo barocco della piazza - e sul suo nome, e la sua età. Questo è il succo dei nostri discorsi, diciamo.
Noi, in effetti, non sapevamo in quale lingua parlasse, Brigida.
Le parole, masticate dal suo unico dente – almeno l’unico visibile – ruminate nella sua immaginazione, digerite male e risputate fuori, erano sempre avventurose, incerte, contraddittorie.
Lei stessa, pronunciandole, spalancava gli occhi e ci metteva un’inflessione interrogativa, un vento dubitativo, come per dire: mah, forse.
Mio padre, per lei, era “l’ancignieri”. Mia madre era più facile: “dittoressa” (sì, mia madre era proprio una dittoressa – dottoressa e dittatrice - e le parole di Brigida portavano ben più verità di quanto lei stessa potesse sapere). Mio fratello si vergognava quando lei lo chiamava “issignorino”, io adoravo che lei mi chiamasse “’nnuzza”, con uno dei suoi rari, terrificanti sorrisi.
Amava il cinema, Brigida. La domenica pomeriggio si metteva la cappottina e partiva – un poco caracollante sulla gamba più corta - per la Sala Aurora, a piangere nel fazzoletto da uomo bordato di nero. Il suo attore preferito, ovviamente, era “Pecory Gec”: di Gregory Peck aveva pure una fotografia, ritagliata da un giornale, in bianco e nero, com’era tutto il mondo negli anni Sessanta.
Brigida, in realtà, non era nemmeno uscita dagli anni Cinquanta, che quaggiù erano stradoni spelacchiati invasi dalle erbacce e dalla polvere di cemento, con le note della radio e qualche volta i ciclisti del Giro, o una Seicento color verdeacqua.
Mai un fidanzato, Brigida, e una famiglia lontanissima, o forse inventata, come una parola.
Come la “carta spagnola”, il “frigorifero da svenare”, la “carne Sentimental”.
Mai una ceretta – aveva baffi d’un bruno intenso, e i peli delle gambe eternamente schiacciati nelle calze ortopediche - mai un compleanno – e chissà quanti anni aveva, se venti o settanta o niente del genere, piuttosto un’età calcolabile in raccolti, vendemmie e sostituzioni del tubo del gas.
Mai un’amica, un abito, una collana che fosse diversa dalla croce d’oro finto che portava al collo, e la baciava, qualche volta, quando io o mio fratello dicevamo qualcosa di molto sacrilego, come “non voglio bene a Gesù” o “i fagiolini mi fanno schifo”, “non voglio baciare la zia perché puzza”, “gli angeli non esistono” o “da grande voterò per i comunisti”.
Però un giorno io lo capii di colpo: Brigida parlava in latino.
Non erano gli anni Cinquanta o Sessanta, che la circondavano come un’impenetrabile barriera linguistica: Brigida veniva dal medioevo, anzi era rimasta nel medioevo.
Un giorno bussò alla porta un amico di famiglia, Silvestro, detto Silver perché aveva qualcosa di luccicante e straniero, e i nomi – si sa – portano in giro le verità dei corpi.
Brigida entrò nel tinello (allora esistevano anche i tinelli, eternamente immersi in penombre con un lieve odore di broccoli e cera per pavimenti) e annunciò: “Est Silvius”. Allora io, che ormai facevo le medie e sillabavo rosa-rosae-rosae come fosse un sortilegio (lo era), compresi: Brigida era rimasta presa in qualche piega del tempo, nella Calabria Ulteriore.
Eppure era felice, a suo modo. Aveva un’esistenza piena di cose – i bottoni, le pentole, le pattine, i gerani – che la rassicuravano ben più delle parole. Il resto era – tutto – un territorio mutevole e ostile, dal quale s’era difesa per sempre chiudendosi nella nostra casa, dietro il muro incerto delle sue parole.
Brigida se n’andò di colpo com’era venuta, trascinandosi la valigia di cuoio pesante.
Sono certa d’aver sentito che, sulla porta, ci diceva : “Vale”, e feci l’errore di chiederglielo. Mi guardò coi suoi occhi sporgenti e mi disse, ma con gentilezza: “No, ‘nnuzza, non vali nenti…”.
Latinista e pure filosofa, Brigida.

Io l'ho chiesto all'operaio del cantiere abusivo sotto casa mia, dove lavorano di notte, di domenica e durante le feste. La ruspa vecchia si mangia pezzi di muro di contenimento, tubi, pareti, il fianco sabbioso della collina, e qualche giorno verrà giù tutto - lo sappiamo tutti ma non ce lo diciamo. Gli operai sono sempre diversi, e nemmeno sempre italiani: ci sono facce di qualunque colore, perché qui mica sono razzisti, e anzi il nero gli piace moltissimo. E' il colore del lavoro, qui.
Io, comunque, quando l'ho visto gliel'ho chiesto.
Poi l'ho chiesto al portiere Masino, che prima era muratore pure lui e queste palazzine le conosce da quando erano solo collina, ginestra, scirocco radente e una pratica nell'ufficio della commissione edilizia, nella pila di quelle che dovevano passare. Lui che non va mai in vacanza perché ha paura di perdere il posto, e trovare, al suo ritorno, un videocitofono invece del suo gabbiotto con la bandiera del Milan e i cacciavite di tutte le misure con cui risolve ogni cosa: tapparelle, litigi in famiglia, perdite di gas, randagi e risse tra condomini per il parcheggio.
Poco dopo, facendo la spesa, l'ho chiesto alla fornaia, una deliziosa signora con la cuffietta e gli orecchini di brillanti, che sta attenta ai centesimi e non ti dà mai una busta di plastica, se può. Ha appena comprato quattro appartamenti, nei dintorni, e li affitta agli studenti, in nero: tre per stanza, trecento euro consumi esclusi.
L'ho chiesto anche al salumiere, un tizio mellifluo che si dice presti denaro con l'interesse del duecento per cento - che non è male, tutto sommato - , al macellaio, alla signorina della lavanderia.
Al cancello dell'Orto botanico c'era uno degli impiegati precari stabili, non assunti dieci anni fa ma stipendiati da allora, tra alti e bassi, e trasferiti a tutti i servizi. L'ho chiesto anche a lui. E a uno dei pensionati sulla panchina - ha solo 52 anni, ma ha avuto uno scivolo. E a una mamma con la bambina, in piazza: lei è in malattia per depressione post-partum, anche se la bambina ha sette anni. Non era a scuola perché tre giorni fa è crollato un soffitto, ma per fortuna non c'era nessuno.
L'ho chiesto alla fermata del tram, dove erano in tanti perché la corsa era in ritardo: il caldo aveva fatto allargare le traversine e una vettura era uscita dai binari. Forse c'era un ferito, ma non si sa, perché il 118 non era arrivato, e comunque non c'era posto, negli ospedali cittadini.
L'ho chiesto all'ausiliare del traffico, che controlla i ticket dei parcheggi, anche se è laureato in ingegneria nucleare.
L'ho chiesto all'addetto al distributore, ma non mi ha capita: è albanese. E poi, comunque, il distributore era chiuso: lui si offre di fare benzina col self-service, quando non c'è nessuno. Forse dorme sotto la pensilina, perché in un angolo c'è una busta piena di calzini e camicie vecchie, e una scarpa. Una volta l'hanno ricoverato al policlinico, perché sembrava stesse morendo, però nemmeno i medici lo capivano, e lui continuò a farsi venire le convulsioni per un pezzo, così almeno dormiva in un letto vero, e mangiava tre volte al giorno.
La cingalese magra, invece, in ospedale ci stava morendo, perché s'era presentata per un aborto e nessuno le aveva detto che doveva essere a digiuno. A lei non l'ho chiesto, comunque: l'ho guardata passare come un fiore sciupato e chiuso, vestita come la prima comunione di qualcun'altra, timida e zitta, e non le ho chiesto niente.
Invece l'ho chiesto alla signora della boutique, al preside, al canonico. Al mio collega che ha tre figli da sistemare, alla mia collega che ne ha sistemati due. Al mio collega letterato, che dice che, in fondo, i Borboni non erano poi così male...
All'impiegato della Provincia che fa pure l'istruttore di knick-boxing. In orario d'ufficio.
Al disinfestatore con la maschera antigas, perché quest'anno le zanzare sono grosse come calabroni e i pappataci infestano tutti i cespugli e pure i gerani domestici. Sono i tombini otturati, dicono, e il regime delle acque bianche e nere confuso. E poi il buco dell'ozono, ovviamente, e il disboscamento dell'Amazzonia e la tropicalizzazione. E i comunisti.
Al fruttivendolo che vende nespole spagnole, pompelmi israeliani e noccioline turche. Al panificatore abusivo che appoggia le pagnotte sul cofano della macchina, ma la gente tanto se le prende lo stesso. Una volta ne arrestarono un paio, perché spargevano sul pane polvere di marmo. Però era buonissimo, e andava a ruba. Un vero peccato.
All'autista dell'autobotte, che va ogni giorno nei quartieri dove non arriva mai l'acqua, perché se la rubano nel tragitto, e ci riempiono le piscine, o ci annaffiano gli ortaggi coltivati nei terreni del demanio. Ogni tanto li scoprono, e li mettono dentro: allora si può fare la doccia, fino alla libertà provvisoria.
Al gelataio, un bravo ragazzo di settant'anni amareggiato perché gli chiedono gusti tipo "ferrerorocher", "ovettokinder", "bacioperugina", "caramellamou", mentre lui sapeva fare solo "ricotta", "cremaregina", "pistacchio" e "mandorla di Avola", ma tanto ormai i gusti si somigliano tutti, perché bisogna metterci solo panna e zucchero, tanto zucchero. Pure suo cognato, che ha aperto un agriturismo senza licenza nel letto secco d'una fiumara, la panna ce la mette dappertutto: nella pasta con i carciofi, nello spezzatino, nelle braciole di pescespada. E ci va un sacco di gente, specie la domenica: parcheggiano tutti nel giardino di zagare e limoni, sotto le altalene, che diventa difficile passeggiare, e conviene stare in macchina, a sentire i cd taroccati nell'autoradio.
Al venditore di limonate col sale, che vive tuttora nell'Ottocento, visto che ha una cosa come il sifone del selz e sta dentro un chiosco liberty e si fa pagare settanta centesimi (e qualche volta devo guardarle meglio, le monete del resto: forse c'è il profilo del re).
Al pescivendolo, che mi fa segno d'allontanarmi dal pescespada - "è del Giappone" mi sussurra quando non lo vede nessuno, e d'altronde è ovvio: nello Stretto non si può più pescarli da un pezzo, a parte quelli presi di nascosto e pagati sessanta euro al chilo. Pure le cozze, mi fa segno di no: sono spagnole, o forse vengono dal lago tossico e salino fuori città, dove scaricano i complessi abusivi. Le vongole nemmeno, e soprattutto le spigole: le allevano in vasche piene d'antibiotici, dalle parti di Pachino. "Si mangiasse un panino col tonnostar" mi sussurra ancora, protettivo.
Al venditore di souvenir nella piazza del Campanile, dove alle dodici si raccolgono i croceristi coi bermuda e i calzini corti ad ascoltare l'orologio meccanico, nel quale il gallo ruggisce e il leone gratta, perché è lo stesso nastro messo al contrario. Tanto, sono sballati anche i carri dei pianeti, i cicli lunari - disegnati in oro sul fianco della torre - e i giorni della settimana, ma nessuno se ne accorge.
All'assessore di un piccolo comune sui colli, che prima era nella Dc, poi è passato all'Udc, poi all'Udeur, poi ad An, poi a Fi, poi alla civica "Il campanaccio per la libertà". Al ragazzo che sta andando di fretta alla selezione del personale di un'importante ditta nazionale (non mettiamo il nome, sennò è pubblicità): cercano tour operator, broker, top manager, top model. Costa solo cinque euro, ma ci sono prospettive sicure.
All'impiegata dell'anagrafe, che però non è di quest'ufficio e ci tiene a precisarlo, visto che, a giorni, avrà il trasferimento, cosa credete.
Al giornalaio, alla commessa, all'impiegato delle poste. Al bidello con la Mercedes e l'anello di rubini al mignolo, al fotografo che ciondola sulla porta del suo negozio, davanti alla gigantografia degli sposini seduti sulla benna d'una scavatrice, poi su una barca nella spiaggia piena di sacchetti di plastica, poi nel ristorante a forma di chalet svizzero.
Insomma, l'ho chiesto a tutti. E, non ci credereste. Questo Cuffaro, qui, non lo conosce nessuno.

In piazza XX Settembre il tempo è un cerchio chiuso. Se lo dividono bambini e pensionati: le altalene, le carte napoletane disegnano altri cerchi, e altri ancora, senza fine apparente. Lo scirocco – che è pure un cerchio - resta appoggiato sui rami alti dei pini marittimi, pesando un poco verso il basso, filando come nebbia, la nostra nebbia salata che rallenta ulteriormente il tempo.
Oggi il vento è di malumore, fa volare da sotto le gonne e i fogli. Le ossa sensibili, i nervi, i vecchi rancori fanno male come denti nuovi e tutti cercano con lo sguardo qualcuno a cui dare la colpa. Un filo di risentimento e rabbia usata, un filo di lampadina interiore fulminato, avvolge tutti, dentro e fuori la piazza: è grigio ma è rosso, brucia e impaccia i movimenti più del vento rasoterra. Piccoli gesti di guerra strappano e rammendano il filo, qua e là. Ce lo passiamo dalle mani veloci – tirando il carrello, dando il resto, afferrando il giornale, il bavero, il tagliando del parcheggio – ce lo avvolgiamo attorno, lo tiriamo a strappo, portandolo con noi.
Nella piazza passeggiano in cerchio anche i piccioni, orribili piccioni cittadini e accattoni color cemento. Sono grassi e puzzano di nafta, e da un pezzo non trovano da mangiare, perché la gente ha paura e non gli porta più le croste di pane. Passeggiano e becchettano con l’aria interrogativa degli uccelli, che è di quelli capitati lì per caso, quando sono a terra.
Oggi, però, c’era qualcuno con una busta di pane raffermo.
Era Tinchitè, il pazzo del quartiere. Ha cinquant'anni, dodici anni, cent'anni, le mani grosse, una raggiera di capelli grigi accesa attorno alla testa. Ha i vestiti ispidi, la faccia ispida e cammina strascicando i piedi. Ogni tanto sparisce, e ricompare dopo una settimana, un mese o un anno, e se qualcuno gli chiede: “Unni avi stato, lei, Tinchitè?”, lui risponde sempre: “Mi circava ‘u sinnaco, co’ rispetto parlanno”. E fa la faccia misteriosa, e s’allontana, perché deve conservare il segreto.
Stamattina Tinchitè dava da mangiare agli uccelli: sbriciolava panini interi e i piccioni – grigi e ispidi come lui – correvano a beccare. I cerchi concentrici della piazza si sono interrotti. I pensionati lo guardavano, e anche i bambini.
“Tinchitè, ma chi sta facenno, lei?” gli ha detto il bottegaio uscendo sulla soglia - che è un cerchio - un po’ per scherzo e un po’ no, un po’ per pace e un po’ per guerra, che oggi era un giorno di guerra.
“’Nci dugnu ‘a mangiari, picchì?” ha detto Tinchitè, sereno.
“E picchì ‘nci dugna ‘a mangiari? Nun nno sape, lei, chi ssu pericolosi, chi pòrtunu malatìi?”, e li guardava brutto, ma a distanza. I piccioni beccavano senza accorgersi di lui: il loro mondo era un piccolo cerchio di briciole.
Tinchitè allora ha fatto un sorriso sovrumano, s’è avvicinato al bottegaio e gl’ha detto: “Yò spero chi morunu tutti. Tutti. E cca ristamu sulu nui, yò e iddi”. Ha fatto una giravolta, un cerchio che s’è formato ed è rimasto dentro la piazza, cadendo con un leggero rumore. Ha indicato i piccioni, grigi polverosi e raggianti, come lui. Poi ha tirato un’altra manata di briciole, un po' in aria un po' a terra, disegnando come un cerchio.