Ci sono alfabeti notturni che si possono soltanto ballare.
Di solito non ne resta traccia: il pavimento li assorbe in lenti cerchi concentrici, facendoli inabissare piano verso i fondali dove giacciono tutte le milonghe che abbiamo ballato. Sono come i galeoni sommersi, pieni di tesori, monete ossidate, gioielli incrostati di sale, stelle marine appiccicate alle pareti, scheletri d’annegati con lunghi capelli d’alghe fluttuanti.
Qualcuno dice che, là sotto, giacciono anche le milonghe che non abbiamo ballato: quelle che abbiamo perduto o quelle che ci hanno persi per strada. Le pause che non abbiamo fatto, il passo che abbiamo lasciato nelle scarpe, l’adorno che è rimasto a galleggiare nell’aria, l’intenzione che non ci è mai arrivata, l’abbraccio che s’è sciolto. Sono tutti assieme, in quelle profondità agitate da vortici di sale e correnti marine.
Scavando sotto i pavimenti – che sono piste di legno, camminamenti di parquet, lastricati di pietra, fogli di linoleum, mosaici di terracotta – si trovano giacimenti di passi, ricordi, scorie notturne. Acuti di violini, soffi di bandoneón, voci e pianoforti, pentagrammi ormai asciutti, precipitati in polvere sottile, nera come le note. Si trovano tutte le parole che il tango scrive coi corpi, e che nessuno mai raccoglie, e si depositano lì, in quel luogo di confine, ai margini della coscienza e della notte.
Abbiamo voluto raccoglierle, per una volta.
Cercatori di parole, rabdomanti, archeologi e trovarobe, abbiamo costruito un foro, un piccolo passaggio tra i mondi, aperto a fatica, e per due notti soltanto – che i ponti tra universi differenti sono instabili per loro natura, come i cerchi sull’acqua, come i rimpianti, come i ricordi (che sono cerchi sul cuore).
Abbiamo cercato quelle parole mai pronunciate, disegnate soltanto col corpo. Quelle scritture deboli e tremolanti come luci lontane, di notte. Noi non le vediamo, certe volte, ma riempiono tutto lo spazio concavo della milonga, e brillano.
Abbiamo preparato carta porosa, perché non le facesse sfuggire. Inchiostro denso, che catturasse la polvere, il tempo, il gesto. Abbiamo disposto, a cornice, altre parole, quelle del tango quando ci chiama, perché le parole attirassero le parole, come esche squisite.
Le abbiamo raccolte con cura, perché non ci appassissero tra le mani.
Nessuna milonga si perde davvero. Restano tutte lì, sotto i pavimenti della memoria, nell’intrico di gesti che è la geometria trasparente della vita. Tutti gli abbracci, gli odori, le scritture interminabili del corpo – che qualcuno si ostina a chiamare anima – sono lì.
Ma stavolta ne è rimasto qualcosa anche fuori, e possiamo leggerlo, come quando si raccontano i sogni.
Sono finite ieri le "Scritture di milonga" (la foto è di Antonella, che ha catturato anche lei frammenti delle due "Milonghe dei Naviganti" dedicate alla scrittura): pensieri dentro e appena fuori dal tango, dialoghi colti al margine, pensieri pensati - per una volta - in parole e non in gesti e abbracci, scritti e lasciati cadere in quello spazio ignoto, tra noi e gli altri, tra noi e noi, che io e farolit abbiamo tentato di catturare. Abbiamo adesso due quaderni fitti fitti, una boccia di vetro e un sacco di tela pieni di "pizzini", altre parole le abbiamo lasciate cadere per strada, e saranno di certo germogli di parole a venire.
