
Non si ballano figure o passi, si balla la musica
Cenerentola camminava di notte, diretta verso il cerchio d’un lampiocino bianco, un cancello e l’incerta promessa d’una rivelazione. Cenerentola camminava e intanto i vestiti le fluttuavano addosso, e mutavano di forma e intenzione: al posto del maglioncino penitenziale e stretto al collo appariva un blusa fluida e scollata dalle maniche trasparenti, al posto dei bottoni appariva un nastro da annodare, al posto della gonna grigia da istitutrice appariva un taglio di seta sbieco attorno alle ginocchia, al posto delle calze spesse appariva un velo nero e sottile.
L’ultima trasformazione avvenne subito dopo il cancello, nel viottolo che conduceva alla sala: al posto degli anfibi da guerra apparvero un paio di scarpe di cristallo col tacco, lacci incrociati e una piccola fibbia d’argento.
Col suo primo passo al di là della porta, Cenerentola entrò nel cuore della milonga. Era una milonga d’arrivederci, spessa e piena d’un rosso che per qualcuno era una sciarpa di seta, per qualcuno geroglifici su un abito di raso, per qualcuno vodka alla fragola, per qualcuno scarpe di velluto annodate alla caviglia, per qualcuno succo di cuore.
Cenerentola non conosceva quasi nessuno di quelli che ballavano, ma parecchi di quelli che non ballavano: seduti tutto attorno, guardavano affascinati i piedi dei ballerini, che in quel momento erano impegnati in appassionati dialoghi intrecciati sopra e sotto un tango acuminato, con lunghe punte di freccia infilate a caso dentro la notte.
Quelli che non ballavano guardavano come avrebbero guardato il primo fuoco acceso in qualche prateria preistorica, la prima ruota costruita con un tronco, la prima selce scheggiata. Guardavano i mondi che cominciavano e finivano in ben più o ben meno che otto passi. Poi si guardavano tra loro, e si chiedevano – senza dirselo – ma dove sono gli otto passi? Cosa stanno facendo? Cosa stiamo facendo noi, qui?
Cenerentola si guardava le punte delle scarpe di cristallo, che riflettevano la luce nera della sala, e si diceva che non aveva importanza: loro, le scarpe, conoscevano i passi che lei non sapeva, e avrebbero ballato loro, le scarpe, col principe.
Intanto, principi e principesse andavano in senso antiorario, e lentamente si delineava la geografia emotiva della serata, rimescolata dalla musica che Javier comandava con un solo tocco: agitava la mano nell’aria, e subito la stanza girava a milonga, R. partiva a cavallo comandando uno squadrone di ussari che conquistavano cinquanta territori e una dama dalla sciarpa rossa, N. attraversava le Americhe ondeggiando e scopriva l’Europa (che è anche l’andirivieni del tango, tra pezzi d’Europa e pezzi d’America che si cercano, come i ballerini cercano l’uno la schiena dell’altro senza trovarla mai), L. faceva spumeggiare le balze della gonna viola cupo, con brevi contraddizioni e volteggi che facevano oscillare il baricentro della sala. La milonga strepitava sul parquet, battuto da decine di punte e tacchi, e Cenerentola si sentiva felice solo di questo.
Poi Javier cambiava d’umore, faceva un gesto secco col polso e partiva un tango inquieto, dipanato su un solo filo luccicante che attraversava tutta la notte. Le coppie s’avvicinavano, e ciascuna appendeva qualcosa a quel filo: parole sussurrate e lentissime, otto disegnati e ridisegnati l’uno attorno all’altra, scarpe bianche e nere, incroci, ganci, il dorso del piede che strofinava sulla stoffa, comunicava la sua carezza impossibile, rivestita di sfida e duello.
Ogni coppia cesellava qualcosa sul parquet, e i cerchi restavano a brillare debolmente, fino a che tutto il pavimento risplendeva di passi perduti, ingoiati dalla notte e dal divenire impietoso e straziante della musica.
Cenerentola osservava quelle scritture, ma non sapeva decifrarle. I suoi compagni di sedia – i Principianti Iniziati, i Principianti Vergini, i Principianti Timidi, i Principianti Arditi – provavano pure a leggerle, voltando la testa da un lato e dall’altro, come a cercarne il verso. Un sospiro zitto si alzava da tutti loro, inavvertibile.
Poi, accadde.
Qualcuno si presentò a Cenerentola e le prese la mano.
“Guarda che io non so ballare” disse Cenerentola col capo cosparso di cenere, ma le scarpette di cristallo che scintillavano.
“Sai gli otto passi?”s’informò lui, cortese.
“Quelli sì” .
“Allora possiamo andare ovunque” concluse lui, e lei lo amò per almeno otto passi.
Lui la tirò a sé – si chiamava Principe F. e, da qualunque parte del mondo venisse, veniva da Buenos Aires apposta per lei e per quel momento - e anche lei entrò nel cerchio. Spaventata dal suo stesso ardire, portata dagli otto passi, dalle scarpe e dal ballerino, senza nemmeno sapere come, attraversò tutta la stanza e buona parte della notte.
Nessuno sa cosa ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice un tango greco, straziante e con gli angoli avvolti nel ferro filato, nelle spezie e nel miele, qualcuno dice un tango negro pieno di tamburi, qualcuno dice altre musiche ancora, tracciate col compasso d’argento nella carta spessa della notte.
Nessuno sa con chi ballò, quella notte, Cenerentola.
Qualcuno dice con un Principe Porteño travestito da brigante siciliano, gli occhi a carboncino e salidas vellutate ed incendiarie, qualcuno dice con uno dei Principianti Terrorizzati, di quelli seduti, gli occhi fissi sulle caviglie dei ballerini a contare, senza che nessuno dei multipli di otto apparisse e chiarisse cosa stava succedendo – visto che sulla pista avvenivano duelli, lutti, dichiarazioni, pentimenti, tradimenti ed eroismi che non si potevano assolutamente misurare col metronomo degli otto passi, quello che a lezione funzionava così bene - , qualcuno dice con uno dei Principianti Volenterosi, come V. il Biondo, la cui cadenza dolce s’apprezza in quel che dice e soprattutto in quel che tace. Qualcuno dice pure che ballò l'ultima milonga della milonga con Juan il Capitano in persona, e ogni passo sapeva di risacca e ritorno.
Nemmeno Cenerentola potrebbe dirlo.
Solo che, tornando a casa, scoprì che aveva ancora una delle scarpette. Cristallo nero, lacci incrociati e una fibbia d'argento. Cenerentola sorrise e disegnò un piccolo otto: sulla punta della scarpa si riflesse, per un attimo, la luna.
In memoria della mia prima, terribile milonga: ringrazio Farolit la sirena per avermi portata lì, e avermi dimostrato che persino le sirene ballano il tango, i miei amici Principianti per aver diviso con me seggioline, stupori e bicchieri di prosecco con un lieve perlage d'ansia, tutti quelli che - incredibilmente - m'hanno fatta ballare quasi davvero, Javier che era dentro tutti i passi e tutta la musica.
