...uno sente il decoro tremendo di essere tango...
Mario Benedetti
Che ormai dovremmo saperlo: il problema non sono i passi, ma la comunicazione. Il problema non sono le intenzioni, ma il dialogo. Il problema non sono le figure, ma i pesi. Il problema non sono i movimenti, ma le pause. Ecco.
Così alla lezione di ieri Javier – che andrà via tra una settimana e già comincia a trascolorare nella distanza e nella partenza, diventa color Buenos Aires, che è un blu oceano e sala da ballo molto molto scuro, si fa scattare foto ricordo e colleziona sciarpe, fratelli e ricordi – ce lo ha fatto fare.
Sì, l’abbiamo fatto.
L’abbiamo fatto tutti, in coppia come all’inizio del mondo, un Adamo e un'Eva senza parole da dirsi, senza risorse, dentro un Eden ostile e irresistibile in 32 battute e bandoneon.
Javier c’ha detto: Chicos, è il corpo che parla, voi dovete tacere.
S’è fermato, in silenzio, e il brusio poco convinto di tutti quei corpi riempiva la stanza.
Chicos, zitti. I corpi hanno taciuto.
E allora ce lo ha fatto fare, uno davanti all’altra.
Abbiamo ballato tenendoci solo per una mano, l’altra ben nascosta dietro la schiena. La mano destra della donna nella sinistra dell’uomo. L’uomo deve porgere alla donna uno specchio per rimirarse, ci aveva detto Javier la prima volta, spiegandoci l’abbraccio. E aveva mostrato la sua mano sinistra alla ballerina, che s’era specchiata e s’era vista, vestita di tango e di quella trepida ammirazione, quel rispetto, quella correttezza d’otto passi che il maschio deve tributarti, che fa da contrappeso alla tua devozione di femmina, alla tua ferma decisione di farti portare, ovunque.
Ci siamo specchiate tutte, e onestamente eravamo molto belle, persino in quegli specchi incerti e scuri, non ancora lucidi come l’argento dello specchio di Javier, dove, a sporgersi e guardare, si vedono mondi interi, e persino il futuro e il passato, e tracce di tanghi vecchissimi che ancora qualcuno sta ballando, da qualche parte, e i tanghi che risuonano dentro ciascuno di noi, vestiti di passato o di speranza.
Specchio contro specchio, abbiamo ballato. Ma Javier non era ancora contento, e ce lo ha fatto rifare, stavolta la sinistra della donna sulla spalla dell’uomo, la destra dell’uomo sulla schiena della donna: l’altra metà dell’abbraccio, dove non ci sono giustificazioni o mediazioni di quella grande mediatrice e traduttrice e ambasciatrice e ruffiana che è la mano, il succedaneo - o antecedente - fisico della parola, la mano che indica, stringe e decifra.
No, l’altra metà dell’abbraccio è già tutta dentro il linguaggio oscuro del corpo, i suoi passi che sono sì, le sue pause che sono no, le sue torsioni che sono forse.
Il torso, chicos, sa tutto, dice Javier. E interpreta un intero dialogo solo con impercettibili mosse, le figure si disegnano nell’aria e noi capiamo chiaramente. Il torso sa tutto, come il corpo. Ma noi no.
Eppure balliamo, dimezzati, anfibi, centauri tangueri. Balliamo, e parole silenziose e incandescenti cadono tra noi come gocce di sudore, o perle che rotolano sull’impiantito. Ci arrovelliamo in ochos, indietreggiamo e sbarriamo il passo, danziamo la sottomissione e la protervia. Adesso, infatti, alcuni di noi hanno già la Faccia da Tango.
Non viene subito, la Faccia da tango, ma dopo un po’ sì.
E’ una faccia intenta e rivelatrice. La faccia che fa il corpo quando nessuno lo guarda, quando tocca a lui.
Ho ballato col Principiante Furbo, che ora è diventato Principiante Appassionato, con una faccia da torero e la testa bassa che mi piacciono moltissimo.
Il Principiante Galante ha invece la sua Faccia da Vals, foderata di velluto, toccata di magnolia, e mi piace allo stesso modo.
La Principiante Indissolubile – ce ne sono sempre un paio, di Principianti Indissolubili, maschi e femmine - ha tentato una Faccia Ispirata, e il partner l’ha severamente punita con un ocho atras moltiplicato all’infinito. Lei ha ripreso subito la sua Faccia Ansiosa in cui lui ama specchiarsi. Non durerà per molto, però.
Alcuni hanno ancora la Faccia Rassegnata, la Faccia Mio Malgrado, ma la perderanno presto.
Balliamo, e i corpi miracolosamente ci precedono e ci fanno strada, pur dimezzati come siamo. L'altra metà dell'abbraccio funziona, fragile e miracolosa: balliamo come se fossimo sul filo, balliamo sul precipizio, attenti a non far precipitare quel contatto, quel tocco misterioso di corpi e anime. Ma Javier non ha ancora finito, con noi.
Ora – ci dice serissimo, con quel viso di bambino centenario – ballerete senza. Senza cosa? Senza parole balliamo già. Senza discorso, balliamo già. Senza finzioni, teoria, note a margine, leinonsachisonoio, titoli di studio, libri letti, formule matematiche, liste della spesa, errori di grammatica, solitudini, ricordi, balliamo già. Senza cosa?
Senza abbraccio, è ovvio.
Per un attimo è il panico. Senza abbraccio? E come faremo a parlarci, a dircelo, a condurci, a procedere assieme?
Ci sentiamo risprofondati nella vita, dove non c’è abbraccio, ed è tutta una guerra quotidiana a spiarsi le intenzioni, a tradursi, a esaminare vocabolari e testi a fronte (ma lui ha detto, ma cosa avrà voluto dire, ma non ti sembra che, ma…).
Senza abbraccio? E cosa sarà a legarci? Come nella vita, saranno lo sguardo, le intenzioni, i movimenti minimi che si propagano nell’aria come vibrazioni? Come nel tango, saranno il rumore dei passi sull’impiantito, il viso che si volge, il pentimento che batte un colpo secco, l’otto che si fa infinito sotto i tacchi, e poi di nuovo?
In piedi, uno di fronte all’altra, un Adamo e un'Eva cinque minuti dopo la creazione, senza nemmeno una parola tra loro, e solo la foglia di fico della musica, gli occhi negli occhi – e finalmente, che i principianti si vergognano di tanta prossimità, e ballano guardandosi il collo, gli zigomi, il lobo dell’orecchio o le pareti in fondo – abbiamo ballato.
Gli occhi dentro gli occhi, i corpi paralleli che si sforzavano di sentire ogni cosa, protesi fino allo spasimo, dentro e fuori di sé. Abbiamo ballato intuendoci fino quasi a toccarci, sfiorandoci con le dita invisibili delle intenzioni, delle figure che ballavano tutto attorno a noi, disegnate a cerchi nell’aria, sul parquet, negli occhi indecifrabili di Javier che camminava tra noi, pastore di gesti.
Abbiamo ballato con le bocche cucite, bendati. Abbiamo ballato così zitti da essere assordanti, mentre i corpi si urlavano comandi da distanze inimmaginabili, Adamo sull’orlo d’un burrone, Eva su un altro, e la neve e la musica che vorticavano in mezzo. Abbiamo ballato per telepatia.
La felicità, se c'è, è un luogo senza parole.
