
"Il mio polso batte al ritmo del tango. Me lo dicono i medici, non è una fantasia..."
Astor El Gato Piazzolla
In fila alla Posta, quando è toccato a me, ho fatto un passo avanti, strofinando la punta della scarpa sul parquet: era un Passo Uno.
Sul bordo del marciapiede, indietreggiando alla fermata, ho incrociato: Passo Cinque. Il passo in cui la donna s’inchioda e s’incrocia, e lui decide cosa vuole che sia, la loro relazione, per i prossimi tre o otto passi, o un tango intero o una serata o una vita.
Dal fioraio, incerta tra un tulipano corto e un casablanca, ho fatto un intero ocho adelante, passo sinuoso della titubanza, moltilplicazione della pausa, passo frattale in cui – dice Javier con la sua voce morbida, perché la voce è corpo - ciascuno cerca la schiena dell’altro senza trovarla mai, mai. Passo della scelta sospesa, come la vita per otto passi (e lo sapete che l’otto rovesciato è il simbolo dell’infinito? Ogni otto che le punte disegnano sul pavimento è un tentativo d’infinito, come ogni tango e forse ogni vita).
Andando verso la macchinetta del parcheggio l’ho supplicata con un ocho cortado, dramma in due passi e centoventi gradi di pentimento.
L’altra sera, nella stanza del direttore, nessuno lo sa, ma io ho fatto il Passo Sei e Sette, e un lievissimo battito nel Passo Otto ha detto chiaramente che noi del sindacato non eravamo d’accordo, e non stavamo uscendo ma chiudendo la trattativa.
Perché – riflettevo – non è solo quel che della vita porti nel tango, ma quello che cominci a portare del tango nella vita. Una rivoluzione di pesi, un ascolto da dentro che non avresti mai sospettato. E il corpo che si presta, ti regala la sua prodigiosa memoria di movimento, ti traduce i gesti nel linguaggio a otto passi e trentadue battute che sta imparando da solo, oltre e malgrado te.
La verità è che non si riesce del tutto a uscire da quella sala di legno e specchi. Ieri mattina – che era un giorno di mutamenti rapidi, capriole nel cielo e scirocchi – stavo ballando, sul corso Cavour, col Principiante Asceta, che è l’evoluzione rapida e naturale del Principiante Responsabile: lui si sente investito in pieno della responsabilità maschile di condurre, e dice di continuo “è colpa mia, è colpa mia”. Il che è un sollievo, visto che alle prime cinque lezioni è pieno di Principianti Colpevolizzanti che non fanno che dirti, presi dal panico, “è colpa tua, è colpa tua”.
Era un giorno di scirocco e milonga, di cieli rapidi e ritmo, e l’ho anticipato solo un paio di volte, nella baldosa davanti alla biglietteria e al Palazzo dei Telefoni. Quando mi sono fermata all’edicola, sul passo sei, gli ho sussurrato: perdonami, sono stata io a correre. Ma non era vero: era un otto con le parole, un movimento che non va da nessuna parte, un dialogo per curve, pivot e impossibile.
Al ritorno, mi sono accorta di ballare col Principiante Furbo, quello che m'ha proposto, quando occhi negli occhi provavamo a pesarci, a capirci di baricentro: “Ma perché non ci mettiamo d’accordo sui passi?”. Sono scoppiata a ridere e gli ho detto che era un tango, non una briscola. E’ tornato serissimo, e ho percepito una linea di mortificazione nei suoi passi due e sette, lunghi fino al trentanovesimo parallelo.
Ho ballato senza dirgli nulla - con lui e almeno una decina di altri ignari passanti - fino all’ingresso dell’Orto botanico, e tutto sommato credo che l’avemmo vinta, quella briscola.
Sono rientrata a casa disegnando un numero imprecisato di otto sull’impiantito, al portone, davanti alla guardiola del portiere, all’ingresso della palazzina B, davanti alle cassette postali. Al secondo piano l’ascensore s’è fermato, a tempo.
