
“Il tango è gringo, la milonga è creola”
Luigi ha lasciato il corpo a casa, ed è venuto a lezione.
La rinuncia gliela si legge nelle spalle appese, nella bocca serrata, nelle scarpe inverosimili, coi catarifrangenti spessi ed arancioni .
Javier, invece, non ha l’anima: l’ha sciolta tutta nel corpo, chissà quando.
Ha un corpo sensitivo che avverte ogni cosa, modifica lo spazio, entra per conto suo nel tempo. Per questo domina il ritmo solo con un movimento del polso, riflette su di sé – come uno specchio cavo - la musica, ricevendo addosso l’intera tessitura delle pause, delle figure, delle intenzioni della melodia, e infine disegna passi avvolgenti che – è perfettamente chiaro a tutti – fanno girare tutta la stanza, l’isola e forse pure la Terra.
La lezione si svolge fra Luigi e Javier, e noi in mezzo.
Oggi è milonga, la cugina allegra del tango. “La milonga è cadentiada” dice Javier con la sua bella bocca: ha una bellezza tutta voltata in dentro, bruna e chiusa. Ha una bellezza con un lato interamente nascosto, di profondità non misurabile. Affiorano le fossette sulle guance – nell’allegria leggera che non disperde mai quel velo opaco sull’acqua – taluni sorrisi a mezza bocca, un modo di portare il cappello su un lato. Nessun abito lo mortifica, e pure sono grisaglie, grigi minutissimi dalla trama sottile, rivestimenti di sabbia, abili nascondigli per il suo corpo liquido che scivola in ogni piega.
“Uno-due, uno-due: non perdere il tempo, è tutto qui” dice Javier, alzando appena le spalle (come accade con certi battiti d’ali, nello stesso momento forse un monsone si solleva nei mari dell’India). Sulle 56 battute - ché il tango quando decide d'essere milonga s'accelera da dentro, s'assottiglia e si moltiplica, fa crescere le sue 30 battute in una vertigine - muove sei passi che sono seicentosei, fanno il giro del mondo, e dopo ottanta giorni siamo ancora lì a guardarlo. Noi, e Luigi.
Luigi te lo dice subito: “Io non sento la musica, è inutile”. E sta lì, fermo sulle sue scarpe cingolate. Aggiunge cavalleresco – ma è la rinuncia che parla, ventriloqua: “Sei capitata male, con me”. E la Principiante Entusiasta s’allena una volta di più nell’arte femminile del dominio voltato in sottomissione: avrebbe voglia di salirgli sui piedi di cemento coi tacchi, e invece sorride e si ricompone.
“E’ inutile, io non la sento” fa ancora Luigi, fermo su dieci pilastri.
Javier, lì intorno, disegna geroglifici solo con le punte, dialoga a livelli che a noi sfuggono con certe voci profonde della musica, o anche solo la cadenza remota dei bassi, quella che tutti noi avvertiamo nel diaframma, in qualche punto buio dell’immaginazione. Tutti tranne Luigi, si capisce.
La Principiante Entusiasta allora decide di prendere in mano la situazione: “Vedi – dice a Luigi con voce soave – è facile: uno-due, uno-due, uno-due” e – contro ogni legge del tango, della cadenza, della giustizia ritmica e biologica - se lo porta via, per strade di milonga alla rovescia. Guida lei, continuando a dirgli “uno-due, uno-due” tra i denti sempre più stretti. Luigi è persino docile, e trascina gli scarponi con disciplina. La musica si fa d’una gaiezza travolgente, e la Principiante spinge Luigi con un ardore cattivo che fa odore di bruciato. O forse sono le sue intenzioni, o i suoi tacchi sul parquet, o la sua delusione di femmina.
Alla fine – ed è una di quelle milonghe con due facce che si fermano di botto, e rallentano in tre passi fino allo sfinimento ed al silenzio – siamo tutti fermi, inchiodati sul passo tre o cinque, tranne Javier che ha appena chiuso a tempo trascinando una corrida sull’impiantito, una carezza che pure le fondamenta del palazzo hanno sentito.
Javier va da Luigi, che adesso è solo perché la Principiante Entusiasta è corsa lontano a ricucirsi l’amorproprio e la sottomissione tanguera.
Javier è proprio davanti a Luigi, e sono fermi tutti e due, ma non si somigliano per nulla.
Quella di Javier è un’attesa piena, senziente, un movimento potenziale che colma tutto lo spazio d’acquario della stanza.
Luigi è semplicemente aggrappato al suo no.
“Luigi – dice la voce morbida di Javier – non senti?”.
Tendiamo tutti l’orecchio, perché la musica è finita e il ritmo s’è spento da tempo contro gli specchi, dentro il parquet, nei muri, fino alle fibre dei tramezzi.
Javier solleva appena una mano e allora sì, lo sentiamo tutti, quel cavo d’acciaio e argento che è dentro il tempo e il corpo e la musica, anche nel silenzio. Vibra come una radiazione di fondo, una nota bassa costante. I nostri corpi annuiscono. Non quello di Luigi.
“Non importa – dice Javier – lo sentirai anche tu. Insisti”. Sorride come se ogni cosa sia possibile, Javier, e lui – che ha ventitré anni qualche volta, più spesso centotré – le ha già ballate tutte. Anche questo, indubbiamente, è tango.
