
“la vita non è sempre una milonga; il ricordo è sempre un tango”
Insomma, qui funziona così: a ogni lezione dimentichi qualcosa. E il fatto che dimentichi è segno che stai imparando.
Ieri abbiamo dimenticato il primo passo, quello che l’uomo fa indietro e la donna avanti. Il passo contraddittorio, ingannevole, bugiardo, perché la donna è per destino seguidora.
“Lui ti porta sull’orlo del precipizio? E tu lo segui, lo assecondi”.
Nessuna novità, in effetti. Anzi, con gli anni hai imparato a gettare un’occhiata di sbieco al precipizio, sapere quanto è fondo, quanto è scosceso, quanto ti ci vorrà per arrivare in fondo, quanto per risalire. Ci sono uomini da burrone, uomini da forra, uomini da timpa, uomini d’abisso (rari).
Uomini che cadi solo tu, e lui ti guarda da sopra e stringe le spalle: non lo sapevo, non ho potuto evitarlo. Uomini che cadete assieme ma lui si salva, con la giacchetta agganciata a un ramo pietoso e materno. Uomini che nella caduta spariscono, e nemmeno sei sicura che c’erano, prima. Un’invenzione per cadere.
Uomini che mentre cadete ti dicono: è colpa tua.
E il tango ce li ha tutti, i vizi degli uomini e delle donne.
Ora abbiamo una nuova cosa da imparare e dimenticare, consegnare al corpo e alle sue grammatiche di gesti, pesi, direzioni.
“Io arrivo qui e mi pento, torno indietro”. Il maestro esegue un passo di pentimento, così esatto e lucido sull’impiantito che mi sembra di riconoscerlo, d'averlo già letto. Che scema, ho già letto tutto: pentimenti, direzioni sbagliate, precipizi, passi indietro. Questo è solo un riassunto a uso del corpo, una traduzione con pochissimo testo a fronte, un bignamino in otto passi.
“Mi pento” continua a ripetere il maestro, che nella vita – nella vita fuori, sbiadita e immersa nel caos delle parole – è comandante di navi traghetto, comandante di andirivieni e pentimenti in un braccio di mare cortissimo e insidioso, dove il tempo è fermo quasi come in un tango, fermo e pieno di accelerazioni e correnti e vortici e soprattutto ritorni.
Lui si pente, si tira indietro, si volta da un’altra parte, lei lo insegue, gli si piazza davanti (“guardami, guardami, portami ancora”), che il tango è obliquo ma frontale, sbieco ma diritto, opposto ma coincidente: lei gli si ripiazza davanti, poi deve espiare – la memoria ancestrale le dice che sì, va bene così, è giusto così, ed è fuori da ogni discorso - torna indietro, incrocia i tacchi, si sottomette di nuovo. Si chiama ocho cortado o milonguero, l’otto tagliato che si disegna di continuo tra loro, l’infinito pieno di sponde che ritornano, come uno Stretto da navigare avanti e indietro, come un nastro di Penrose, come un pentimento, come un tango.
Perché, accidenti, è pure magnifico, questo breve percorso di pentimento, questo dramma in otto passi tagliati che interrompe la salida, cambia le direzioni e poi le ricomincia, perché le ferite si chiudono ogni otto passi, e il mondo ricomincia.
Io lo sapevo che il pentimento mi veniva bene, e ho tentato una cosa: l’ho ballato a occhi chiusi, come sempre nella vita. Sentivo solo la musica e il peso, e i comandi del corpo dell’altro, che mi spiegava senza dirmelo che si stava pentendo, e preferiva tornare indietro, e cambiare direzione, andare dall’altra parte dello Stretto – dove ieri c’era ancora la neve, una neve salata che si dissolveva nell’acqua, una neve calcarea e sabbiosa, una neve ostinata a occhi chiusi – e io potevo solo seguirlo, supplicare per tutti i suoi 120 gradi di pentimento, incrociare indietro i miei passi, mostrargli la solita, feroce mansuetudine.
M’ha persuasa, così cieca com’ero, così affacciata sugli otto che disegnavano di neve lo Stretto, il parquet, le intenzioni. Così caparbia, così salata.
Sono uscita felice – la neve s’era sciolta ma aveva lasciato intenzioni gelide nell’aria - e quando m’hanno chiesto: “Cos’hai fatto?” io ho risposto senza esitare: “Non mi sono pentita”.
