Mia madre lo chiamava “trìspito”.
Qualsiasi cosa s’annunciasse difficile da ricordare, o da descrivere. Qualsiasi cosa fosse chiaramente impossibile. Una fragola d’inverno (ché allora non esistevano i fragoloni ormonali e perenni), un politico senza bugie, un gatto con due teste. Ma soprattutto le cose perdute, le cose che si smarrivano – telefoni, chiavi, anelli – nell’eterno tramestìo d’oggetti della vita, ed era come se perdessero anche il nome, trasformandosi in trìspiti viaggiatori, capaci di percorrere anche grandi distanze nello spazio e nel tempo, avanzando a testa bassa controcorrente nei corridoi, tra gli scaffali, lungo anni bisestili, sotto tavoli sedie e stagioni.
“Guarda, era qua il trìspito” mi diceva di colpo, estraendo uno sciammisso color caffè freddo da una balla di borse di plastica: il trìspito aveva navigato, per suo conto, diversi anni, sottraendosi alla sua natura di sciammisso, e soprattutto alla nostra volontà di sciammisso.
Oppure eravamo noi a esclamare, sopraffatti: “Mamma, il trìspito!”, e sollevavamo un pistarangio ch’era finito, non si sa come, non si sa quando, nella cassetta delle arance vaniglia (aveva segrete affinità con gli agrumi, io sospetto, e, invece che al disordine, aveva obbedito a un intimo bisogno d’ordine e di raziocinio).
Una volta, mentre la banda passava dietro alla processione e io temevo segretamente il basso-tuba (ero convinta ch’avrebbe inghiottito il mondo, prima o poi), lei se ne accorse – fiutava la paura nell’aria come un fumo nero, come un odore di tartufo – e mi disse: “Non fare la scema, quel trìspito non può farti nulla”.
E una volta mi raccontò d’un tale, uno col malocchio, che la “guardava male. Uno strascinafacendi, uno scugghiabuffi. Ma, in effetti, un trìspito”. Senza dubbio.
“Ma com’era, questo trìspito?” si sollevava, raramente, mio padre, ch’era uomo d’archivi e casellari, e infatti s’era ritagliato una porzione di casa perfettamente nitida, un occhio nel ciclone, resistente e impermeabile al caos di trìspiti che migravano tra le pareti e i giorni. “Mediòcolo” diceva in genere lei, dopo una profonda riflessione, scuotendo un poco la testa.
“Ah, mediòcolo” annuiva quell’uomo d’ordine, sconfitto da subito.
“Ma di che colore?” tentava a volte, aristotelico.
Lei storceva la bocca – che i colori sono tutti un po’ trìspiti, a guardarli – e gli faceva: “Scipitàgnolo”.
Lui comprendeva che non c’era traduzione, fra i loro mondi, e richiudeva sollecito la porta.
Trovammo e perdemmo, negli anni, centinaia di trìspiti, senza poter arrivare a un inventario sufficiente della nostra vita, e nemmeno dei nomi che avevamo a disposizione per definirla.
Oggi guardo la casa vuota, sempre più fredda, e scopro che nomi invisibili si sono andati raccogliendo nelle intercapedini, tra gli infissi, lungo le modanature, sotto il battiscopa. Ci passo in mezzo, li sento sussurrare, per nessuno.
