
Qui si parlava - dottamente - di Babele, che è il posto dove vanno le parole quando muoiono, o quando nascono. Si parlava di Borges, che è il portinaio del paradiso delle parole, e delle sue profezie mascherate da enciclopedie, o viceversa.
Si parlava di Rete, che ad alcuni piace per i nodi, ad altri per i buchi: in effetti, la Rete è – assieme - ciò che tiene e ciò che passa attraverso, ciò che resta impigliato e ciò che trascina. E mai la stessa acqua passa sotto gli stessi ponti.
Si parlava di una cosa bellissima pure a dirsi (sentite che retrogusto di cioccolato modicano?): eterotopia.
L’eterotopia è un luogo reale che costituisce una sorta di contro-luogo: un’utopia effettivamente realizzata, nella quale il luogo reale viene al contempo rappresentato, contestato e sovvertito.
Ah, c’è un’altra parola che mi sembrava brillasse: eteroclito.
C’è chi nasce con gli occhi azzurri, chi con i fianchi rotondi, e chi con una magnifica etimologia: eteroclito ha tutte queste cose. Viene da hetero e klinein: declinare altrimenti, inclinarsi in un altro modo, lungo un altro versante. O inclinarsi – magari – verso l’alto, direzione Babele. Chi può dirlo.
In questa sterminata Biblioteca di Babele dove gli scaffali cambiano continuamente di posto, i libri non scritti si scrivono, o viceversa, i libri scritti si spostano, s’inclinano, declinano, perclinano in un altro modo.
Essì, perché qui siamo dentro la Biblioteca. Guardate: ciascuno di noi la scrive da dentro, perché ci sono tanti centri quanti sono gli scriventi, e ciascuno è una sorta di Aleph, dove è ricompreso ciascuno degli altri, ed è ricompreso - perché qui virtuale non è solo lo spazio, ma pure il tempo - anche il continuo scriversi e modificarsi dei margini di ciascuna scrittura.
Poi, ieri, qui s’è compiuto pure un lieto evento: i libri Untitl.Ed hanno trovato carta, peso e misura. Sotto l’Untitled hanno titoli, e sotto i titoli, e sotto le scritture che li hanno propiziati, germinati, concimati – e stanno anche loro qui, in alcuni scaffali - hanno scritture, le proprie.
Sì, pure prima erano qui, come i tantissimi libri non scritti, non esattamente scritti, non ancora scritti, non del tutto scritti. Ma proiettavano ombre, su una parete della Biblioteca, e quelli di Untitl.Ed , che sono bravi a guardare un’ombra e dire: è un fenicottero, guarda. No, che dici, è una farfalla. Ma no, è una balena bianca, o un pasto grigio. Un vedrai vedrai. Un voice recorder. Insomma, quelli lì se ne sono andati in giro per la Biblioteca, a cercare alcuni scaffali, alcuni libri.
Con la lanterna, di notte, certe volte mettevano paura: ci sono i fantasmi? chiedevano i bambini.
Beh sì, tutte le biblioteche sono infestate da fantasmi . L’ombra delle voci – dei libri - a vederla, sembra un fantasma. Ma ci dice che forma ha quella voce (e poi, si può sempre leggerla sui muri).
Bene, un in bocca al lupo agli Untitl.Ed e ai loro scaffali presenti, passati e futuri. Un saluto speciale – e un bicchiere di rosso di Cirò - a demetrio.
Noi, comunque, quaggiù, aguzziamo la vista sullo Stretto, aspettando di veder passare uno stormo di contrassegni.
