Io me lo ricordo bene, quel 20 luglio 1969.
Sbarcammo sulla luna già dalla mattina, al mare. La luna era un’impronta di sale vecchio, un osso di seppia, un muro a calce dell’estate interminabile (negli anni Sessanta le estati duravano otto o dieci mesi, con molto pane e pomodoro, peruzze e bagnasciuga), e scese a prenderci quasi subito.
Mamma, donna pratica, ci aveva messo canottiere rigate e cappellini, ma s’era interrotta chiedendosi: ci sarà il sole, sulla luna? Optò per il sì.
La luna s’era chinata vertiginosamente verso di noi, che pure vivevamo in un mondo abbastanza lento e ruminante e terrestre, ma preparavamo da mesi quello sbarco colossale. I giornali – che pure allora erano anche loro più lenti, con pagine che bastavano per giorni – pubblicavano equazioni d’accelerazione, servizi sui giunti cardanici e biografie degli astronauti come attori del cinema. La luna s’allontanava, così come la conoscevamo, eppure s’avvicinava, magnifico e hollywoodiano corpo celeste fabbricato in America.
Mamma diresse lo sbarco, che era piuttosto un imbarco, visto che quella luna sembrava proprio una barca gigantesca d’un legno secco ed azzurro: passammo sulla spiaggia, in fila indiana, coi secchielli e le palette (ci chiedevamo: ma ci sarà la terra, sulla luna?) e il cestino della merenda. La luna cominciava con una passerella di assi piccole, un acciottolato di sassi bellissimi, con una risacca leggera di schiume. Perché l’unica cosa che sapevamo con certezza era che sì, il mare c’era, sulla luna. Anzi, i mari. Con nomi poetici come Mare della Tranquillità o Mare della Fecondità. E quindi avevamo i costumini bene allacciati, per farci il primo bagno lunare.
Sapevamo ogni cosa, della luna: che attirava i lupi, i pesci e le maree. Che gradiva l’argento,che si mangiava i morti. Che aveva una faccia nascosta (ma noi la vedevamo lo stesso, che guardava giù col naso e gli occhi a punta). Che a volte era dipinta di rosso, ed era così enorme che mamma tirava dentro la biancheria, perché non ci cadesse su la polvere lunare. Che arrivava su un carro, ma secondo noi era una barca (infatti era una barca). Che penzolava dai rami, ma anche dal niente. Che a volte si piazzava nel centro esatto dello Stretto, a galleggiare cantandosi incomprensibili canzoni lunari che agitavano i sonni e i pesci. Che ad agosto non se ne andava mai da casa, dove entrava sotto forma di fiumi di latte appiccicoso, latte di mandorla probabilmente. Allora camminavamo con la luna alle caviglie, e poi facevamo storie, prima di dormire, perché non volevamo lavarci i piedi.
Insomma, si trattava solo di salirci sopra, ormai. Camminare sulla luna era normale. Faceva rumore di passerella, e odore di lido e oleandri. Faceva rumore di sandali, e odore di cabine bagnate.
Facemmo anche il bagno, in un mare a caso che sembrava preciso il nostro: freddo, blu, pieno di correnti, nervoso.
All’una eravamo a casa per mangiare le penne al sugo.
dedicato alla luna, che non è mai più stata la stessa, dopo.
