A noi c’ha rovinati la televisione (per tacere dei padroni, della televisione).
Per esempio, il matrimonio di mio cugino. Ho un centinaio di cugini, di tutte le taglie, e spesso si sposano (no, mai tra loro). Io amo i matrimoni, specie quelli calabresi che sembrano sempre il giorno prima della fine del mondo, quando si deve dare fondo ai granai e bere tutte le botti. Stavolta era un matrimonio misto, però: siculo-calabro e pure un poco polacco.
Io mi sono presentata vestita da invitata fescion al tempo di Villa Certosa. Abitino nero corto ma sobrio (come si raccomandava alle signorine del papi), scarpina molto decoltè, acconciatura tardo barberini alla piastra, trucco multimediale, contenuto accenno di sciòllero nella stola in lino filo di ferro (ma la borsetta era un cimelio familiare, ereditata da mamma: se ci metti il naso dentro, ma assai dentro, puoi sentire una piccolissima preziosa riserva del suo odore perduto).
La chiesa era molto polacca, ancorché ubicata nella riviera sfigata di Messina (sarebbe quella opposta a Taormina, lungo il Tirreno: è più bella dell'altra, ma non lo sa nessuno): dedicata alla Madonna di Częstochowa, ma concepita come una serra, col tetto di vetro su cui premeva l’azzurro implacabile del luglio siciliano. Dentro la chiesa c’era una temperatura stabile di 47 gradi centigradi, ma i fiori dei giganteschi trofei bianchi resistevano: mia zia, la mamma dello sposo, aveva ordinato un numero imprecisato di orchidee tropicali transgeniche inox diciottodieci, minacciando di morte – ma con la sua consueta aria soave e gli occhi molto celesti – il fiorista. E poi aveva disseminato per i banchi ventagli di legno sottile legati con un nastro coi nomi degli sposi: nella prima mezzora d’attesa era già nato un fiorente mercato nero del ventaglio augurale che coinvolgeva tutti i presenti.
La sposa era in ritardo, lo sposo bellissimo, la mamma dello sposo, con gli occhiali da sole (è una malattia di famiglia: siamo misteriosamente fotofobici oppure bisognosi di trincee di buio, non so. Mia madre portava occhiali da sole sempre, anche di notte, e mia zia credo sia l’unica mamma di sposo, nella storia dei matrimoni, che abbia fatto le foto in chiesa con gli occhiali da sole), spacciava ventagli e il sole non accennava minimamente a mollare la presa sul tetto scintillante e sulle meningi dei convenuti che intanto continuavano a convenire e riempire gli spalti, come in una domenica di derby. Ogni tanto facevano la ola per rinfrescarsi, o litigavano per l’ultimo ventaglio. La zia piangeva di commozione dietro gli occhiali da sole.
Le invitate fescion erano un sacco, e quasi tutte uguali: capelli piastrati, gonna a palloncino, ombretto scintillè, nuances di viola in scala cromatica. La zia le guardava con occhio critico e le disponeva per sfumature lungo la navata. L’altro criterio era quello del pronto soccorso: erano tutti medici, come gli sposi, e venivano disposti secondo le specializzazioni. Avanti endocrinologi e chirurghi, in mezzo pediatri e analisti, nelle retrovie, per carità, psichiatri e oncologi. La zia li smistava efficiente come la segretaria del padiglione A del policlinico, e avrebbe preso pure qualche impegnativa, nel caso. Ma non prima di settembre, signora mia, che la Tac è guasta, gli infermieri in sciopero e le sale operatorie sequestrate dalla magistratura.
E comunque erano tutti eleganti, compresi i primari e soprattutto le primarie. Mia cognata la scorpionessa aveva un tardovalentino fasciante che minimizzava il suo posteriore normalmente grande quanto la Basilicata. Anche perché sapeva che l’avremmo ammirata soprattutto di spalle, visto che si posiziona per prima davanti al buffet per non perdersi nulla: leggenda vuole che a casa sua non si mangi per almeno due giorni, prima di un matrimonio. Tanto, i matrimoni calabri sono famosi per dar da mangiare agli affamati, e dovrebbero essere menzionati sui bollettini FAO, per questo.
Il matrimonio di mio cugino il dottore non faceva eccezione.
Una barca piena di pesce, con due pescespada interi (spada compresa, e mia cognata s’è informata se si poteva fare arrosto pure quella, in caso), dentici e ricciole grandi come squali, secchi di scampi, astici vivi che agitavano le chele, ignari come tacchini il giorno prima di Natale. In un angolo si friggevano neonata e franceschini (che non si chiamano Dario e sono molto molto più utili all’umanità), c’era un bancone del couscus e uno delle braciole di pesce (stecche da sei, peso medio due chili e mezzo, farcite con mollica consata e capperi extralarge). Un buffet di antipasti, uno di aperitivi, uno di dolci con trofei di frutta da fare invidia a Bomarzo: angurie smisurate scolpite in forma di cigni, ghirlande, quadri pop. Mezzi ananas riempiti di fragoline, gelsi neri, palline di melone. Un buffet di frittura, un buffet di arrosti. Mia cognata era davanti a tutti quanti, contemporaneamente.
Nelle retrovie, sotto gli alberi, un quartetto d’archi alternava Piazzolla a Bach, scatenando insani istinti tra gli invitati. Perché, come dicevo prima, a noi c’ha rovinati la televisione. “Amici”. “X Factor”. "L'isola dei famosi".
Ha cominciato il prete, in chiesa. Dopo una funzione durata quasi due ore, con molti colpi di scena (tipo il battesimo collettivo, con lui che passava tra i banchi e ci spruzzava addosso acqua santa, tanto che ho temuto che qualcuno – per esempio mia cognata – reagisse come la protagonista dell’Esorcista e cominciasse a vomitare verde)(ma per fortuna c’erano un sacco di gastroenterologi , tra il pubblico), il prete ha detto, serafico e fresco, malgrado la cotta di lana con stalattiti e stalagmiti dorate e gli ormai 50 gradi dell’ambiente: “E ora voglio fare un regalo agli sposi: canterò una canzone”. E, con voce stentorea e pavarottica (la stazza era uguale a quella dello scomparso Maestro di Modena) ha attaccato un’imitazione della colonna sonora del “Re Leone” che è durata un quarto d’ora abbondante. Il pubblico in corsia, per quanto estenuato, ha applaudito con vera partecipazione: eravamo al reality “Oggi mi sposo”, dopotutto.
Lo stesso è accaduto alla cena: mentre gli archi suonavano e i commensali andavano e venivano dai buffet (tranne mia cognata, che consumava sul posto per non perdere la priorità acquisita), un invitato, un giovane medico di belle speranze, ha preso la parola. “E ora voglio fare un regalo agli sposi: canterò DUE canzoni”. “E tu” di Claudio Baglioni e “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli: mica cotica.
Appena ha cominciato, con aria ispirata, ci siamo tutti guardati in faccia e abbiamo detto, all’unisono: era meglio il prete.
Né è mancato il momento della poesia. Un ulteriore invitato, incoraggiato dalle performances (ed educato da anni di tivù), ha voluto condividere con noi una poesia sugli sposi (ma sarebbe stato più appropriato dire contro gli sposi).
Alla terza esibizione qualcuno ha cominciato a fuggire, accampando scuse di sosta vietata e nonne molto malate. La zia – che finalmente s’era tolta gli occhiali da sole e provava la nuovissima postura da suocera – smistava bomboniere a bordopista e allestiva set fotografici.
Io, dopo aver meditato a lungo se a mia volta ballare un tango con lo zio (che poverino era in piena sindrome d’abbandono e guardava suo figlio con occhi straziati), ho desistito: apparirò solo nelle foto d’ordinanza, con molto rimmel segnaletico.
Infine: la tv s’è infiltrata persino nei matrimoni calabri. Malgrado gli sposi amorosi, le zie chiaroveggenti e i riti pagani dell’abbondanza. Al prossimo sono sicura che ci chiederanno il televoto. E noi, noi glielo daremo.
