No. Lo ammetto. Non m'importa nulla.
Non m'importa nulla se Papi si porta le minorenni in piscina. Non aggiunge nulla alla persona rozza, volgare e sgradevole che già mi sembra senza che nemmeno dica una sillaba: basta guardare quel viso stirato e truccato, coi capelli ritinti e ricresciuti, quel sorriso televisivo, coi denti di resina, le rughe arginate e riempite di filler.
Ha l'età che avrebbe mio padre se ci fosse ancora, e assurdamente li paragono, nella mia mente. Mio padre, uomo antico e verecondo, sarebbe morto di vergogna prima di mettersi il cerone o farsi tingere i capelli. Mio padre non si sarebbe mai fatto fotografare con le ragazzine sui ginocchi: nemmeno le nipotine. La giusta distanza in lui era un alone fisico e mentale, uno spazio fermo e preciso nel quale potevi entrare solo col suo permesso.
In quello spazio c'erano cose come il rispetto, il giudizio, l'equilibrio. Dovevi sentire che le attraversavi, per muoverti verso di lui.
Aveva, come tanti della sua età, un corpo a parte. Riservato, decoroso.
M'inquieta, del Papi, il suo corpo esposto e mostruosamente eucarestizzato, il suo corpo vorace che mangia gli sguardi, che attira il gesto, la condivisione primitiva. Il suo corpo da fiction. Il suo corpo eternamente giovane che fa soprattutto una cosa: nega la realtà.
Si mette in testa i cappelli, il Papi; fa bagni di folla, il Papi, come quella contessa si bagnava col sangue di vergini: era il fondamento del suo apparire e del suo potere.
Mi vengono in mente, con un certo raccapriccio, i corpi antracite, sfuggenti, sepolti nella grisaglia dei nostri governanti d'una volta. Corpi insensibili, negati, funzionali (e le vignette li facevano tutti uguali: era la testa, dei burattini-burattinai, a fare la differenza, a renderli "rappresentabili").
Mi viene in mente il corpo di mio padre, inimmaginabile, composto, segreto. Solo le cravatte, estrose, ne denunciavano - di sbieco - l'indole immaginativa, la terza e quarta vista, l'intelligenza aguzza ma cauta delle forme.
Fu sindaco, per qualche anno, della nostra città democristiana di fuori e fascista di dentro: lo vedevo passare lontanissimo, alla processione della patrona, con la fascia tricolore in vita (era magro, e gli cadeva alla perfezione sui fianchi stretti fasciati dal frescodilana scuro). La sua adesione ai simboli era rispetto istituzionale, era, in qualche modo, passione civile. Non era un abito, era un'investitura, e così lui la portava.
In quest'omino, il Papi, che si fa beffe delle uniformi e dei simboli, vedo un'altra, imperdonabile mancanza di rispetto.
Nei suoi golfini, nelle sue camicie rimboccate non vedo la scanzonata immagine d'un uomo che vive appieno, vedo l'insofferenza verso simboli che non sono i suoi. Vedo i costumi da sit-com, vedo l'universo patinato e griffato che in taluni pezzi del Paese ha sostituito la realtà.
No, non m'importa affatto l'andirivieni di ragazzine patetiche (fossero mie figlie mi vergognerei moltissimo per la loro mancanza d'immaginazione) a bordo piscina: il vecchio gallismo del potere s'è sempre espresso così.
M'importa che il Papi sia un uomo talmente lontano da qualsiasi possibilità di buongusto e buonsenso. M'importa che mio padre si volgerebbe da me e mi direbbe pianissimo: "Ti aspetto fuori, qui non c'è spazio per me".
