La campagna vaccinale parte prestissimo, alla fine dell’estate (che poi ogni anno cade più in là: a fine agosto, a metà settembre, all’inizio dell’uva, all’inizio del campionato, all’inizio della scuola, alla vigilia di Natale). Zia Mariella gira il quartiere a ricordare a tutti che devono morire, e quindi tanto vale vaccinarsi per bene. Il paralitico della seconda palazzina, la cartomante, la segretaria del notaio. La vecchia delle uova, il forestale, la fidanzata del prete, il becchino. Zia Mariella, col suo positivismo psicomagico, li convince tutti. E quando i vaccini arrivano, dalla farmacia della piazza avvertono lei prima dei medici.
La zia crede nei santi, nei vaccini e nella vendetta. Anche nelle anime del purgatorio (gli fa dire una messa all’anno) e nelle premonizioni, ma solo quelle sue. Non crede nei trapianti, nei tranquillanti e nella ceretta a freddo (nemmeno io, quella). Crede negli ombrelli a molla, nei regolamenti di conti e nella stampa. Non crede nelle banche, nei profeti e nelle calze velate.
Crede soprattutto ai vaccini, però.
"Potessero esserci vaccini per ogni cosa" mi dice mentre apre l’ambulatorio in cucina, la mattina presto. Fuori c’è già la fila, nel giardino di gerani carnivori e alberi di basilico.
“Cose come il dolore, le delusioni amorose e l’insicurezza?” le chiedo.
“Ma che dici. Cose vere” mi fa mentre solleva la manica del primo, il signor Cianci, che abita a San Brunello dall’ultima incursione saracena e se non comincia lui s'offende.
“Cose vere?” ripeto io, mentre le passo il batuffolo con l’alcol, un alcol crudo che brucia pure a guardarlo e satura la stanza d’un odore medicinale.
“Le tasse, il terremoto” mi spiega senza pazienza, mentre tira giù la manica di Cianci e lo spinge fuori, prima che lui si metta a raccontarci com’è sopravvissuto al terremoto. Ma non quello del 1908. Quello del 1783 (e comunque io lo so: s’era nascosto nel canneto, ché allora qua c’era una fiumara larga che portava a valle sassi aspromontani, segreti e coccodrilli).
“Il malocchio” dice pure, mentre entra Teresa con tutto il suo armamentario di femmina. Teresa è una gigantessa che vive in un corpo troppo piccolo, e si muove con fatica perché lei lo sa. Ha cinque seni, anche rotonde come ruote di carro e piedi lunghi anche due passi. E’ terrorizzata dal malocchio, che lei vede nell’aria come gocce d’olio trasparenti che galleggiano e ti seguono, senza scampo. Teresa fa un sacco di scongiuri con le dita dalle unghie dipinte di porpora, mentre la zia prepara la siringa.
Poi la zia solleva la siringa, e guarda quel poco di liquido controluce: “Li vedi? Li vedi?” mi dice.
M’avvicino, tanto non li vedo. Ma so quel che vede lei.
Vede piccoli corpi, scintille, grani fosforescenti come gli occhi dei suoi santi.
“Il vaccino è una magia” dice, a me o a Teresa o soprattutto al vaccino.
Si curva sul braccio sconfinato della gigantessa e lo punge con cura. Dice parole magiche che sa solo lei. Senza quelle, il vaccino mica funziona.
Ieri mi sono vaccinata, per oscure ragioni che non c'entrano con la medicina. Mi duole il braccio e mi sento vagamente assediata. Sarà che, anche se non li vedo, lo so che ci sono, quei cosi piccoli e fosforescenti che proteggono dal male. Dai terremoti, dalle delusioni, dalle tasse. Da mamma che non c'è mai, quando la chiamo, e poi mi ricordo che è morta.