Siamo arrivati, con un ricco assortimento di baobab, piantine in vaso, fronde d’olivo e d’alloro, kentie d’appartamento perfettamente mute, una catalpa bungei aggraziata e crudele come solo gli orientali, un castagno aspromontano, svariati ficus magnolidei dalle foglie larghe come barche, tigli con intendimenti segreti, cipressi sospirosi gravati d’ingiustizia, betulle, faggi, pini marittimi particolarmente scagliosi ed irti.
Ci siamo seduti, ciascuno in braccio la sua pianta, e la tenevamo stretta per non farci scappare la terra e l’imbarazzo. Le foglie si sfioravano e noi ci scusavamo con piccoli cenni del capo e sorrisi da sordomuti.
C’eravamo tutti: la bella, la tatuata, l’architetto, lo scettico, l’entusiasta, il fuoriposto. L’esoterica, l’insospettabile, l’atroce, il poliziotto, l’invisibile, la magnifica, la figlia.
Il posto era pure bello: un ex magazzino d’agrumi con le pareti alte e i lucernari, due nicchie piene di dèi in fondo, collezioni di sassi e di tamburi, cartoline antiche, muri ruvidi e grucce dipinte. Le piante si sono immediatamente girate verso la luce, ma non tutte, e noi nemmeno, ché volevamo scrutarci senza darlo a vedere. Tiravamo conclusioni contro il muro, e rimbalzavano.
A un certo punto è entrato lui.
Piccolo, magro, col viso sottile e i capelli fini. E, in qualche modo, un’anima di taglia più grande, che usciva appena fuori dai confini della sua persona: dalle maniche, per esempio. Dai gesti, che erano così ampi, così pieni che qualche volta abbiamo temuto ne nascessero uova, frutta o cespi d’insalata.
Lui sa tutto, degli alberi. Il suo ci fa invidia, è così alto e largo che prende dieci o quindici meridiani, nel tempo e nello spazio: dai cosacchi al Messico, dallo zar al tango, dalle paludi di polvere al Bois de Boulogne. Le nostre piantine sembrano poca cosa, al confronto, ma subito lui chiarisce: tranquilli, non c’è confronto. Ci rilassiamo.
E cominciamo la seduta d’erbologia animistica, di genealogia carnivora, di botanica parentale. Dentro di noi, gli inconsci si agitano con rumore di stoppie, o di sabbia, o d’acqua di mare. L’inconscio di lui li tocca tutti, prima o poi, fino a che a terra si raccoglie una confusione di bucce di mandarino, foglie, spine e confetti che non si può quasi camminare, e il suo segretario, che ha un nome inverosimile in cui il destino sembra scritto con lettere al neon, deve ramazzare la stanza, in senso orario e antiorario.
Scaliamo le piante, scendendo verso il ramificato albero delle radici, lasciandoci alle spalle le fronde, presenti e soprattutto future, col loro rigoglioso odore di grano: la prima cosa che lui c’insegna – posto che qualcuno possa insegnare e qualcuno possa imparare – è a salutare quei discendenti futuri che fanno già parte dell’albero, e sono file e file impazienti, con qualcosa di gioioso, come sempre il futuro. In effetti, c’accorgiamo tutti di portare con noi gli alberi capovolti, e noi stiamo nel posto sbagliato, presso a poco nel punto in cui le radici sprofondano in se stesse e nel buio, e dobbiamo sostenere sulle spalle articolati sistemi di rami, frutti insopportabili grandi quanto palazzi, bastimenti, continenti interi (l’America, soprattutto l’America).
“Su, capovolgeteli” ci dice a quella maniera di clown serissimo, con l’anima che gli scappa dal colletto e dall’angolo della bocca.
Capovolgiamo gli alberi con un gesto solo, tutti, anche quelli pesantissimi, anche le querce secolari, i lecci, i pioppi canadesi con tante pigne dure come proiettili. Ci troviamo seduti in alto, in mezzo alle fronde armoniose che ospitano nidi, progetti, frutti rossi. Guardiamo in basso, e il peso è scomparso, possiamo persino sollevare la testa e qualcuno anche respirare.
E poi camminiamo in fila indiana, o in cerchio, per un tempo non misurabile: abbastanza per sapere di nonni pallidi, rosi dal disincanto o dal rimorso, di zii scomparsi, di nomi cancellati con rabbia, di pergolati invasi dalle spine, di tombe che sono trincee, di guerre così vecchie da sembrare una sola, interminabile, desolata pace.
Infine, qualcuno se ne va con una ricetta speciale: dovrà uccidere il padre o esorcizzare la nonna, dovrà versare miele o seppellire stelle, dovrà dipingersi d’oro o vestirsi da soldato. Tutti, comunque, se ne vanno con gli alberi diritti che succhiano ottima aria dai cieli futuri. Le radici strisciano sull’impiantito, lentamente, dietro ciascuno di noi. Non è un brutto rumore.
In effetti, ho passato due giorni a inseminarmi nel seminario "Psicogenealogia e guarigione", tenuto da Cristobal Jodorowsky, il figlio di Alejandro, psicosciamano cabarettista mistico eccetera eccetera, autore di film indigesti come, poniamo, "La montagna sacra" o "El topo", e di gesta inverosimili in tutto il globo. E' costato parecchio, però è stato interessante, e persino curativo. Crìstobal è un bel tipo, con un corpo mobilissimo e un'anima capace di aprirsi e chiudersi a comando in un modo affascinante da vedere. La sua psicomagia - e non vi spaventate, è solo un nome poetico e una 'nticchia provocatorio per parlare all'inconscio con il suo proprio modo, che è simbolico e metaforico - è sorprendente, ma solo perché sostenuta dal suo intuito acuto e dalla sua abilità medianica nel leggere posture, voci, tic. Ma ho scoperto mille cose, e i sogni m'hanno detto che qui sotto, nel seminterrato, si lavora, si lavora. Meglio così.