
Il pittore s’apposta nel vicolo, e coglie la donna mentre passa con le sporte. Non è una donna rassegnata, nasconde una qualità combattiva che non le consente di chinare del tutto le spalle. C’è un discorso sottinteso i cui contrappunti sono il battere ritmico delle borse, le nuca impercettibilmente tesa, la borsa a tracolla, di traverso sulla spalla. C’è qualcosa di irredimibile, nella donna. Il suo sguardo, che s’intuisce aperto e lontano, anche se la donna è di spalle.
Il pittore la cattura sul foglio, con gesti rapidi. Le dà un prugna arancio, come i frutti della sporta, come le misteriose semine che la donna persegue, sotto la rassegnazione.
La donna sparisce di colpo dalla strada. Non resta nulla, nemmeno il fruscìo delle suole.

Il pittore si sposta, esce dalla cinta di mura, mentre il giorno si fa più azzurro calando nella sera come in un’acqua scura. Il ciclista passerà tra poco.
Eccolo. S’addentra nella sera con pedalate regolari ma un’intima tensione che s’esprime nel modo di gravare sul manubrio, di spingere, di sollevarsi appena sul sellino. C’è un che di infinitamente speranzoso, in lui. Sì, un azzurro che prontamente il pittore cattura.
Il ciclista sparisce, forse si confonde col blu di prussia della notte che gli va incontro a ondate, forse col bianco del suolo dove indugia il giorno. Il pittore s’allontana: gocce di blu macchiano la strada.

Infine, mentre torna a casa, il pittore sente qualcosa che lo chiama. Si volta, ed è un bianco lucente, con qualcosa di rosato. Brilla come l’ultimo punto di luce prima della notte completa che ha già fatto tutto il quartiere d’un ocra vecchio.
E’ una ragazza. Cammina con la sua luce propria che la segue, con un giro di anche rotonde, una borsa e pensieri leggerissimi di nessun colore particolare.
Il pittore la segue per due isolati, poi prende anche lei, scottandosi appena le dita con quel bianco luccicante.
Qualcosa resta nell’aria, come una speranza inspiegabile in faccia alla notte.
Sì, sono diventata bianca. Da un poco lo pensavo. Non che non mi riconosca, nell'essere nera. E' una vita che sono nera. Sono nera come sono femmina, meridionale, controversa. Sono nera come sempre le minoranze. Ma questa primavera novembrina mi chiede più bianco, più bianco. C'è qualcosa che deve covarsi, qualche cambiamento, qualche persistenza. E c'era bisogno di un fondo bianco, come quelli che, spesso, usa uno dei miei pittori preferiti, Pedro Cano, specializzato in cose invisibili. Città, persone, orti. Con la sua mano d'acquarello, Pedro apre porte tra i mondi, rende percepibile quello che - prima - sentivamo come un disturbo, un sogno, un déjà-vu, un desiderio. Un infrasuono, direbbe varasca. Un infrasapore, direbbe brioche. Un'infraimmagine, dice Pedro.
Ecco, i fortunati che sono a Roma potranno andare a godersi questa magnifica, nuova mostra di Pedro, di cui ho parlato, per il lato b, qui . Attenti, però: lui è lì, a catturare identità, colori, infrapensieri.
