
Mia nonna teneva il tempo nello sgabuzzino, tra il cesto delle uova e il sacco delle castagne, ben avvolto nei fogli di carta oleata. D’estate lo copriva pure con un panno, perché non s’asciugasse troppo, che poi si sbriciolava tutto.
Noi non avevamo il permesso di toccarlo, ma in effetti non avevamo il permesso nemmeno d’entrare nella dispensa triangolare scavata sotto le scale, che era un luogo di prodigi e di tesori nascosti.
Lì stavano gli oggetti preziosi: il macinacaffè, la lupara, i chiodi d’acciaio, il crocifisso, il libro dei rancori. La polvere per parlare con i morti, le erbe medicinali, il miele balsamico.
Loro, i grandi, lo mangiavano a pezzetti, conditi soprattutto con sale e aceto. Li affettava mia nonna, con un coltello speciale che tagliava i dolori e anche, qualche volta, il rancore, ma riusciva a tagliare persino la felicità, che pure è tutta irregolare e sfilacciata e vaporosa e nemmeno sta ferma sul tagliere.
Lo mangiavano con la forchetta o con le mani, chini sui piatti rotondi, con una ruga sulla fronte, e noi li invidiavamo, e non volevamo aspettare, e non vedevamo l’ora di crescere per mangiarlo anche noi, con quella faccia di penitenza e desiderio che avevano loro, come quando si mangiano i cedri in insalata, o i ghiri della soffitta passati nel miele, o la frittata di uova di tigre.
Qualche volta – ma raramente – la nonna di nascosto dava anche a noi, sul pane, delle fettine trasparenti, un poco dolci e un poco salate, che odoravano di cotognata, mandorle amare, divieto, sanguinaccio e cannella. Diceva: mangiatelo piano! E noi invece lo ingollavamo, il tempo. Così tanto che non ne sentivamo il sapore, mai.
questo per non esimermi, pur non avendo molto tempo (da tre giorni sono sola al mondo e malata grave, con una faringolaringotracheite febbrile, anzi decisamente invasata, e un cocktail di farmaci nelle vene che, se mi fanno l'antidoping, mi cancellano il post e forse pure il blog), da questa bellissima cosa escogitata da Herr Effe e prontamente sostenuta dalla parte viva e vivida della Rete (il tempo della Rete sono i post, si sa: è un tempo postumo e anticipatorio, come realmente il tempo è).
per soprammercato, aggiungo una vecchissima riflessione sul tempo, scritta quando mia madre era ricoverata in ospedale, che è uno dei luoghi in cui il tempo è differente, o forse veritiero; lo trovate nel mio blog archeologico, qui.
E ora vado a farmi l'aerosol e almeno tre telefilm di Fox. Il tempo dei malati è gratis, anche se costa moltissimo. Chissà quanto conterà, alla fine.
