...mangino brioches...

il cuore ha piu' stanze d'un casino
giovedì, 02 luglio 2009

Siracusa Tango Festival 2009



Che Siracusa è sempre diversa lo sapevamo: basta sorprenderla di notte, quando i palazzi barocchi si sgranchiscono e agitano le cuspidi. O quando l’alba si libera d’improvviso da un punto imprecisato del mare. O quando la luce si deposita sulle facciate di pietra gialla in moto ondoso, e ne saltano pesci, parapetti di ferro battuto, ciglia nere.
Ci aveva promesso un sacco di tango, come fa sempre. Ma nessun tango somiglia mai ad un altro (Eraclito diceva che non ci si bagna mai nella stessa acqua, perché “panta rei”, e chiaramente si riferiva alla ronda), e così Siracusa ha fatto, come sempre, di testa sua.

La ronda delle pance
Il tango è virale, sapevamo anche questo. Si trasmette con batteri invisibili, strette di mano, spettacoli casuali, abbracci. La pandemia è in corso da molti anni, e ogni giorno conquista nuovi territori: Giappone, Siberia, il mio tinello, la zia coi baffi. Ora scopriamo anche di più: il tango è addirittura fertilizzante.
Demetra, dea delle messi (ma anche dei papaveri), s’è messa anche lei a ballare: mai viste tante pance, attorno al tango. No, non mi riferisco a quella di Julio Balmaceda, che è pur sempre ottima e abbondante, come tutto quello che lo riguarda (eppure dovevate vederlo ballare un valzer leggiadro, o una milonga a passi piccolissimi coi suoi piedoni smisurati, la sua barba da mangiafuoco, la sua giacca da giostraio).
Corina De La Rosa, Barbara Forte, persino l’altra Barbara, la ragazza delle scarpe Flabella (possiede nel suo negozio una parete piena di scarpe scintillanti che s’arrampicano fino alle stelle)(se ci passi davanti nella notte d’Ortigia senti distintamente i tacchi ticchettare, forse in una ronda tra loro invisibile a noialtri) erano molto molto incinte.
E immaginate quei piccoli immersi in un brodo di tango fin da adesso, attraversato da violini e bandoneon (e persino dal sibilo di missile dei voleos: Barbara Forte non ha rinunciato a esibirsi con Claudio e anche con Julio, strappandoci ohhhh di autentica meraviglia e persino qualche stilla d’invidia, noi che non siamo di sette mesi eppure un voleo così antigravitazionale non lo faremo mai e poi mai).
Insomma, la mamma dei tangueri è sempre incinta. E questa è una grande consolazione.

La loghèscion
Ragazzi, il G8 del tango ha tenuto le sue furibonde consultazioni in un luogo antichissimo: il ritrovato Castello Maniace, sulla punta del muso di coccodrillo di Ortigia allungato nel mare.
Una fortezza che fu abitata da regine e da soldati, dove si tennero banchetti e stragi, adunate e feste, e il sangue si mescolò alla polvere da sparo e alla salsedine metallica del mare orientale dalla luce di specchio. Due arieti di bronzo fuso in Grecia lo sorvegliarono per anni, e poi divennero il prezzo del tradimento (c’è sempre, dietro le pietre antiche, una Sicilia di compravendite di anime, di inquisizioni, di tradimenti atroci e violenze trionfanti, una Sicilia ingiusta dove si fonda la fortezza di metallo dell’ingiustizia di oggi): in una notte aromatica del 1448, dopo un banchetto sontuoso nelle sale del Castello, il capitano Giovanni Ventimiglia fece uccidere tutti gli invitati, nobili siracusani frondisti che s’erano ribellati.
Succede spesso: il tango s’impadronisce di luoghi dalla storia stratificata e antica, luoghi alternativamente giusti e ingiusti, splendenti e decaduti, e porta la sua particolare rinascita. Ora c’è un tappeto di passi, in tutte le lingue tanguere conosciute, nella piazzaforte, tra gli archi barocchi spalancati, sotto le bandiere.

Tango global
D’altronde, ce n’erano proprio di tutti i colori. Cineserie, mitteleuropa, perfida Albione, Grande Madre Russia. Persino Aspromonte, Cipro e Atlantide. Isola d’Elba e Avalon.
E’ stato un festival multietnico: non più, non solo, la classica contrapposizione-fusione Europa-America, con la Francia e l’Argentina che si cercano senza trovarsi mai (ma abbracciate strette, a sedursi e pugnalarsi come nel tango).
Ho conosciuto un tanguero agrigentino-romano specializzato in porcellane Ming: le cinesine dal tacchi metallizzati e il sorriso ineffabile sedevano di solito in file da alveare sotto il traliccio delle luci, a fingere attesa e sottomissione, vere Cio-Cio-San da guerra.
Il mio B&B era infestato da inglesi smisurati con un numero spropositato di gengive e il classico stile tanguero britannico: moto ondoso permanente, come una traversata Dover-Calais forza nove.
E le russe: russe lattee con falpalà soprannumerari e controvoleos molotov, ben rappresentate dalla sottile Veronica Toumanova che si è esibita con l’enfant prodige aretuseo Fausto Carpino (ma io l’ho apprezzata forse di più allo Zen, a condurre da uomo in tappine infradito e sguardo leninista). L’unico russo che aveva cominciato a ballare il giorno prima (anzi la sera prima, sul tardi) l’ho beccato io. Era così giovane che ho temuto un’accusa di pedofilia, così alto che mi guidava con l’ombelico e così atrás che m’è venuto il mal di mare. Mar Nero, ovviamente.
Poi molti francesi, mais oui, gli ovvi argentini, molti dei quali veroneggianti (e s’è sentita, la mancanza dello sguardo assente di Pablo Veron), e un certo numero d’imprecisati baltici.
E qui dovremmo menzionare una questione sempiterna: la taglia.
No, non nel senso che le dannate della tappezzeria (tra cui la scrivente, soprattutto in certi momenti) metterebbero volentieri anche una taglia, sul bailarino omittente (ma potremmo anche arrivarci, in un futuro prossimo, se continuerà la crescita zero dei tangueri maschi…).
Ci sono tangueri XXS e tangueri XXL. Di rado trovi una confortevole M calibrata.
Ho visto cose che voi umani… olandesi volanti alti come tralicci, filippini tascabili. Il classico diabolik nordico: pelata lucida, camicia scura, pizzetto transitivo. Il romano che si riconosce da lontano: camicia troppo bianca, unghie burine, invito al quarto tango della tanda… E poi la mediterranea, l’arioeuropea, l’ugrofinnica.
Ho visto tangueri fuggire dopo un incauto invito: “Era lì, sembrava piccola… quando s’è alzata era alta come la sorella di Frankenstein…”.
O aggirarsi, squali da pista, calcolando a occhio altezze e pesi. Ma attenzione: ci sono modelli contraffatti: la tanguera d’ovatta con struttura in adamantio (il metallo di Wolverine), che poi è la versione femminile del tanguero piombato, le cui scarpe di pelle nascondono suole di kriptonite e rostri come il carro di Ben Hur.

Eppure, resto del parere che il tango è una prova di fratellanza, di superamento di barriere etnico-fisiche. Un tanguero lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia…
Sogno di ballare con un fiammingo di due metri e trenta, ed essere felice, laggiù.

La mirada casuale (o ACPP)
Avendo fondato, nei momenti di panchina, un’agenzia di servizi a bordopista (distribuzione cerotti antivesciche, collocamento tangueros, consolazione naufraghi da ronda, informazioni turistiche, telefonia, comunicazione wireless), ho avuto modo di raccogliere gli sfoghi di numerosi cavalieri, in presa al più classico dei problemi da festival: la mirada.
Abbandonato il confort delle milonghette invernali, dove – forte della propria precisissima carta nautica - domina tutta la situazione, il tanguero medio può cadere in preda al panico da abbondanza, allo strabismo da Dioniso.
“Ho perso due ore a individuare quelle con cui volevo ballare, e altre due a cercarle nella folla, senza trovarle più… “ m’ha confessato un conterroneo.
Sarà che, a volte, quelli con cui vorremmo ballare non esistono, sono miraggi a bordopista, allucinazioni da inedia, proiezioni troilo-freudiane. O sarà che, in effetti, quando la massa ballante è di proporzioni da battaglione, diventa molto difficile incontrarsi con l’immaginario.
Alle donne consiglio pertanto l’abito segnaletico: signore, lasciate l’abitino nero tanto fescion all’inverno, e osate. Una tunica arancio, vi garantisco, vi renderà catarifrangenti in modo indimenticabile. E sappiate che il panta-pascià laminato, pezzo forte del look di quest’anno, non funziona comunque: è un equivalente ottico del nero (oltre a costituire reato estetico, nella terra di Giotto, Caravaggio e Giorgio Armani).
Ma agli uomini consiglio più scioltezza e ardimento: osate, che diamine.
La mirada casuale (o ACPP, a ccu’ pigghiu pigghiu) può riservare soddisfazioni, oltre a garantire una cosa fondamentale, nel tango (e probabilmente nella vita): la mescolanza di geni, il meticciato. Lo scambio, accidenti. Così, senza rete. Una cattiva tanda non vi ucciderà, e forse farà felice qualcuna. Forse persino voi.

Tango zen
“Mi è sembrata una milonga molto poco zen”, m’ha detto albionico uno degli inglesi del protettorato britannico del mio B&B, a colazione.
L’anno scorso era ancora un luogo di nicchia, dove i temerari s’abbracciavano sotto la canicola o, peggio, s’abbracciavano in perizoma sotto la canicola. Quest’anno è fiorita una tettoia, ma è anche vero che ci sono andati proprio tutti, sotto. Più coperti, per fortuna (a parte il tanguero catanese che s’ostina a ballare in mutanda da carabiniere, calzino a mezz’asta e scarpa lucida, o il Big Jim palermitano che, scusate, dopo tanto bodybuilding e uova frullate crude a colazione mica si poteva mettere una maglietta)(meglio i baltici, che avevano la stessa canotta da biker della milonga della notte prima, o anche di tutte le notti prima) .


Caposselianamente vostri
L’esibizione caposseliana di Pablo Inza ed Eugenia Parrilla: sulle note sghembe di “Con una rosa” (e qualche volta bisognerà esaminare scientificamente la misteriosa relazione tra Capossela e il tango: da sempre lo infiltra, s’infila nelle cortine, s’intrufola tra i cd. Sarà che è anche lui obliquo e inafferrabile e meticcio?) sono stati molto fascinosi. Il loro spettacolo è stato estremo: ai confini del tango. Come se si divertissero – anche nel look (pantaloni larghi, guanti da kickboxing, pompon rossi) – a spingere il tango altrove e oltre. Chissà dove.

Temperatura e contrappasso
Festival del contrappasso. Dopo gli altoforni delle due edizioni precedenti (le lezioni da campo di sterminio nel Paladanze a fuoco lento nel sole di Siracusa, che è a sud di Tunisi e si sente), la soave aria condizionata dei bellissimi saloni dell’Hotel des Etrangers l’abbiamo pagata cara: esiste un contrappasso, nel tango o meglio nella vita. Lì nel castello, a spartire il mare, i venti salati, capricciosi, soffiavano con intensità da Blizzard: le soavi pashmine con cui siamo solite abbigliarci non bastavano. L’anno prossimo mi compro una tuta da sci.

La Cortina, questa cenerentola
E invece no, a parte il venerdì, in cui la cortina è stata solo una: il jingle del Brodo Maggi ripetuto compulsivamente fino alla crisi nervosa, è stata la rivincita della cortina, che dovrebbe sussistere come genere musicale a sé, come capitolo obbligatorio nella formazione dei dj.
Bellissime le cortine di sabato: anni Ottanta, i reganiani anni Ottanta che alla maggior parte dei festivalieri smuovevano tonnellate d’inconscio.
Io mi fregio e mi pregio dell’amicizia d’una musicalizadora sopraffina (sì, è HastalaMilonga), che cura la cortina come le tande, ne fa un discorso nel discorso, una spina dorsale musicale che spartisce i tanghi, li incornicia, li evidenzia, li annuncia, come se ogni milonga fosse quello che, in realtà, dovrebbe essere: un anello di musica ininterrotto, che ti prende sul bordo della notte e ti restituisce dopo, sull’orlo d’un altro mare.


Nazitango
E’ uno sporco lavoro, parlarne, ma qualcuno deve pur farlo: c’è un razzismo sottile e latente (ma a volte nemmeno troppo, latente), in certe consorterie tanguere. I Goebbels di turno, appena arrivati in pista, fanno come gli ufficiali nazisti sulla banchina della stazione: tu di qua, alla ronda, tu di là, al gas. Poco ci manca, qualche volta, che si mettano a distribuire stelle gialle – per noi volenterosi principianti, per noi apprendisti perenni, per noi onestamente, sanamente mediocri – da appiccicare sul decoltè. O a tatuare numeri sul braccio (il destro, così che nell’abbraccio sia bene esposto).
Intendiamoci, tutti facciamo valutazioni a bordo pista: la milonga è piena d’occhi, è un luogo dove ci si guarda, dentro e fuori. Ma la spocchia, l’albagia da voleo, la discriminazione da gancho o, peggio, da look ¬– talora accompagnati da sistematico svilimento e da dileggio a bordo pista del ballante per caso – risultano francamente insopportabili e turbano irreversibilmente le anime belle (ho in mente una deliziosa fanciulla forlivese, ballerina soave ma timida d’approccio, ingiustamente maltrattata dal Sor Tangurio di turno, proteso a cercare apilamenti con ben altri pettorali: l’effetto-Villa Certosa funziona anche nel tango, ahinoi).
Sapevamo per esperienza che fenomeni del genere, consorterie di naziskin del tango, esistevano altrove (in altre città siciliane con la C, per esempio)(no, non Caltanissetta), ma nei due anni precedenti non le avevamo mai viste all’opera qui. Anche Siracusa è caduta.
Magari l’anno prossimo ci facciamo tutto un abitino segnaletico, di stelle gialle…

Il tango al tempo di feisbuk
Tutto un “ci vediamo lì”, e poi aggirarsi con aria perplessa: ma sarà quella, la sirena ascellare? E la panterona double-face? E quell’occhio celeste, perché attorno c’ha i crateri lunari? E il sirenetto, non sembrava così… tascabile…
Oppure il dopo-tango: “Scusa, sei su feisbuk?” “Sì, ma lì mi chiamo George Clooney”; “Dai, che quando vado a casa ti amicizzo”; “Ma tu come l’hai trovata la partner?” “Su feisbuk. Solo che pensavo fosse un’altra…”.

Il tango non euclideo
Per un tango passano infinite rette. E’ stato un festival d’incontri, in cui è stata più chiara che mai la natura di comune, di condominio e di casa di ringhiera del tango. Che sì, vabbè, avrà i suoi Sor Tanguri e le sue SS, i suoi razzisti e le sue kapò, ma resta un luogo in cui si cerca la promessa d’un abbraccio, d’un incontro, d’un frammento di felicità da tre minuti.
E’ stato bello rivedersi, e anche non ballare in pista ma con gli occhi sì, con la voce sì. E scoprire i nessi incredibili tra le persone, le figure geometriche non euclidee che il tango disegna, architetto d’emozioni che non è altro.

Arrivederci al prossimo anno.
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categoria: insolitudini, lezioni di tango


sabato, 20 giugno 2009

Il papi e papà



No. Lo ammetto. Non m'importa nulla.
Non m'importa nulla se Papi si porta le minorenni in piscina. Non aggiunge nulla alla persona rozza, volgare e sgradevole che già mi sembra senza che nemmeno dica una sillaba: basta guardare quel viso stirato e truccato, coi capelli ritinti e ricresciuti, quel sorriso televisivo, coi denti di resina, le rughe arginate e riempite di filler.
Ha l'età che avrebbe mio padre se ci fosse ancora, e assurdamente li paragono, nella mia mente. Mio padre, uomo antico e verecondo, sarebbe morto di vergogna prima di mettersi il cerone o farsi tingere i capelli. Mio padre non si sarebbe mai fatto fotografare con le ragazzine sui ginocchi: nemmeno le nipotine. La giusta distanza in lui era un alone fisico e mentale, uno spazio fermo e preciso nel quale potevi entrare solo col suo permesso.
In quello spazio c'erano cose come il rispetto, il giudizio, l'equilibrio. Dovevi sentire che le attraversavi, per muoverti verso di lui.
Aveva, come tanti della sua età, un corpo a parte. Riservato, decoroso.
M'inquieta, del Papi, il suo corpo esposto e mostruosamente eucarestizzato, il suo corpo vorace che mangia gli sguardi, che attira il gesto, la condivisione primitiva. Il suo corpo da fiction. Il suo corpo eternamente giovane che fa soprattutto una cosa: nega la realtà.
Si mette in testa i cappelli, il Papi; fa bagni di folla, il Papi, come quella contessa si bagnava col sangue di vergini: era il fondamento del suo apparire e del suo potere.
Mi vengono in mente, con un certo raccapriccio, i corpi antracite, sfuggenti, sepolti nella grisaglia dei nostri governanti d'una volta. Corpi insensibili, negati, funzionali (e le vignette li facevano tutti uguali: era la testa, dei burattini-burattinai, a fare la differenza, a renderli "rappresentabili").
Mi viene in mente il corpo di mio padre, inimmaginabile, composto, segreto. Solo le cravatte, estrose, ne denunciavano - di sbieco - l'indole immaginativa, la terza e quarta vista, l'intelligenza aguzza ma cauta delle forme.
Fu sindaco, per qualche anno, della nostra città democristiana di fuori e fascista di dentro: lo vedevo passare lontanissimo, alla processione della patrona, con la fascia tricolore in vita (era magro, e gli cadeva alla perfezione sui fianchi stretti fasciati dal frescodilana scuro). La sua adesione ai simboli era rispetto istituzionale, era, in qualche modo, passione civile. Non era un abito, era un'investitura, e così lui la portava.
In quest'omino, il Papi, che si fa beffe delle uniformi e dei simboli, vedo un'altra, imperdonabile mancanza di rispetto.
Nei suoi golfini, nelle sue camicie rimboccate non vedo la scanzonata immagine d'un uomo che vive appieno, vedo l'insofferenza verso simboli che non sono i suoi. Vedo i costumi da sit-com, vedo l'universo patinato e griffato che in taluni pezzi del Paese ha sostituito la realtà.
No, non m'importa affatto l'andirivieni di ragazzine patetiche (fossero mie figlie mi vergognerei moltissimo per la loro mancanza d'immaginazione) a bordo piscina: il vecchio gallismo del potere s'è sempre espresso così.
M'importa che il Papi sia un uomo talmente lontano da qualsiasi possibilità di buongusto e buonsenso. M'importa che mio padre si volgerebbe da me e mi direbbe pianissimo: "Ti aspetto fuori, qui non c'è spazio per me".
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categoria: cronaca vera, de bello civili, croniche familiari


lunedì, 01 giugno 2009

Lo zen e l'arte della manutenzione delle zanzare

estate con correnti d'aria, conchiglie e zanzare

 E dire che nemmeno mi pungevano. Le zanzare, che pure erano democratiche ed egualitarie, laggiù tra i delta delle fiumare che cambiavano di posto ogni notte. Zanzare autarchiche, che si levavano al crepuscolo dai loro nascondigli (sottovasi, argini, pozzanghere cittadine di oleosa bellezza, dove si specchiavano inclinati i palazzi d’edilizia popolare e i cieli arancioni e meridionali) e salivano in sciami silenziosi verso la città di carne. Eravamo abbronzati, accaldati: allora l’aria condizionata era solo nelle banche e nei supermercati, e in casa era tutto un industriarsi di cannizzi, ventagli, correnti d’aria organizzate tra porte e finestre (mia madre era l’architetto dei venti, li orchestrava ogni mattina dopo averne studiato intensità e direzione, ché lo scirocco portava dentro e il levante peggio, ma la tramontana era pulita e spingeva ogni cosa, il caldo le zanzare e l’odore di soffritto, alla casa della vicina), ventilatori a pale che ogni tanto si fulminavano e facevano saltare l’impianto con esplosioni da festa paesana.
  
  Eravamo abbronzati, accaldati e anche persuasi che fosse in qualche modo un prezzo necessario, per l’estate che allora era infinita e piena di sottopassaggi, stanze tigrate, albicocche, prìncipi, notti vere.
Poi, era anche vero che loro, le zanzare, s’erano divise la famiglia a metà: mia madre e mio fratello, i santi lazzari, si consolavano dicendo a me e mio padre che avevamo il sangue amaro, e nemmeno le zanzare ci volevano. Io facevo le boccacce ma segretamente ne soffrivo. Tra le tante perfezioni mostruose di mia madre, anche quella mi mancava: il sangue dolce. E la mattina me li cercavo, addosso, i puntini rosse, e qualche volta li disegnavo col lampostil: già da allora non sopportavo il nesso causa-effetto, o pensavo si potesse in fondo invertire, come avviene con le parole.
Il mio sangue restava amaro, amaro, amaro.
  Dopo non m’importò più molto. Fino al matrimonio col vampiro. Era un pasto superbo, per le zanzare, quasi come gli esseri umani (io, soprattutto) erano per lui. La notte sciami orientali e asiatici scendevano a trovarci, lasciando del tutto intatta me, e succhiando a lui il sangue mille o duemila volte. Era il suo candore ingannevole, il suo odore segnaletico e fasullo, sospetto. Ma le zanzare erano anche più sceme delle donne, e accorrevano allo stesso modo.
  Una volta andammo a Stonehenge, il cerchio di pietre confitto nella piana inglese di Salisbury: una delle cose impossibili a credersi, in quella terra di cabine rosse e monarchie coi sottoteiera (non possono stare nella stessa nazione, la carta igienica profumata di rose, la moquette in bagno, la regina madre e i megaliti: non ha senso).
 Era campagna, aperta e inglese. Presto, su ciascuno dei visitatori – era un pomeriggio fosco, d’estate corrucciata e algida – cominciò a formarsi una nuvola d’insetti. La avevamo tutti, sospesa a un metro dal capo: una nuvola nera, brulicante, di moscerini o chissà cosa, che ci seguiva dovunque andassimo. Ebbene, la sua, del vampiro, era tre volte più grande delle altre. Contemplai affascinata per ore quelle folli aureole nere, quegli ultracorpi sospesi che si spostavano seguendo gli esseri umani e mi scordai del tutto delle pietre.
 Il mio sangue restava amaro pure per gli insetti inglesi.

 Anni dopo il fidanzato vegetariano, con un debole per le cause perse, lanciò un proclama di difesa delle zanzare, che nel frattempo s’erano geneticamente modificate, s’erano intigrite e urbanizzate ed erano uguali ai barracuda tropicali che infestano i nostri mari. Le zanzare erano come il campionato, ormai: si gioca ogni giorno e non c’è più gusto.
 Il vegetariano sosteneva che non si dovevano uccidere, le zanzare: e che diremmo noi - sosteneva con la sua vocetta da primo della classe anziano -  se un gigante provasse a ucciderci? Io tacqui per un certo tempo, perché mi funziona pur sempre l’imprinting della donna zitta, o forse è il mio orgoglio calabrese che m’impedisce d’ammettere subito che mi sono accoppiata con un cretino. Ma a un certo punto glielo dissi: io non vado in giro a scassare le palle ai giganti mordendoli per succhiargli il sangue. Il vegetariano s’offese a morte, per fortuna.
 
 Oggi il mio sangue è molto migliorato. Lo dolcifico regolarmente con grandi dosi di sostanze segrete (letteratura, amore non vegetariano, vino rosso, tango argentino, ricordi) e le zanzare m’ignorano per libera scelta. Ma le zanzare oggi sono alleate con altre specie, i pappataci i zappagghiuni i tigri i papi, e sono una cosa diversa. Signora mia, non le fanno più, le zanzare, come una volta.


dedicato a Fiamma Lolli, e alla sua arte di fattucchiera e fabbricatrice di filtri zen antizanzare.
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categoria: insolitudini, balnearia, croniche familiari


giovedì, 07 maggio 2009

Papithon

il nano in costume da statista

 Erano nel torrido studio televisivo: il Papi Satan (papi satan aleppe) in posa ieratica, coi begli occhi cinesi socchiusi per il riverbero delle luci e i punti del lifting, una mano di mogano sui capelli in ricrescita staminale, otto strati di fondotinta arancio scuro che minimizzavano le rughe;
 Il Bravo Conduttore in posa deferente, leggermente flesso (non sta bene essere alti nella stessa stanza del Papi), con tutti i melanomi benigni in fermento sul largo volto benitesco, un filo di bava sottile sul mento, le mani appiccicose giunte sul petto, con evidente, unta umiltà;
 il Giornalista di Sinistra, con la forfora di due settimane tra i capelli saleepepe e lo sformato (il completino giallo febbre suina);
il Grande Direttore fresco di messinpiega;
il Direttore Così Così;
il Pubblico Entusiasta.

Tema del giorno, le risposte del Papi agli italiani ansiosi: ricostruiremo l'Abruzzo, la crisi economica ci divorerà, ti sei davvero trombato una minorenne? Una puntata fiume, un Papithon di beneficenza (si poteva chiamare per offrire in diretta il proprio voto per le europee, le politiche, le comunali, le condominiali: una immensa gara di solidarietà alla quale un popolo generoso come quello italiano non poteva non rispondere).
 Perché il giornalismo è stare dalla parte di chi non ha voce, ha precisato in apertura il Bravo Conduttore, disponendo sul tavolino un plastico del ristorante di Casoria, i certificati d'assunzione dei sette cuochi e degli otto inservienti, di cui tre extracomunitari e due quote rosa, uno stato di famiglia della bella Lo, ehm, No, un campione di cute prelevato al padre per la prova del Dna e una boccetta del colore esatto delle meches della madre.

  Il dibattito è entrato subito nel vivo: il Bravo Conduttore chinava il capo, e il Papi parlava col cuore in mano (lo avevano estratto poco prima a un volontario, felice di immolarsi per la riuscita della cerimonia: alla vedova erano stati consegnati spillino e portatelefonino con la griffe del nuovo partito). Il Giornalista di Sinistra, nelle pause, sorrideva alla telecamera e si lisciava i capelli. Il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante. Il Direttore Così Così assentiva muovendo le manine.
 Papi ha fatto piazza pulita di ogni domanda.
Un inganno, una trappola: veline non ce ne sono mai state, nelle liste del Pdl. Solo donne preparate ma gradevoli. E poi, con quel popò di veloni che ci sono già in circolazione, mica c'era tanto posto.
 Un inganno, una trappola: Veronica, amata e onorata, si è lasciata infinocchiare da qualche amica comunista, o forse ha letto troppe gazzette della sinistra facendo il manicure. Peccato, perché il Papi la ama con tutto il cuore (il cuore, intanto, sanguinava copiosamente in diretta, sotto le zoommate di fotografi e telecamere). Peccato, perché un amore così puro, i cui accenti soavi sono stati descritti solo da pochi poeti (Catullo, Guido Guinizelli, Jacques Prévert, Vittorio Feltri), non meritava questo affronto. Maledetti comunisti nemici della famiglia.
 Il Grande Direttore, qui, ha avuto un sussulto, s'è riavuto dallo stato narcolettico e ha detto che, forse, per un Presidente Plenipotenziario sarebbe meglio non andare alle feste e ai matrimoni (per tacer dei funerali), e soprattutto non farsi fotografare con gente vestita male (uno per tutti, quel cafone con la maglietta "Io so' napoletano").
 Togliere la gggente a Papi? Ma siamo pazzi? Il Bravo Conduttore ha avuto un mancamento, il Giornalista di Sinistra ha accennato un movimento mimico facciale, il Direttore Così Così ha mosso le manine.
 "Io devo essere me stesso: e mi farò fotografare con tutti, cuochi e camerieri. Anche più alti di me" ha promesso Papi a telecamere riunite.
Il Pubblico Entusiasta era in piedi.
E poi, s'è mai visto, dai tempi di Humbert Humbert, un seduttore di minorenni che si fa fotografare con mamma e papà, coi nonni e gli amici d'infanzia della piccola Lo? L'adulterio è solo psicologico. Un trucco mentale della sinistra.
Un fotoshop psichico.
Credetemi - ha detto il Papi guardando dritto nella telecamera, dritto nel cuore degli italiani - credetemi, guardatemi, a me gli occhi (ma qui lo schermo s'è fatto strano, ha cominciato tutto a girare e non ci sono cronache attendibili sui minuti successivi di trasmissione)...

 Alla ripresa, un crescendo rossiniano: un milione di abitazioni per abruzzesi, due milioni di nuovi turisti in giro per le foreste abruzzesi, tre milioni di posti di lavoro per orsi marsicani, lupi silani, coyote molisani. Dentiere agli affamati, bicchieri di carta agli assetati, reality ai demoralizzati.
 E la crisi, la crisi? E' solo psicologica, mentale, psichica. Basta convincersi che non c'è. Se ci fosse, d'altronde, lo sapremmo. Se ci fosse, guadagneremmo di meno o per niente. Se ci fosse, perderemmo il lavoro. Se ci fosse, i nostri stipendi sarebbero una coperta sempre più corta. Se ci fosse, pagheremmo due mozzarelle e una fettina di prosciutto quaranta euro. Se ci fosse, pagheremmo cifre spaventose per luce, acqua e gas. Tutto questo succede, forse?
 Il Giornalista di Sinistra intanto si grattava la forfora, il Grande Direttore taceva austero dallo schermo gigante, il Direttore Così Così agitava le manine.
Un trionfo.
Oggi, i sondaggi dicono che il Papi vincerà il prossimo Mondiale, il G8, la Coppa dei Campioni e il Conclave.
Beh, se li merita.

pubblicato solo oggi, ma scritto a caldo ieri mattina presto, dopo essermi fatta esorcizzare da zia Mariella con aceto e garofani rossi; "Zia, è grave: stava convincendo anche me...". "Tranquilla, non possono farci niente... ", e intanto agitava i garofani urlando: "Vade retro!" con voce spaventosa...
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categoria: cronaca vera, catalogo dei pazzi


venerdì, 01 maggio 2009

Il fantasma del Primo maggio

guttuso, l'occupazione delle terre: tempi in cui c'erano terre, e chi le voleva

  L’ho visto in piedi accanto al letto, e non avevo capito bene se fosse un pezzo di sogno rimasto fuori (quando non si sbrigano a passare dalla porta di corno, a volte mi restano in casa per ore. Una volta dovetti ospitare per due settimane Anubi, vestito da motociclista, che litigava con la miciazza e mi spaventava i gelsomini). Tanto che gli ho detto subito: “Oggi non è giornata, tornatene indietro”, lui non ha fatto una piega e l’ho ritrovato tale e quale due ore dopo, quando ormai mezzogiorno dilagava e la miciazza grattava per uscire (sì, ha convincimenti da cane).
  Era mio nonno, col fazzoletto rosso al collo e la bandiera del piccì.
“Nonno, che ci fate voi qui?” gli ho chiesto incerta: quando morì avevo due anni e so di lui solo quello che m’hanno raccontato.
Che era molto calabrese, comunista, testardo.
Che aveva pistole col calcio d’argento, una grafia sghemba, soltanto parole d’onore. Che ogni volta che c’era una sfilata del Fascio, il maresciallo se lo prendeva sottobraccio e lo chiudeva nel pollaio (non c’erano celle, in paese: solo pollai, confessionali e un’aula scolastica).
“Voi non vi dovete offendere, don Stefano, è solo per precauzione”, gli diceva quell’uomo pratico e in fondo dispiaciuto. Mio nonno non s’offendeva, si portava il Manifesto del partito comunista e lo sottolineava con la matita per ore, fino a strappare la carta ma tanto lo conosceva a memoria.
 Ora non l’aveva portato, il Manifesto, ma la bandiera sì. Quella grossa, da due metri. L’avevano cucita le zie per attaccarla al bastone da forestali e picchiatori che il nonno s’ostinava a non voler lasciare, malgrado la Repubblica si fosse distesa, vasta azzurra e luminosa, anche sul riottoso Aspromonte (lasciando un sacco di buchi, avremmo scoperto dopo).
 Così il nonno si portava in corteo il bastone e la bandiera, come un monito interiore o un talismano (nella mia famiglia siamo molto sensibili ai talismani, a volte sposiamo persino qualcuno, come talismano)(non funziona mai).
Insomma, il nonno era lì, con bastone e fazzoletto.
“Non sono tuo nonno” ha precisato con voce gentile. “Io sono il fantasma del Primo Maggio passato”.
 Persino la miciazza ha trasalito, sensibile com’è agli ectoplasmi e alle illusioni.
“Ah” ho detto drizzandomi nella confusione di lenzuola, rimasugli di sogno, scirocco, uova di gatto (le depone ovunque), risentimenti, telecomandi, bioccoli, pulviscolo atmosferico e non.
“Dove sono i cortei?” mi ha chiesto, vagamente minaccioso, agitando la bandiera-bastone.
“Niente cortei” ho detto deglutendo, “Però c’è il concertone”.
“Concertone? Suonano Bandiera rossa? Suonano L’internazionale?”.
“Io… veramente non lo so, nonno…”
”Non sono tuo nonno”.
“Comunque suonano di sicuro una cover di “Albachiara”. C’è Vasco”.
“Il partigiano Vasco?”.
“Ehm, no nonno, Rossi”.
“Beh, almeno sono rossi”.
“Almeno” ho detto imbarazzata, ma avevo in mente Franceschini vestito da capostazione.
“E tu perché non sei in piazza? Sei la vergogna di famiglia”.
“Ehi, tu non sei mio nonno”.
A queste parole ha cominciato a sbiadire ed è scomparso: solo la sua voce severa ha resistito un poco, con un’eco: “Dovete resistere, dovete andare in piazza”, e avrei giurato che l’ultima frase fosse: “Dovete usare il bastone”, ma non ne sono sicura.

  Due minuti dopo ho chiamato zia Mariella: “Zia, ho sognato il nonno”.
Dalla casa della zia si sentiva lo strepito del grammofono: lo accende solo il Primo Maggio, e ascolta per ore “Bandiera rossa”.
“Aveva il fazzoletto e la bandiera?” m’ha chiesto.
“Come lo sai?”.
“Lo fa sempre, il Primo maggio. E’ incazzato, poverino, dice che ve ne andate tutti al mare, e lui si domanda perché ha combattuto ed è rimasto tutte quelle ore nel pollaio… “.
“Ha ragione, zia”.
“Vai, vai in piazza così è contento, che domani gli porto i fiori e glielo racconto”.

 Ma io, che sono degenerata, mi sono voltata dall’altra parte: dalla città saliva un silenzio bellissimo, dove il vento di scirocco correva libero per chilometri, impigliandosi a caso solo nei fantasmi degli alberi e nelle antenne satellitari.
 Dopo un poco mi sono svegliata di nuovo di soprassalto.
C’era ancora qualcuno accanto al letto.
“Sei di nuovo tu, nonno?”.
“Ma mi consenta, che cos’è, fuori di testa?” m’ha fatto una vocetta che mi pareva di conoscere.
Era Silvio. In doppiopetto blu, scarpe col sopralzo, fondotinta arancione e cravatta di Marinella.
“Silvio?” ho esclamato inorridita, e la miciazza s’è disposta soffiando in posizione d’attacco, come quando entrano tafani dal balcone.
“Silvio? Non sono Silvio. Mi consenta, sono il fantasma del Primo Maggio futuro…", m’ha risposto, non senza un certo dispetto meneghino nelle consonanti.
“Nonno” mi sono messa a urlare, “Nonno, nonno, porta la bandiera, presto”.
Ho visto qualcosa di confuso, che poteva essere la miciazza o il bastone del nonno o la bandiera, e un rumore come di grammofono, o delle pantofole da guerra della zia, o una folata più forte di scirocco che sembravano voci, o anche un coro.
Di colpo, nella stanza non c’era più nessuno.
Mi sono vestita e sono scesa in piazza. Domani mi compro un bastone.
postato da manginobrioches alle ore 15:49 | Permalink | commenti (10) / commenti (10) (pop-up)
categoria: insolitudini, limperio dei sogni, de bello civili, croniche familiari


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